Onnipotenza imperiale

e resistenza / liberazione nazionalitaria

 

Su "La Stampa" del 31/5/2006 a pagina 12 trovate un articolo dal titolo: Nasce la "Cindia" Affari e armi da Delhi a Pechino. Si legge di accordi militari e economici, di commesse: 4 incrociatori per la Cina ordinati ai cantieri indiani eccetera. A prima vista mi ero detto che gli Stati Uniti non potevano approvare; non possono accettare di essere messi da parte. Infatti nell'ultimo capoverso si legge: «con il benestare degli Stati Uniti».

Gli Stati Uniti, oggi, controllano il pianeta. Sono gli unici a poter gestire la bomba atomica. Hanno la tecnologia per farla arrivare in qualunque angolo del mondo. Nessun altro oggi lo può fare. La strategia degli Stati Uniti è passata dalla "mutua distruzione assicurata" alla "distruzione assicurata unilaterale" (lo trovate su google). Tra gli altri siti: «È indubitabile che nel mondo del dopo-“guerra fredda” gli USA abbiano una supremazia senza precedenti, sul piano militare, economico, tecnologico. È un primato, tuttavia, che si regge molto più sulla “forza” che sul “consenso”, molto più sul “dominio” che sulla “direzione politica”. È in questo contesto che, fin dall’epoca clintoniana, gli Stati Uniti sono impegnati a costruire un nuovo scenario internazionale...» (http://www.informationguerrilla.org/minaccia_universale.htm)

Quindi non ci sono né Serbi, né Baschi che possano opporsi e nemmeno Irakeni o Cinesi o Russi. I Russi potrebbero minacciare gli Stati Uniti con i sommergibili atomici, ma ritengo che i "guastatori" li abbiano sabotati, e anche loro devono venire a patti. Questo vuol dire che i nostri governanti non comandano nulla e che possiamo cambiarli, se non mettiamo a rischio gli interessi degli Stati Uniti. D'Alema non può fare altro che gli interessi degli Stati Uniti. Del resto l'ha capito molto tempo fa, quando ha consegnato Ocalan, un compagno di partito, alla Turchia. La popolazione degli Stati Uniti è di 250 milioni di persone contro i 2.500 milioni di India e Cina, ma quanti sanno questi numeri? Gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati per controllare il mondo. Sarebbe un buon inizio esserne consapevoli. Saluti. Franco T. (Genova)

 

Che gli Stati Uniti abbiano bisogno di “alleati” (di fatto dei subalterni) per i loro progetti di dominio, è evidentissimo. A cominciare dall'Italia, non fosse altro perché in questo paese viviamo e anche qui si dovrebbe realisticamente provare ad innescare una progettualità che porti all'indipendenza. Sul come, è un tema che ci vede impegnati come "Indipendenza".

Ci sembra comunque ingeneroso il tuo giudizio sui baschi e soprattutto sull'Iraq. Che la resistenza irachena abbia mandato all'aria, quantomeno impantanato, i piani di dominio USA è altrettanto evidente. Non solo gli USA non hanno attaccato paesi come Siria ed Iran, che dopo la 'conquista' di Baghdad erano già stati pubblicamente additati come i successivi ed immediati obiettivi, ma probabilmente nemmeno sarebbero emersi contrasti all'interno delle stesse classi dominanti USA, di cui i vari scandali usciti su giornali e riviste statunitensi sono un chiaro sintomo.

Peraltro, poi, la riaffermazione egemonica (in questo caso in termini di 'trascinamento' vittorioso dietro al proprio carro) degli Stati Uniti ha evidenziato crepe significative nel blocco degli alleati/subalterni, crepe che non sono state allargate per ritardi e pregiudizi presenti in questi paesi, Italia ovviamente inclusa, proprio sul terreno della rivendicazione effettiva di una piena sovranità ed indipendenza nazionali. 

Intanto, mentre gli USA sono impantanati in Iraq, la Cina continua ad emergere, ad esempio facendo shopping di materie prime all'estero, come mai prima di adesso, sicuramente irritando gli USA che però non mostrano al momento una adeguata capacità reattiva, ad esempio mettendo subito in riga paesi fornitori come quelli africani. Lo scenario –ventilato sempre più come possibile dagli strateghi di Washington– di un conflitto tra grandi potenze è anche segno dell'incapacità di 'contenimento' concorrenziale in cui versa in maniera sempre più evidente la Casa Bianca. Certo, si tratta di uno scenario in tal senso non scontato, ma crepe, ritardi e difficoltà emergono eccome, a partire proprio da una resistenza nazionale –'stracciona' in termini di armamento militare– che produce effetti sullo scacchiere mondiale.  

 

Oltre all'Iraq, come proviamo ad evidenziare nel nostro “notiziario dal mondo”, anche il Venezuela dei fastidi a Washington riesce a procurarli. Insomma, il dominio di Washington non sembra affatto da "fine della storia", come la prima parte della tua lettera sembra paventare. A nostro avviso però, più che cercare di sostenere un altro futuro imperialismo (Cina, Russia) concorrenziale a quello statunitense o provare a porsi, peraltro velleitariamente, sullo stesso terreno qualitativo/quantitativo della forza militare USA (URSS insegna), bisogna affermare, intanto a partire dal nostro paese, la valenza della progettualità nazionalitaria, abbinare indipendenza nazionale a liberazione sociale, costruire in tal modo le ragioni e le motivazioni di una decisa e a tutti i livelli resistenza popolare. La Repubblica italiana, del resto, rivendica le sue radici storiche nella Resistenza (anche) armata all’occupazione e all’oppressione. L’oggi ci addita, per fare un esempio, la lotta irachena che offre importanti spunti di riflessione intanto in termini di preliminare ed ineludibile resistenza armata e popolare quando è necessario far fronte ad un’occupazione militare; quella dei baschi ne offre altrettanti in termini di costruzione di un progetto di società alternativo a quello esistente; all’orizzonte, l’esempio Chavez in Venezuela, al di là delle specificità di condizioni, offre ulteriori prospettive quanto a necessità di dotarsi di effettiva sovranità. Sia chiaro: nemmeno questa sarà la "fine (messianica) della storia". Non si arriverà certo al "paradiso in terra", però la vediamo come unica politica in grado non solo di creare problemi a disegni egemonici e/o di dominio comunque e da chiunque declinati, ma di poter costruire una società quantomeno un po' / abbastanza più giusta di quella attuale. Non sarebbe poco. Saluti e manteniamoci in comunicazione.

 

Indipendenza

12 giugno 2006