Conflitti bancari e suggestioni geopolitiche

 

Gentile redazione di “Indipendenza”,

dalla lettura degli editoriali disponibili sul vostro sito rilevo una vostra ostilità di fondo al processo di unificazione europea, liquidata come una sorte di “testa di ponte” degli Stati Uniti sul “vecchio continente”. Nulla da dire sulla necessità di combattere il neoliberismo propugnato da istituzioni europee che andrebbero di più avvicinate ai cittadini. La tesi di una dipendenza filostatunitense mi sembra però eccessiva. Voglio fare un solo esempio: le recenti Offerte Pubbliche d’Acquisto (OPA) dello spagnolo Banco di Bilbao e dell’olandese Abn-Amro rispettivamente su BNL e Antonveneta. Non è da ritenere che dietro la politica di contrasto del Governatore della Banca d’Italia si celi invece la volontà statunitense di intralciare la creazione di gruppi finanziari europei più potenti? Più in generale, non sarebbe da auspicare la formazione, in Europa, di un’asse Parigi-Berlino-Mosca, possibilmente da estendere verso la Cina, per mettere seriamente in discussione la subordinazione agli USA e al contempo favorire quella conflittualità interimperialistica dalla quale soltanto potrebbe germinare quell’idoneo terreno sociale (Lenin docet) su cui impiantare quel progetto di liberazione da voi tanto ricercato?

Alessandro S. (via posta elettronica)

 

Caro lettore,

la tua missiva pone dei nodi degni di interesse e di approfondimento. Andiamo alla questione delle operazioni bancarie. Da una lettura ad ampio raggio dei quotidiani nazionali, emerge a nostro parere una battaglia di potere per il controllo della politica creditizia e degli snodi cruciali del sistema capitalistico italiota non riducibile alla dicotomia europeismo bancario/opposizione filostatunitense. Il migliore commento a queste vicende (probabilmente da collegare con le scalate Rizzoli-Corriere della Sera e Mediobanca) crediamo l’abbia espresso Dagospia (9 giugno): «L’impressione prevalente è che si stia giocando in Italia una partita finale senza quartiere, una lotta di potere dove gruppi economici “storici”, oggi privi di patrimoni e di liquidità, stanno cercando, con l’appoggio degli interlocutori stranieri, di difendere la loro sopravvivenza. Senza spendere un euro. Come avveniva ai tempi del mago Cuccia». Con una chiosa finale di Marcello De Cecco (Affari e Finanza, 6 giugno 2005): «Alcuni di loro, credendo di imitare i signori rinascimentali, si sono illusi e ancora si illudono di poter esercitare il potere in patria con l’aiuto di re ed eserciti stranieri (…) Se incarichiamo qualcun altro di levarci le castagne dal fuoco, non dobbiamo meravigliarci se, una volta toltele dal fuoco, voglia poi anche mangiarsele».

Scendiamo più nel dettaglio. La stampa statunitense (ad esempio The Wall Street Journal) ha criticato a più riprese gli ostacoli frapposti alle due OPA su Antonveneta e BNL. Significativo è poi come, a favore dell’OPA delle banche estere, si sia posizionato tutto il grosso di quella “grande stampa” (Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24Ore, La Stampa, Milano Finanza tra tutti) che fino a poco tempo fa aveva difeso Fazio dagli attacchi di Tremonti. Da Panerai di Milano Finanza a Scalfari e Spaventa di Repubblica, a Mucchetti (giornalista di riferimento di Bazoli di Banca Intesa) del Corriere della Sera, a De Bortoli e Onado su Il Sole 24Ore (per citare solo alcuni tra i più significativi), è tutto un osanna per il famoso “mercato” e strali contro il presunto “nazionalismo” di Fazio. Non riteniamo che il mondo bancario-industriale di riferimento di questo ceto cosiddetto “intellettuale” si possa considerare antistatunitense. È nostra convinzione che questi personaggi, per non parlare dei Giavazzi, Franco De Benedetti, Monti e Padoa Schioppa, facciano professione di filoeuropeismo ad oltranza proprio perché filostatunitensi.

