Gianfranco La Grassa ha inviato in redazione uno scritto di analisi sulla situazione italiana che è stato sintetizzato per la pubblicazione sul sito. Lo proponiamo ai nostri lettori invitandoli a prendere visione del n. 19 (cartaceo) di “Indipendenza”, richiedibile in redazione, che ben si integra con –ed in parte richiama e circostanzia– i temi di fondo di seguito svolti. La chiusa dell’intervento, ovviamente, è una chiusa congiunturale, provvisoria, da interpretare –non riteniamo di sbagliare se estendiamo questa interpretazione all’autore dello scritto– come uno sprone per agire politicamente non per favorire questa o quella delle due coalizioni, sostanzialmente speculari e dannose per gli interessi collettivi, ma per porre seriamente, all’ordine del giorno, un ben diverso orizzonte progettuale e di strategia politica.

 

NOTAZIONI PRE-ELETTORALI

 

1. Poche parole sull’americanizzazione della nostra politica (che ovviamente non ha nulla a che vedere con la vera politica). Affidare le sorti della gestione di una società in base al confronto all’americana tra “facce di tolla” non appare comportamento sensato. Per quanto riguarda i due “leader”, da una parte ho rilevato la solita logorrea incapacità di concisione e di sintesi e le manie dei “comunisti in agguato”; dall’altra parte, fumosità ed ambiguità. Non parliamo delle menzogne spudorate da entrambe le parti; comunque, confesso che a me sono parse particolarmente fastidiose quelle “sinistre” sull’euro: in tutti i paesi europei c’è stato un balzo netto e improvviso del costo della vita.

Ritengo sia già più interessante vedere chi appoggia il centrosinistra. Più o meno nella prima settimana di marzo, ambienti politici diessini hanno organizzato una festa, a Roma, per Bettini, ex segretario della Federazione di Roma del PCI, da anni uomo di punta del gruppo veltroniano e responsabile culturale per l’Auditorium romano, oggi candidato alla Camera dei Deputati per i DS. Una festa in cui si “contavano” 360 tavoli (con 10 coperti l’uno) riempiti dall’establishement economico-finanziario-giornalistico-politico. Una delle foto simbolo della kermesse inquadrava ad un tavolo Romiti, Veltroni, Miriam Mafai e Giorgio Napolitano. Vi era poi il costruttore romano Caltagirone, quello che per un periodo ha appoggiato Ricucci e gli altri “furbetti” nel recente cosiddetto risiko bancario. C’erano ovviamente tutti i principali banchieri, quelli delle obbligazioni (bond) argentine, dei crac Cirio e Parmalat. C’erano poi attori e attrici, registi e “grandi romanzieri”, tutto il Gotha del giornalismo, le contesse che un tempo alimentavano i salotti “neri” della Capitale. La vera carenza d’Italia –e di questi tempi grigi– è di non avere qualcuno con la penna di un Balzac (Illusioni perdute) o di un Maupassant (Bel Ami) per descrivere la corruzione e il degrado culturale di questo ambiente affaristico-politico-giornalistico. Peccato; ne uscirebbe qualche capolavoro.

Scalfendo un poco l’epidermide, possiamo ricordare l’editto (8 marzo 2006) del direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, in favore del voto al centrosinistra (e, nel centrodestra, ai partiti di Fini e Casini). Secondo quanto appurato dal giornale “.com” il 15 marzo, Mieli, prima di scrivere il suo “editto”, avrebbe avuto l’assenso da tutti i soci appartenenti a quel “patto di sindacato” della Rizzoli-Corriere della Sera che controlla il quotidiano milanese: vale a dire Montezemolo, Tronchetti Provera, Pesenti, Della Valle, Lucchini, Merloni, Bertazzoni, Bazoli e Passera (Intesa), Bernheim (Generali), Romiti, e persino Geronzi (Capitalia) e Ligresti, i due personaggi del mondo finanziario in buoni rapporti con Berlusconi. Per cui è pura divisione delle parti quella che si è vista all’assemblea degli industriali a Vicenza di fine marzo, con Montezemolo che asseriva di non voler essere “tirato per la giacchetta” onde farlo schierare politicamente, e Della Valle che attaccava frontalmente Berlusconi. Concludo il passaggio ricordando che dentro il Corriere, dopo che Mieli ha concesso che qualche editorialista non perfettamente allineato potesse continuare a scrivere i suoi articoli (tanto si può contare sull’autocensura che si impone chi prende qualche migliaio di euro per ogni editoriale e non vuol rischiare di perdere una simile manna), il consiglio sindacale del giornale, facente parte della maggioranza della FNS (Federazione Nazionale della Stampa) diretta da Serventi Longhi, ha asserito che in nessun caso era ammissibile che si potesse scrivere anche un solo articolo fuori della linea stabilita dal Direttore. Che spirito aperto e che sensibilità democratica!

 

2. E adesso scendiamo al di sotto dell’epidermide. Andando diretti al cuore del problema. Come ha mostrato l’editoriale di Paolo Mieli, le oligarchie industrial-finanziarie parassitarie del nostro paese desiderano un successo del centrosinistra, nel contempo, però, accompagnato da un forte ridimensionamento di Forza Italia (e anche Lega) e dalla crescita di AN e UDC nell’ambito del centrodestra sconfitto.

