Unione Europea. 1 aprile.
«L’Europa deve competere a parità di condizioni con gli altri
e deve smettere di vietare come “aiuto” quello che c’è nel resto del mondo».
Con queste parole l’ex ministro dell’Economia ed attuale vicepresidente
di Forza Italia, Giulio Tremonti, intervistato da Milano Finanza
del 29 marzo, si scaglia contro la normativa europea sugli “aiuti di Stato”
accusandola addirittura di falsare la competizione con altri “sistemi-paese”.
«Quando si chiede all’Europa di smettere di impiombarti il sacco di sassi
europei, non si chiede mica una cosa contro il mercato. La guida dell’economia
americana è la spesa militare, è o non è aiuto di Stato? In Cina è tutto
un aiuto di Stato. Come fai a competere?». Dal che se ne ricavano le
seguenti conclusioni. Primo: a dispetti dei proclami liberisti o delle teorie
sulla “fine degli Stati nazione”, rimane fondamentale e decisivo il ruolo
dello Stato nel sostenere i propri gruppi imprenditoriali. Secondo: in rapporto
alla competizione internazionale, le normative europee sono paragonate da
Tremonti ad «un sacco pieno di sassi che mi sono messo da solo».
Ulteriori considerazioni che spingono ad interrogarsi su quali
siano, anche da un punto di vista capitalistico da noi ovviamente
non appoggiato, benefici e beneficiari di questo progressivo smantellamento
della sovranità statale e nazionale a favore di un processo di unificazione
che non a caso riceve il sostegno convinto di Washington.
Trattato europeo. 6 aprile. “Sì” definitivo del Senato al Trattato di ratifica che adotta la
Costituzione della UE: tutti i senatori si sono alzati e hanno applaudito.
Come di rado accaduto ultimamente nelle aule parlamentari, il dibattito è
stato pacato e sereno e non ha conosciuto alcun momento di tensione o
polemica. «Sono contento»–ha detto Pera–«per questo applauso prolungato, caldo e bipartisan».
Trattato europeo. 6 aprile. Il “comunitarismo europeo” di Fini. Gianfranco Fini definisce «un grande balzo
avanti verso una comunità di diritti e di valori» il trattato
costituzionale europeo. Il ministro degli esteri lo ha detto intervenendo
al Senato, chiamato oggi a ratificarlo nella più totale misconoscenza e
disinformazione della stragrande maggioranza del popolo italiano. «Non siamo stati i
primi a ratificarlo»–ha aggiunto–«ma non ce ne rammarichiamo più di tanto».
Trattato europeo.
7 aprile. La Commissione UE
ha espresso «grande
soddisfazione» per la ratifica
della Costituzione UE, da parte del Senato italiano. «La ratifica dell’Italia è molto importante perché è il
primo Paese fondatore che ha ratificato la Costituzione», ha detto Francoise Le Bail, portavoce del presidente Barroso. «Ed è importante anche perché la ratifica è stata fatta
con una maggioranza eclatante. Questo»–ha concluso–«è una cosa ben
augurante, di cui ci felicitiamo».
Banche. 7 aprile.
Le banche d’affari statunitensi Credit Suisse First
Boston, Lehman Brothers e Jp Morgan affianca la
banca olandese Abn Amro per la scalata all’italiana Antonveneta. Lo scrive
Nicola Porro sull’edizione odierna de Il Giornale.
Banche. 7 aprile.
Indicativo del potere in Italia delle banche d’affari statunitensi quanto
Porro rivela sulla figura di Federico Imbert, rappresentante in Italia
della Jp Morgan: «l’uomo che ha finanziato Roberto
Colaninno nell’Opa Telecom con 100mila miliardi di vecchie lire. È in
quell’occasione che Imbert strinse i rapporti con il mondo di Chicco
Gnutti (finanziere bresciano, ndr) e Unipol (compagnia
assicurativa nell’orbita diessina, ndr)».
Banche. 7 aprile. «La
notizia che Mario Draghi, l’ex-direttore generale del Tesoro che occupa
una posizione leader nella banca d’affari statunitense Goldman
Sachs, stia lavorando al progetto di integrazione tra Unicredito e Intesa
è di quelle che fanno saltare sulla sedia. Le indiscrezioni erano già
circolate nei giorni scorsi, li aveva raccolti per prima Dagospia e poi il
“Sole 24 Ore” aveva dedicato addirittura la prima pagina. Ma Draghi è un
uomo così prudente e così attento alla sua immagine e a quella della
merchant bank internazionale da respingere un’ipotesi che lo vede
coinvolto e che appare oggi sulle colonne di Panorama». Così
l’edizione odierna di Dagospia. La notizia è estremamente significativa
dell’influenza, non solo nel settore bancario, che hanno le banche
d’affari statunitensi e la borghesia compradora di
riferimento. Mario Draghi, ricordiamolo, è stato il grande esecutore, come
direttore generale del Tesoro, delle privatizzazioni bancarie ed
industriale del gruppo IRI.
Economia. 9 aprile. La rivalutazione dell’euro sul dollaro? Favorisce gli Stati Uniti. Lo
afferma a Il Sole 24Ore l’economista statunitense Robert Mundell,
definito “il padre dell’euro”, in visita al Bologna Center dell’università
Johns Hopkins per «rilanciare la sua idea di una moneta globale». In tale ottica,
Mundell auspica la fissazione di un limite minimo e massimo al cambio
euro/dollaro, ed evidenzia la «mancanza di una politica del cambio»della Banca Centrale Europea (BCE) affermando clamorosamente: «Queste
oscillazioni assurde del cambio (passato
nell’arco di pochi anni da un minimo dello 0,82 ad un massimo dell’1,35,
ndr) fanno danni soprattutto all’Europa, visto che gli USA hanno avuto
il dollaro forte quando gli conveniva ed il dollaro debole quando ne hanno
avuto bisogno per far ripartire l’economia e limitare il proprio
indebitamento visto che è tutto denominato in dollari». Secondo Mundell, una stabilizzazione del cambio dollaro/euro sarebbe
poi «il primo passo verso un sistema di cambi fissi che poi
includa anche lo yen e lo yuan (la valuta
cinese, ndr) e che possa infine diventare una moneta globale gestita
dal consiglio del Fondo Monetario Internazionale».
Economia. 9 aprile. Chi è Robert Mundell? Così scrive Il Sole 24Ore: «Professore di
economia alla Colombia University di New York, Robert Mundell, 73 anni, ha
ricevuto nel 1999 il premio Nobel per la sua analisi dell’area valutaria
ottimale», considerata la base teorica per la nascita dell’euro. Mundell è
stato altresì «consulente di diverse organizzazioni tra cui l’ONU, il
Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e diversi Governi nel
continente americano ed europeo. Negli USA ha collaborato con la Federal
Riserve ed il dipartimento del Tesoro. Ha svolto un ruolo importante nella
istituzione dell’Unione monetaria europea collaborando fin dal 1972 con la
CEE sul tema dell’integrazione valutaria». Insomma, un
personaggio di primo piano delle alte sfere politiche statunitensi ha
ideato e lavorato per la creazione dell’euro: un dato che dovrebbe far
ulteriormente riflettere sui reali beneficiari dell’integrazione europea.
Industria. 11 aprile. Wind
d’Egitto, titola il sito Dagospia. Si riferisce alla vendita della società
telefonica del gruppo ENEL all’egiziano Naguib Sawiris.«Con l’aiuto di Bush e di
Berlusconi il gruppo di Al Sawiris si porta a casa Wind e si prepara a
creare un gruppo che sfonderà sul mercato delle telecomunicazioni nel
Mediterraneo (la stessa strategia di Tronchetti Provera, presidente di
Telecom Italia)», scrive Dagospia, evidenziando così il ruolo
statunitense nella cessione «che è piaciuta alla Borsa» ed il
rafforzamento di un concorrente della Telecom.
Industria. 11 aprile. «Spagnoli e olandesi nelle banche, francesi
nell’energia e nella grande distribuzione, cinesi nel tessile e nella
pelletteria, tedeschi nelle assicurazioni e, per finire, egiziani, inglesi
e cinesi di Hong Kong dentro i telefonini. È il trionfo del “Made in
Italy”», chiosa ironicamente Dagospia.
Arresto europeo. 12 aprile. Via libera definitivo dell’Aula della Camera al disegno di legge sul
mandato di arresto europeo. I “sì” sono 191, 13 i no, 185 gli astenuti.
L’opposizione si è astenuta sul provvedimento «per senso di
responsabilità». La Lega ha votato no. L’Italia è l’ultimo Stato membro dell’Unione
europea ad aver recepito nel proprio ordinamento le norme sul mandato di
arresto UE.
Giustizia. 12
aprile. Enrico Mattei morì in un attentato. A distanza di quasi 43
anni, è questa la clamorosa rivelazione della procura di Pavia. Nel 1994,
l’allora procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, riaprì le indagini sull’esplosione
dell’aereo in cui si trovava, il 27 ottobre 1962, l’ex presidente
dell’ENI. Indagini che si concludono con l’odierna richiesta di
archiviazione: «pur accertando
che si sia trattato di un attentato, non è stato possibile raccogliere le
prove e trovare i mandanti»,
riferisce laconicamente il Corriere della Sera. Sui beneficiari
della morte di Mattei, un libro di Giorgio Galli in uscita in questi
giorni (“Enrico Mattei: petrolio e
complotto italiano, Baldini e Castaldi”) evidenzia che i
successori di Mattei «hanno fatto dell’ENI non un produttore ma un
semplice distributore di petrolio, sottomesso alle grandi compagnie
americane, condannando l’Italia ad una politica di importazione
energetica con i più alti costi europei per le industrie e le famiglie».
Italia.
12 aprile. Un episodio senza giustificazioni, di cui sono
responsabili i militari statunitensi. Così il 49% degli intervistati, in
un sondaggio della Apcom-Ipsos del mese scorso, giudica la vicenda che ha
portato all’uccisione per mano statunitense, nel corso dell’operazione che
ha portato alla liberazione della giornalista de il Manifesto Giuliana
Sgrena, del funzionario del SISMI Nicola Calipari. Secondo il sondaggio,
il 70% degli italiani è convinto che il governo statunitense non dirà la
verità e non fornirà elementi utili per capire come sono andate realmente
le cose. La stessa percentuale, in forte
aumento, si esprime anche per ritirare le truppe dall’Iraq. La versione
della fatalità è accreditata dal 31% degli intervistati, mentre il 7%
imputa la morte di Nicola Calipari ai servizi segreti italiani ed il 13%
non risponde.
Economia. 13 aprile. «La vendita nel cuore della notte del 17% di
Mediaset è solo una delle prime mosse del Cavaliere. Altre ne seguiranno
sul piano politico e anche sul piano industriale. Con 2,2 miliardi di euro
derivanti dalla vendita della quota, Berlusconi potrà fare tante cose.
Potrà imbastire (dietro il paravento di qualche socio amico) una bella
Offerta pubblica d’acquisto sul Gruppo RCS e sfilare “Il Corriere della
Sera” dalle mani di Luca
Montezemoloe dei suoi amici. E anche se “RCS non è
profittevole come le altre concorrenti italiane attive nei quotidiani e
nei magazine” (sono parole pronunciate ieri dall’amministratore delegato
della RCS, Vittorio Colao), il quotidiano e le testate (e i soldi) sono
estremamente utili per la Grande Guerra d’autunno». Così l’edizione
odierna di Dagospia sulla vendita del 16,88% delle azioni Mediaset ad «investitori istituzionali, italiani e stranieri», come riferisce la
Repubblica. Significativo che, a gestire una vendita atta ad «azzerare le proprie
passività finanziarie e poter contare su una rilevante liquidità da
destinare a possibili nuovi investimenti», come recita un comunicato della Fininvest, e comunque
decisiva per il destino futuro di Berlusconi, sia una banca d’affari
statunitense, la JP Morgan Chase.
D’altronde, non è la prima vicenda politico-economica in Italia che vede
il remunerato interessamento di una banca d’affari statunitense
(vedasi il ruolo di tali istituti nelle scalate a Telecom).
Economia (Finanza pubblica).
13 aprile. «Non ci possiamo permettere una Finanziaria elettorale».
Questo commento del ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, riportato
da il Riformista, è il rilevante effetto politico scaturito
dall’annuncio del Commissario europeo agli affari monetari, Joaquin
Almunia, di voler aprire, prima di giugno, una procedura per “deficit
eccessivo” (sopra il tetto del 3%) nei confronti dell’Italia. Secondo il
Riformista, dalla procedura in sé non dovrebbero risultare conseguenze
per l’Italia perché, dopo l’eventuale benestare della Commissione europea,
«la pratica verrebbe girata all’Ecofin, e qui i governi –con Francia e
Germania sopra il tetto da 3 e 4 anni– di certo non seguiranno criteri più
rigorosi solo per l’Italia (…) alla luce della linea morbida decisa dai
governi europei modificando l’interpretazione del Patto di stabilità (una
linea che induce ad interrogarsi ulteriormente sui “benefici” derivanti
dal suddetto Patto, ndr)». Gli intenti di Almunia stanno però
producendo ugualmente effetti politici: «il richiamo di Almunia aiuta
Siniscalco ad essere più rigoroso in Italia contro un governo di
spendaccioni», afferma il quotidiano, che da pure conto dei «pesanti
moniti» su Siniscalco, con valenza sostanzialmente anti-Berlusconi,
della Corte dei conti e della Banca d’Italia, e dell’intento
dell’opposizione di centrosinistra di sfruttare il cosiddetto “warning”
(avviso) europeo a fini elettorali.
