Italia. Ragioni dell’in/dipendenza
(Maggio/ Giugno 2006)
(
Archivio)
a) Agenzie di rating USA
ed Unione Europea alzano la voce sulla Finanziaria. Rispetto del Patto
di stabilità europeo, “risanamento finanziario”, tagli alla spesa pubblica:
all’unisono Standard & Poor’s e Fitch, Commissione e Banca Centrale Europea
pretendono nuovi “sacrifici” dal Paese. Il governo Prodi obbedisce. Tant’è che
c’è chi parla di «governo Padoa Schioppa - Almunia (commissario UE, ndr)
- Trichet (governatore BCE, ndr), con l’appoggio esterno delle
principali agenzie di rating» (26 maggio). Per maggiori
approfondimenti in tema, andare al 23, 24, 25, 26, 31
maggio, 1 e 7 giugno. L’eventuale opposizione della “sinistra
radicale” alle riforme? Leggete come l’ha definita l’attuale primo ministro (8
giugno).
b) Privatizzazioni in Italia e “colonizzazione” economica e
finanziaria: Paolo Cirino Pomicino risponde all’editorialista del Corriere
della Sera Francesco Giavazzi (21 maggio). Interessanti in merito
anche le considerazioni del defunto Lorenzo Necci (31 maggio). Riguardo
la tempestosa prima metà degli anni Novanta, va segnalata anche l’opposizione
di parte del mondo economico USA verso Raul Gardini (26 maggio).
Ovviamente non si tratta di “santificare” tali noti personaggi della “Prima
Repubblica”. Importante è far emergere come la colonizzazione del “sistema
Italia” si sia oltremodo accentuata con l’avvento della cosiddetta “Seconda
Repubblica”. Che –ad esempio– l’apertura ai “mercati finanziari” e l’importanza
assunta dalla Borsa siano addirittura nocive al tessuto produttivo italiano, lo
si può trovare scritto persino sul Corriere della Sera (4 giugno).
c) Italia targata Goldman Sachs
(20 e 22 maggio). Da Romano Prodi a Massimo Tononi, da Mario Draghi a Claudio
Costamagna (finanziatore della campagna elettorale di Prodi) a Mario Monti,
ecco le principali figure del mondo politico ed economico italiano con un
passato e un presente nella potente banca d’affari USA che, da Robert Rubin ad
Henry Paulson, non disdegna di mandare propri alti esponenti alla carica di
segretario del Tesoro USA. Sia con la passata amministrazione Clinton sia con
quella attuale di Bush.
d) Politica estera del
centrosinistra discontinua rispetto a quella del centrodestra? Dall’Iraq
all’Afghanistan si nutrono molti dubbi in merito (21, 23, 27
e 29 maggio; 1, 15 e 30 giugno). A parte
considerazioni etiche e (geo)politiche sulle aggressioni ai due Paesi, sono da
rilevare i danni anche economici derivanti da una politica estera condotta in
totale subordinazione a Washington. Sanzioni economiche all’Iran, ad esempio,
danneggerebbero soprattutto Bonn e Roma (30 maggio).
Tra le altre notizie, estremamente
significative:
Industria (3 maggio)
Agricoltura (12, 19 maggio)
Liberalizzazioni (20 maggio)
Enti territoriali (24 maggio)
Lavoro (25 maggio)
Politica (10 maggio, 25
giugno)
- Sardigna. 1 maggio.
Aumentano i tumori nell’isola. Il Rapporto sullo stato di salute delle
popolazioni residenti in 18 zone dell’isola considerate a rischio, voluto
dalla Regione Sardegna e completato in questi giorni dopo mesi di lavoro,
mette sul banco degli imputati insediamenti militari, industriali e
minerari, cause di un inquietante eccesso di malattie, spesso tumorali. La
ricerca, illustrata a Cagliari dall’Assessore regionale alla Sanità, Nerina
Dirindin, e dall’Epidemiologo Annibale Biggeri, conferma quanto già era
emerso a dicembre durante la presentazione dei primi dati: in alcune aree
della Sardegna si sta peggio che nel resto d’Italia. In particolare gli
uomini sono più colpiti da tumori del polmone, del fegato e del sangue. I
risultati del Rapporto sono già stati acquisiti da due Commissioni
parlamentari, quella che indaga sui rischi professionali e quella
sull’uranio impoverito.
- Lavoro. 3 maggio. Ottomila
posti di lavoro in meno in un anno: sono i dati Istat sull’occupazione tra
il febbraio 2005 ed il febbraio 2006. I settori tessili, stampa ed
editoria, energia, gas ed acqua sono quelli che hanno perso più posti di
lavoro; l’occupazione è invece aumentata nelle grandi imprese alimentari,
negli alberghi e ristoranti, nelle imprese commerciali.
- Industria. 3 maggio. L’andamento
del prezzo del petrolio e di altre materie prime, «che colpisce
soprattutto l’Italia, più di altri dipendente dalle importazioni
energetiche»; i recenti e ripetuti aumenti dei tassi d’interesse della
Banca Centrale Europea, in parallelo con quanto deciso oltreoceano dalla
omologa Federal Reserve USA, che finiscono «per colpire soprattutto un
Paese ad alto debito pubblico come il nostro»; l’irruzione nel mercato
globalizzato della Cina, «oggi di gran lunga e molto più degli Stati
Uniti importatore di ultima istanza e trascinatore degli scambi
internazionali», temibilissimo concorrente in molti dei settori
produttivi tradizionali del made in Italy. Ecco tre grossi fattori
di condizionamento esterno per l’economia italiana, messi in luce da
Riccardo Faini in un articolo su Il Sole 24Ore.
- Esteri. 4 maggio. Calipari:
no dagli USA ad una collaborazione alle indagini. In una lettera resa
pubblica dal ministro della giustizia Castelli, gli Stati Uniti spiegano «in
modo definitivo» che non intendono collaborare all’inchiesta
sull’omicidio di Nicola Calipari. Le uniche informazioni che potevano
essere fornite, ha scritto il dipartimento di giustizia in una lettera
inviata a Roma il 24 aprile scorso, sono quelle «contenute nel rapporto
del Multinational corp Iraq, già trasmesso al governo italiano».
Ovvero quelle, costellate di omissis (come il nome di Mario Lozano,
scoperto da un hacker bolognese che ha cancellato gli omissis USA) quando
la prima relazione della commissione di inchiesta USA –guidata dal
generale statunitense Peter Vanjel– fu messa nero su bianco. Nel febbraio
scorso, un rapporto del Ros confermò il nome di Mario Lozano, mostrando
come gli Stati Uniti, nelle prime ore seguite alla sparatoria abbiano
cambiato più volte versione dei fatti mettendo incrociando e aggiustando i
tempi della sparatoria e quelli dei presunti segnali di allarme «a
braccia» del soldato Lozano.
- Politica. 5 maggio. Edward
Luttwak, noto analista militare USA del Center for Strategic and
International Studies (CSIS) ed ex consulente della sicurezza
nazionale, della Casa Bianca e del dipartimento di Stato USA, benedice
un’eventuale elezione di D’Alema alla presidenza della Repubblica. «Qui
a Washington ricordiamo D’Alema come l’unico premier italiano che ha
combattuto da alleato a fianco degli Stati Uniti. Fin dall’inizio, senza
cambiare idea e senza distinguo», rimarca Luttwak sulle colonne de Il
Foglio, aggiungendo: «D’Alema è stato leale, fedele, serio, e non
ha ceduto di un millimetro nonostante nel suo partito ci fosse una
componente pacifista».