Un successo troppo schiacciante del centrosinistra –che tuttavia si può ottenere in numero di seggi, anche se non in numero di voti grazie al forte premio di maggioranza– farebbe crescere comunque, con il proporzionale, la forza dell’ala “estrema” (detto per accettazione degli stereotipi correnti) della sinistra: Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi. I quali sarebbero in difficoltà a giustificare un’eccessiva arrendevolezza di fronte alla propria “quota di mercato” elettorale, e potrebbero perciò essere obbligati a creare qualche ostacolo all’attuazione delle misure neoliberiste (mercato del lavoro, pensioni, fisco, eccetera) che le oligarchie comunque desiderano.

Se ci fosse invece una vittoria di misura del centrosinistra, ma con rafforzamento di FI e indebolimento di AN e UDC, la questione diverrebbe più complicata per i desideri delle oligarchie economiche. Un simile risultato renderebbe impraticabile l’obiettivo –non certo subito ma entro un congruo periodo di tempo– di tagliare l’estrema sinistra con il “salto della quaglia” di UDC e (almeno parte) di AN o quantomeno di favorire su certe misure neoliberiste succitate i voti dei suddetti settori del centrodestra senza liquidare, malgrado un voto contrario (per “salvare l’anima”), l’ala “estrema” sopra segnalata. In questa “sfavorevole” evenienza, per riprendersi i voti che affluiscono in FI (dove è tutto da vedere quale forza ne beneficerebbe), bisognerebbe trattare con Berlusconi la sua uscita dalla politica; questo non faciliterà per nulla la politica dei vincitori. Berlusconi, a mio avviso, si rende conto di essere accerchiato, e sa dei continui incontri centristi tra Mastella (Udeur), Rutelli, Casini, Follini e altri del genere (anche minori) per concordare la tattica e la strategia migliore per costringere il premier alla sconfitta e poi alla resa, eccetera. Sintomatico che, quando il centrodestra era in caduta libera nei sondaggi, Casini e Fini abbiano sospeso le loro polemiche verso Berlusconi apparentemente suicide per il timore di una troppo schiacciante vittoria degli altri, che avrebbe reso poco preziosi i loro servigi. Quando i sondaggi si sono invertiti (come tendenza, non in assoluto) e, soprattutto, è andata crescendo FI rispetto a loro, essi hanno subito ripreso a “smarcarsi”: cosa che nessuno che non sia in “intelligenza con il nemico” farebbe mai.

 

3. Scendiamo ancor più in profondità. Torniamo all’assemblea degli industriali a Vicenza. Berlusconi, per i suoi motivi di “banda” (se volete, per il famoso “perso per perso mi vendo cara la pelle”) ha effettuato un duro attacco al vertice confindustriale dei Montezemolo, Tronchetti Provera. Il “suo” Giornale, senza più remore e con molta lucidità, per qualche giorno ha rivelato tutte le magagne di certi settori oligarchici ormai alla frutta, con bilanci truccati, forse perfino sull’orlo del fallimento, che appoggiano il centrosinistra per mettere mano alle casse dello Stato e alle tasche della popolazione italiana, portare un bel po’ di soldi in salvo (Montezemolo ha i suoi fondi in Lussemburgo, solo per fare un esempio), eccetera. Fiat, Telecom, lo stesso Benetton, eccetera, non si trovano per nulla in situazione florida. Questo è stato posto in chiarissima luce (si veda l’esplicita e durissima prefazione dell’ex Presidente della Confindustria, D’Amato, al libro di Lodovico Festa Guerra per banche). Che a dirlo sia una delle due bande rivali non cambia lo stato delle cose: d’altronde è normale che le diverse bande, arrivate ad uno scontro al calor bianco, rivelino ognuno la furfanteria dell’altro. Ebbene, che cosa accade dopo gli attacchi di Berlusconi a Vicenza? L’intero centrosinistra (ivi compreso Bertinotti) si schiera indignato a difesa degli “offesi” Montezemolo e Della Valle, a difesa dell’intero establishment che, nel giro di pochi anni, si mangerà gran parte della ricchezza della nostra popolazione per salvare banche e industrie decotte (del tutto subordinate alla finanza USA). Non si può, a mio avviso essere complici di una delle due bande di briganti, non bisogna cedere al ragionamento per cui se non si vota per uno, si deve votare per l’altro. Se non si sa fare altro che schierarsi, ogni tanti anni, per un bandito o per l’altro, almeno però ci si risparmi la litania di star scegliendo il “meno peggio”. Se si vede uno di quei bei film statunitensi in cui c’è una banda (diciamo per semplicità quella di Al Capone) che sta mettendo a soqquadro Chicago ed un’altra di pretendenti-“furbetti” che ne vorrebbe prendere il posto, con bagarre finale a loro sfavore, lo spettatore difficilmente parteggerà per questi ultimi, per il buon motivo che non si vede quale alternativa essi rappresentino rispetto al gangster predominante. Tuttavia, ci si può rendere ben conto che il vincitore è comunque il peggiore, il più potente, il più devastante dei cittadini di Chicago, eccetera. Uno spettatore che parteggiasse per Al Capone, perché è il prepotente vincitore (e assassino che “ne ammazza di più”), verrebbe giudicato sicuramente di mal occhio. Ma perché lo stesso ragionamento non viene fatto quando si parla di politica, e sono in gioco persino i propri interessi materiali?