Economia (Finanza pubblica). 13 aprile. «Come pensare agli aumenti agli statali e al
massiccio programma di spesa per investimenti pubblici cui pensa il
premier, ai sostegni alle famiglie e al Mezzogiorno invocati come segno di
“discontinuità” da AN e UDC, al ministero per il Mezzogiorno che tutti richiedono
e di cui vogliono vedere rimpinguato il portafoglio, se Siniscalco
riservatamente già farà passare una grande vittoria riuscire a evitare
oggi una manovra correttiva?», si chiede infine il Riformista,
sorvolando comunque sulla questione principale: un bilancio sugli effetti
economici e sociali derivanti dall’unificazione europea, bilancio eluso
soprattutto da un centrosinistra che, in sintonia con i “poteri forti”
bancari ed industriali (indicativi in tal senso, ultimi in ordine di
tempo, articoli ed editoriali di questi giorni sul Corriere della Sera),
intende approfittare dei moniti europei per logorare Berlusconi con la
prospettiva di scalzarlo dal governo, salvo poi ritrovarsi a gestire, in
caso di vittoria, le medesime problematiche economiche e sociali.
Economia. 15 aprile. Il
50% di Mediaset è attualmente nelle mani di investitori istituzionali
esteri. Ad annunciarlo è stato il presidente della società Fedele
Confalonieri, nel corso di un dibattito alla prima Conferenza sulla
televisione digitale terrestre. Dopo il collocamento dell’ultima tranche
di azioni messa sul mercato da Fininvest, il 34% di Mediaset rimane nelle
mani della famiglia Berlusconi, il 16% in Italia (il 5% suddiviso tra
piccoli azionisti, la quota restante nelle mani di fondi e investitori
istituzionali italiani), il restante 50% in mano a investitori stranieri. «In
questo senso scoraggiare investitori stranieri sarebbe una leggerezza
imperdonabile», ha esternato Confalonieri.
Banche. 17 aprile. La
Commissione europea? Non ha poteri sulla “vigilanza” del sistema bancario,
ancora in capo alle singole autorità nazionali. Così affermano al Corriere
della Sera fonti della Banca d’Italia in merito all’intenzione della
banca olandese Abn-Amro di ricorrere a Bruxelles per la vicenda
dell’Offerta pubblica d’acquisto (Opa) sulla banca Antonveneta. La Banca
d’Italia, ricordiamo, in base alle sue prerogative, deve concedere, a sua
discrezione, l’autorizzazione all’acquisizione di quote di banche
italiane. Ciò nonostante, le stesse fonti di Banca d’Italia affermano che,
«soprattutto dopo il via libera dei consigli dell’Antonveneta e della
Banca Nazionale del Lavoro (oggetto dell’interesse del Banco di
Bilbao, ndr), anche la Banca d’Italia potrebbe dare un disco verde».
Frattanto Mario Monti, che molti considerano il nuovo ministro
dell’Economia di un eventuale futuro governo di centrosinistra, in un
convegno organizzato dalla filiale italiana dell’associazione statunitense
Aspen Institute, esprime una valutazione positiva sulle due Opa: «La
volontà del sistema bancario europeo di integrarsi di più sul piano UE è
un passo avanti», ha dichiarato. Nelle prossime settimane, il Corriere
della Sera annuncia l’arrivo di una delegazione del Fondo Monetario
Internazionale «incaricata di completare l’indagine sul sistema
finanziario e creditizio italiano». C’è da chiedersi con quali
finalità.
Industria. 17 aprile.«Parlare di declino è
ormai persino insufficiente. Siamo di fronte ad un processo di dissesto
del sistema delle imprese in Italia. Un dissesto che coinvolge gran parte
dei settori produttivi, eccezion fatta per il militare. Siamo al punto che
nei settori strategici fondamentali il nostro paese, semplicemente, tende
a scomparire». Lo ha affermato a l’Unità il leader della Fiom (sindacato dei metalmeccanici), Gianni
Rinaldini. Il sindacalista, nel richiamare l’abbandono di una presenza
capitalistica in settori come chimica fine, farmaceutica, informatica,
nonché la grave crisi del settore auto, ed evidenziando come «nella
divisione internazionale del lavoro il nostro paese viene relegato a
funzioni sempre più marginali», giudica «una
stupidaggine pensare che si possa costruire il futuro sul turismo e i
servizi» o che si possa competere semplicemente
comprimendo il costo del lavoro.
Industria. 17 aprile. La privatizzazione di
Telecom Italia? «Un altro tipico esempio di come una
privatizzazione realizzata in assenza di un’idea di politica industriale
si riveli un’operazione sbagliata. Si è regalato a Tronchetti Provera il
monopolio della telefonia fissa. Tronchetti Provera, con poche risorse, si
è costruito un impero ed ha vissuto, e vive, questa situazione di rendita
non giocando sugli investimenti e sull’innovazione, bensì puntando
esclusivamente sul rientro dal debito attraverso una politica selvaggia
che è arrivata fino agli installatori degli impianti. Cosa che ha
contribuito a determinare una espansione abnorme del lavoro nero come
fatto strutturale».Solamente una chiosa a contorno delle
dichiarazioni di Rinaldini: va evidenziato il determinante appoggio di banche
d’affari e fondi d’investimento statunitensi nelle scalate
finanziarie –altrimenti impossibili da realizzare– condotte da Colannino
prima e da Tronchetti Provera poi su Telecom Italia. Istituzioni
finanziarie che si fanno sentire nell’attuale gestione Telecom, da cui
sono interessate a succhiare quanti più dividendi azionari
possibili a deperimento ovviamente di qualsiasi progetto di politica
industriale. Più che sbagliata, a ben vedere le operazioni finanziarie su
Telecom rispondono ad una logica precisa e sono uno specchio di una sempre
più stringente colonizzazione. Sulla funzione di Tronchetti Provera in
tale quadro, la questione era stata chiaramente spiegata da Federico
Imbert, responsabile per l’Italia della banca d’affari statunitense
J.P. Morgan, in un’intervista rilasciata il 3 luglio 2003 ad Affari e
Finanza (supplemento economico del lunedì di Repubblica), in
cui sostanzialmente si ‘invitavano’ i ‘grandi’ imprenditori a rassegnarsi
al declassamento (pur di alto livello) a manager di una «vasta platea di azionisti»,
in particolare di banche d’affari e fondi comuni d’investimento
statunitensi, sotto il cui consenso passa oramai ogni operazione
industriale e finanziaria in Italia.
Industria. 17 aprile. «Non è vero che la famiglia Agnelli non abbia più
risorse. Più semplicemente, la famiglia persegue altri obiettivi e fa
altre scelte. Basti pensare che con i soldi della Rinascente ha portato a
compimento l’operazione San Paolo. Così come è sorprendente che
nell’accordo con General Motors sia stato concordemente previsto il
passaggio di 60 lavoratori di alto livello dalla Fiat al centro ricerche
di Generl Motors che verrà realizzato a Torino. O vedere che più di 500
progettisti vengono messi in cassa integrazione anche se non c’entrano
niente con i problemi di mercato». Dichiarazioni da
cui si può evincere come dietro le dichiarazioni di alcuni mesi fa di un
Montezemolo sugli sgravi Irap per la ricerca si vogliano semplicemente
drenare ulteriori fondi dalle finanze pubbliche, nel mentre la cassa
integrazione va a gravare sul bilancio dell’INPS. «La
situazione della Fiat è paradossale. E scandalosa»,
afferma ancora Rinaldini. «L’azienda non ha accettato alcun
confronto sulla definizione di un progetto industriale, né con le organizzazioni
sindacali né col governo. È persino buffo che adesso ogni mese si scopra
che si perdono quote di mercato e di produzione. È evidente che ha
programmato una riduzione della produzione in base all’andamento delle
quote di mercato. Il Lingotto cerca in ogni modo di conseguire i propri
obiettivi di bilancio, il rischio però è che, alla fine, la Fiat non ci
sia più».
Industria. 17 aprile. La conclusione di Rinaldini? «La questione Fiat è
una questione nazionale ed è necessario, nelle forme e nei modi da
definire, un intervento diretto da parte del governo». Rinaldini parla di “questione nazionale”, ma tralascia di
considerare il quadro geopolitico in cui l’Italia si trova inserita: il
dominio della finanza statunitense nei “mercati finanziari” e l’Unione
Europea. Soffermiamoci su quest’ultimo punto. Accetterebbe Bruxelles un
intervento finanziario e soprattutto di gestione dello Stato in una grande
impresa alla luce delle politiche liberalizzatrici e privatizzatrici
passate e presenti (cfr. accordo Andreatta-Van Miert del 1993, con cui si
diede impulso alle privatizzazioni dell’IRI)? Senza contare il problema
delle ristrettezze di bilancio per la Fiat statalizzata a causa del Patto
di stabilità europeo. Bisognerebbe poi ragionare sulla “politica industriale”
di un’eventuale Fiat statale. Si tratterà di competere capitalisticamente
sui mercati internazionali con gli altri colossi
dell’auto? O provare a produrre automobili che non funzionino a benzina
(progetti che già sussisterebbero) e sicuramente più rispondenti agli
“interessi nazionali” della collettività italiana? Nella seconda ipotesi,
ci si rende però conto che questo significherebbe scontrarsi seriamente
con gli interessi delle multinazionali petrolifere statunitensi e con il
suo ceto politico/militare di riferimento? In conclusione, vogliamo
evidenziare che una risoluzione della vicenda Fiat come “questione
nazionale” non può essere disgiunta dal più generale quadro di
subordinazione dell’Italia al capitalismo ed all’imperialismo, ed andrebbe
collegata ad altre lotte di liberazioni da condurre in altri settori
(dalla scuola alla sanità, eccetera). Altrimenti si corre il rischio che
la “questione nazionale” verrà solo usata come pretesto per chiamare i
cittadini alla “socializzazione delle perdite”, com’è stato sempre fatto
finora dai precedenti governi. E Montezemolo, come ha dichiarato tempo fa
il sito Dagospia, intenderebbe, magari
con un governo più supino, cedere la Fiat auto alla Finmeccanica: si
tratterebbe della definitiva rottamazione dell’industria automobilistica in Italia, con il molto
probabile assenso europeo.
Industria. 21 aprile. Nonostante
le recenti riforme, i fondi d’investimento esteri esprimono ancora
perplessità sulla regolamentazione e la prassi nelle società quotate.
Nell’edizione odierna di Milano Finanza, Carlotta Amaduzzi si
sofferma su alcuni punti. Le procedure di voto nelle assemblee, ad
esempio, «scoraggiano notevolmente l’attivismo dei fondi esteri. Con
riferimento agli investitori istituzionali, le procedure di voto non
possono presumere la loro presenza fisica in assemblea», scrive
Amaduzzi. Sotto accusa anche i patti parasociali, che non consentirebbero
adeguato potere agli “azionisti di minoranza”, vale a dire i fondi
d’investimento esteri. Nonostante gli “esempi positivi” di ENI, ENEL e
Telecom, «è ancora lunga la strada che rimane da percorrere per poter
competere con altri mercati europei, come ad esempio quello francese (…)
ed aumentare la capacità d’attrazione di capitali esteri nel mercato
finanziario italiano», commenta la Amaduzzi.
Interni. 22 aprile. Cossiga è stato garante dell’”affidabilità” di
D’Alema presso le classi dominanti statunitensi? La domanda viene
spontanea nel leggere un passaggio dell’intervista rilasciata dall’ex
presidente della Repubblica a Marco Damilano de L’Espresso. Il
giornalista rivolge questa domanda a Cossiga: «In quell’occasione
(la nascita del governo D’Alema nell’ottobre 1998, ndr) lei fu il
garante di D’Alema presso gli americani e i circoli atlantici. Ricoprì lo
stesso ruolo anche in Vaticano?». Cossiga risponde
così: «Non ero
il garante. Feci l’illustratore. Ero colui che spiegò. Il breve colloquio
che Giovanni Paolo II ebbe al Quirinale con D’Alema presidente del
Consiglio incaricato fu molto affettuoso. Il Papa gli fece tanti auguri».
Sul finire dell’intervista, Cossiga “rivendica” la sua posizione tenuta in
occasione della prima guerra in Iraq: «Io ero il presidente della Repubblica che
diede il nulla osta per bombardare l’Iraq, con il Papa che parlava ogni
giorno contro la guerra. Dicevo il rosario con lui, ma su di me pressioni
non ci sono mai state».