- Politica. 5 maggio. Luttwak
rileva pure la diffidenza che all’inizio circoli statunitensi nutrivano
per l’ex primo ministro DS. «Allora pensavamo che il nostro uomo fosse
Lamberto Dini. È successo il contrario (…) D’Alema ha condotto con
successo l’azione e il suo sottosegretario Marco Minniti si è dimostrato
tenace». Conclude Luttwak: «Washington si ricorda questo: un
uomo affidabile che mantiene le promesse e che accetta le responsabilità
ben testate da 11 settimane incessanti di bombardamenti. D’Alema ha
passato il test più pesante che ci potesse essere: quello della guerra».
- Finanza pubblica. 6
maggio. Casse vuote per
le ambasciate italiane. L’ambasciatore italiano a Berlino,
Antonio Puri Purini, ha
minacciato di chiudere entro l’estate i consolati sparsi per la Germania
perché è a corto di fondi. Proprio alla vigilia dei Mondiali di calcio.
Gli ha fatto eco, da Washington, Gianni
Castellaneta: anche negli USA alcuni consolati sono a
rischio. È stata, quindi, la volta di Eugenio D’Auria, rappresentante di
Roma in Arabia Saudita: non ha soldi per assicurare l’aria condizionata al
consolato di Gedda, la seconda città del Regno Saudita. Stessa situazione
ad Abu Dhabi. È questo un effetto del taglio delle spese correnti disposte
in Finanziaria per mettersi in regola con il Patto di Stabilità Europeo.
- Politica. 6 maggio. Marco
Travaglio contro la candidatura D’Alema al Quirinale. Su Micromega,
Travaglio ripercorre alcune delle ultime gesta (nessun rilievo, ad
esempio, dell’aggressione al Kosovo, condotta in totale spregio dell’art.
11 della Costituzione) del presidente dei DS: la presidenza della
commissione Bicamerale, dove D’Alema «firmò una controriforma che
faceva a pezzi l’intera seconda parte della Costituzione, violando anche
alcuni princìpi contenuti nella prima»; l’aver ricevuto 20 milioni di
lire in nero a metà degli anni Ottanta dal “re delle cliniche pugliesi”,
Francesco Cavallari, imprenditore barese colluso con la Sacra Corona
Unita, mandante-picchiatore di sindacalisti CGIL «pestati a sangue»
che ha patteggiato una condanna per concorso esterno in associazione
mafiosa: un finanziamento illecito che D’Alema ha confessato, ma per cui
ha beneficiato di una prescrizione; lo scandalo della “missione
Arcobaleno”, «che ha visto coinvolti alcuni uomini a lui vicini
indagati dal futuro sindaco di Bari, l’ex pubblico ministero Michele
Emiliano»; lo scandalo della Banca del Salento, poi Banca 121, gestita
da suoi amici con risultati disastrosi soprattutto per i
risparmiatori (centinaia di persone sul lastrico per i famosi investimenti
nei fondi “My Way” e “Four You”).
- Politica. 6 maggio. Travaglio
ricorda pure che quando D’Alema è stato presidente del Consiglio, ha
diretto i giochi della controversa privatizzazione della Telecom, quella
condotta, con l’aiuto determinante delle grandi banche d’affari
statunitensi ed inglesi, dalla soprannominata “razza padana” dei
Colaninno, Gnutti e Lonati. I “capitani coraggiosi” di D’Alema, sostenuti
pure dall’Unipol di Consorte e dal Monte dei Paschi di Siena (MPS),
acquistarono il colosso italiano con i soldi delle banche, contribuendo ad
accollare alla Telecom debiti «che oggi ammontano ormai a 53 miliardi».
Travaglio rammenta anche che la stessa squadra, eccetto per Colaninno e la
MPS, si è ritrovata insieme «nella scalata dell’Unipol alla BNL. Di
quella scalata, D’Alema s’interessò attivamente: sia in pubblico con
dichiarazioni a sostegno di Consorte, in difesa di Gnutti e anche di
Ricucci e degli altri “furbetti”; sia in privato, come risulta dalle sue
telefonate intercettate con Consorte (diverse volte) e da un contatto
telefonico (poi abortito) addirittura con Fiorani».
- Politica. 6 maggio. A
questo punto, Travaglio fa una clamorosa rivelazione. Asserisce che le
telefonate tra D’Alema e Consorte, «diversamente da quelle di Piero Fassino
subito pubblicate da “il Giornale” berlusconiano, restano al momento
segrete. Ma, secondo le denunce degli stessi DS, Berlusconi sarebbe in
possesso del “dischetto” completo delle intercettazioni disposte dai
magistrati milanesi». Travaglio si chiede perché il Giornale
abbia interrotto la pubblicazione dei testi: «Non sarebbe il caso di
renderne noto il contenuto, per dissipare ogni sospetto di ricatti? Finché
ciò non avverrà, intorno a Massimo D’Alema permarrà un fumus
oggettivamente ricattatorio. Che è totalmente incompatibile con le sue
aspirazioni per la Presidenza della Repubblica».
- Politica. 6
maggio. Trova consensi un’elezione di
D’Alema a presidente della Repubblica? Secondo Dagospia sì. Il sito
di notizie ed indiscrezioni di Roberto D’Agostino afferma che «D’alema
presidente è la soluzione migliore per tutti», per centrosinistra e
centrodestra. D’Alema, riferisce Dagospia, vorrebbe chiamare i
cittadini ad eleggere un’Assemblea costituente per la riforma della
Costituzione, riprendendo così quel progetto di Commissione bicamerale di
dieci anni fa poi abortita per contrasti all’interno dei due poli. Secondo
Dagospia, D’Alema presidente sarebbe la soluzione migliore per Romano
Prodi, «che avrebbe la garanzia di governare per l’intera
legislatura, perché la riforma costituzionale avrebbe dei “tempi tecnici”
di almeno 4 anni», e dunque, in un clima di “concordia” tra centrosinistra
e centrodestra avrebbe speranze di arrivare al termine della legislatura;
e lo sarebbe anche per Walter Veltroni, «il successore designato di Prodi.
Ne prenderebbe il posto alla fine del suo quasi certo secondo mandato al
comune di Roma, in una condizione assai più favorevole: con il paese
pacificato dalla riforma costituzionale e con il partito democratico già
nato».
- Politica. 6 maggio.