Significativo è pure il comportamento delle banche d’affari statunitensi. Lavorano per ostacolare questi progetti? Al contrario. Dalle cronache del Sole 24Ore, del Corriere della Sera ed anche de Il Giornale, ad esempio, emerge il loro sostegno alle OPA in questione. Il Corriere della Sera del 22 marzo riporta i nomi dei consulenti del Banco di Bilbao: Goldman Sachs, Lehman Brothers, Morgan Stanley e Merril Lynch. Quelli della Abn-Amro risultano invece Mediobanca, Morgan Stanley e l’onnipresente Goldman Sachs (quella il cui vicepresidente in Europa è un certo Mario Draghi, e che tra i suoi consulenti passati ha avuto un certo Romano Prodi), oltre a Rotschild. Paradossalmente, di una consulenza più “europea” sta godendo la Banca Popolare di Lodi: oltre alla statunitense Lehman Brothers, figurano tra gli advisor della Lodi la francese Lazard e la tedesca Dresdner Kleinwort Benson. Tra l’altro, da alcuni commentatori economici il Banco di Bilbao e l’Abn-Amro vengono presentate come banche ad “azionariato diffuso”, termine che sovente nasconde la presenza nell’azionariato di fondi esteri statunitensi.

Certamente il quadro della situazione mostra una certa mutevolezza, e certi sostegni esteri nelle due OPA bancarie ma anche nella scalata su RCS non si sono al momento esplicitati. Ciò nonostante, banche e fondi statunitensi appaiono parte interessata in queste operazioni di accorpamento. Non sarebbe la prima volta per le grosse banche d’affari USA. Tanto per dirne una, in un’intervista pubblicata su Affari e Finanza alcuni anni fa, Claudio Costamagna, responsabile di Goldman Sachs, disse che le operazioni di concentrazione del settore bancario erano state curate tutte da loro. Non riteniamo che dietro questo attivismo ci sia solo l’intento economicistico di ricavare comunque cospicue commissioni. Queste operazioni vanno a nostro avviso inserite nel quadro di rapporti di dominio intessuti dal blocco dominante militare-industriale-finanziario statunitense per fare sì che «anche il XXI secolo sia americano». Quadro che dal punto di vista giuridico-finanziario comprende anche le normative di diritto commerciale emanate in questi ultimi anni (la Legge Draghi del 1998, ad esempio), quelle veicolate dall’Unione Europea più altre normative internazionali tipo “Basilea 2”, che produrrano un razionamento del credito soprattutto alle piccole e medie imprese.

La posta in gioco è la configurazione di un sistema finanziario sempre più subordinato al capitalismo statunitense. La questione andrebbe studiata ed approfondita. Per iniziare a discuterci, ti riportiamo intanto un significativo passaggio tratto dal saggio di Giandomenico Piluso “Il banchiere dimezzato” (Marsilio, 2004): «Il modello e le strategie di attività di Unicredito, che appare la banca italiana maggiormente in linea con le tendenze evolutive riscontrate nei sistemi finanziari europei, si spostano dalla classica erogazione di finanziamento alle imprese alle operazioni di trading di derivati e collaterali sui mercati, con effetti significativi soprattutto sulle modalità di finanziamento delle grandi imprese, sempre più spinte a ricorrere alle emissioni di obbligazioni e strumenti derivati, sempre meno sostenute (le grandi imprese, ndr) dalle banche mediante le tradizionali forme di credito. Ciò significa –secondo un rapporto del maggio 2004 della Banca Centrale Europea– che i banchieri tendono ad essere sempre meno banchieri e sempre più trader attivi nella negoziazione di titoli e derivati». Verso la fine del saggio, un passaggio ancora più chiarificatore: «I banchieri hanno rinunciato a selezionare direttamente le imprese e i progetti d’investimento innovativi: la selezione di attori e progetti si sposta ai mercati, o, meglio, alla probabilità che sui mercati possano accedere anche imprese e progetti innovativi».