Interni. 22 aprile. «Vorrei ricordare che quanto a impegno
nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il
terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In
quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare
non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente
abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre
navi. L’Italia si trovava veramente in prima linea». Con queste parole Massimo D’Alema ha vantato
la partecipazione dell’Italia nei bombardamenti della ex Jugoslavia del
1999. Il governo D’Alema, secondo quanto dichiarato da alcuni dei suoi
protagonisti, sarebbe nato proprio per consentire all’Italia una
partecipazione attiva nella guerra senza contraccolpi sociali. «Il
governo D’Alema non fu formato in conseguenza di questioni interne, poiché
–per quanto io sappia– il protagonista avrebbe volentieri differito l’appuntamento,
ma da ragioni di politica internazionale che derivavano dalla più grave
crisi che il Paese si trovò ad affrontare negli oltre 50 anni della
Repubblica», dichiarò Carlo Scognamiglio, ministro della Difesa del
governo D’Alema, in una lettera al Corriere della Sera (7 giugno
2001). Un concetto meglio precisato in un articolo pubblicato su Il
Foglio (4 ottobre 2000), nel quale Carlo Scognamiglio, polemizzando
con James Rubin, ex portavoce di Madeleine Albright, segretario di Stato
sotto Clinton, dichiara: «A
Rubin sfugge che in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per
fronteggiare gli impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo.
Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all’uso delle
basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza
non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il
senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con
l’onorevole D’Alema».
Interni. 22 aprile.In una lettera inviata al Corriere
della Sera (10 giugno 2001), Cossiga confermerà le affermazioni di
Scognamiglio. L’ex presidente dichiarerà di essere stato «contattato con
preoccupazione e premura dai rappresentanti dei governi alleati»,
poiché «era
ben noto che il governo Prodi non aveva nel suo complesso né la volontà
politica, né la forza parlamentare per poter prendere decisioni
all’altezza del nostro ruolo nella NATO». Se quindi Prodi ha messo le
basi nazionali e NATO «a
disposizione delle forze aeree dei Paesi alleati per le operazioni aeree
contro obiettivi jugoslavi, la cui partecipazione noi peraltro avevamo
declinato», è stato “grazie” a D’Alema che si è passati «dalla sola messa a
disposizione delle basi al trasferimento sotto comando NATO delle nostre
forze aeree, che anche solo sulla base del concetto di difesa integrata
intervennero con missioni di attacco contro obiettivi militari jugoslavi
nel Kosovo». «Questa
è la verità», ha concluso Cossiga.
Banche. 22 aprile. «Ultimatum Orange a Bankitalia»,
titola l’edizione odierna di Dagospia, che riferisce di un colloquio
riservato intercorso alcuni giorni fa tra rappresentanti della banca
olandese Abn Amro e un anonimo alto funzionario della Banca d’Italia.
Secondo Dagospia, la banca olandese «che
contende a Fiorani (amministratore delegato della Popolare di Lodi,
ndr) il tesoretto dell’Antonveneta, avrebbe sparato l’ultimatum al
dirigente di Fazio: ci potrete fermare sulla banca padovana –grazie
all’autorizzazione da speedy-gonzales rilasciata a Fiorani per salire in
Antonveneta– ma sappiate che noi siamo pronti, in caso di Offerta pubblica
d’acquisto fallimentare, a sferrare un attacco a Capitalia. L’autorevole
dirigente ha preso nota senza dare alcuna risposta».
Industria. 22 aprile. «26 settembre 2005: esplode il convertendo
Fiat», titola Dagospia, che in due diverse edizioni fa
un breve resoconto delle ultime vicende della casa automobilistica
torinese. La conclusione di Dagospia è che le banche, obbligate a
settembre a convertire i loro crediti in azioni Fiat, si affretteranno a
venderli in massa. Andiamo con ordine. Il resoconto parte dal lancio di «un ordine d’acquisto di
azioni Fiat effettuato dall’amministratore delegato della Fiat Marchionne,
che ha consegnato un assegno da 1,012 milioni di euro per l’acquisto di
220mila azioni Fiat al prezzo stracciato di 4,6 euro». Un gesto che
andrebbe interpretato come un tentativo di sorreggere le quotazioni del
titolo in franosa discesa. «“L’Azienda
non ha cash per rimborsare le banche” (parole di Marchionne); Fiat vuole
uno sconto di un miliardo (parola dei giornali); “L’Assemblea è rinviata
per motivi tecnici” (parola di Marchionne); l’Assemblea è rinviata per
riorganizzare la governance (parola dei giornali). Nel balletto delle
chiacchiere il titolo Fiat crolla paurosamente al minimo storico di 4,39
euro, migliaia di azionisti annullano le vacanze in riva al Po, e
Marchionne compra un milione di azioni», racconta Dagospia.
Industria. 22 aprile. La
situazione odierna in sintesi secondo Dagospia: «A poco più di cinque mesi
all’appuntamento che vedrà le banche obbligate a convertire i loro
prestiti in azioni Fiat,
la tensione è alle stelle. Il crollo del titolo, le incertezze di
Marchionne (da ieri hanno preso a girare voci di dimissioni) e le logiche
“separate” delle otto banche aumentano la confusione. A tutto questo si
aggiungono le ipotesi fantasiose che rimbalzano dal salone dell’auto di
Shanghai che vorrebbero i cinesi di Saic
Motor o gli indiani del gruppo Ratan Tata possibili acquirenti
di Fiat Auto. Quel
poco che si capisce sul fronte delle banche si può così riassumere: il San Paolo di Torino (dove Gabettie Franzo Stevens –personaggi legatissimi
agli Agnelli, ndr– sono di casa) gioca una sua partita vis-à-vis
con la famiglia Agnelli e cerca di trarre il maggior beneficio. Altri
istituti, come la Banca Intesa
di Passera, hanno già scontato nel bilancio 2004 le perdite del
convertendo al valore di 10,08 euro per azione, e nel primo trimestre
hanno fatto accantonamenti e operazioni in grado di diluire il peso
dell’operazione. Una cosa certa: nessuna delle otto banche (Capitalia, Unicredit, BNL, eccetera) che si
ritroveranno a Milano a metà della prossima settimana, ha voglia di
diventare azionista e di gestire ciò che rimane dell’automobile, ma tutte
insieme sono comunque obbligate a convertire, perché così è scritto
nell’accordo del 2002 con la Fiat.
A questo punto gira un’ipotesi che ha dell’irrazionale (ma non lo è): il
26 settembre le banche si prendono in carico i titoli e poi li buttano
come carta straccia sul mercato in attesa di un socio-salvatore. Ecco
perché nei giorni scorsi è iniziata la corsa alla vendita di azioni Fiat. Perso per perso, meglio un
bagno di sangue che restare a mani vuote».
Interni. 28 aprile. La
sovranità nazionale? «Rimpicciolita». I programmi elettorali delle
forze politiche concorrenti di centrodestra e centrosinistra? «Una
perdita di tempo o peggio una bugia». Sono le clamorose affermazioni
dell’ex ambasciatore ed editorialista del Corriere della Sera
Sergio Romano. «Chi conquista il potere scopre rapidamente che le
scelte, quale che sia il suo programma, sono drasticamente limitate
dall’Unione Europea, dall’Organizzazione mondiale del commercio, dalle
agenzie dell’ONU, dalle convenzioni internazionali, dalle corti di
giustizia supernazionali e dalla interdipendenza dell’economia globale»,
scrive Romano sull’edizione odierna del quotidiano milanese.
Interni. 28 aprile. Vendere
ai privati le spiagge italiane? Nel 2001 il centrosinistra era d’accordo
col Tremonti odierno. Franco Bechis del quotidiano Il Tempo ricorda
che «il 19 dicembre 2001, la Camera aveva già approvato la vendita
delle spiagge italiane. A decretarla fu un emendamento CCD-CDU (sarebbero
diventati poi UDC) alla legge finanziaria, approvato dalla stragrande
maggioranza di Montecitorio: 482 favorevoli e solo 20 contrari». In
quell’occasione espressero voto favorevole per la vendita delle spiagge «leader
di primo piano del centrosinistra come Francesco Rutelli, Massimo D’Alema,
Arturo Parisi, Vincenzo Visco, Pierluigi Castagnetti e perfino il leader
dei Verdi, Alfonso Pecoraio Scanio». A tre settimane dell’approvazione
della legge, «i gestori delle spiagge proposero ai Comuni di acquistare
ben 1.500 porzioni di arenili». Fu allora che «gli ambientalisti
insorsero, e si appellarono all’unico ministro di quel governo disposto ad
ascoltarli: Giulio Tremonti. Che accolse un emendamento ad hoc in un
decreto legge ed abrogò quella norma».
Economia (finanza pubblica).
29 aprile. «Si
chiama securitization. Si traduce cartolarizzazione. Si legge debito».
Con tre semplici frasi Luca Paolazzi de Il Sole 24Ore ci chiarisce
il senso delle tanto diffuse cartolarizzazioni statali e private, pratica
importata dal mondo finanziario anglosassone. Sull’edizione odierna del
quotidiano economico, il Paolazzi si sofferma sulla «cartolarizzazione dei
pagamenti delle concessioni per lo sfruttamento a fini turistici di
spiagge e litorali italiani, allo studio presso il ministero dell’Economia».
La frase è lunga, ma il significato è quello detto poco sopra: il Tesoro
s’indebita, piuttosto onerosamente. «È
il puro scambio di entrate future con un incasso odierno», scrive
Paolazzi. In sostanza si riceve una somma oggi scambiandola con la
cessione di futuri introiti. Nel caso in questione, in tale
cartolarizzazione chi parteciperà all’operazione assumerà, «attraverso una qualche
apposita società, il compito della riscossione dei concessionari». Da Il
Sole 24Ore del 27 aprile, L’operazione non è ovviamente priva di
riflessi sul bilancio pubblico: «diminuiscono
le entrate che negli anni futuri possono essere usate per le varie
finalità che governi e Parlamenti fissano». Ma perché allora il
frequente ricorso alle cartolarizzazioni? Il motivo è sostanzialmente uno:
l’Unione Europea. Stante regole come quella del Patto di stabilità,
rivolgersi alla finanza privata sta diventando un mezzo decisivo per il
reperimento di fondi da destinare ad investimenti/affari o anche
semplicemente per “migliorare lo stato dei conti pubblici”.
Momentaneamente.
Economia (finanza pubblica).
29 aprile. Isabella Buffacchi su Il Sole 24Ore di due giorni fa
entra nel merito della cartolarizzazione allo studio del governo di
centrodestra. Si vorrebbero come prima cosa allungare le durate medie
delle concessioni per le spiagge da sei anni a 25-50 anni. Ciò dovrebbe
invogliare i proprietari degli stabilimenti balneari a maggiori
investimenti nel turismo balneare (con probabile aumento della già
insostenibile cementificazione delle spiagge), oppure questi potrebbero
persino «rivendere
le concessioni extra lunghe o utilizzarle come leva per i finanziamenti».
A quale fine tutto ciò? Per aumentare il costo delle concessioni, e dunque
«il flusso dei
pagamenti atteso» per gli avidi appetiti della società di
cartolarizzazione. Secondo i calcoli di Patrimonio spa, la società creata
nel 2002 dall’allora ministro dell’Economia Tremonti «per la gestione,
valorizzazione ed alienazione dei beni pubblici (ecco un luminare
esempio, ndr)», lo Stato incassa annualmente dalle concessioni 40 milioni
di euro. Il flusso atteso dalle nuove concessioni, con il 50% degli
stabilimenti aderenti, è stimato a 5,5 miliardi di euro, a fronte di un
introito immediato per lo Stato di 2,5-3 miliardi di euro. Nell’articolo
non si indica la data entro cui si pensa di riscuotere dalle concessioni
la somma di 5,5 miliardi di euro. Partendo dalla cifra di 20 milioni di
euro annuali per il 50% dei stabilimenti, lo Stato dovrebbe attendere più
di duecento anni per raggiungere la somma di 5,5 miliardi di euro. Ora, è
“credibile” che la finanza privata sia disposta ad aspettare tanto tempo
per vedere remunerato il prestito concesso allo Stato? Non lo riteniamo.
Se la cartolarizzazione dovesse andare in porto, è lecito dunque
attendersi un ulteriore forte rincaro del costo di una giornata in uno stabilimento
balneare. Perché se lo Stato cartolarizza-s’indebita, gli abitanti della
nazione sono chiamati a pagare. Per la gioia soprattutto della finanza
estera.
Economia (finanza pubblica).
29 aprile. Ma come reagirebbero alla cartolarizzazione gli imprenditori
balneari, che dovrebbero costituire il perno dell’intera operazione?
Nonostante l’ovvia disponibilità a discutere l’ipotesi di allungare le
concessioni demaniali «anche
fino a 100 anni», i risvolti finanziari troverebbero forte
opposizione. Sul Sole 24Ore di due giorni fa, Mariolina Sesto
riporta le lamentele della categoria per l’esorbitante incremento della
concessione demaniale. «La
Finanziaria 2004 (scritta dallo stesso Tremonti) prevedeva un introito
annuale dei canoni annuali pari a 140 milioni di euro, il triplo rispetto
a quanto finora incassato (i 40 milioni dell’articolo di Bufacchi
sopra citato, ndr). Un aumento giudicato inaccettabile da tutte le
imprese del settore», che hanno chiesto e chiedono una proroga del
provvedimento.
Industria. 29 aprile. La
pratica della cartolarizzazioni è «sempre
più diffusa anche tra le società private, quando si crea valore per
azionisti e soprattutto manager desiderosi di realizzare le stock-option,
cartolarizzando immobili o altre attività; con uguali negative
ripercussioni sulle entrate di bilancio degli esercizi seguenti».