Anche nel centrodestra, al di là di dichiarazioni di rito, ci sono forze
che vedrebbero un’elezione di D’Alema come quantomeno il “meno peggio”. Ad
esempio, nonostante dichiarazioni pubbliche facciano pensare il contrario,
Silvio Berlusconi. Per Dagospia, il «Cavaliere nero in un
clima bipartisan potrebbe far valere meglio la sua forza elettorale,
chiedendo alla maggioranza garanzie per le sue aziende e contrattando una
soluzione non eccessivamente punitiva nei suoi confronti del conflitto di
interessi. Nota bene: il presidente della Repubblica è anche presidente
del Consiglio Superiore della Magistratura. Quando partì l’operazione Mani
Pulite, Francesco Saverio Borrelli si premurò di chiamare il Quirinale e Oscar
Luigi Scalfaro dette il via libera a Tangentopoli. E dopo la condanna di
Previti, che è stata letta come segnale avverso della Magistratura al
cosiddetto inciucio Max-Silvio, il Cavaliere ha bisogno di garanzie
giudiziarie». Non bisogna poi dimenticare che l’avversione di gran
parte dei “poteri forti” bancari e industriali verso di loro è un tratto
che accomuna D’Alema e Berlusconi. Ma anche Umberto Bossi non ne sarebbe
dispiaciuto. «Quasi sicuramente bocciata la devolution nel referendum
di fine giugno, potrebbe comunque sedersi nuovamente al tavolo delle
trattative per una nuova e assai più robusta riforma federalista»,
afferma Dagospia.
- Politica. 6 maggio. Dopo aver rivelato che l’elezione di D’Alema
avrebbe ovviamente il consenso dei “poteri forti”
statunitensi («ricordate la Missione Arcobaleno in Kosovo, condotta a
suon di bombardamenti dal governo del Lider Maximo?»), Dagospia
si sofferma sulle forze che potrebbero sabotare la sua candidatura. A
parte i “poteri forti” bancari ed industriali, ancora scottati dal
tentativo di D’Alema di rafforzare tramite la vicenda Unipol-BNL il
proprio potere economico mettendo il naso nel loro terreno di caccia,
Dagospia ritiene che la candidature di D’Alema «potrebbe tramontare se
si verificassero alcune delle seguenti condizioni. Primo, riesplodono le
faide all’interno dei DS e del centro-sinistra, fomentate dai settori
ostili a D’Alema. Secondo, nel centro-destra Fini e Casini decidono di far
saltare il tavolo delle riforme per mettere nell’angolo Silvio Berlusconi
e liberarsi definitivamente di lui. Terzo, è lo stesso Berlusconi a
mandare tutto a monte per puntare rapidamente su una dissoluzione
dell’attuale maggioranza (la cui debolezza è evidente) e su una rivincita
elettorale a breve». L’opposizione in particolare di Casini nel
centrodestra, Rutelli nel centrosinistra, sicuramente con il consenso di
spezzoni importanti dei cosiddetti “poteri forti”, sarebbero poi risultate
decisive per il tramonto della candidatura D’Alema alla presidenza della
Repubblica.
- Sanità. 7 maggio. La
cosiddetta “pandemia influenzale” è stata oggetto dell’odierna puntata
della trasmissione Rai Report. «La paura dell’aviaria ci ha
angosciato molto, ha mandato a ramengo un po’ di allevatori, ci è costata
90 milioni di euro per rimborsarli, che però chissà quando glieli daranno.
Intanto ogni volta che muore un’anatra da qualche parte ci vengono i
capelli dritti. Quello che ci piacerebbe capire è se la paura è motivata,
se è stata amplificata perché rende bene, in questo caso a chi, o se siamo
tutti in preda al panico». Così ha aperto la conduttrice Milena
Gabanelli, che legittimamente si chiede «come mai si parla molto meno
di vaccini contro la tubercolosi o la malaria che fa milioni di morti, e
non un centinaio come in questo caso, come mai non siano considerati
emergenze, non facciano paura e non scorrano fiumi di denaro». Su
suggerimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Comunità Europea
decise lo scorso anno che ogni Stato avrebbe dovuto far scorta di farmaci
antivirali per almeno il 25% della popolazione. Anche l’Italia si è
adeguata con acquisti di farmaci antivirali a vantaggio di un settore,
quello farmaceutico, in mano estera. «Tra il Relenza della Glaxo, il
Tamiflu della Roche e le spese di spedizione (…) la fobia della Pandemia
ci è costata all’incirca 50 milioni di euro», commenta Report. «Il
Tamiflu non era un farmaco di successo, tanto che in alcuni stati la Roche
aveva deciso di non commercializzarlo. Per esempio in Italia…», si
aggiunge, rilevando come i farmaci siano stati all’inizio acquistati
recandosi all’estero.
- Sanità. 7 maggio. La
minaccia dell’influenza globale è stata presentata per la prima volta il
13 settembre in una Conferenza europea sull’influenza a San Giuliano di
Malta. Un congresso al quale hanno partecipato anche i rappresentanti dei
governi, che di lì a poco faranno incetta di antivirali. I giornalisti
italiani riprendono il comunicato stampa di una società di comunicazione
dove si legge: «Molti esperti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità
in testa, sono ormai convinti che la prossima pandemia influenzale sia
solo una questione di tempo». «Esperti tutti in buona fede e
autorevoli, ovviamente», commenta Gabanelli che però non può «fare
a meno di notare che la conferenza di Malta, ovvero la bomba che ha
scatenato il panico, sia stata sponsorizzata dalle case farmaceutiche, la
Roche che produce il Tamiflu, l’Aventis Pasteur e la Baxter che producono
vaccini». La Gabanelli aggiunge: «Che una pandemia prima o poi
arriverà si teme da sempre, perché è comparsa ciclicamente. Ma quando
arrivi e se farà gravi danni non è possibile dirlo. Inoltre potrebbe non
essere l’H5N1 a scatenarla. Dunque una serie di inesattezze».
- Sanità. 7 maggio. «Nel
caso dell’influenza aviaria, non abbiamo niente, non sappiamo neanche qual
è il virus, invece abbiamo il farmaco come se fosse efficace (…) Questo
vale per i farmaci antivirali e anche per il vaccino (…) A esser
maligni uno può pensare che ci siano di mezzo degli interessi da parte
dell’industria farmaceutica, la quale (…) cerca di vendere il più
possibile i suoi farmaci». Le clamorose dichiarazioni sono di Silvio
Garattini, direttore dell’istituto ricerche farmacologiche Mario Negri.
Milena Gabanelli di Report rileva che le multinazionali
farmaceutiche «vendono, ma per fortuna questa influenza non c’è, perché
il virus, che dovrebbe scatenarla, l’h5n1 non è ancora in grado di
trasmettersi da uomo a uomo, né sappiamo se mai accadrà». Tali
farmaci, oltretutto, rischiano di essere un rimedio peggiore del male. Report
rileva che è stata «infilata» in una legge approvata dal Congresso
USA una norma frutto di «una negoziazione segreta tra la Casa Bianca e
le compagnie farmaceutiche» che sancisce «l’immunità alle
case farmaceutiche sui danni da farmaci anti pandemia” (…) Mai visto
niente di simile!» È ovvio che «se un’azienda è protetta
fino al punto di non doversi preoccupare delle proprie responsabilità,
fino al punto di non dover spendere soldi per seguire procedure di estrema
sicurezza, di investire nelle migliori verifiche cliniche… Se un’azienda
non è costretta ad essere diligente allora non lo sarà. Stiamo davvero
mettendo in pericolo le persone», è il clamoroso allarme.
- Politica. 10 maggio. Il
diessino Giorgio Napolitano è il nuovo
Presidente della Repubblica. Nato a Napoli il 29 giugno 1925, ha
aderito nel 1945 al Partito comunista italiano, di cui è stato militante e
poi dirigente fino alla costituzione del Partito democratico della
sinistra (PDS). Napolitano venne
eletto deputato per la prima volta nel 1953 (e successivamente sempre
rieletto, nella circoscrizione di Napoli), e subito
fu nominato responsabile della commissione meridionale del Comitato
centrale del PCI. In questa
funzione appoggiò la repressione sovietica dell’Ungheria nel 1956.
