“COMUNITARISMO”. OVVERO?

Trovo “Indipendenza” una rivista originale nel novero delle riviste non conformiste. A parte il tema “nazionalitario”, sono particolarmente interessato al concetto del “comunitarismo”, a mio parere un’altra base sulla quale costruire una proposta alternativa al sistema sociale imperante. Per comunitarismo intendo sostanzialmente quanto sostenuto dagli autori nordamericani Taylor, Sandel, MacIntyre: priorità del bene comune, legittimità della designazione da parte della comunità delle idee di giusto e di bene, concezione dell’individuo come persona vivente sempre in un contesto sociale-comunitario, e non come ‘atomo’ astratto da ogni legame. Aggiungerei che comunitarismo, per me, è anche valorizzazione e difesa dell’identità culturale nel quadro di una società democratica, non chiusa, ma nella quale la sfera politica e quella sociale hanno la priorità su quella economica. Spero che sul vostro sito web appaiano presto anche articoli dedicati alla tematica concettuale nazionalitaria e comunitarista. Saluti.

Federico F. (via posta elettronica)

 

Quando sentiamo parlare di comunitarismo registriamo un insieme anche contraddittorio di argomentazioni e un genericismo di fondo. “Comunità”, da cui deriva “comunitarismo”, è un concetto troppo importante e, appunto, anche troppo generico, per inflazionarlo a destra e a manca. Così si parla di comunità europea, di comunità di recupero, virtuale, parrocchiale, di filatelici, eccetera, arrivando a significare, sul terreno politologico, una configurazione politica ora estremisticamente localistica ora, come suo esatto contrario, estremisticamente geopolitica come “costruzione di Potenza” (pensa ai fautori dell’Europa Nazione e di qualunque altro macroaggregato territoriale). Occorre entrare nel merito. Cosa caratterizza una comunità sul terreno politico, sociale, culturale? Cos’è che fa una comunità? Il presupposto implicito del comunitarismo, quale ideologia che assume la “comunità” come base di una progettualità politica, è la dicotomia Individuo/Comunità. Questa dicotomia, come surrogato dell’ormai svuotata di senso Destra/Sinistra, ci pare una forzatura, nella migliore delle ipotesi una parziale risposta ai nodi, alle problematiche, della presente epoca. È ovvio che nella prescrizione del bene comune con relativa designazione da parte della comunità delle idee di giusto e di bene, categorie politiche come Destra/Sinistra non abbiano più senso. Il punto è che queste possano così essere seguite dalla fuoriuscita di ben più significative categorie di valore. Sul piano astratto, generalmente si trova un consenso di massima sul fatto che “individualista” sia negativo, “comunitario” sia positivo perché evoca quel calore, quell’intimità, quella socialità intrinseca alla natura umana. Chi, alla fine, ambisce a star da solo? Chi, pur pensando solo a sé, non è ‘costretto’ a rinunciare ad un po’ del proprio individualismo (ammesso che non voglia essere parte di una “comunità di individualisti per interesse” come in molteplici strutture societarie capitalistiche, alla ricerca del loro bene comune)? Generalmente, cioè fatte debite eccezioni, non si è mai troppo individualisti, salvo scampare poi a certo tipo di “comunità” che prescrivono appunto modi di pensare e forme dell’agire non condivisi o non ritenuti consoni. Qui l’individualismo sarebbe da intendere come insorgenza di legittima liberazione. Insomma, la dicotomia Individuo/Comunità non ci aiuta, perché polarizza due estremi che dovrebbero essere comunicanti ed interagire. Far derivare il senso o la necessità del Comunitarismo dalla contrapposizione con l’Individualismo elude la fatica dell’entrare nel merito. Sulla definizione generica di “Comunitarismo” che dai, infatti, potrebbero riconoscersi e convergere Hitler e la sua (Volk)gemeinschaft, i sionisti, i fondamentalisti cristiano-evangelici, Haider et similia, i seguaci imperiali ed europeisti di Thiriart con i maoisti del Nepal, gli zapatisti, fino ad arrivare all’indipendentismo basco, corso ed irlandese repubblicano. Per questi le prospettive e addirittura la sostanza dei vari “bene comune” sono già radicalmente diverse tra loro. Bisogna dunque ‘affondare’. Ad esempio, la lotta delle classi –perché questa è la realtà capitalistica– dov’è? La comunità di cui parli sublima le differenze sociali nel “bene comune”? Probabilmente concorderai nel non accettare le diseguaglianze sociali. Quindi c’è chi –individui, corporazioni, ceti, “altre comunità di interesse”–, pur dentro la stessa comunità-insieme, si pone di fatto al di fuori, se non contro, il ‘sentire’ di altri membri della stessa. Che si fa? E chi fa quindi la “comunità”?

Quando parli di “designazione da parte della comunità delle idee di giusto e di bene”, chi e com’è che questa comunità arriva a designarle? È una decisione totalitaria presa dall’alto, su designazione, per elezione, o che? Tramite comitato di anziani-saggi, sistema assembleare, partito comunitario che dà la linea, o che? E questa “designazione delle idee di giusto e di bene” diventa escludente o che, per chi dissente, per chi non si riconosce? Siamo insomma tra il generico e l’inquietante. Comunitario e nazionalitario non sono, a nostro avviso, concetti intercambiabili, sovrapponibili o accostabili. De-sacralizziamo il “bene comune”. Poniamoci, piuttosto, e preliminarmente, sul terreno materiale degli interessi collettivi economici, di cornici ed ambiti socialmente e quindi solidarmente condivisibili, non invasivi e non prescrittivi, da affidare alla libera e plurale dialettica sociale di molti soggetti individuali, associati e collettivi, nel quadro necessariamente preliminare di spazi nazionali da liberare dalla coazione capitalista, colonialista, imperialista.