Insomma, anche banche e grandi imprese private utilizzano le
cartolarizzazioni a fini di abbellimento dei loro bilanci o di
procacciamento di risorse. Un gioco che aumenta l’influenza della finanza
privata a dominanza statunitense, chiamata a gestire tali operazioni, e
sempre più i veri padroni del capitalismo di questo paese.
Industria. 29 aprile. La
Fiat in mano alla speculazione finanziaria. È quanto scrive Paolo Madron
su Panorama di questa settimana. Nell’articolo in questione, Paolo
Madron esprime stupore per il comportamento delle banche. Nel 2002 otto
istituti di credito prestano infatti «3 miliardi di euro alla Fiat con un meccanismo
che a una determinata scadenza la mette nelle condizioni di convertire
quel denaro in capitale dell’azienda. Ma a quali condizioni? Qui sta il
colpo di genio (delle banche, ndr)». La conversione dei prestiti in
azioni avverrà infatti ad un prezzo «che
è la media tra 14,5 euro e quella delle quotazioni di borsa nei sei mesi
precedenti la conversione»: un accordo in sostanza favorevolissimo
agli Agnelli, se si nota che nel mese di aprile la quotazione delle azioni
Fiat è scesa sotto i 5 euro. Correttamente Madron si chiede perché le
banche hanno «accettato
un accordo che si profila così oneroso (…) tanto da costringerli ad
accantonare molti soldi per coprire le perdite», tenuto conto
soprattutto che già nel 2002 «la
drammatica situazione in cui versava la Fiat era sotto gli occhi di tutti»,
ed avanza l’ipotesi che queste si erano «messe in testa di detronizzare gli Agnelli e
diventare padroni del gruppo».
Industria. 29 aprile. La
vicenda Fiat, a parte i drammatici risvolti sociali, non va però
inquadrata solamente come l’ennesima lotta di potere tra frazioni di
classi (semi)dominanti italiote, in questo caso banche da un lato ed
Agnelli dall’altro. Lo stesso Madron, nel proseguo dell’articolo, accende
i riflettori su un altro decisivo protagonista: il mercato finanziario,
dominato dalla finanza statunitense. Madron scrive infatti che le banche,
di fronte alla sempre più profonda crisi della casata automobilistica
torinese, si stanno seriamente preoccupando ed hanno «stipulato con una
controparte (sarebbe interessante sapere chi sia, ndr) contratti di
opzione put ad un prezzo determinato». Piccola premessa. Stipulando un
contratto “derivato” di opzione “put” su azioni, si ottiene il diritto di
vendere, ad una data prestabilita, quelle azioni ad un prezzo determinato.
Chi acquista tali opzioni (in questo caso le banche) prevede che, alla
data prestabilita nel contratto, il valore di mercato delle azioni sarà
inferiore al prezzo pattuito. In sostanza le banche, come scrive Madron, «vendendo le loro future
azioni Fiat cercano di portare a casa il salvabile», dato che il
prezzo pattuito nel contratto, pur maggiore del previsto valore futuro di
mercato, è comunque «decisamente
inferiore (si parla di meno della metà) rispetto a quello ipotetico della
conversione».
Industria. 29 aprile. A
questo punto entrano dunque in scena i fondi d’investimento esteri. A
questo punto, il racconto di Madron non è proprio chiarissimo. Emerge
comunque che questo non meglio precisato «intermediario finanziario», che ha venduto
le opzioni alle banche (quindi l’obbligo di acquistare da queste, ad una
data prestabilita, azioni Fiat), è a sua volta «pieno zeppo di azioni Fiat
e le vende per contanti sul mercato (…) Questo spiega l’improvviso e
micidiale crollo del titolo Fiat, e anche la sua altrettanto rapida
risalita quando sul mercato sono intervenuti gli hedge funds, i fondi
speculativi, gli stessi che qualche giorno prima, utilizzando informazioni
riservate, lo avevano venduto». La conclusione di Madron è però
chiarissima: «Le
quotazioni dei titoli Fiat sono in balia degli hedge funds, i cui
obiettivi non sono certo animati da filantropia industriale (…) La
Fiat non è più degli Agnelli, di Montezemolo, Marchionne, ma nemmeno delle
banche. No, la più blasonata azienda è finita nelle mani degli speculatori».
Tirando le somme: si può inquadrare la vicenda Fiat come ulteriore
capitolo della sempre più progressiva colonizzazione del sistema
capitalistico italiota da parte di quel “mercato finanziario globale” che
ha trovato forte impulso grazie alle normative europee. Con
l’auto-ritirata delle banche, sembra proprio che sarà il “mercato
finanziario” egemonizzato dalla finanza statunitense a decidere della
chiusura dei battenti degli stabilimenti automobilistici.
Industria. 29 aprile. Di
fronte alla lettura della vicenda Fiat fornita da Madron, fanno
tragicamente sorridere i proclami delle banche fiduciosi sui sbandierati
“programmi di rilancio” della casa automobilistica torinese. Colpisce poi
il sostanziale silenzio di televisione e ‘grande’ stampa, che sempre per
Madron (Panorama del 22 aprile) è da ricondurre al controllo de «La Stampa e dell’ambita
quota del Corriere della Sera, che ha fin qui fatto agli Agnelli da scudo
all’accanimento dei media». E le forze politiche? Sempre pronte ad
intervenire “socializzando le perdite”. Emblematiche in proposito sono le
dichiarazioni del sottosegretario al Welfare Roberto Rosso (Forza Italia).
Intervistato dal Giornale Piemonte, Rosso rivendica «a voce alta che nessun
altro esecutivo ha mai stanziato risorse così grandi a favore di Fiat e
dei suoi dipendenti». Rosso afferma che «sono numerosi i
provvedimenti che hanno stanziato a favore dell’industria automobilistica
centinaia e centinaia di milioni ottenuti anche con il plauso dell’Europa.
Mi permetta di citarne due: abbiamo allungato i tempi della cassa
integrazione (gravando sul bilancio dell’INPS, ndr) e investito
grandi somme per la riqualificazione del personale». E per non vedere
lo stabilimento di Mirafiori «trasformato
in un supermercato con contorno di palazzi, il governo ha proposto a Fiat di
acquistare il 50% della fabbrica adesso inutilizzata a patto che i soldi
la Fiat li spenda per ammodernare le linee di montaggio ancora in funzione».
Lo Stato eroga dunque fondi pubblici. E gli Agnelli? Le affermazioni di
Rosso non lasciano dubbi: «La
famiglia Agnelli ha già detto di non essere disponibile a nuovi
investimenti che, invece, sono necessari». E chi se ne dovrebbe allora
occupare? Secondo il sottosegretario al Welfare, il denaro necessario
andrebbe reperito tra le banche ed i fondi esteri…
Industria. 30 aprile. Sulla
vicenda Fiat interviene anche Geronimo-Pomicino sulle colonne de il
Giornale. Il suo racconto, anch’esso incentrato sul ruolo della
speculazione finanziaria, precisa meglio alcuni aspetti poco chiari emersi
dall’articolo di Paolo Madron. In particolare, Geronimo non si capacita
della perdita del 30% del titolo Fiat in poche settimane e del prezzo
dell’azione Fiat sotto i 5 euro. Secondo l’ex ministro del Bilancio,
stante quanto incassato dalla General Motors e gli introiti futuri della
conversione del prestito in azioni di settembre e del «beneficio fiscale qualora
il gruppo, come previsto dal piano strategico di Marchionne, dovesse
tornare in utile netto alla fine dell’anno», il titolo Fiat dovrebbe
avere una valutazione, «nella
peggiore delle ipotesi, ben al di sopra dei 7-8 euro». Allora perché
questa differenza? Geronimo afferma che se il «prestito convertendo delle
banche fosse stato convertito oggi, l’effetto immediato e matematico sul
titolo per gli azionisti attuali sarebbe stato quello di trovarsi nelle
mani un titolo del valore di oltre 6 euro con un incremento, dunque, in un
solo giorno del 30% sul valore di 4,72 euro raggiunto qualche giorno fa».
Da qui Geronimo ne deduce che «forze
ribassiste e speculative si sono mosse per generare paure e vendite in
massa di titoli Fiat, per ricomprarli, subito dopo, ottenendo così una
plusvalenza in pochi giorni del 10-20% che si trasformerà ben presto in un
plusvalore di più robusta portata». Il mercato finanziario si rivela
così essere, ancora una volta, terreno di conquista per i grandi
speculatori, a tutto svantaggio dei piccoli risparmiatori.
Economia (finanza pubblica).
1 maggio. Giuseppe Turani di la Repubblica prevede scenari
foschi per la crescita capitalistica in Italia e nell’area dell’euro. Tre
i principali motivi: il prezzo del petrolio (stabilito nei mercati dei
derivati di Londra e New York), l’andamento dei cambi, l’evoluzione della
domanda internazionale. Sul primo fattore Turani afferma che «quel
mercato rimane in tensione (…). Basta un niente e la crescita europea
potrebbe finire rapidamente sotto la linea dell’1%». Sul secondo
fattore il giornalista economico rileva che «il dollaro “deve”
(purtroppo) andare giù per consentire agli USA di riequilibrare la loro
bilancia commerciale», penalizzando così al contempo la competitività
delle merci “europee”. Sul terzo fattore, Turani evidenzia che «in
America sono tutti preoccupati per paura di una possibile stag-flazione,
cioè stagnazione + inflazione (…) E se la stagnazione dovesse arrivare in
America, per l’Europa sarebbero guai serissimi, come capita sempre quando
il tuo miglior cliente sta molto male e compra poco (…) I pessimi
risultati del primo trimestre in Europa sono appunto dovuti al
rallentamento dei consumatori americani (voluto dalle autorità). I
risultati si sono subito visti qui in Europa, con un calo vistoso delle
esportazioni». La conclusione di Turani: «L’Europa cresce poco e quel poco
è a rischio di eventi internazionali non controllabili da noi». Ma la
formazione dell’Unione Europea, per bocca di alcuni dei suoi cantori, non
doveva portare alla nascita di un «gigante economico» capace di ben
competere con la potenza statunitense? E non si evidenzia, piuttosto, alla
prova dei fatti, un aggravarsi della dipendenza dagli Stati Uniti? Perché
non ci si interroga sul fatto che la Banca Centrale Europea non fa nulla
per contrastare le strategie di politica monetaria della Federal Reserve?
Perché non si vuole stimolare la domanda interna (al contrario depressa
dai vincoli del Patto di stabilità) e si accetta la dipendenza dalle
esportazioni degli Stati Uniti? Come mai i cantori dell’europeismo
tacciono su questi nodi?
Esteri (Iraq). 7 maggio. «L’operazione
Calipari-Sgrena era stata tenuta segreta ai servizi di intelligence e
soprattutto ai comandi delle forze armate americane operanti nella “combat
zone” dell’Iraq, data la “dottrina della incondizionata ed assoluta
fermezza: nessuna trattativa con i terroristi, neanche a fini umanitari”
propria dell’amministrazione di Washington, come reso noto anche con
termini di assoluta asprezza dal documento 2004 del Dipartimento di Stato.
Transigere a questa linea di segretezza avrebbe certamente significato il
“blocco” dell’operazione da parte degli americani o il loro sovrapporsi
nella fase finale con un “blitz” che, utilizzando i contatti italiani,
portasse in via primaria non alla liberazione ed alla salvezza
dell’ostaggio, ma alla cattura o all’annientamento dei terroristi».
Sono un significativo estratto delle dichiarazioni rese al Senato da
Francesco Cossiga sulla vicenda Calipari e sul Sismi. L’ex presidente
della Repubblica conferma che la causa dell’uccisione di Calipari vada
ricondotta al mancato «dovere di reciproca informazione che si devono
le unità militari e di intelligence operanti nel teatro iracheno».
Sembrerebbe dunque che la causa ultima dell’uccisione sarebbero le mancate
informazioni date alle forze armate statunitensi. Eppure, stando ad
informazioni divulgate ad esempio da Ennio Carretto del Corriere della
Sera (27 aprile), il Pentagono sarebbe in possesso «delle
intercettazioni di molte delle telefonate del Sismi e degli ufficiali e
diplomatici italiani in Iraq», tra cui appunto quelle «tra Calipari
e i sequestratori di Giuliana Sgrena, nonché tra Calipari e Roma»,
dato che è prassi comune «dellaCIA
e della DIA, lo
spionaggio del Pentagono,
controllare anche gli alleati». Gli statunitensi sapevano dunque
dell’operazione in corso. E se l’uccisione di Calipari, più che essere il
risultato di un “tragico incidente”, sia stata voluta per mettere fine ad
una autonomia del Sismi in Iraq e ad una politica della trattativa nei
sequestri che a certi ambienti politico-militari statunitensi ha finito
per dare fastidio?
Industria. 9 maggio. Cina
come “opportunità” per il capitalismo italiano? Marco Fortis, docente di
economia industriale e vicepresidente della Fondazione Edison, non la
pensa così. Sul giornale bisettimanale Eco di Biella, Fortis
descrive i pesanti effetti sul tessuto industriale italiano derivanti
dalla imponente espansione commerciale cinese. Si esprime allarme per le
conseguenze sull’occupazione, la coesione sociale in molti distretti e
regioni e sull’equilibrio della bilancia commerciale italiana: «circa
la metà dei prodotti che presentano un saldo positivo con l’estero vede
oggi la Cina come principale concorrente per l’Italia», scrive Fortis.