 

4. Il marxista economicista sostiene che il capitalista comanda a bacchetta. Non sempre è così. Economia e politica non stanno sempre nello stesso rapporto in ogni data congiuntura storica. Ci sono momenti in cui le parti perfino si invertono, o dove il politico quantomeno agisce in stretto collegamento con l’agente economico-finanziario avendone però maggiore lungimiranza strategica. Ci sono però altrettante contingenze storiche in cui, senza dubbio, il politico è un povero guitto che recita la parte assegnatagli dai dominanti della sfera economica. In Italia, in questa fase, è indubbiamente così. Solo che la situazione è piuttosto asimmetrica.

Da una parte, vi è di fatto un solo imprenditore che è anche politico al servizio di se stesso. Però in qualche modo tenta di far creder che sta nel contempo difendendo gli interessi di un blocco sociale costituito, non completamente ma per l’essenziale, dal lavoro che definiremo “autonomo” (comunque non salariato). In realtà, in ormai un bel gruzzoletto d’anni che è sulla scena (e gli ultimi cinque al Governo), tale imprenditore-politico non si è speso poi molto per questo blocco sociale. Può facilmente avanzare la scusa di esserne stato impedito, dato che guida un’accozzaglia di forze del tutto disunite e con politiche “di servizio” degli interessi più disparati. Questa però non è scusa valida, dato che gli si può contestare che un gruppo politico dirigente dovrebbe comunque saper operare una sintesi di posizioni diverse, e tuttavia operarla nella direzione della preminenza degli interessi del blocco sociale che di fatto ha scelto quale suo principale sostenitore.

Dall’altra parte, vi è un più cospicuo, articolato e conflittuale al suo interno gruppo di potere finanziario-industriale che sostiene un’altra accozzaglia di forze che vorrebbero rappresentare interessi di difficile composizione. È in atto un complessivo smottamento di banche ed industrie verso una ancor più accentuata dipendenza dall’imperialismo dominante USA. Malgrado l’indubbia politica filostatunitense (e filosionista) del centrodestra, i piani complessivi di aggregazione bancaria anche transeuropei elaborati in stretto collegamento e dipendenza dalla finanza USA, il tentativo di ridimensionamento della grande impresa decotta con trasferimento di fondi ad altre attività in genere situate all’estero, l’intenzione di spezzettare certe imprese di punta (tipo ENI e Finmeccanica) smussando le loro capacità competitive a tutto vantaggio dell’economia predominante, rappresentano processi innescati cui viene dato netto impulso da parte di quei nostri gruppi economico-finanziari (nettamente servili rispetto agli USA) che hanno dato il loro chiaro appoggio al centrosinistra con l’editto Mieli sul Corriere.

Vediamo intanto alcuni sintomi di tali processi assai negativi per l’Italia. A parte l’appoggio di giornali USA, perché l’agenzia di rating USA (che valutano la solvibilità dei debiti) Moody’s (inizio febbraio 2006) sostiene che l’economia andrebbe meglio con un Governo Prodi? Qualcuno si chiede come mai si verifica questo “strano” fenomeno, dato il servilismo totale di Berlusconi agli interessi USA? Forse si pensa che le società di rating americane siano il tempio della pura tecnicità e della valutazione oggettiva delle situazioni economiche e finanziarie? Moody’s e Standard & Poor’s (che nel dicembre 2005 ha bocciato l’operato del governo Berlusconi asserendo che «a dispetto della solida maggioranza parlamentare, non è riuscito a mandare avanti l’agenda di riforme fiscali e strutturali, a eccezione di alcune modeste (!) riforme di pensioni e mercato del lavoro») sono società importanti del complesso finanziario USA, tra cui non da sottovalutare è la banca d’affari Goldman Sachs, di cui era vicepresidente l’attuale Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e che fu consulente del Bilbao per la scalata alla BNL. Ebbene, tutte queste società emisero pareri positivi e rassicuranti in merito alle obbligazioni argentine e all’affidabilità di Cirio e Parmalat pochi mesi prima che si verificassero i disastri e crac ben noti. O abbiamo a che fare con organismi che hanno usurpato la loro nomea oppure, come io credo, essi fanno gli interessi di precisi gruppi e, in ultima analisi, di quelli USA, favorendo la tosatura di centinaia di migliaia di risparmiatori per la migliore riuscita dei giochi finanziari dei predominanti. E questi organismi finanziari truffaldini appoggiano appunto il centrosinistra, non il centrodestra che vanta migliori rapporti sicuramente con i “neoconservatori” USA ben rappresentati nell’amministrazione Bush.