Dopo essere entrato nella
direzione nazionale del partito, dal 1976 al 1979 fu responsabile
della politica economica e dal 1986 al 1989 ne diresse la
commissione per la politica estera e le relazioni internazionali.
Esponente della corrente moderata (i cosiddetti “miglioristi”) del PCI, fu
favorevolissimo alla trasformazione in Partito Democratico della Sinistra.
Il 3 giugno 1992, con la bufera “Mani Pulite” già innescata, è eletto Presidente
della Camera dei deputati, restando in carica fino alla prematura
conclusione della legislatura nell’aprile 1994. Dal maggio 1996
all’ottobre 1998 è stato ministro dell’Interno. Il 23 settembre 2005 è
nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi.
- Politica. 10 maggio.
Negli anni Ottanta Napolitano, “l’allievo più brillante di Giorgio
Amendola”, si è impegnato anche in problemi di politica internazionale ed
europea, in particolare come membro (1984-92 e 1994-96) della delegazione
italiana all’Assemblea dell’Atlantico del Nord, l’Assemblea
parlamentare della NATO (AP NATO), organismo nato nel 1955 come
Conferenza interparlamentare, strutturandosi negli anni fino a costituire
un Segretariato permanente a Bruxelles, giuridicamente indipendente dalla
NATO ma con cui nella pratica intercorrono stretti rapporti di lavoro.
Napolitano svolge comunque, già a partire dagli anni Settanta, una vasta
attività di conferenze all’estero, soprattutto presso numerose Università
degli Stati Uniti: Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e
CSIS di Washington. Il dato non è irrilevante, se si pensa agli anni della
“guerra fredda”, e darebbe sostanza alle voci secondo cui Napolitano ed il
suo “maestro” Amendola fossero i soli alti dirigenti del PCI ad avere il
visto permanente per gli USA.
- Politica. 10 maggio. Ancor
meno conosciuta è la sua carica di presidente, dal 1995, del Consiglio
Italiano del Movimento Europeo. Formalmente creato il 25 Ottobre
1948 (Duncan Sandys fu eletto presidente, e Léon Blum, Winston Churchill,
Alcide De Gasperi e Paul-Henri Spaak furono nominati presidenti onorari) e
finanziato dagli USA, il Movimento Europeo ha giocato un ruolo
determinante nel processo d’integrazione europea, esercitando influenza
sulle istituzioni nazionali e comunitarie, financo ai giorni nostri con il
sostegno alla cosiddetta “Costituzione Europea”. Attualmente, il Movimento
Europeo è rappresentato in 41 paesi del continente e raggruppa 20
associazioni internazionali.
- Agricoltura. 12 maggio. Coldiretti:
la presenza di grano OGM (organismi geneticamente modificati) nella pasta
italiana causerebbe danni pari a 2.2 miliardi di euro per le sole
esportazioni. In base allo studio presentato al Convegno “grano o grane: OGM alla prova di governo”,
promosso dal Consiglio dei diritti genetici ed elaborato sulla base dei
risultati della ricerca Inran sull’impatto degli OGM sui consumatori
esteri di alimenti italiani, la Coldiretti denuncia: l’OGM danneggerebbe
l’immagine complessiva dell’alimentare italiano e causerebbe danni economici irrimediabili. Oltre
la metà degli stranieri (55%) eviterà di consumare pasta ed addirittura il
15% rifiuterà tutti i cibi nazionali. La maggior parte degli stranieri
(60%), rileva la Coldiretti, teme per la “sicurezza” del prodotto
alimentare in seguito all’introduzione di OGM. Agli effetti pratici sul
commercio estero si sommerebbero, sul piano interno, quelli sul turismo enogastronomico, che rappresenta
l’unica componente in costante crescita per la vacanza degli stranieri in
Italia. Preoccupazioni
anche da parte dei cittadini italiani, che nella grande maggioranza dei
casi (62%) mostrano un atteggiamento sfavorevole verso l’utilizzo
dell’ingegneria genetica nel settore agro-alimentare.
- Agricoltura. 12 maggio. Ogni
italiano consuma
quotidianamente quasi 350 grammi
di prodotti a base di grano tenero e duro (pasta, derivati della panetteria,
eccetera) con il risultato che qualsiasi eventuale effetto tossico o
allergenico dovesse manifestarsi nel consumo di grano transgenico
determinerebbe serie implicazioni per la salute della popolazione. A
differenza di quanto è avvenuto per il mais, la soia e la colza, la forte
opposizione in Italia e all’estero ha permesso di bloccare le richieste di
commercializzazione di grano OGM da parte delle multinazionali sia europee che soprattutto nordamericane,
nonostante le tecniche biotecnologiche avanzate facciano intravedere la
possibilità di produrre e commercializzare grano biotech per pane, pasta,
pizza e biscotti. «Salvare la
pasta Made in Italy dai rischi di contaminazione
del grano biotech è una necessità per non mettere a rischio la credibilità
dell’intero sistema agroalimentare, dal quale dipendono molte delle
opportunità di sviluppo sostenibile del Paese», ha affermato il
segretario generale della Coldiretti, Franco Pasquali.
- Agricoltura. 12 maggio. Un
pensiero che accomuna un vasto movimento
di opinione trasversale dal punto di vista politico e
sociale, riunito nella coalizione “Liberi da OGM”, grazie alla quale,
anche per il supporto determinante della Coldiretti, si deve la scelta
delle amministrazioni locali di delibere per liberare i territori comunali
dal transgenico. In poco più di due anni è aumentato di oltre il 40% il
numero dei comuni liberi da OGM, e
attualmente sono 2.355, su un totale di 8.106 (pari al 29%), i comuni che
hanno già deliberato per evitare la contaminazione del proprio territorio
con il biotech, ai quale si aggiungono 41 delibere provinciali, 50
delibere di Comunità montane. Le regioni maggiormente contrarie alle coltivazioni biotech in termini di
incidenza sul totale dei comuni sono l’Abruzzo (54% dei comuni OGM free),
Basilicata (53%), Umbria (48%), Lazio (45%), Emilia-Romagna (37%), Friuli
Venezia Giulia, Campania e Sardegna (36%), e Puglia (35%). La regione che
vanta il maggior numero in assoluto di comuni liberi dall’OGM è –conclude
la Coldiretti– il Piemonte (384), seguito da Lombardia (202), Campania
(196) e Veneto (192).