Si tratta in particolare dei settori Abbigliamento-moda, Arredo-casa,
Automazione-meccanica ed Agroalimentare, da cui «proviene tuttora
l’imponente attivo commerciale con l’estero dell’Italia (74 miliardi di
euro nel 2004) grazie al quale paghiamo la “bolletta energetica” (31
miliardi) nonché il passivo degli altri settori (45 miliardi)». Fortis
definisce “sleale” la concorrenza cinese. Non solamente per la questione
dello sfruttamento dell’ambiente, dei bassi costi del lavoro e dei
“diritti umani” e dei lavoratori che, anche se in proporzioni comunque
diverse, andrebbe posta anche nel nostro paese valutando ad esempio gli
effetti sulle condizioni salariali e di lavoro del “pacchetto Treu” di
centrosinistra + Rifondazione e della “Legge Biagi” del centrodestra.
Sulla competitività dei prodotti cinesi, un ruolo decisivo lo gioca la
politica monetaria cinese, dato che «la sottovalutazione dello yuan
sull’euro è pari a circa il 45%, il che corrisponde ad un equivalente
“dazio” in entrata per le merci europee esportate verso la Cina e ad un
sussidio all’export di pari importo per le merci europee esportate verso
l’Europa». Considerazioni che, ancora una volta, la dicono lunga sui
presunti effetti positivi derivanti dall’introduzione dell’euro persino
per certe frazioni della piccola e media imprenditoria.
Industria. 9 maggio. Piuttosto
interessante è la parte dello scritto in cui Fortis smonta le tesi
propinate incessantemente dalla “grande stampa” di questo paese sul
mercato cinese come “opportunità” per il sistema imprenditoriale italiano.
Fortis bolla come «ingiustificato ottimismo la possibilità di
compensare con un maggiore volume di vendite sul mercato cinese le perdite
di quote di mercato mondiale che la concorrenza di Pechino sta
determinando a scapito soprattutto del mondo delle piccole e medie imprese
e dei distretti, che fin qui hanno costituito il tessuto connettivo del
nostro sistema industriale a fronte di un declino inarrestabile della
grande impresa». Secondo l’economista, i dati non confortano questa
tesi. Le esportazioni verso la Cina crescono con fatica, e quelle dei
settori più avanzati del nostro modello di specializzazione (ad esempio
quello Automazione-meccanica) sono addirittura in calo. Ma quello che più
cresce è il passivo della bilancia commerciale con il gigante asiatico: «anche
esportando in Cina nei prossimi dieci anni 3 volte i quantitativi attuali
di beni di lusso ed alimentari che vendiamo ai giapponesi (il che, se
avvenisse, sarebbe un risultato straordinario), non riusciremo comunque a
pareggiare nemmeno il nostro odierno deficii commerciale bilaterale con il
gigante cinese, balzato a 7,4 miliardi di euro nel 2004: una cifra solo
del 10% inferiore al nostro passivo con l’intera OPEC (organizzazione
dei paesi esportatori di perolio, ndr)». Un dato che la dice lunga
sull’imponente penetrazione commerciale cinese.
Industria. 9 maggio. Una
domanda a questo punto si impone: perché la “grande stampa” di casa nostra
non accende i fari su questi dati? Fortis ci fornisce degli elementi su
cui riflettere. «Solo pochi grandi gruppi italiani (Fiat, Zegna, Dolce
& gabbana, Geox, Merloni, Natuzzi, per citarne alcuni) hanno
delocalizzato attività produttive o avviato attività commerciali
significative in Cina. Questi casi di successo sono positivi, ma non
possono costituire un modello valido per le nostre piccole e medie
imprese, da imporre “dall’alto”».
Industria. 9 maggio. E
l’Unione Europea, a cui anche Fortis chiede aiuto per la salvaguardia
delle piccole e medie imprese? Fortis rileva che le recenti linee guide
sulle misure di salvaguardia tessili contro la Cina illustrate dal
Commissario europeo Mandelson appaiono assolutamente inadeguate e richiedono
tempi troppo lunghi (più di 5 mesi) rispetto alle esigenze immediate di
tutela dell’industria italiana ed europea. Non solo. Non appaiono più
accettabili i ritardi nell’adozione del marchio obbligatorio sul Paese
d’origine per i prodotti importati in Europa da paesi extra-UE, misura
anch’essa ostacolata dalle lobby del Nord Europa (purtroppo non ci si
sofferma su chi siano queste lobby e sul perché, ndr). I soli quattro
settori europei (tessile-abbigliamento, calzature, mobili, piastrelle
ceramiche) che per primi hanno fatto esplicita richiesta di tale marchio
alla Commissione UE, su spinta dell’Italia, rappresentano un valore
aggiunto manifatturiero di 113 miliardi di euro, superiore a quello delle
intere industrie manifatturiere della Svezia, del Belgio e della Danimarca
assieme! Insomma, l’Unione Europea non sembra un pranzo di gala nemmeno
per le piccole e medie imprese. Peccato che si reagisca semplicemente
aggravando ulteriormente le condizioni normative e salariali del lavoro
nel vano tentativo di fronteggiare una concorrenza cinese sempre più
imponente.
Industria. 9 maggio. «Io
rimpiango l’impresa statale», scrive sull’edizione odierna di Corriere
Economia Massimo Pini, ex collaboratore di Bettino Craxi ora nel
consiglio d’amministrazione di Finmeccanica in quota ad Alleanza
Nazionale. Citando l’economista Marcello De Cecco, Pini giudica le
privatizzazioni dell’impresa statale «una serie di decisioni imposte da
situazioni di emergenza e adottate anche per far girare a favore della
politica economica italiana l’opinione dei mercati finanziari
internazionali». Pini evidenzia come le privatizzazioni effettuate a
“spezzatino” abbiano indebolito tutto il sistema economico, e dal suo
scritto è spontaneo chiedersi se ciò non sia stato un risultato
addirittura ricercato. L’ex boiardo di Stato ricorda infatti il progetto «del
ministro dell’industria del primo governo Amato, Giuseppe Guarino, che nel
1992 ebbe l’idea di far nascere due super-holding finanziario-industriale
che avrebbero raggruppato le partecipazioni statali, banche comprese, in
un’ottica di consolidamento, rilancio e presenza sui mercati finanziari
internazionali. Il sistema sarebbe stato privato, ma forte». Amato,
secondo Pini spalleggiato dai “poteri forti” Enrico Cuccia e Cesare
Romiti, accantonò questo progetto. «Passò la pratica al ministro del
Tesoro Piero Barucci e si affrettò a mettere in liquidazione l’Efim, il
più piccolo degli enti pubblici economici, provocando a metà agosto 1992
il declassamento dell’Italia». C’è da chiedersi il perché.
Industria. 9 maggio. Con
la liquidazione dell’Efim, Giuliano Amato, l’uomo che Francesco Cossiga
prevede addirittura alla presidenza della Repubblica, mise in moto un
meccanismo che, passando per l’accordo Andreatta-Van Miert del 1993,
avrebbe portato alla liquidazione del gruppo IRI. «La pressione
cresceva, e siccome l’Efim era di area socialista io, pur di non dare
l’impressione di titubare sullo scioglimento immediato, cedetti alla
fretta. Avessi aspettato, avrei risparmiato guai (…) È stata grave da parte
mia prendere quella decisione che ha sconquassato la credibilità
internazionale dell’Italia e della Lira». Questa l’autocritica
di Amato riportata da Pini. Non è stato un “errore” di poco conto quello
compiuto da colui che soprattutto la “grande stampa” ha soprannominato, “per
la sua leggendaria intelligenza e capacità dialettica”, “Dottor
Sottile”.«Le privatizzazioni segnarono l’inizio di un periodo
tragico per l’Italia, e propizio per tutti coloro che approfittarono della
crisi nazionale per fare buoni affari in proprio (…) Da esse sono nate
tante fortunate carriere politiche e tante fortune private, anche se gli
obiettivi egemonici di Romiti e Cuccia non si realizzarono. E nacque anche
la gestione di cassa delle partecipazioni statali (…) con l’obiettivo di
creare valore per gli azionisti e dividendi per il Tesoro. Il risultato è
una goccia nel mare del debito pubblico, e una gestione privatistica dei
beni pubblici neanche immaginabile nella Prima Repubblica». Insomma,
senza rimpiangere il capitalismo della partecipazioni statali, le
privatizzazioni non hanno prodotto alcunché di buono.
Economia (finanza
pubblica). 9 maggio. 440 mila miliardi di vecchie lire (220
miliardi di euro): è quanto rischia di diminuire il prossimo bilancio
settennale dell’Unione Europea se passasse la proposta, sottoscritta da
Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Svezia e Austria, di legare le
risorse comunitarie al tetto dell’1% del PIL. In tale eventualità, il Sud
subirebbe un taglio di 10-15 miliardi di euro. «Se questa battaglia
sarà perduta, l’Italia subirà una nuova Caporetto», ha
dichiarato a l’Unità Enrico Letta della Margherita. Poco più di un
mese di tempo per un accordo tra i governi e tra Consiglio dei ministri
europeo e Parlamento.
Esteri (Afghanistan). 10
maggio. «L’Italia
ad agosto assumerà il comando NATO dell’ISAF (International Security
Assistance Force), ora in mano turca, e si sta attrezzando per costituire
nella provincia di Herat il locale PRT (Provincial reconstruction team),
cioè uno degli organismi di controllo territoriale attraverso cui la NATO,
su ispirazione statunitense, cerca di estendere il controllo sull’intero
Paese». È quanto scrive, nell’edizione odierna del quotidiano Liberazione,
la deputata di Rifondazione Elettra Deiana, di ritorno da un viaggio a
Kabul, effettuato nell’ambito della missione del Gruppo di contatto in
favore delle donne afgane di cui fa parte assieme ad altre parlamentari.
Esteri (Iraq). 10 maggio. «Attorno
al caso Calipari non si accende uno scontro per scoprire la verità, negata
a priori dagli Stati Uniti, ma uno scontro per il controllo
dell’intelligence». È la grave denuncia di Gigi Malabarba, senatore di
Rifondazione Comunista, pubblicata dal quotidiano Liberazione.
Nell’articolo, il senatore è caustico sulle finalità della Commissione
d’inchiesta statunitense a Baghdad, a cui hanno preso parte anche due
esponenti indicati dal governo italiano: «Nonostante le evidenti
contraddizioni e, soprattutto, le opposte conclusioni delle due relazioni
relativamente alle modalità di funzionamento del check point assassino, la
Commissione d’inchiesta è servita esclusivamente a circoscrivere l’ambito
del conflitto tra i due paesi, escludendo in ogni caso la “volontarietà”
della sparatoria». A corroborare questa tesi ci sono diversi
interrogativi a cui le relazioni non danno risposta: le ragioni
dell’istituzione straordinaria del posto di blocco volante n. 541, in cui
ha trovato la morte Calipari; perché il comando statunitense non ha
avvertito la pattuglia del blocco dell’arrivo degli italiani; perché non
sia stato rimarcato che il sistema di controllo statunitense, grazie al
cellulare di Calipari (riattivato dall’agente del Sismi dopo la
liberazione di Giuliana Sgrena), ha seguito gli spostamenti dell’auto fino
al “check point”. A queste domande Malabarba ha una risposta: non si
voleva far risultare «che il contesto che ha prodotto la sparatoria era
stato pianificato da John Negroponte (attuale “zar” dei quindici
servizi segreti USA, ndr) per contrastare in modo netto e definitivo la
linea trattativista seguita dall’Italia nella liberazione degli ostaggi ed
imporre a tutti gli alleati la linea della fermezza, riuscendo perfino ad
addossare la colpa agli italiani perché non si sarebbero coordinati con
gli americani».
Esteri (Iraq). 10 maggio. Nel
prosieguo dell’articolo, Malabarba rileva la collaborazione tra i servizi
segreti USA ed il Sismi, che ha «messo a disposizioneuna lunga
esperienza di rapporti con il mondo arabo, ivi compreso il regime di
Saddam Hussein». Collaborazione che è intercorsa senza problemi fino
alle vicende dei sequestri, in cui «lo scontro con le direttive del
Centro ostaggi della coalizione, dipendente nei fatti dall’ambasciata USA,
è apparso evidente». Il defunto Nicola Calipari «era certamente
l’uomo chiave per le relazioni con i servizi dei paesi arabi, anche dei
“paesi canaglia”, e con le formazioni armate mediorientali (…) Il
pagamento dei riscatti, ammesso come possibile dall’accordo stesso tra
tutte le forze politiche, è stato pubblicamente bollato dal Pentagono come
“finanziamento del terrorismo” ed esempio negativo per tutti i paesi
coinvolti in Iraq (…) In tutto il periodo in cui il Sismi è riuscito a
riportare risultati, in realtà non è mai potuto apparire il suo ruolo,
dovendo far figurare un presunto blitz americano per la liberazione dei
primi tre ostaggi e come frutto dell’azione umanitaria della Croce rossa
di Scelli la liberazione delle due Simone». L’operato del Sismi ha
dunque suscitato i malumori del Pentagono ma anche di altri apparati italiani.