 

Cosa deduciamo da queste ma anche altre osservazioni che possiamo ricavare dalla realtà dei fatti? Che l’unificazione europea, dalla prima direttiva sul sistema bancario in poi, si sta facendo promotore di un sistema che vedrà le banche sempre meno come soggetti erogatori di credito e sempre più come «venditrici di azioni e obbligazioni emesse da imprese nazionali ed internazionali», come ha scritto Marcello De Cecco (Affari e Finanza, 27 novembre 2000). Una trasformazione del sistema bancario nei termini descritti da Piluso significherà che le banche non sosterranno più progetti industriali eventualmente competitivi con l’imperialismo dominante. La logica dei mercati finanziari è tra l’altro concentrata sul profitto a breve termine: e come ha fatto notare anche l’ex ministro socialista Jean Pierre Chevènement (Dèfis Rèpublicains, Fayard edizioni), grande sostenitore del “No” alla Costituzione europea, ciò non solo va a deprimento dei bisogni sociali, ma sacrifica le stesse esigenze di sviluppo tecnologico ed investimenti in ricerca delle imprese controllate. Il potere dei “mercati finanziari” implica così il controllo dello sviluppo industriale degli Stati membri da parte di banche e fondi statunitensi, oltre che al risucchio (con la scusa dell’efficienza e delle esigenze di profitto a breve termine) di risorse finanziarie da destinare in chissà quali altri progetti.

L’impressione forte è dunque che il contesto dell’Unione Europea sta vedendo affermare quel mercato finanziario globale in cui saranno gli Stati Uniti a dettare legge, tramite le proprie agenzie di rating (che saranno deputate sostanzialmente a dare il via libera alle emissioni obbligazionarie di quelle imprese che si vorranno sostenere), banche d’affari e fondi d’investimento. Estremamente rivelatrice a riguardo è un’intervista a Charles Prince, amministratore delegato del colosso bancario statunitense Citigroup rilasciata il 12 giugno 2005 a Il Sole 24Ore. Prince afferma senza mezzi termini che l’Italia è in ritardo nei processi di aggregazione, che occorrerebbe addirittura accelerare. Prince afferma che non gli dispiacerebbe una maggior presenza in Europa occidentale, «solo che al momento non si vedono le economie di scala e le condizioni necessarie per una maggiore presenza nell’area e per un grande consolidamento a livello continentale. Inoltre non mi sembra che le autorità che regolano i mercati stiano incoraggiando tale processo (altra stoccata a Fazio, nota nostra)». Insomma, Citigroup aspetta che le banche europee si aggreghino e facciano il lavoro sporco di tagliare i costi e licenziare personale così da creare le “economie di scala” ricercate dalla banca statunitense. Insomma, c’è proprio di che meditare.

In ultima istanza, le banche si rivelano così essere un ottimo osservatorio per rilevare la forza della “dipendenza” dagli Stati Uniti e le finalità filostatunitensi del processo di unificazione europea (come confermano inoltre lo scritto di Brzezinski, “La Grande Scacchiera”, e più di recente lo studioso statunitense Philip Gordon su Le Figarò).

 

Andiamo infine al tuo auspicato asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca, eventualmente da estendere alla Cina. Ricorsivamente si sente citare questo fantomatico asse. Che riteniamo credibile ed accettabile come possibile interessante offerta di viaggio di qualche compagnia aerea. Geopoliticamente lasciamo stare. Si tratta di un giochino di sommatorie da risiko di aspiranti imperiali frustrati. È necessario senza dubbio attrezzarsi per contrastare l’imperialismo statunitense. Ma partendo da Stati liberati nazionalmente ed emancipati capitalisticamente. Questa seconda condizione è una nostra prospettiva che completerebbe una liberazione nazionale e ne materializzerebbe un conseguente percorso progettuale. Resta il fatto che è pensabile individuare ambiti di intesa, di alleanza tattica, di cooperazione su dati ambiti, ma preliminarmente bisogna interrogarsi sulla natura e la direzione dell’attore-Stato e dei suoi interlocutori chiamati ad essere i soggetti di dette intese, alleanza tattiche, cooperazioni. Niente che comunque abbia a che spartire con con/fusioni geopolitiche macrostatuali. Un tale “asse”, non a caso privo di radici storiche e di legittimità politica, non ha (mai avuto) un futuro. Non vale una goccia di sudore o di sangue concorrere in qualunque modo alla formazione di un imperialismo (non importa quale di questi paesi ne assumerebbe il comando) che si macchierebbe, per intrinseche ragioni delle dinamiche imperial/imperialiste, di atrocità non dissimili da quelle perpetrate dagli Stati Uniti. Viene da pensare al periodo della seconda guerra mondiale: se ci fossimo trovati ad operare 60 anni fa, avremmo dovuto auspicare l’emergere dell’imperialismo statunitense per sconfiggere quello tedesco?