Analizziamo un “albero” che è un buon indizio di come andrà crescendo la “foresta”. Malgrado abbia ultimamente presentato bilanci in netto miglioramento (che qualcuno, maliziosamente, pensa siano poco veritieri), la Fiat ha cominciato a chiedere il prepensionamento a 48 anni di un numero imprecisato di lavoratori. E i maliziosi pensano che, come ha fatto nell’arco dell’oltre mezzo secolo seguito alla seconda guerra mondiale, tale impresa chiederà ancora finanziamenti allo Stato nelle più svariate forme, sia dirette che indirette (magari rispolverando, dopo i prepensionamenti, la cassa integrazione, eccetera). Nel contempo, il suo Presidente Montezemolo –assieme a Della Valle, Merloni, Monte dei Paschi e Unicredit– ha creato la società Charme in Lussemburgo (uno dei Paradisi fiscali). Questa società ha fatto una joint venture con una azienda cinese per export-import di cachemire in Italia e, da qui, nei paesi dell’area mediterranea. Il progetto mi sembra lineare: si dismetterà (ci si ritirerà comunque) gradualmente dalla Fiat –ma non dopo aver attinto il più possibile, e in varie guise, alle casse dello Stato (cioè, in definitiva, alle “nostre tasche”) con la scusa di “salvare” i poveri lavoratori e il cospicuo indotto di piccole e medie imprese– e si trasferiranno i fondi a società come quella appena nominata, che si ingrosserà (e ingrasserà) a detrimento ulteriore di migliaia di piccole imprese del settore già in crisi per la concorrenza cinese.

Nello stesso tempo imprese importanti come l’ENI e la Finmeccanica (e pochi altri “gioielli”) non sono per nulla sostenute; si sa invece di piani per il loro smembramento e decisivo indebolimento –sempre a favore di settori economici euroamericani– che si tradurrà in quello più generale della nostra economia. Ambienti di “sinistra” vorrebbero addirittura smembrare l’azienda che fu diretta da Mattei, favorendo la presa centrale del capitalismo USA e la disseminazione di suoi centri locali che si unirebbero alle varie aziende (di energia) municipalizzate costituendo, con l’appoggio di vari istituti di credito e relative fondazioni bancarie, eccetera, una ramificata rete di potere locale, estremamente corruttore attraverso il mantenimento di vaste clientele politiche e intellettuali formanti una fitta, ultracapillare, ragnatela sull’intero territorio nazionale. Un’azienda di punta come la Finmeccanica anche recentemente ha perso importanti contratti con la Cina (acquisiti soprattutto da imprese francesi) proprio per la mancata copertura di “appoggi diplomatici” adeguati. Una politica –in questo caso del centrodestra governativo, ma su cui il centrosinistra non ha levato una sola parola di critica– evidentemente ispirata agli interessi strategici USA, che non vedono di buon occhio trasferimenti di tecnologie avanzate in direzione della Cina (solo con il cachemire si possono fare affari con questo paese).

Tutto questo fa capire perché, malgrado il discorso di Berlusconi al Congresso USA (che ha sollevato l’invidia isterica degli avversari), i principali giornali finanziari USA e le maggiori società finanziarie e di rating di quel paese appoggino pienamente la prospettiva di un futuro Governo di centrosinistra. I discorsi di servilismo filo-USA (e filo-sionista) sono certo importanti; ancor più lo è la politica estera di appoggio alle aggressioni imperialistiche USA con l’invio di truppe italiane in Afghanistan e Iraq. Ma chi appoggiò il “democratico” Clinton nell’aggressione alla Jugoslavia con l’ipocrita scusa del “genocidio” dei kosovari, ampiamente smentito dall’ufficialissimo rapporto OCSE dell’ottobre 1999? E tuttavia, non possono essere messe da parte le motivazioni d’ordine economico e finanziario, soprattutto quando riguardino settori così importanti come l’energia, per cui non vengono sicuramente visti di buon occhio i tentativi di Berlusconi di fare accordi rilevanti con la Gazprom russa dell’amico Putin.

 

5. Solo quattro parole sul balletto di cifre e insulti relativi alla questione della tassazione o meno delle cosiddette rendite finanziarie. Tra accuse e smentite, beato chi ci capisce qualcosa. Ho però sentito Bertinotti affermare che può stare tranquillo chi ha meno di 100.000 euro in titoli. Questi sono, in teoria, 200 milioni di vecchie lire; in realtà, dato l’innalzamento del costo della vita dopo l’introduzione dell’euro, equivalgono al massimo a 120-130 milioni. Questi sarebbero patrimoni di rentier parassiti? E se invece che in titoli di Stato, sono investiti in fondi obbligazionari o misti, che rendono quanto il tasso ufficiale di aumento del costo della vita (enormemente inferiore a quello reale), la situazione si presenta diversa?

Ulteriore problema, la tassa di successione. C’è chi sostiene, a sinistra, che verranno colpiti i “grandi” patrimoni al di sopra di 500.000 euro. Dopo la crescita delle quotazioni immobiliari, anche in cittadine del Nord di decine di migliaia di abitanti un appartamento di 100 mq. vale grosso modo quella cifra. Bertinotti ha però affermato che tale tassa va applicata ai patrimoni di 180.000 euro: il valore che hanno 100 mq di abitazione in comuni di 5-10.000 abitanti al Nord. Credo siano inutili molti commenti. C’è qui un vero deficit culturale della “sinistra” che si pagherà caro a non lungo termine. Tassare le cosiddette rendite e i “grandi” patrimoni appena citati significa aggredire la media e anche piccola “borghesia”, cui in realtà appartengono ampie quote di lavoratori dipendenti di media, o perfino medio-bassa, fascia salariale. Tutto questo mentre una consistente parte del ceto politico e intellettuale di sinistra fa la bella vita, scialacqua e frequenta, come già considerato all’inizio, i più corrotti e ricchi ambienti di profittatori, affaristi, speculatori (finanziari e immobiliari) che abbiamo nel nostro paese.