In tal senso, l’uccisione di Calipari ha fatto venire allo scoperto «lo
scontro con gli americani e –con esso– lo scontro tra gli apparati
italiani, con reazioni trasversali negli schieramenti politici, connesse
al contesto globale”».
Esteri (Iraq). 10 maggio.
A fungere da portavoce dell’offensiva contro il Sismi, Malabarba menziona
«i principali editoriali del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari»,
cioè la Repubblica. Un’offensiva che Malabarba qualifica come
“volgare”, e dietro la quale intravede «la volontà di altri pezzi della
gestione di un ordine pubblico ormai globale di prendere tra le
mani il controllo della situazione». Malabarba fa un nome pesante: gli
attacchi di la Repubblica sarebbero stati dettati da Gianni De
Gennaro, «capo della Polizia sotto diversi governi (…) che non ha
gradito il ruolo crescente del Sismi sulla scena internazionale».
Secondo Malabarba, Gianni De Gennaro «è l’ispiratore di un’integrazione
degli apparati sotto regia statunitense (…) Anche le modalità d’intervento
e la regia di alcuni avvenimenti a Napoli e a Genova nel 2001 contro il
movimento no global) e il ruolo assegnato a capi di diverse armi in
attività di polizia sia interna che nei teatri di guerra, rappresentano un
disegno coordinato su scala sovranazionale, che proprio negli Stati Uniti
ha la sua cabina di comando. Almeno nelle linee ispiratrici». La
conclusione di Malabarba: «La ricerca della verità sull’assassinio di
Calipari non interessa più nessuno. Meglio sfruttare il caso cinicamente
per procedere a passi spediti verso la riforma in senso “unitario” dei
servizi, dove sono in molti a voler contare, ma qualcuno gode più di altri
dei favori del nuovo supercapo dei servizi a Washington, John Negroponte»,
per il senatore comunista il mandante dell’assassinio di Calipari.
Industria. 11 maggio. La
Cina un’opportunità? «Per il 5% del fatturato italiano, ma è un rischio
per il 95%». Lo scrive Bruno Casati, assessore del lavoro di
Rifondazione comunista alla Provincia di Milano, sull’edizione odierna di Liberazione.
Per il dirigente comunista, la Cina può essere un’opportunità ma solo per
quanti (pochi) stanno già operando nelle produzioni alte del tessile
–filati di lana, di cotone, tessuti elasticizzati– alle quali i cinesi non
guardano. Ma molti sono i rischi «per quegli imprenditori che
ingaggiano tuttora una impossibile competizione di prezzo su produzioni
come maglieria, jeans, calzetteria, mutande e reggiseni, gareggiando con i
cinesi sul loro terreno. È una concorrenza pazzesca questa che vede lo
scontro tra i settori bassi italiani della filiera con quelli bassi del
“made in China”. E non c’è flessibilità in Italia che regga quando vanno
allo scontro un lavoro retribuito, come nella Cina costiera, a 0,6 / Euro
ora e uno retribuito in Italia a 13/14 Euro ora (…) econ un
dollaro tenuto artificiosamente debole, che si è svalutato in 2 anni del
30%. Un mix esplosivo». La riposta di diversi imprenditori italiani è
la «delocalizzazione nella Cina stessa, dove oltretutto la nostra
imprenditoria contribuisce a mantenere basso il costo del lavoro, per poi
importare prodotti in Italia, massacrando quel che resta
dell’imprenditoria nazionale. E sono prodotti ai quali viene appiccicato
il marchio fasullo del “Made in Italy”. E’ una truffa (anche se una
sentenza recente di Cassazione non lo riconosce)».
Economia (finanza pubblica).
12 maggio. «Ma possibile che nessuno si sia ancora accorto che
siamo di fronte a un’invasione senza precedenti di autovelox fissi? Solo
sulla tangenziale di Milano ne sono nati come funghi 5 o 6, ma ne ho visti
anche a Torino, Firenze, Genova, Bologna. Sono verdoni, hanno due
finestrelle, bordi bianchi e rossi e ben visibili. Sono comparsi un paio
di mesi fa, secondo me cliccano foto a tutto spiano e, a giudicare da come
guidano quasi tutti (ben oltre gli assurdi ed impossibili da rispettare
limiti di velocità) e considerando la velocità delle notifiche, sono
sicuro che poco prima dell’estate esploderà un caso di disperazione
collettiva». Questo il contenuto di una lettera pubblicata sull’edizione
odierna del sito Dagospia. In un’economia oramai in recessione e con i
vincoli del Patto di stabilità europeo da rispettare, non è
inverosimile l’ipotesi di un forte ricorso alle multe per raschiare fondi…
Cultura. 13 maggio. Carta
stampata in crisi? La colpa è dei “poteri forti”. «La stampa italiana è
completamente lontana e disinteressata ai cittadini e tantomeno ai
giovani. Ai giornali oggi interessa fare da cane da guardia del proprio
padrone editore. Si parlano linguaggi criptici, si obbedisce alla
pubblicità, la denuncia non esiste più, si tace anche ciò che è evidente a
tutti. Questa servitù dei giornalisti è garantita da un mondo del lavoro
diventato più precario e instabile delle altre categorie. In più l’accesso
alla professione sta per essere “istituzionalizzato” attraverso un
pullulare di incredibili scuole nelle quali insegna gente che non ha mai
visto un giornale o che non ha alcuna capacità didattica e comunicativa».
Così scrive al sito Dagospia un anonimo «corrispondente da 16 anni da
una importante città italiana», che così conclude: «So tante
di quelle cose che, volendo, potrei far cadere sindaci e poteri in pochi
giorni. Ma non ho un lavoro a tempo indeterminato. E so per certo che,
scrivendo ciò che so, dopo due giorni mi manderebbero a casa».
Economia (borghesia
compradora). 13 maggio. «L’ultimatum di Paolo Scaroni e della lobby
che lo sostiene ha funzionato. Il presidente dell’ENEL ha minacciato
mercoledì scorso di tornarsene alla Pilkington di Londra se non l’avessero
nominato al vertice dell’ENI. Il diktat del manager McKinsey (scuola
di consulenza statunitense, ndr) ha funzionato alla grande e ha trovato
nel Governo una sponda validissima in Giulietto Tremonti e in Berlusconi.
Godono i supporters anglo-americani». Dall’edizione odierna di
Dagospia.
Economia. 15 maggio.
Incrementi record dei prezzi dal gennaio 2001 a maggio 2005, ben oltre le
risibili rilevazioni dell’Istat. Lo mostra un’indagine dell’Adoc
(Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori) realizzata
per conto dell’agenzia d’informazione Adnkronos. Qualche esempio.
Capi d’abbigliamento: per vestirsi si spende quasi il doppio rispetto al
2001. Una polo costa il 39% in più, un jeans il 70,4%, per le scarpe si
arriva al 93,6%. Prodotti alimentari: i prezzi sono lievitati soprattutto
per i beni di prima necessità come il latte (+20,4%), il pane (+38,8%), il
sale (+30,4%) e le uova (56%). L’insalata ha registrato rincari
dell’ordine del 115,2%, mentre i carciofi hanno toccato la vetta di
+206,4%. Sul fronte della frutta, le fragole segnano un +94%. Aumenti
rilevanti anche per spaghetti (+30%), tonno in scatola (28,3%) e bistecca
(+18,3%). Il cornetto con il cappuccino al bar è aumentato del 68,7%, il
gelato artigianale del 58,4%. Gli affitti: a Bari sono cresciuti del
78,7%, a Roma addirittura del 93,6%: l’affitto incide qui per il 50% e
oltre sullo stipendio, mentre negli anni ‘90 pesava per circa un quarto.
Costo dei biglietti dei mezzi pubblici: a Palermo si è registrato un
aumento del 92,3% contro il 29,9% di Milano e Roma. Tempo libero: il
biglietto del cinema è aumentato dell11,8%, l’abbonamento al teatro del
14,8% e per una cena al ristorante si arriva a spendere fino al 69,4% in
più. I maggiori incrementi, ha affermato il presidente dell’Adoc Carlo
Pileri, si sono registrati soprattutto al centro-sud «in quanto i
prezzi al nord, prima dell’euro, erano già in linea con la media europea».
Cultura. 19 maggio. Città
in affitto per girare uno spot pubblicitario. È il caso di Riccione, che
per tre mesi è stata “affittata” dalla Citroen. Per centomila euro la
casata automobilistica francese ha acquisito non solo il diritto di
ricoprire di marchi e loghi, con installazioni e striscioni, luoghi
simbolo della cittadina come il caffè del porto. È stato noleggiato pure
il nome: i cartelli d’ingresso stradali ed autostradali della cittadina
romagnola si chiameranno per tre mesi “RicC1one”. Lucio Berardi, assessore
della Margherita, al Corriere della Sera giustifica il contratto
stipulato con l’«assenza di qualunque finanziamento da parte dello
Stato». Entusiasta il sindaco Daniele Imola (DS): «Prestiamo il
nome ad un marchio prestigioso, che porterà il nostro nome nel mondo (…)
Saremo imitati, ne sono certo». Nel complesso scettici i commercianti:
«In effetti è un po’ umiliante per la città».
Economia
(“borghesia compradora”). 20 maggio. Vittorio
Grilli è il nuovo direttore generale del Tesoro. Così commenta la sua
nomina il sito Dagospia: «Vittorio
Grilli, 49 anni, “figlio” di Mario Draghi (…) lascia la Ragioneria Generale
dello Stato e brucia gli altri candidati (Luigi Pacifico, Francesco
Massicci e il “sinistroso” Guido Tabellini). Per l’uomo che fa parte
dell’Aspen Institute e con il quale Giulietto ha inventato il MIT di
Genova, non si tratta di una punizione. Nella carica di Ragioniere
Generale aveva dovuto subire i rimproveri del Governo nella precedente
Finanziaria, ma Grilli, oltre a vantare della stima di Ciampi e Prodi, è
sempre stato nel cuore di Tremonti. È quanto basta». Grilli è dunque un personaggio “bipartisan”, che ha
operato in prima linea nello smantellamento dell’apparato produttivo e
bancario del gruppo IRI, attuato dalla Direzione generale del Tesoro
presieduta da Mario Draghi. Dal 1993 al 2000, Vittorio Grilli è stato il
“braccio destro” di Mario Draghi, colui che ha pilotato sotto i
governi Ciampi, Berlusconi I, Prodi, D’Alema ed Amato le privatizzazioni
italiane, sostanzialmente decise dalle maggiori banche d’affari statunitensi
(JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse First Boston,
Merrill Lynch, Lehman Brothers, eccetera). Di quella struttura –il vero potere
forte degli anni Novanta– che ha potuto privatizzare al riparo da
interventi dello stesso Parlamento, Vittorio Grilli era il “vicedirettore
generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni”. Una conferma dei
legami con il mondo finanziario statunitense lo si è visto in conclusione
delle loro esperienze al Tesoro: mentre Draghi ha trovato rapidamente
collocazione nella Goldman Sachs, Grilli, prima di essere chiamato a gestire
la Ragioneria generale dello Stato, era stato assunto dal Credit Suisse
First Boston.
Economia
(“borghesia compradora”). 20 maggio. L’Aspen Institute di cui
parla Dagospia è la filiazione italiana di un’associazione
statunitense nata nel 1950 per iniziativa di un «gruppo
di intellettuali e di uomini d’affari americani», una rete di centri «indipendenti
ma coordinati» con sedi anche in
Francia, Germania, Giappone ed India. In Italia l’istituto nasce nel 1984.
Oltre a Vittorio Grilli, tra i suoi membri risulterebbero tra gli altri
Giulio Tremonti, John Elkann, Cesare Romiti, Antonio Maccanico, Carlo
Scognamiglio (ex ministro della Difesa del governo D’Alema), Enrico Letta,
Gianni Letta, Gianni De Michelis, Giorgio La Malfa, Giuliano Amato, Bruno
Tabacci, Vincenzo Visco, Renato Ruggiero, Mario Monti. Tra i soci
sostenitori, troviamo il gotha del sistema bancario ed industriale
italiota più varie società di consulenza, banche ed imprese ‘europee’ e
statunitensi. L’Aspen Institute italiano risulta tra l’altro membro
del Transatlantic Policy Network (TPN), una sorta di forum d’incontro tra grandi
dirigenti –politici ed economici– degli USA e degli Stati membri
dell’Unione Europea (sito internet www.tpnonline.org). Curioso rilevare
la presenza, come membri italiani del Comitato parlamentare europeo di
TPN, di Jas Gawronski e Lilli Gruber. Così come per il Trans-Atlantic
Business Dialogue, quest’organizzazione si pone in sostanza
l’obiettivo di organizzare un mercato unico
translatantico ed un sistema comune di difesa a dominanza statunitense.
Verso tale direzione s’incammina una recente risoluzione del Parlamento
europeo di Strasburgo. Nel gennaio 2005, prima dell’annunciata visita di
George Bush, è stata votata una risoluzione in cui tra l’altro ci
si impegnava alla stipula di un “accordo di partenariato transatlantico”
da rendere operativo a partire dal 2007.