- Industria. 17 maggio. Bruxelles
indaga sugli incentivi alle piccole e medie imprese. La Commissione Europea ha avviato un
procedimento di indagine formale sugli aiuti previsti nella
Finanziaria del governo Berlusconi
per incoraggiare, sotto forma di credito di imposta, la fusione tra
piccole e medie imprese. Secondo un comunicato
della Commissione, «la misura potrebbe avere effetti distorsivi per gli scambi e per la
concorrenza e dubita che gli aiuti di Stato siano lo
strumento adatto in questo caso». L’Italia, secondo Bruxelles, deve innanzitutto dimostrare che la
misura si prefigge di porre rimedio ad uno specifico fallimento del
mercato. Tuttavia, secondo la Commissione, le piccole
dimensioni delle imprese italiane sono imputabili piuttosto ad
inefficienze normative, ad esempio in materia fiscale o di lavoro, alla
mancanza di finanziamenti, all’eccessiva regolamentazione dei mercati dei
prodotti e dei servizi e agli oneri amministrativi. Dietro il burocratese
di Bruxelles, sembra evidenziarsi un vero e proprio monito: più che
sostenere il proprio settore produttivo, l’Italia deve proseguire lungo la
strada della liberalizzazione di beni e servizi, dell’apertura del proprio
mercato interno ad investimenti esteri, della flessibilità del lavoro,
eccetera.
- Esteri. 17
maggio. «Non
scappiamo», dice il ministro della Difesa Martino a Nassiriya
nell’ultimo giorno di governo. Ed è vero: è pronta “Nuova Babilonia”, la
missione «civile» con un capo italiano, un vice USA
e 600 soldati. Stefano Chiarini de il manifesto rileva che Antonio
Martino, nella sua ultima dichiarazione da ministro
della Difesa, «ha ribadito il progetto destinato a “coprire” con la
nostra bandiera il protettorato USA sulla Mesopotamia: riduzione da 2.600
a 1.600 uomini entro giugno e a fine anno il passaggio da “Antica
Babilonia” a “Nuova Babilonia” lasciando a Nassiriya circa 600 uomini».
Dovrebbero rimanere in Iraq anche i militari italiani presenti presso il
Comando Britannico della divisione multinazionale zona sud-est e quelli
presso il comando Multinazionale delle Forze in Iraq a Baghdad: in tutto
circa 166 uomini, oltre ai militari che operano presso il Centro di
Addestramento a Baghdad della NATO.
- Esteri. 17
maggio. Il
ministro Martino è stato ieri molto chiaro: «intendo ancora una volta
rassicurare le autorità irachene: noi non ce ne andiamo, non scappiamo,
non ci ritiriamo. Cambia solo la natura della missione: finora è stata
prevalentemente militare, dall’inizio dell’anno prossimo sarà
prevalentemente civile». In altri termini, «un semplice cambiamento
di pelle», commenta Chiarini. La nuova missione italiana ruoterà
attorno ad una «micidiale miscela di “civile e militare” facente capo
al Team di Ricostruzione Provinciale (PRT) di Nassiriya, costruito
sul modello degli analoghi organismi messi in piedi in Afghanistan dalla
NATO». Chiarini si sofferma pure su questi PRT: «Non si tratta di
truppe lasciate a proteggere i “civili” ma piuttosto di uno strumento che
garantisce l’inserimento della struttura militare nell’area di operazioni
cercando di darle legittimità e di ridurre al minimo gli attriti con la
popolazione e la società locale. È una struttura mista con componenti
civili e militari ma all’interno di un progetto che è sempre quello
dell’occupazione militare a guida USA e del sostegno ai governi e ai
governatori fantoccio locali i quali, senza le forze occupanti, non
potrebbero più continuare nei loro traffici illeciti, se non nei loro
crimini».
- Esteri. 17
maggio. Charini è inoltre impressionato
dalla fretta con la quale il governo di centrodestra
uscente e gli alti comandi dell’esercito hanno proceduto, prima della
formazione del governo Prodi, a creare l’infrastruttura della nuova
missione. «Il Team provinciale per la ricostruzione di Nassiriya
comincerà ad operare ai primi di giugno e sarà pienamente operativo già a
metà del mese prossimo. A capo della nuova struttura ci sarà un
funzionario del ministero degli esteri italiano con due vice, un ufficiale
italiano e un “civile” statunitense. Come sarà possibile portare avanti
questo lavoro, visti i fallimenti precedenti e per di più in una
situazione ancora più deteriorata sotto il profilo della sicurezza e con
una componente militare ridotta a soli 600 uomini non è dato sapere.
L’unica certezza è che si metteranno a repentaglio inutilmente le vite di
tanti nostri concittadini civili e militari».
- Interni.
18 maggio. Sull’onda dello scandalo del
sequestro dell’egiziano Abu Omar, il governo Prodi vuole azzerare i
vertici dei servizi segreti (Sismi, Sisde e Cesis, comitato di
coordinamento dei servizi) e rimodellarne l’assetto creando un’agenzia
unica da affidare all’attuale capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Lo scrive il settimanale l’Espresso.
- Interni.
18 maggio. A destra il giornalista Lino Jannuzzi ha a più riprese denunciato il
forte legame tra De Gennaro ed il diessino Luciano Violante, non
capacitandosi di come il
governo Berlusconi nel 1994 lo abbia potuto promuovere a vicecapo
della polizia e direttore centrale della Criminalpol (fu poi Giuliano
Amato, nel maggio del 2000, a nominarlo capo della polizia su
proposta dell’allora ministro dell’Interno Enzo Bianco).
Jannuzzi ha denunciato che De Gennaro, come capo della Direzione
investigativa antimafia, arruolò i pentiti per suggerirgli
le accuse nei processi contro Bruno Contrada e Giulio Andreotti; come capo
del Servizio centrale operativo (Sco), Jannuzzi lo ha giudicato coinvolto
nella faccenda delle bobine manomesse del bar Mandara (2 marzo 2006),
quelle della microspia che intercettava il giudice Squillante, e che
furono usate come prova nel processo “Toghe sporche” contro Previti; come
capo della Polizia, De Gennaro sarebbe responsabile di aver tolto la
scorta all’ex sindacalista Marco Biagi, poi assassinato dalle “nuove
Brigate rosse”. Senza entrare nel merito delle vicende richiamate, da cui
il capo della polizia ne è uscito senza conseguenze, resta l’interrogativo
di Jannuzzi (Panorama, 11 luglio 2002): «che
cosa ha in mano De Gennaro, che cosa custodisce nei cassetti e negli
armadi, che gli dà tanta forza e tanto potere?».
- Interni.
18 maggio. A sinistra si ricorda invece come Gianni De Gennaro sia stato
uno dei massimi responsabili della brutale repressione di Genova e
costituisca un vero “potere forte” all’interno degli apparati di Stato.
Gigi Malabarba, esponente di Rifondazione Comunista ed ex membro del
comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, rilevando come il
capo della polizia abbia fatto promuovere i poliziotti indagati nelle
bastonature di massa di Genova per garantire loro l’impunità, definì De
Gennaro il principale rappresentante in Italia di «un
concetto di pubblica sicurezza che rappresenta in realtà una sorta di
fronte interno della guerra globale contro il terrorismo di diretta
derivazione USA, per cui è in atto un durissimo scontro tra apparati in
Italia, con conseguenze devastanti anche sull’organizzazione della Polizia
di Stato».
- Interni.