Da politiche così, a nostro avviso non se ne esce. Come operare piuttosto, fermo restando che ci troviamo in Italia e qui dobbiamo agire? A nostro avviso bisogna innanzitutto lavorare per una rottura del processo di unificazione europea. Se è vero che l’Unione Europea si va configurando come veicolo per l’americanizzazione economico-sociale-culturale-militare degli Stati membri, è chiaro che una rottura del processo di unificazione costituirebbe un significativo indebolimento della forza statunitense. Nel settore difesa, ad esempio, gli Stati Uniti avrebbero maggiori difficoltà a procacciarsi dai vari Stati membri fondi ed uomini per la costituzione di forze di intervento rapido o per la stabilizzazione di “aree di crisi”.

Mettere in discussione il processo di unificazione europea significherebbe porre in discussione questi ed altri fattori di dominio. L’“indipendenza” (che non significa isolamento) dell’Italia dall’Europa sarebbe dunque il passo che qui da noi si dovrebbe tentare se si vuole veramente assestare qualche colpo agli Stati Uniti. Un progetto di tal fatta non riscuoterà mai, ovviamente, l’interesse delle classi (semi)dominanti di casa nostra. Queste stanno bene così, sono in forte declino ma al contempo ben agganciate al carro delle classi dominanti statunitensi. L’immissione delle grandi famiglie nel circuito finanziario globale significa anche poter ottenere appalti nei paesi sotto orbita statunitense, sedere nei consigli di amministrazione o consulenza –i tanto agognati board– di certe banche e fondi d’investimento statunitensi, e così via. C’è dunque anche un interesse ad appoggiare certa politica statunitense. Certo, come scrive Padoa Schioppa (Corriere della Sera, 13 marzo 2005), la prospettiva per il sistema-paese è l’abbandono di qualsiasi prospettiva di sviluppo industriale competitivo al cui posto bisognerebbe sostituire l’individuazione di «alcuni indirizzi generali di specializzazione: più che in settori, in livelli di qualità; più che in cicli produttivi, in fasi della produzione; più che in prodotti finiti, in parti del prodotto finale». Insomma, la proiezione di un’economia di contoterzisti, nell’ottica di quella interdipendenza propagandata da ambienti statunitensi. Non c’è niente da aspettarsi da frazioni di classe dominante economica ed “intellettuale”. Fondare un progetto di fuoriuscita dall’Unione Europea (sicuramente in un’ottica di lungo periodo) sulle classi dominate presuppone indubbiamente consapevolezza delle loro differenti articolazioni ed una capacità politica di diffondervi l’importanza della sovranità ed indipendenza nazionale come luogo materialmente possibile di liberazione. Cresce il malcontento sull’Europa, e questa è una buona cosa. Dovremo squarciare i veli illusionistici su altre Europe possibili. Trovare terreni comune d’intesa programmatica, che contengano germi anticapitalistici, in vari settori sociali, all’interno delle nazioni, e nel quadro di relazioni di amicizia e cooperazioni tra queste stesse, ci pare sicuramente una prospettiva più degna di considerazione e di lotta. Si tratterebbe solo di primi, significativi, passi.

Un saluto dalla redazione.

 

Indipendenza

27 giugno 2005