L’ineffabile economista Giavazzi sul Corriere si è prodotto in funambolismi per dimostrare che con l’aumento della suddetta tassazione, ogni famiglia italiana perderebbe pochi euro all’anno, mentre è invece essenziale –la solita “vecchia canzone”– ridurre il debito pubblico sempre crescente (in realtà, dal 125% del PIL di alcuni anni fa, esso è oggi al 106%; diciamo quindi semmai che sta attualmente ricominciando a crescere). Questi economisti, che prendono fior di quattrini per ogni articolo sui giornali dell’establishment, dovrebbero pensare ai loro soldi e non far conti in tasca a chi “sbarca il lunario” con difficoltà. Programmi come quelli relativi al cosiddetto “cuneo fiscale” –cioè alla riduzione del costo del lavoro (da versare parte ai lavoratori e soprattutto alle imprese), che vorrebbe essere di cinque punti corrispondenti a dieci miliardi di euro– volto a favorire in sostanza solo le grandi imprese, non sono finanziabili tassando solo le “alte” rendite ed i “grandi” patrimoni: vari calcoli mostrano che si ricaverebbe all’incirca solo un quarto della cifra necessaria pur aumentando del 7,5% la trattenuta sui rendimenti dell’intero parco titoli e ripristinando in misura pressoché generalizzata l’imposta di successione.

Intanto, mentre ricomincia il terrorismo sul debito pubblico, i giornali delle oligarchie parassitarie italiane (dal Corriere al Sole 24 ore) rilanciano l’allarme sulle pensioni che sarebbero di nuovo una “mina vagante”, per cui bisogna ridurre i trattamenti previdenziali. L’intento scoperto è di scremare ogni ceto sociale non ricco, farsi poi dare in varia guisa un mucchio di finanziamenti dallo Stato per poi trasferirli in altre attività, possibilmente all’estero. I veri scopi dell’appoggio dell’oligarchia parassitaria che appoggia il centro-sinistra sono: la necessità di ottenere ampi finanziamenti per far galleggiare ancora per qualche tempo le grandi imprese decotte, promuovere fusioni bancarie e trincerare l’asse Mediobanca-Generali, effettuare l’ampio trasferimento di fondi in imprese legalmente situate in paesi del “Paradiso fiscale”, trasformare l’apparato economico-finanziario-industriale italiano in un sistema “di nicchia” all’interno dell’egemonia statunitense.

 

6. Andiamo a delineare in modo molto succinto e schematico il quadro strutturale della società italiana. Al vertice, un ristretto insieme di gruppi finanziari e industriali. Essi hanno già conosciuto scontri interni negli anni scorsi, ma stanno momentaneamente uniti per conquistare il Governo del paese, avendo scelto, per la congiuntura storica presente, di farsi rappresentare dal centrosinistra (con appoggi coperti e molto “trasversali” anche nell’altro schieramento). Dopo aver ottenuto il primo successo –il Governo del paese– riprenderanno le lotte intestine che, del resto, non sono puramente interne all’Italia, bensì connesse a quanto avviene sullo scacchiere, soprattutto finanziario, internazionale dove la netta prevalenza spetta ancora al capitale statunitense. Assisteremo perciò, probabilmente, anche a guerre (tra miserabili profittatori) per spartirsi il bottino: ad esempio credo che Telecom-Pirelli e Fiat entreranno in collisione al momento opportuno per la spartizione dei fondi destinati, con le più diverse modalità, anche mascherate e truffaldine, ad aiutare le rispettive imprese in difficoltà.

Sotto questo vertice, farei una classificazione in due raggruppamenti, entrambi grossi, stratificati in un numero assai ampio di livelli di reddito e largamente maggioritari della popolazione: i non dominanti (anche tendenzialmente ricchi o almeno ben agiati) ed i dominati veri e propri (relativamente poveri e spesso in situazione di disagio e precarietà). Si tratta del lavoro cosiddetto autonomo e di quello salariato. Nel gruppo del “lavoro autonomo” ci stanno i professionisti ed anche una serie di piccole e piccolissime imprese. Si tratta di milioni di persone, le cui attività hanno una media di personale dipendente inferiore a due unità (quindi, assai vasto è il numero di quelle puramente individuali). Pensare al lavoro autonomo come “ceto medio” mentre il lavoro salariato sarebbe il “proletariato” (o comunque quel Lavoro che certi “marxisti” vedono in costante lotta contro il Capitale), è un atteggiamento semplicemente demenziale.