18 maggio. Nell’ottobre 2005, Malabarba denunciava: «con il combinato disposto di promozioni e
pensionamenti anticipati, De Gennaro sta allontanando quadri formatisi nel
movimento democratico di Pubblica Sicurezza, oggi ritenuti incompatibili
con il nuovo corso. Così facendo, ed è un dato inquietante, si
sguarniscono anche le possibilità di contrasto di fronte a possibili
attentati». Malabarba ricorda pure i fatti di Genova, con le sevizie
alla scuola Diaz e le torture e le sevizie a Bolzaneto. Mentre si
consumava il pestaggio di chi dormiva nella scuola, Malabarba provò,
assieme ad altri deputati, a superare il cordone di polizia e carabinieri
che impediva l’accesso al portone della scuola. Nonostante le urla e le
grida di dolore che si udivano distintamente al di fuori, ne fu impedito
l’accesso. Seguì poi la sequela di feriti –tutti arrestati per poi essere
tutti prosciolti dai giudici– portati in barella fuori dalla scuola e
trasferiti in carcere. Quando alla fine fu consentito l’ingresso, la scena
che si presentò era quella di un vero mattatoio con sangue ovunque: sui
muri, sui sacchi a pelo, nei bagni, sulle scale. Un crimine che rischia di
passare impunito anche perché chi vi entrò lo fece occultando il volto e
le forze di polizia in Italia non hanno sulla divisa alcun numero di
riconoscimento.
- Esteri.
19 maggio. «Non abbiamo condiviso la
Guerra in Iraq e la partecipazione dell’Italia». Sono le parole del discorso programmatico tenuto da Romano
Prodi al Senato. Critiche da parte del centrodestra, che interpretano il
passaggio una velata accusa all’ex presidente della Repubblica, Carlo
Azeglio Ciampi. Il motivo: Ciampi ha sempre sostenuto che l’Italia non aveva
partecipato all’intervento armato in Iraq e che il successivo invio di
truppe italiane era di tipo “umanitario” per la “ricostruzione” del paese.
- Interni.
19 maggio. Il settimanale inglese The
Economist critica la composizione del governo Prodi. In particolare,
si denuncia la mancata nomina di Emma Bonino (ministro per gli
Affari comunitari) al ministero della Difesa: «il suo non essere
riuscita ad averlo è un segno dei problemi che ha Prodi per la vittoria
risicata e suggerisce che il suo governo potrebbe non durare a lungo».
Duro il giudizio sul ministero della Giustizia affidato a Mastella:
«solo tre mesi fa Mastella era stato ascoltato dalla direzione
antimafia per la sua amicizia con un uomo che ha ammesso di aver aiutato
l’ex boss dei boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, durante la sua
latitanza, quel Francesco Campanella cui Mastella ha fatto da testimone al
matrimoni». Critiche anche al numero di ministri (due in più
del governo Berlusconi) ed alle estenuanti trattattive per i
sottosegretari che si avviano ad essere in numero esorbitante per
accontentare gli appetiti della coalizione.
- Agricoltura. 19 maggio.
Segatura per l’invecchiamento lampo del vino: è la nuova trovata
dell’Unione Europea per deliziare la nostra tavola. La Commissione Europea
intende consentire l’utilizzo di trucioli di legno per invecchiare il vino
in grandi recipienti d’acciaio e dargli un aroma che si ottiene
naturalmente solo lasciandolo per molti mesi nelle botti di rovere.
Una pratica molto controversa, ma utilizzata per vini come quelli USA ed australiani.
I produttori e i consumatori italiani sono contrari a questa
proposta, e chiedono etichette che specifichino la presenza di
trucioli nei processi di invecchiamento del vino. «Questa scelta
ci preoccupa perché vanifica l’attività dei vinificatori e dei viticultori
che invecchiano naturalmente il vino. Si sceglie una scorciatoia come già
avvenuto con il metanolo. Decisioni di questo tipo aprono le porte a nuovi
escamotage. Forse la segatura non è la soluzione peggiore, ma se
ragioniamo in questo modo alla fine giustifichiamo qualunque pratica per
gratificare la grande industria che vuole fare grandi fatturati»,
dichiara ad Affari Italiani Floriano Zambon, sindaco di Conegliano Veneto,
presidente dell’Associazione
italiana delle Città del Vino, della corrispondente
Federazione Europea e di Altamarca, la sigla per la valorizzazione
dell’alta collina trevigiana e dei suoi vini.
- Agricoltura. 19 maggio. «Le esigenze della piccola produzione DOC e DOCG, strettamente
legata al territorio, sono diverse da quelle dei colossi
dell’agroalimentare. I comuni italiani vivono grazie alle
piccole imprese e ai prodotti tipici, certe scelte rispondono a logiche
diverse dalla valorizzazione del territorio. I trucioli per far
invecchiare il vino sono incompatibili con la riscoperta dei sapori
tradizionali», prosegue Zambon. Sarebbe quindi già in atto un processo
analogo a quello in corso con le norme UE sulla coesistenza
tra coltivazioni tradizionali e ogm «che sono incompatibili con gli
altri tipi di agricoltura, senza entrare nel merito
degli eventuali rischi per la salute di queste sementi». Se
poi, per ragioni politiche, non si vogliono contrastrare le decisioni
europee, «almeno si imponga un’etichettatura in cui si indichi con
chiarezza che il vino è stato ottenuto con una procedura diversa
dall’invecchiamento naturale», conclude il presidente
dell’Associazione Città del Vino, nata nel 1997, oggi annoverante circa 550 Comuni a tradizione
vinicola.
- Finanza estera. 20 maggio. Da
Goldman Sachs al ministero dell’Economia: è il curriculum di Massimo
Tononi, neo sottosegretario all’Economia, fino a pochi giorni fa managing
director della banca d’affari USA per le fusioni ed
acquisizioni. Tononi ha conosciuto Romano Prodi quando quest’ultimo era
membro del consiglio di consulenza internazionale di Goldman Sachs, posto
ora ricoperto dall’ex Commissario europeo alla concorrenza Mario Monti, in
compagnia dell’ex commissario alla concorrenza Karel van Miert, colui che
con l’italiano Andreatta forzò l’IRI a privatizzare. Quando Prodi
riassunse nel 1993 la presidenza dell’IRI, chiamò Tononi come assistente
per la finanza. Con l’avvento di Silvio Berlusconi al governo, Prodi
lasciò l’IRI e Tononi ritornò a Goldman Sachs, dove fece carriera fino ai
vertici del gruppo, in compagnia di Claudio Costamagna, da poco uscito da
Goldman Sachs, di cui è nota l’amicizia con l’attuale primo ministro (la
moglie figura tra i finanziatori della campagna elettorale di Prodi).
Oltre a Tononi e Prodi, ai vertici di Goldman Sachs ha operato pure Mario
Draghi, che a gennaio si è dimesso dalla vicepresidenza per l’Europa per
assumere l’incarico di governatore della Banca d’Italia.
- Finanza estera. 20 maggio. Romano
Prodi è stato consulente della banca di New York nel periodo fra il
1990-93, a cavallo tra i due mandati di presidente dell’IRI. L’attuale
presidente del Consiglio entrò nell’International advisor board di
Goldman Sachs, una specie di pensatoio dove sono riuniti consulenti ed
esperti di tutto il mondo. Secondo alcuni analisti, chi riesce ad entrare
in Goldman Sachs ci resta per tutta la vita, anche quando la si lascia per
ricoprire altri incarichi istituzionali. In Italia, la banca fondata nel
1869 a New York dall’emigrato tedesco Marcus Goldman, ed avente per braccio
destro il genero Samuel Sachs, è stata definita da alcuni «il braccio
armato del salotto buono del capitalismo», essendo stata una delle
banche d’affari protagoniste della stagione delle privatizzazioni di
Amato, Ciampi, Draghi e Prodi. La Goldman Sachs gioca un ruolo di primo
piano anche negli USA. L’attuale ministro del Tesoro, Henry
Paulson, ad esempio, viene da Goldman.