Economia
(“borghesia compradora”). 20 maggio. «È bello vedere che a sinistra c’è qualcuno che cerca
di inserirsi nelle vicende dei banchieri e dei nouveaux entrepreneurs del
mattone. Vuol dire che è tramontato il vecchio pregiudizio contro i
capitalisti sporchi e cattivi, e contro il mercato selvaggio. Non è una
scoperta recente, la stessa attenzione è stata rivolta nella primavera del
1999 all’affare Telecom, quando Roberto Colaninno trovò nella Chase
Manhattan di New York l’assegno da 100mila miliardi di lire per scalare
Telecom. A quell’epoca il protagonista politico fu Massimo D’Alema che
riappare oggi dietro l’immagine di De Bustis (responsabile di Deutsche
Bank Italia, ndr), Unipol e Montepaschi. Ma oggi come ieri c’è da
chiedersi se tanto interesse porta a costruire qualcosa di buono per il
Paese. L’avventura telefonica di Colaninno è finita come tutti sanno,
mentre le manovre di queste ore sull’Antonveneta e su BNL sembrano
ispirate a quel tatticismo che ha sempre portato D’Alema a vincere le
battaglie ed a perdere le guerre».
Dall’edizione odierna di Dagospia.
Economia (Finanza pubblica).
20 maggio. Accompagnati dal ministro dell’Economia Domenico Siniscalco,
rappresentanti dell’agenzia di rating statunitense Moody’s
(deputate nel “mercato finanziario globale” a dominanza USA a giudicare
della solvibilità dei debiti di Stati ed imprese) a casa del primo
ministro Berlusconi. «Non era mai successo», evidenzia la
Repubblica, che avanza due ipotesi: «C’è chi dice che gli esperti
siano stati portati da Siniscalco per far capire a Silvio Berlusconi cosa
significa un declassamento, quali sono i rischi che comporta e dunque i
confini della prossima Finanziaria, che non deve essere elettorale. Ma c’è
anche chi parla di un invito dello stesso premier, deciso a discutere
personalmente dati e cifre». Di certo la notizia è indice di vincoli e
pressioni esterne attorno alla redazione della Finanziaria. Lo stesso quotidiano
diretto da Ezio Mauro rileva come anche il Fondo Monetario Internazionale,
l’OCSE e la Commissione europea «ci tengano d’occhio», e spingano
all’intrapresa di ulteriori misure restrittive volte alla riduzione del
rapporto deficit/PIL. Un grosso problema per lo stesso Berlusconi, che dal
controllo della spesa pubblica e da riduzioni fiscali poggia le proprie
speranza di vittoria alle elezioni politiche del 2006. In tale quadro
vanno interpretate due recenti mosse del centrodestra: la rimozione dalla Ragioneria
generale dello Stato –con promozione alla Direzione generale del Tesoro–
dell’ex “Draghi boy” ed «uomo di garanzia del Quirinale sui conti
pubblici» Vittorio Grilli, sostituito con l’ex ispettore generale per
gli affari economici della Ragioneria, Mario Canzio, che a differenza di
Grilli dovrebbe essere più malleabile nel concedere il benestare
della Ragioneria a leggi prive di copertura finanziaria; la limitazione di
fatto, con la costituzione di un “comitato politico” composto dai rappresentanti
dei partiti di maggioranza, dell’autonomia di un Siniscalco che
precedentemente si era espresso più volte contro “Finanziarie elettorali”.
Staremo a vedere le prossime mosse delle agenzie di rating
statunitensi e di Bruxelles.
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. «In Piazza Cordusio lo chiamano l’Albertini-bond: il sindaco
milanese ha infatti annunciato una maxi-emissione obbligazionaria da 1,7
miliardi, un’operazione che garantisce commissioni ricchissime. Per questo
le grandi banche d’investimento estere hanno inondato di lettere Palazzo
Marino, che ha avviato un approfondito processo di selezione: entro giugno
Albertini renderà note le quattro fortunate che collocheranno sul mercato
le obbligazioni. Ma a Piazza Cordusio c’è chi mugugna: i criteri di
selezione utilizzati non sarebbero trasparenti e non premierebbero le
offerte più vantaggiose. Permetterebbero al comune un’ampia
discrezionalità nella scelta. Ma chi potrebbero essere i prescelti? Le
banche che vantano crediti nei confronti del comune. Ovvero Banca Intesa
(per 464 milioni), SanPaolo Imi (332 milioni) e la banca franco-belga
Dexia Crediop (116 milioni). Albertini utilizzerà i proventi del maxi-bond
proprio per rifinanziare questi debiti. Intesa, San Paolo e Dexia,
aggiudicandosi il mandato, trasformerebbero così crediti nei confronti del
comune (più o meno affidabili) in obbligazioni, scaricandoli sul mercato.
A qualche maligno tale procedimento non ricorda Cirio?». Dall’edizione odierna de il Manifesto.
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. L’indebitamento degli
Enti territoriali sta assumendo proporzioni sempre più preoccupanti. Così
ne parla Allegra Rizzoli sull’edizione odierna de il Manifesto:«Hanno debiti da far
rabbrividire, ricorrono in modo sempre più massiccio agli strumenti derivati
e fanno la fortuna delle banche. Nel nuovo millennio regioni, province e
comuni sono ricorse ad ogni mezzo per supplire al taglio dei trasferimenti
statali: abbandonati a se stessi sulla spesa sanitaria, che rappresenta
una delle voci più onerose del bilancio, sindaci e presidenti hanno
raschiato il fondo del barile. Lo hanno fatto sottoscrivendo contratti
finanziari capestro, ricorrendo alla finanza creativa e collocando
obbligazioni come nessuno, in Europa e nel mondo». Secondo le statistiche della Banca d’Italia, tra il 2000 ed
il 2004 il debito di regioni, province e comuni è cresciuto a un tasso
annuo del 44%. Il suo ammontare totale: 74,2 miliardi, «oltre il 5% delle passività consolidate dello Stato».
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. L’indebitamento degli
Enti territoriali consiste in un miscuglio di «debiti
contratti nei confronti di banche e Cassa Depositi e Prestiti, mutui,
strumenti derivati e obbligazioni». Vediamo
cosa scrive Allegra Rizzoli a proposito delle due ultime forme di indebitamento.
In pericoloso aumento gli strumenti derivati, «contratti
basati su una scommessa di carattere finanziario. Ovvero l’andamento dei
tassi d’interesse, piuttosto che di una valuta: se si azzecca, l’onere del
debito diminuisce, se non si azzecca sono guai (…) I contratti-scommessa
sottoscritti dalle amministrazioni locali sono aumentati del 44,6%; ormai
oltre il 30% del debito di regioni e comuni è indicizzato a parametri
finanziari soggetti ai movimenti, tutt’altro che razionali, del mercato. Gli
enti locali, in questa situazione, assomigliano a un guscio di noce in un
oceano in burrasca: basta un’impennata dei tassi d’interesse o una piccola
svalutazione dell’euro per metterli in braghe di tela».
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. In aumento pure il
ricorso ad emissioni obbligazionarie. Secondo
uno studio della banca franco-belga Dexia-Crediop, tra il 1998 e il 2003
regioni e comuni italiani hanno emesso obbligazioni all’estero per 15
miliardi di euro. Di identico ammontare sarebbero quelle collocate sul
mercato interno. «Nessuno nel mondo, a
livello di enti locali, ha fatto tanto. Vero, i tassi d’interesse erano ai
minimi storici e consentivano finanziamenti a basso costo; inoltre le
amministrazioni hanno recuperato parte del terreno perso nei confronti dei
concorrenti esteri, che già da parecchi anni rastrellavano capitali sul
mercato obbligazionario». Le emissioni sono
comunque cospicue. «Un affare d’oro per gli
istituti di credito, italiani e stranieri»,
scrive la giornalista de il Manifesto.
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. Svariati i trucchi che
consentono alle banche italiane ed estere di incamerare notevoli
profitti. «Negli ultimi tre anni ci siamo
comportati da pescecani –confida un banchiere milanese– abbiamo fatto
emettere a regioni e comuni obbligazioni di ogni tipo, talvolta ricorrendo
a trucchetti del mestiere, che ci permettevano di incassare lauti
guadagni. Un esempio? Tutte le obbligazioni gliele facevamo quotare sulla
Borsa del Lussemburgo, pochi controlli e passaggi burocratici più spediti».
La Rizzoli riferisce pure di una altro trucco. La banca Dexia-Crediop ha
collocato sul mercato obbligazioni della regione Molise per 80 milioni di
euro. Questa non ha comunicato a quale tasso d’interesse ha venduto le
obbligazioni. «Il motivo? Presumibilmente la stessa Dexia, come ha già
fatto in altre occasioni, ha sottoscritto buona parte dell’obbligazione e
dunque aveva convenienza a collocarla a un tasso d’interesse leggermente
più alto del dovuto. In questo modo intasca infatti ricche commissioni,
gode di una cedola annua più elevata e lega a sé il Molise, instaurando un
rapporto di dipendenza creditore-debitore che tanto ricorda gli infausti
crac Cirio e Parmalat».
Economia (Finanza
pubblica). 20 maggio. Tale rapporto di dipendenza
sarebbe comprovato da una passata dichiarazione di Gerard Bayol, capo di Dexia Crediop: «La nostra attività
ci permette di stabilire rapporti di lungo periodo con gli enti locali, li
aiutiamo a collocare bond e poi ne sottoscriviamo una parte». Secondo
tale modello, tutte le regioni italiane –dalla Lombardia al Piemonte,
dalla Puglia alla Sicilia, dal Veneto al Friuli Venezia Giulia, dalla
Sardegna alla Sicilia– hanno collocato obbligazioni. «Per non parlare
dei Comuni», scrive ancora la Rizzoli: «Roma ha un programma di
collocamenti da 2 miliardi di euro, Napoli ha esordito l’ottobre scorso
con un bond da 400 milioni e Milano lo farà in giugno con una
maxi-emissione da 1,7 miliardi». Quali le banche d’investimento
beneficiarie delle commissioni? «L’intero universo bancario italiano e
straniero: da Unicredit a Intesa, da SanPaolo Imi a Capitalia, passando
per le statunitensi Lehman Brothers e Merrill Lynch. Insomma, il bond
locale è diventato una moda straripante, comoda ma molto pericolosa».
Economia (Finanza pubblica). 20 maggio. Riferisce la Rizzoli che la Legge Finanziaria 2005 ha provato
di mettere un freno alle emissioni obbligazionarie degli Enti territoriali.
Se fino all’anno scorso «regioni e comuni potevano utilizzare i denari
rastrellati con i bond soltanto per rimborsare i debiti contratti con Cassa
Depositi e Prestiti, per rifinanziare passività nei confronti delle banche
o per lanciare nuovi investimenti», adesso saranno consentiti solo gli
investimenti straordinari. «Paradossalmente, più dei sindaci e dei presidenti
di regione, hanno alzato la voce i banchieri-pescecani, che hanno definito
il provvedimento contenuto in Finanziaria come un attentato al libero mercato».
Ma, sottolinea la giornalista de il Manifesto, «gli stessi banchieri
non hanno di che preoccuparsi: per trovare capitali e per sopperire alla
probabile cancellazione dell’Irap, che sottrarrà loro altri proventi fiscali,
le regioni saranno costrette a operazioni alternative, già testate negli
ultimi tempi. Ovvero alla finanza creativa: svenderanno agli istituti di
credito e agli stranieri i crediti nei confronti delle Asl sanitarie –sono
le cartolarizzazioni baby– oppure venderanno le stesse strutture ospedaliere
ai privati. Nel Lazio, sotto l’abile regia di Francesco Storace, di operazioni
simili ne hanno già fatte a bizzeffe. Si chiamano federalismo e finanza
creativa, un binomio che ha trascinato nella melma gli enti locali. Oltre
allo Stato italiano».
Industria.
23 maggio. «L’Italia ha le mani
legate dall’Unione Europea». Lo ha
affermato all’agenzia di stampa Adnkronos l’economista statunitense
Allen Sinai, consulente delle amministrazioni Reagan, Bush I e Clinton.
Sinai evidenzia le penalizzazioni sull’economia italiana indotte dalla
rivalutazione dell’euro e da tassi d’interesse giudicati «non sufficientemente bassi per spronare il consumo
privato e la spesa delle aziende»,
rimarcando come la cessione della sovranità monetaria alla Banca Centrale
Europea impedisca l’adozione di interventi di risposta sui mercati
valutari e/o sui tassi d’interesse. Altro fattore di crisi è la
concorrenza cinese in settori come tessile, calzature e abbigliamento, i
cui bassi prezzi (derivanti dagli esigui costi dei fattori produttivi, ma
anche alla politica valutaria di svalutazione ancorata al dollaro) sono
pressochè imbattibili. Deleteria risulta anche la debolezza economica di
Francia e Germania.
Sovranità
alimentare. 24 maggio. L’agenzia europea per la “sicurezza alimentare”
(EFSA, European Food Safety Authority) ha confermato il suo giudizio
favorevole sulla commercializzazione del mais geneticamente modificato
della Monsanto nonostante la divulgazione di un rapporto diffuso da The
Indipendent comprovante malformazioni negli organi interni dei
“topi-cavia” alimentati col suddetto mais. Per l’EFSA il mais della
Monsanto «è sicuro come quello
tradizionale». Commenta la
senatrice verde Loredana De Petris: «Finché
si continuerà a chiedere all’oste se il vino è buono, sarà difficile
sentirsi dire che è cattivo. L’authority europea lavora solo sui dati che
le industrie biotech le mettono a disposizione. E i ricercatori
indipendenti non hanno a disposizione fondi per condurre studi in grado di
verificare l’attendibilità delle assicurazioni di parte industriale. Noi
chiediamo più ricerca, ma che sia una ricerca al servizio dei cittadini e
al di sopra delle parti».