In entrambi i due raggruppamenti, vi sono ampie sacche di precariato. Tutti guardano al solo lavoro salariato, quello a tempo determinato, ma sembra che non ci si accorga dell’enorme numero di micro imprese (esercizi commerciali, eccetera) che aprono e chiudono ogni tot mesi o resistono al massimo un anno o due. Nel lavoro autonomo è ovviamente più facile l’evasione fiscale. Tuttavia, a parte il fatto che un numero alto di lavoratori dipendenti esercita in nero al di fuori dell’orario di lavoro (per integrare il salario ormai eroso dal costo della vita), se si abbandonasse la retorica della “lotta all’evasione” ci si accorgerebbe che, senza quest’ultima, una grossa quota dei lavoratori autonomi dovrebbe “chiudere bottega” creando una questione sociale di primaria acutezza. È ora di dirlo con grande chiarezza: la maggior parte degli “autonomi”, con i suoi piccoli capitali investiti, non potrebbe esercitare la sua attività –ovviamente in settori a ben scarsa produttività e valore aggiunto– se non riuscisse a nascondere al fisco almeno un terzo dei suoi introiti. La lotta all’evasione ha senso nei confronti di ben altri “ricchi”, ma qui si tratta più di elusione che di evasione; e non è per nulla facile contrastarla con successo contro schiere di avvocati e commercialisti messi in campo da chi ha veramente tanti soldi depositati nei paradisi fiscali

Una qualsiasi forza politica popolare seria dovrebbe difendere in egual misura sia i precari del salariato che quelli del lavoro autonomo. È ora di finirla con il solo privilegiare il lavoro dipendente; grosse quote di lavoro detto “autonomo” (da chi?) hanno una precarietà non inferiore a quella di altrettanto consistenti quote di salariati. Ed esprimono condizioni assai simili di disagio sociale, di incertezza del futuro, di gravi difficoltà nell’impostare in modo più stabile e sicuro la propria vita, eccetera. E ci sono poi molti lavoratori creativi, ingegnosi, magari non a livelli troppo bassi quanto a tenore di vita, ma che non trovano modo di esprimersi, non sono appoggiati nell’estrinsecazione di queste preziose qualità e caratteristiche, poiché tutte le risorse vengono impegnate in complessi giochi finanziari, in scalate e fusioni o incorporazioni, per la maggior parte orientate e guidate dalla finanza del paese dominante (USA); e la lotta tra i vari parassiti si acutizzerà ulteriormente visto che le grandi imprese decotte italiane (Pirelli-Telecom e Fiat in testa) faranno a gara per accaparrarsi quote di tali risorse e dirottarle verso settori subordinati ai potenti centrali, e per di più in imprese con sedi legali situate all’estero.

 

7. Le oligarchie finanziario-industriali parassitarie hanno scelto, nella congiuntura di più breve momento, di pestare intanto sul lavoro autonomo (facendo finta che sia composto tutto da “furbetti del quartierino”), utilizzando le “truppe cammellate” del lavoro salariato mosse da sindacati come la CGIL che, su 5,5 milioni di iscritti, ne ha tre di pensionati e due e mezzo di lavoratori attivi. Nel mentre proseguirà per qualche anno questa scrematura –e sperando che ciò non comporti una crisi sociale di prima grandezza– si insisterà nel tentativo di costituire lo schieramento centrista “moderato”, cercando di rivoluzionare profondamente gli attuali assetti politici, emarginando “le ali” e recuperando, in quanto personale politico “molto sensato e affidabile”, gente come Fini e Casini o loro similari del prossimo futuro, eccetera.

Ma ogni cosa a suo tempo. Intanto, si scremi il lavoro autonomo. E a ciò serve la “sinistra” e l’uso spregiudicato dei sindacati (con la finta concertazione), nel mentre verrà portato progressivamente in primo piano, ma con lentezza che potrebbe anche rivelarsi eccessiva, il progetto di più stretto controllo illiberale, intensificando il potere locale, quello ramificato e corruttore che avvolga come una ragnatela l’intero territorio. Si porranno allora via via in primo piano l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro (per cui non si arriverà solo a difendere la Biagi, ma si vorrà andare anche oltre); il tema sempre ricorrente del debito pubblico da abbattere rivedendo in profondità lo Stato sociale (in specie pensioni e sanità); l’accelerazione del processo di fusioni bancarie in stretta dipendenza con i settori finanziari euroamericani; il salvataggio di grandi imprese decotte; la spinta –mediante ulteriori privatizzazioni e finanziamenti dello Stato a gruppi privati– ad una maggior concentrazione imprenditoriale anche nell’industria e nei servizi, rovinando ulteriormente decine o centinaia di migliaia di piccole attività “autonome”, assai probabilmente senza grandi guadagni di produttività ed efficienza, ma solo con l’ulteriore accentuazione del potere politico sul territorio nazionale, e con la subordinazione ai progetti dei dominanti capitalistici geopoliticamente centrali: gli USA. Il tutto in un contesto che vede le “appendici” europee fare a gara a mettersi in scia dell’imperialismo dominante e a partecipare, in posizione servile, alla “divisione degli utili (briciole)” derivanti dalla preminenza statunitense.