- Politica economica. 21
maggio. Ristabilire la fiducia dei mercati internazionali approntando
una serie di liberalizzazioni: per Eugenio Scalfari di La Repubblica
è la misura prioritaria che il governo di Prodi e Padoa Schioppa dovrà
attuare. Scalfari afferma che il rapporto deficit annuale di bilancio /
PIL ha superato la soglia massima del 3% fissata nel Patto di Stabilità
Europeo, e viaggia ora verso il 5%. Per Scalfari, a questo punto, occorre
innanzitutto ottenere almeno un anno di tempo dalla Commissione Europea di
Almunia e Barroso, cui Scalfari imputa di aver concesso il benestare alla
Finanziaria di Tremonti. Un piano di rientro del deficit scaglionato in
più anni consentirebbe a Prodi di non dover effettuare una stretta fiscale
che, per rispettare i parametri europei, rischia di vanificare i lievi
segnali di ripresa economica. Ottenendo un po’ più di tempo, Scalfari
spera pure che la “lotta all’evasione fiscale” e l’aumento del PIL possano
consentire l’abbassamento del rapporto contabile supervisionato da
Bruxelles e Francoforte (sede della Banca Centrale Europea).
- Politica economica. 21
maggio. Secondo l’editorialista di La Repubblica, il compito
più arduo sarà però convincere le agenzie di rating statunitensi a non
declassare il debito pubblico italiano. Considerata la spada di damocle
dell’elevato debito pubblico, per il 50% in mano agli investitori esteri,
«il governo non può aspettare», ammonisce Scalfari, e quindi «deve
produrre fiducia e redigere un DPEF che la ispiri ai mercati. Insieme ad
alcune riforme che i mercati apprezzano e che possano essere fatte subito»:
riforme che Scalfari individua nelle liberalizzazioni. Come dire: un po’
di tempo in più per aggiustare i conti (rovinati da quelle stesse misure
neoliberiste che si invocano come cure) in cambio di maggiori spazi
di mercato per gli investitori esteri. L’editorialista di la Repubblica
afferma che di liberalizzazioni «ce ne sono molte in agenda», dalle
professioni alla distribuzione ai servizi pubblici locali. Però,
puntualizza Scalfari, «farle tutte insieme non è consigliabile se non
si vogliono coalizzare tutti gli interessi (non sono pochi) che saranno
colpiti». Insomma, che il governo tenga sempre presente l’antico motto
divide et impera, ci vuole ricordare il fondatore di La
Repubblica.
- Politica industriale. 21
maggio. Cirino Pomicino contro Giavazzi. Una interessante lettera
dell’ex ministro del Bilancio DC a il Giornale di critica a
un’editoriale del professor Giavazzi. Sul Corriere della Sera
Giavazzi ha affermato che, nell’ultimo governo Andreotti (1989-92), i
progetti privatizzatori di Guido Carli, ministro del Tesoro, sarebbero
stati frenati dal ministro delle Finanze Rino Formica (PSI) e dal ministro
del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (DC). Quest’ultimo ha replicato
stizzito: «il suo ricordo è totalmente sbagliato». E giù ad
elencare i “meriti” di quel governo: «Carli, Formica e il
sottoscritto in quei tre anni di governo disciplinarono il mercato dei
capitali, condizione essenziale per favorire il processo di
privatizzazione delle grandi aziende pubbliche. Videro così la luce la
legge sull’Offerta pubblica d’acquisto (OPA), sull’insider trading,
sulle società d’intermediazione mobiliare, sulle fondazioni bancarie,
sulla riforma della Consob e via di questo passo. Contestualmente, nel
1991 cominciammo a collocare sul mercato: alcune aziende pubbliche come
quelle alimentari possedute dalla SME che furono acquistate da Barilla,
dalla Ferrero e dalla Parke-Davis e tante altre come la Cementir, la cui
asta pubblica vide la vittoria del gruppo Caltagirone sulla Fiat dando
allo Stato un incasso molto più alto di quello previsto (una
frecciatina verso gli Agnelli, ndr?)». E non è tutto, aggiunge Pomicino: «alla
fine dello stesso 1991, in occasione della presentazione della legge
finanziaria, a firma Andreotti, Carli, Formica e del sottoscritto, fu
varato il primo decreto legge sulle procedure per avviare le privatizzazioni
di parte rilevante del grande patrimonio pubblico presente nell’economia
reale».
- Politica industriale. 21
maggio. Le dichiarazioni di Pomicino mostrano dunque come già nel
1991, ad opera del governo Andreotti, si stesse instradando l’economia
italiana nel solco privatizzatore e cosiddetto “liberalizzatore” tracciato
dal processo d’integrazione europea, con tutto quello che ne consegue in
termini occupazionali, di qualità dei servizi, di livello delle tariffe,
eccetera. A partire da quell’anno il bilancio pubblico, al netto della
spesa per interessi, avrebbe registrato un’eccedenza delle entrate sulle
spese. Un anno dopo sarebbe entrato in vigore il Trattato di Maastricht
con i suoi vincoli finanziari su deficit annuale e debito pubblico, che a
distanza di 15 anni non smettono di giustificare tagli alla spesa ed
inasprimenti fiscali. Cosa lamenta allora Giavazzi? Quali le differenze
con la politica economica di Andreotti & Co? La direzione del
processo di privatizzazione, afferma Pomicino, «profondamente diversa
da quella che fu poi seguita dal governo Prodi e dal ministro del Tesoro
Carlo Azeglio Ciampi».
- Politica industriale. 21
maggio. «La nostra linea muoveva dalla convinzione che nel credito,
nell’industria e nei servizi il processo di privatizzazione delle aziende
pubbliche dovesse servire ad un rilancio del ruolo del capitalismo
italiano nel più generale riassetto del capitalismo europeo nel quale si
muovevano altre grandi aziende pubbliche, innanzitutto francesi e
tedesche. Di questa linea, che metteva insieme liberalizzazione dei
mercati, privatizzazioni e interesse nazionale fu testimone autorevole,
oltre che suggeritore prezioso, Giuliano Amato, in rappresentanza
dell’allora Partito socialista di Bettino Craxi. Di lì muovemmo, ad
esempio, per vendere il Crediop e l’IMI al San Paolo di Torino discutendo
a lungo sulla bontà di una fusione alternativa con la Cariplo. Per dirla
in breve, pensavamo che uno Stato che aveva nelle proprie mani il 25%
dell’economia reale poteva e doveva giocare un ruolo nel riassetto
industriale e finanziario europeo senza innescare un perverso processo di
colonizzazione del Paese». Stendendo un velo pietoso sui pretesi
“interessi nazionali” richiamati da Pomicino, emerge come quel governo
mirasse –nel contesto d’integrazione europea promosso dagli USA per meglio
tenere sotto controllo gli Stati membri del “vecchio continente”– ad un
posizionamento del capitalismo italiano sicuramente in scia degli USA, ma
con una voce in capitolo in Europa non subalterna a Francia e Germania.