Per la VAS (associazione verdi ambiente e società) «ci vuole un’inchiesta pubblica sull’operato
dell’EFSA».
Sovranità
alimentare. 24 maggio. Intanto, anche
uno studio delle università di Camerino e Pavia con topi alimentati con
soia geneticamente modificato ha riscontrato delle anomalie. La
ricercatrice Manuela Malatesta spiega a la Repubblica che in un
gruppo di topi sottoposti ad una dieta comprendente un 14% di soia
modificata sono stati rilevati al microscopio modificazioni al fegato, ai
testicoli e al pancreas. Cambiando l’alimentazione, gli organi tornavano
normali. Il quotidiano riferisce pure che è negli Stati Uniti che si
concentra il 59% delle coltivazioni ogm nel mondo.
Banche.
24 maggio. Quali grandi banche stanno
appoggiando come consulenti Gianpiero Fiorani, amministratore delegato
della Popolare di Lodi, nell’OPA su Antonveneta? Giuseppe Turani su Affari
e Finanza scrive: «Fra i grandi istituti italiani non ce n’è
uno che abbia deciso di sostenere l’operazione più discussa dell’anno. Né
San Paolo, né Intesa, né Unicredit né tantomeno Capitalia. Invece ci sono Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland, Paribas e
Dresdner Bank».
Banche. 24
maggio. Ancor più prestigiosa la schiera di consulenti della banca
olandese Abn-Amro. Il Sole 24Ore dello scorso 9 aprile ha fatto i
nomi di Mediobanca e delle banche d’affari statunitensi Morgan Stanley e
Goldman Sachs.
Banche. 24
maggio. Chi appoggia invece l’OPA del Banco di Bilbao sulla BNL? Il Corriere
della Sera fa i nomi delle banche d’affari statunitensi Goldman Sachs
(nella persona di Andrew Chisholm), Morgan Stanley (Galeazzo Pecori
Giraldo), Lehman Brothers (Ruggero Magnoni) e Merrill Lynch (Maurizio
Tamagnini).
Economia (Finanza pubblica).
25 maggio. «Le catene di Maastricht», titola Gian Battista
Bozzo un suo articolo pubblicato su il Giornale. Bozzo mette in
discussione i presunti benefici dei vincoli del Patto di stabilità
europeo. Con questi argomenti: «Il deficit pubblico del Giappone
rispetto al PIL è del 6,9%, ma nessuno mette in dubbio la stabilità del
paese, che comunque cresce a ritmi analoghi a quelli europei. Paesi
europei, ma non nell’area euro, come il Regno Unito, navigano oltre il
limite del 3%, ma la sua economia viaggia a limiti doppi rispetto ad
Eurolandia. Per gli Stati Uniti, l’OCSE stima una crescita del 3,6%,
benché il disavanzo federale in rapporto al PIL sia previsto dal FMI al
4,4%. Pienamente sovrana nel proprio paese, l’amministrazione americana ha
deciso di tornare al deficit per finanziare spese di sicurezza interna e
missioni militari». Conclude Bozzo: «L’Europa ci assicura
che la crescita economica è più solida in condizioni di stabilità
finanziaria. Manca tuttavia la controprova (…) L’Italia è in recessione,
ma la Francia e la Germania davvero non se la passano bene. Sei paesi su
dodici a moneta unica, ha ricordato l’altro ieri il presidente della Banca
Centrale Europea Jean-Claude Trichet, non rispetteranno nel 2005 il limite
di disavanzo previsto dal Patto di stabilità. Fra questi la prima, la
seconda e la terza economia dell’eurozona. Una riflessione su queste
notizie, dalle parti di Bruxelles, sarebbe forse utile».
Economia (“borghesia
compradora”). 26 maggio. «Vittorio Mincato, l’uomo che
“Business Week” ha collocato al quarto posto nella classifica mondiale dei
manager, ha raccattato la poltrona di presidente delle Poste. Il 65enne
ragioniere di Torrebelvicino, l’uomo che sembrava aver legato tutta la sua
vita all’ENI, ritorna così ad affacciarsi dall’orrendo palazzo delle Poste
sul laghetto dell’EUR dove pulsa il cuore dell’ente petrolifero. Messe da
parte le ragioni dell’anagrafe, invocate da Giulietto Tremonti, il
Cavaliere di Palazzo Chigi rassicura in questo modo la lobby degli investitori
anglo-americani e affida all’integerrimo ragioniere la privatizzazione
delle Poste». Dall’edizione odierna di Dagospia. Peccato che
quasi mai si riesca a dare configurazione a queste influenti “lobby degli
investitori anglo-americani”.
Industria. 26 maggio. «Mi
ha molto impressionato che il Financial
Times abbia scritto che l’unica strada per uscire dalla
crisi sarebbe uscire dall’euro e svalutare la moneta del 20% alla vecchia
maniera». Dichiarazioni di Francesco Cossiga diffuse dall’ANSA.
Sovranità alimentare. 26
maggio. Gli OGM? «Pericolosissimi sia scientificamente che
politicamente». Lo afferma sul quotidiano la Padania Luigino
Vascon, che così ne spiega il significato: pericolosità «scientifica
perché, come denuncia la stampa inglese (ad esempio la recente
inchiesta del quotidiano The Indipendent sul mais geneticamente
modificato “Mon 863” della multinazionali USA Monsanto, ndr),
porterebbe l’organismo alimentato con prodotti geneticamente modificati a
una enorme esposizione di gravissime patologie, in particolar modo di
quelle tumorali e altre allo stato attuale sconosciute. Quella di natura
politica consiste nella proprietà del brevetto».
Sovranità alimentare. 26
maggio. Sentiamo cosa scrive Vascon in merito alla pericolosità
politica degli OGM. «Oggi solo pochissime multinazionali dispongono
appunto delle formule (brevettate) per la modificazione genetica. I semi
di queste piante modificate sono sterili, quindi chi vuole piantare o
seminare determinate piante come ad esempio il mais, deve ogni volta
approvvigionarsi del seme presso i rivenditori delle stesse multinazionali».
Le prospettive sono particolarmente inquietanti. «Nell’arco di
pochi decenni i signori delle multinazionali diventerebbero i padroni
delle chiavi della dispensa del mondo. Queste potrebbero gestire
l’alimentazione mondiale decidendo chi favorire e chi invece penalizzare,
magari utilizzando questo diabolico strumento come arma bellica».
Ci sarebbe poi per Vascon un altro punto: «La gestione di eventuali
farmaci che appunto servirebbero per curare gli organismi alimentati con
OGM».
Sovranità alimentare. 26
maggio. Vascon accusa l’Unione Europea di cecità nei confronti degli
OGM. Ed afferma: «Su questo argomento il Consiglio europeo si è
nettamente diviso. Dei rappresentanti dei 25 Stati membri, solo 8 si sono
schierati contro la commercializzazione del “Mon 863”. Assieme all’Italia
hanno votato contro la Grecia, il Portogallo, l’Austria, la Lituania, la
Lettonia, il Lussemburgo e Malta (…) Questo fa emergere la grande divisione
che esiste nella UE sulla questione degli OGM. D’altra parte questi
prodotti modificati non servono all’agricoltura di quei paesi che hanno
appunto detto “NO”. Inoltre recentissimi sondaggi rivelano le perplessità
di cittadini ed imprese verso gli OGM, e si chiede con sempre maggior
insistenza l’istituzione di un’agenzia operativa per l’effettivo controllo
sulla qualità e salubrità dei prodotti agroalimentari che non sono più di
produzione esclusiva nazionale».
Industria. 26 maggio. «Gli
italiani non devono più fare lavori manuali. A quelli ormai ci pensiamo
noi. I vostri operai, nell’ottica di una redistribuzione mondiale del
lavoro, devono cambiare mestiere. In questi giorni, per esempio, ho
sentito molti turisti cinesi lamentarsi del basso livello dei vostri
servizi. Potenziate l’accoglienza, invece di insistere sul tessile».
Le schiette dichiarazioni rese al quotidiano Il Mattino sono di Xu
Rui Xiang, vicepresidente della “zona franca” del porto di Shanghai,
mandato dal governo di Pechino all’Interporto di Nola per studiarne il
sistema intermodale di trasporto e cercare di riprodurlo in Cina. «Diventeremo
presto la fabbrica del mondo», aggiunge Xu Rui Xiang, secondo cui
l’Italia, oltre che sul turismo e sull’industria del cibo, l’Italia
dovrebbe riconvertirsi specializzandosi anche sulla gestione e
commercializzazione delle merci cinesi: l’interporto di Nola «potrebbe
diventare il nostro primo magazzino in Europa», sembra quasi volerci
gratificare Xu Rui Xiang, «nell’immediato vogliamo aumentare il flusso
di merci che passano per l’Italia».
Economia (“Borghesia compradora”). 27 maggio. Cosa accomuna Giuliano Amato, gli Stati Uniti e
l’ONU? Così scrive Paolo
Mastrolilli nell’edizione odierna de La Stampa: «Il
nome di Giuliano Amato
circola nei corridoi del Palazzo di Vetro come candidato favorito per
diventare l’arbitro del futuro del Kosovo. Il segretario generale Kofi Annan deve nominare due
inviati speciali: uno sarà incaricato di verificare gli standard
democratici e civili adottati nella regione, e l’altro poi dovrà guidare
le trattative per il suo status permanente. La prima nomina dovrebbe
arrivare la settimana prossima, col norvegese Kai Eide favorito rispetto
al dirigente dell’ONU Kieran Prendergast. Se la verifica andrà bene, alla
fine dell’estate verrà scelto il secondo inviato per le trattative sullo
status, che dal punto di vista politico avrà un forte impatto sull’intera
regione balcanica. Il nome di Amato viene indicato per questa carica,
soprattutto dagli americani».
Industria.
27 maggio. «La grande forza della Cina
sta nella sua capacità di combinare Stato e mercato. È una forza epocale
che non ha precedenti negli Stati che si definivano socialisti. La Cina
mette i profitti nelle mani di chi fa il mercato, nelle mani dei tre
settori chiave: le telecomunicazioni, la finanza e l’industria. Questa
combinazione è la vera forza della Cina». Così a il
Manifesto Ermanno Rondi, presidente dell’Unione degli Industriali di
Biella. Sui “vantaggi competitivi” della Cina, Rondi nomina innanzitutto
il tasso di cambio euro-yuan, «che alle condizioni attuali pesa sul
prezzo finali delle merci per il 40%, e poi la questione delle
regole interne ed esterne. I cinesi le loro regole interne se le sono
fatte: lo Stato, ad esempio, sceglie gli imprenditori migliori, gli
costruisce gli strumenti della produzione, creando così dei vantaggi
competitivi alla fonte. In Europa sarebbe proibito, quegli interventi
sarebbero considerati “aiuti di Stato”».
Industria. 29 maggio. «Fino all’avvento del Trattato di Maastricht in
Italia non c’è mai stata concorrenza. Non c’è mai stato libero mercato nel
settore dell’auto, come la Fiat sa bene. Né della chimica, nei servizi,
nelle opere pubbliche, nella siderurgia, nel settore finanziario. Era un
capitalismo familiare basato sulle cure paterne della Mediobanca di Enrico
Cuccia, la benevolenza delle grandi banche e le scatole cinesi. Un sistema
di protezioni senza eguali nel mondo occidentale».
Parole del vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchito al
quotidiano Libero.
Industria.
30 maggio. «L’Italia delle manifatture paga un conto enorme
all’Italia delle bollette e dei servizi (tipo banche ed assicurazioni»):
questa la conclusione di un articolo di Giuseppe Turani di la
Repubblica in merito al ristagno del settore manifatturiero. «L’Italia
che produce beni da vendere anche all’estero (...) alla fine guadagna come
l’Italia che gli porta l’energia elettrica in casa, il gas o il carburante».
Sulla destinazione di questi “maxi-profitti” delle bollette, così
Turani: «Enel ed Eni distribuiscono dividendi allo Stato e poi agli azionisti
cosiddetti di minoranza (che comprendono in buona misura fondi italiani ed
esteri). Telecom, Mediaset ed Autostrade fanno altrettanto. Questi
liquidi finiscono così in mano a classi agiate che, in questa particolare
fase, sono rimaste molto liquide o hanno investito all’estero. In
sostanza, i profitti delle aziende italiane si sono spostati
progressivamente da mani (quelle imprenditoriali) che li avrebbero
reinvestite nell’industria a mani che invece li tengono inutilizzati o li
usano per comprare obbligazioni in Italia e –soprattutto– all’estero, cioè
rendite finanziarie».
Banche.
30 maggio. «Il sistema più aperto ai capitali stranieri è l’Italia.
La Banca d’Italia ha gestito 580 fusioni. In dieci anni sono sparite 345
banche: nessun governatore, in nessun paese, ha mai gestito un processo di
ristrutturazione così ampio». Dichiarazioni di Luigi Grillo,
senatore di Forza Italia e fedelissimo del governatore della Banca
d’Italia, Antonio Fazio.