Il processo complessivo è volto a derubricare il sistema capitalistico italiano a “economia di nicchia” all’interno della più ampia egemonia imperiale statunitense. Per i dominanti nostrani, l’obiettivo è di trovare un’aurea mediocrità nella dipendenza dai dominanti geopolitici globali USA. L’Italia è più importante di quanto si voglia ammettere; ma è appunto importante in quanto campo di battaglia tra diverse fazioni euroamericane per la supremazia nel servire gli interessi della prevalenza USA all’interno dell’Europa; servizio che verrà lautamente retribuito alla fazione che si affermerà con più decisione. Il nostro paese sarebbe pure importante se un domani si profilasse infine, nell’ambito di quest’area così in decadenza, una corrente realmente indipendentista e di autonomia. Sarebbe necessario “bypassare” gli organismi comunitari europei (quella Commissione già diretta dall’euroamericano Prodi, nonché la Banca Centrale Europea, che più che amministrare malamente l’area monetaria comune non sa fare, ecc.) ed impostare una politica in Italia che non sia semplicemente quella di dismettere tutte le attività più importanti, di dare soldi per il salvataggio di alcuni grandi gruppi che se ne serviranno per liquidare le loro attuali imprese e investire in altri settori per lo più complementari e subordinati alle direttive strategiche dei dominanti globali.

 Nella prima metà dell’800, l’Inghilterra propagandò in lungo e in largo la teoria del commercio internazionale (detta dei costi comparati) del suo grande economista Ricardo, poiché questi “dimostrava” (da buon ideologo!) la convenienza di tutti i paesi a lasciare la produzione di manufatti agli inglesi (che così avrebbero dominato indisturbati il mondo per un altro secolo almeno), specializzandosi in prodotti minerari e dell’agricoltura, che sarebbero mirabilmente serviti all’industria e al proletariato industriale inglese. L’economista tedesco List, certo meno grande di Ricardo, influenzò invece il cosiddetto “nazionalismo economico” con le tesi della “industria nascente”, e sostenne la necessità di mettere dazi all’importazione dei manufatti industriali inglesi; cioè su quelli più avanzati dell’epoca, non certo su prodotti agricoli di paesi più arretrati (ben netta quindi la differenza con le tesi odierne della Lega e di Tremonti, che vogliono imporre dazi sui prodotti cinesi del tipo della maglieria e simili).

In realtà, il neoliberismo e il neokeynesismo –correnti solidalmente antitetico-polari– si fondano entrambe sulla convinzione che la crisi di stagnazione si risolva dal lato della domanda. Il neoliberismo punta alla riduzione delle imposte su cittadini e imprese, con la puerile convinzione che il maggior reddito a disposizione si traduca in crescenti consumi e investimenti, processo proprio per nulla automatico e che richiede molte altre condizioni aggiuntive, di sicurezza e fiducia nel futuro e di realmente superiori possibilità competitive nell’ambito del sistema complessivo. Gli economisti, sociologi, politologi, di una cultura ormai sfatta (e ideologica nel senso della mistificazione e della menzogna pura e semplice) ci ammanniscono sermoni su come competere meglio in un mercato, che sia “libero e globale”, a base di efficienza produttiva, di miglioramento dei costi e dunque dei prezzi. L’efficienza, la produttività, i costi, sono solo un aspetto del problema; e di fatto nemmeno il più importante (importante anch’esso, sia chiaro, ma non il più rilevante). Non c’è solo il problema della lotta per le quote di mercato. Fondamentale è la capacità di penetrare le varie aree mondiali con i propri investimenti; e tali investimenti debbono procurare a dati sistemi economici una posizione di forza. Questi investimenti seguono il formarsi di determinate sfere di influenza, per mantenere e accrescere le quali è necessaria una potenza politica e una capacità di egemonia culturale. Gli investimenti, dunque, non debbono essere solo quelli finanziari, non solo quelli in innovazioni tecniche e di prodotto, eccetera; debbono dirigersi anche, e in modo decisivo, verso le attività di potenziamento della sfera dell’influenza politica e culturale.

 

8. Chi pensa a far politica, non può riferirsi solo alle classi “inferiori” (nel senso di quelle meno abbienti, e via dicendo) del proprio paese, perché altrimenti è bene si dedichi esclusivamente alla rappresentanza (sindacale) di quel particolare spicchio di popolazione che predilige (dei cui voti ha cioè bisogno per le sue malversazioni). Esiste però pure il paese (una popolazione) nel suo insieme, e nelle sue relazioni con il sistema internazionale. Esiste quindi il problema della geopolitica (e della geoeconomia, ovviamente). E dunque, è necessario riflettere anche su questo problema. Alcuni credono che sia sufficiente, in campo internazionale, schierarsi contro i dominanti sul piano globale, attuando quella che comunemente viene indicata come politica antimperialista. Non è così. Intanto, in senso proprio, l’imperialismo è stato il periodo dello scontro tra più potenze capitalistiche (almeno 5-6) per la preminenza mondiale. Oggi, pur essendoci sintomi di ripresa di un conflitto per certi versi simile, esiste la netta predominanza USA. Quindi, sempre in senso proprio, si deve oggi parlare soprattutto di una lotta antiegemonica, una lotta contro, appunto, questa predominanza degli Stati Uniti. Ovviamente, è del tutto giusto che tale lotta si esprima in primo luogo con l’appoggio ai paesi e popoli che sono sotto il giogo degli USA, che sono stati e sono aggrediti dagli USA, che sono minacciati da essi poiché non si piegano ai loro diktat, ecc. È sia una questione di principio, sia un interesse materiale.

Questo è però ancora soltanto una parte del problema. Attualmente in Europa come in altre parti del mondo –e l’Italia, nell’area europea, è campo di battaglia di non minore importanza affinché si affermi una delle alternative possibili– sta prevalendo la linea di diventare una parte subordinata (una “provincia”) dell’Impero americano, adattandosi al suo interno come un complessivo sistema economico “di nicchia”, dismettendo completamente ogni grande industria nei settori di punta che farebbero concorrenza al “padrone” e attenendosi ad attività di “servizio” (di turismo, di imprenditorialità dedita a produzioni complementari a quelle dei dominanti, eccetera) e di reperimento di fondi finanziari per chi sta al vertice del potere mondiale. A mio parere, dovrebbe essere seguita –proprio per evitare il declino e assicurare migliori condizioni di vita praticamente a tutti– una linea di indipendenza e quindi di lotta contro la potenza egemone.

È dunque necessario non essere solo ossessionati da politiche “di classe”, bensì pensare anche allo sviluppo del paese nel suo insieme; e alla possibilità di evitare che l’Europa diventi il “giardino di casa” degli USA, un sistema economico, politico, culturale, integrato e complementare a questi ultimi, in un certo senso prendendo il posto del Sud America, dove si sta manifestando una interessante e non debole spinta all’autonomia (ad esempio in Venezuela: anche se non credo ad un suo decisivo successo, certamente si tratta di comportamenti politici nettamente più efficaci di quelli europei).

E qui arriviamo dunque alla conclusione del discorso. Per affermare una nostra autonomia, si debbono indebolire gli organismi detti comunitari europei, punto nodale della inferiorità del continente e della sua subordinazione alla potenza centrale. L’Inghilterra e molti paesi dell’Europa orientale sono la longa manus degli USA nella nostra area. Tuttavia, un paese decisivo in tal senso è proprio l’Italia, controllata da un sistema bancario responsabile dei crac ben noti (Cirio, obbligazioni argentine...) e da un’industria arretrata ed inefficiente, quella “banda Al Capone” che si raggruppa quasi per intero nel patto di sindacato della RCS (ma non dimentichiamo pure Unicredito, San Paolo-Imi, Carlo De Benedetti, Monte Paschi di Siena, eccetera) e che rappresenta il nemico più feroce di ogni possibile risanamento della nostra economia. È ora di capire che nessuna lotta sociale è possibile, nessun anticapitalismo ha qualche possibilità di attecchire, se le forze che a simili intenti dedicano solo chiacchiere non rivolgeranno qualche loro pensiero alla necessità di risolvere i problemi delle loro, complessamente strutturate, società nel loro insieme.

 

Concludendo, io non voterò. Intanto per ragioni di principio, per le quali non voto da non so quanti anni (cioè decenni); e che sono le ragioni espresse da Lenin, ma rinvigorite dalla fase dell’attuale dittatura “democratica” del capitalismo (e dell’imperialismo USA).

Poi, in più, non voto per la destra principalmente perché:

1) Sono contro il neoliberismo e le tesi della “mano invisibile” del mercato (ma sono anche contro le tesi, apparentemente antagonistiche, della fine degli Stati nazionali e della contrapposizione tra un generico, e diffuso, Impero e la “moltitudine”; tesi in realtà complementari, e complici, della precedente).

2) Sono contro il filoamericanismo e il filosionismo di questa destra italiana.

 

Per il centrosinistra non voto per motivi più articolati e numerosi.

1) Sono stato comunista, ma per me il comunista non è di sinistra. Quest’ultima, nella mia testa, si identifica con tutti gli opportunisti e infami che si sono, ad ondate successive, presentati nella storia del “movimento operaio”. Per me “sinistra” è sinonimo di socialdemocrazia, e questa è sinonimo di guerre mondiali e imprese coloniali e altre mostruosità simili.

2) Sono contro il neokeynesimo tanto quanto contro il neoliberismo. Per quanto riguarda lo Stato sociale, non posso in due battute esprimere il mio pensiero, ma sono fortemente critico verso tutta una serie di “miti” e semplificazioni, pur riconoscendo il valore di certi servizi essenziali alla popolazione.

3) Sono contro il sostanziale filoamericanismo e filosionismo della “sinistra” che si distingue dalla destra solo per la menzogna e l’ipocrisia. Ricordiamo il Governo D’Alema: appoggio all’aggressione americana contro la Jugoslavia, ma per “ragioni umanitarie” (un falso genocidio, smentito dal rapporto OCSE dell’ottobre 1999); e bombardamenti della nostra aviazione assieme agli angloamericani sostenendo che noi compivamo operazioni di “difesa integrata” (linguaggio tipicamente orwelliano, che è il massimo dell’ipocrisia e dunque dell’infamia). Il programma dell’Unione non dice, sul ritiro delle truppe dall’Iraq, nulla che si differenzi da quanto affermano Berlusconi o Martino, eccetera.

 

1° aprile 2006