- Politica industriale. 21
maggio. Cos’è successo invece? Qui il racconto di Pomicino si fa
piuttosto interessante e mostra come i governi di centrosinistra
dell’epoca abbiano ratificato un vero e proprio processo di
svendita al grande capitale internazionale. Certo, Pomicino non
critica privatizzazioni e liberalizzazioni per affermare una politica
“nazionalitaria” che si interroghi ad esempio su quali settori produttivi
promuovere o sostenere in funzione della tutela degli interessi collettivi
(e non del potere di agenti capitalistici statali e privati, oltretutto
subordinati agli USA) e sul ruolo di sostegno del sistema finanziario. Nel
seguito della lettera, l’andreottiano, più che criticare l’apertura
dell’Italia al capitalismo dei grandi Stati europei in sé, lamenta
la mancanza di “reciprocità”, che si traduce anche in un minor
potere di condizionamento politico. Pomicino auspica la formazione di
influenti fondi pensione italiani, con tutte le conseguenze che ne
derivano in termini di tutela previdenziale delle classi lavoratrici. Si
rammarica del fatto che le privatizzazioni non siano state effettuate
secondo una “guida politica” che forse avrebbe dato forza agli interessi
capitalistici del sistema Italia, ma penalizzando gli interessi
nazionali del Paese. Fatta questa premessa, Pomicino descrive bene in
quale direzione ancor più deleteria i governi “tecnici” e politici di
centrosinistra hanno traghettato il Paese. «Nella seconda metà
degli anni Novanta la presunta forza di Carlo Azeglio Ciampi ricordata da
Giavazzi e l’abilità, che spesso nella vita è un’aggravante, di Mario
Draghi, consegnarono pezzi rilevanti dell’economia italiana per un valore
di 150 miliardi di euro al capitalismo internazionale senza alcuna
reciprocità».
- Politica industriale. 21
maggio. L’ex ministro DC fa qualche esempio: «la liberalizzazione
del mercato elettrico e la privatizzazione dell’ENEL ha fatto sì che il
secondo produttore elettrico italiano diventasse lo Stato francese
attraverso la sua Eléctricité de France (EDF). È inutile ricordare le
bacchettate che il sistema finanziario e industriale francese ha dato alla
nostra ENEL che si era permessa solo di pensare ad un’OPA sulla cugina
Suez. Non ce ne vorrà il professor Giavazzi se, stando così le cose,
rimpiangiamo la “debolezza” di Carli e condanniamo la forza di Carlo
Azeglio Ciampi che con disinvoltura e senza creare investitori
istituzionali come i fondi pensione mise mano ad una ponderosa svendita di
aziende pubbliche, rendendo così il nostro paese sempre più subalterno e
riducendolo ad un mercato da conquistare (ultimo esempio la vicenda
Autostrade). Per carità di patria e per brevità di tempo non facciamo
l’elenco di quelle sciagurate tappe (dalla Telecom alla BNL) che farebbero
arrossire quanti hanno immaginato che liberalizzazioni e privatizzazioni
fossero da sole e senza alcuna guida politica risolutrici dei tanti
problemi che affliggono il Paese». E conclude: «su questo
terreno misureremo prossimamente la saggezza di Prodi e di Padoa Schioppa
nel resistere a quelle mosche cocchiere di una finanza internazionale che
vuole ridurre l’economia italiana, parafrasando Metternich, ad una
espressione geografica».
- Esteri. 21
maggio. D’Alema risponde a
Martino: «l’Italia non scappa dall’Iraq. Ritira le forze armate, ma in
un quadro di collaborazione con il governo iracheno e gli alleati».
Insomma, piena continuità con il centrodestra. «Il governo avvierà
nella prossima settimana, in cooperazione tra Esteri e Difesa, un piano
per ridefinire il carattere della nostra presenza in Iraq, che diventerà
una presenza civile. La nostra non è una fuga, ma una scelta politica»,
ha precisato il neo ministro degli esteri. Contrassegnate da prudenza, ma
non contrarietà, le dichiarazioni del primo ministro Prodi sui tempi del
piano del “ritiro”, mentre il capogruppo alla Camera di Rifondazione
Comunista, Gennaro Migliore, dichiara «Il ritiro non è negoziabile e
non è contestuale al processo di collaborazione e ricostruzione in Iraq.
La futura presenza italiana nel territorio iracheno andrà ragionata in un
secondo tempo di concerto con le autorità internazionali e nel rapporto
con gli altri Paesi». Gennaro Migliore non esclude quindi una
presenza italiana in Iraq, ma vorrebbe segnata una più accentuata
discontinuità, magari con l’intervento di quell’ONU che, da Haiti alla
Costa d’Avorio, dimostra il suo ruolo di sostegno alle grandi potenze.
- Esteri. 21
maggio. «La collaborazione
con il governo americano è un nostro impegno, anche perché le nostre
coordinate sono europeismo e atlantismo». Così il ministro degli
Esteri D’Alema, nel dare notizia di una «cordiale e calorosa telefonata»
con il segretario di Stato USA, Condoleezza Rice, «nella quale mi ha
dato il benvenuto nel club dei ministri degli Esteri». Il titolare
della Farnesina, ha annunciato che si incontrerà presto in un “bilaterale”
con la Rice, «possibilmente prima del prossimo G8 di San Pietroburgo
che è fissato per metà luglio: ho la certezza che lavoreremo bene insieme
nel ricordo del lavoro comune svolto in passato». Poi la puntualizzazione:
«le linee di politica estera sulle quali lavorare sono quelle già
tracciate. L’Italia deve essere uno dei Paesi di punta dell’integrazione
europea poiché concepire la nostra posizione fuori dal quadro dell’Europa
è una velleità». Musica per le orecchie di
Washington.
- “Borghesia compradora”.
22 maggio. Un’Italia
sempre più targata Goldman Sachs, la potentissima banca d’affari USA. È
quanto sostiene un articolo odierno di Dagospia, intitolato: «si scrive Goldman Sachs, si legge Prodi, Draghi,
Padoa Schioppa, Tononi». L’articolo inizia così: «Ad essere felici nel
palazzo di Manhattan in Broad Street a New York, sono in queste ore Henry
Paulson e Lloy C. Blanckfein, i due capi della banca d’affari più potente
del mondo. Dall’Italia cominciano finalmente ad arrivare buone notizie. A
gennaio il loro capo delle ricerche economiche, Jim O’Neill, aveva
ironizzato pesantemente al Forum di Davos sulla situazione del nostro
Paese: “vi restano solo cibo e un po’ di calcio”». Dichiarazioni,
queste ultime, che sembrano aver fatto da preludio per un ritorno in
grande stile dell’influenza della banca d’affari statunitense nelle
vicende politiche del nostro paese.
- “Borghesia compradora”.
22 maggio. Dopo le
dichiarazioni di O’Neill, infatti, «è arrivata la nomina
a Bankitalia di Mario Draghi (ex vice presidente di Goldman Sachs per
l’Europa), e poco tempo dopo anche Mario Monti è entrato nella Banca
fondata nel 1869 da due immigrati tedeschi, Marcus Goldman e Samuel Sachs.
Adesso al governo c’è Romano Prodi, il Professore di Bologna (ex
consulente della Goldman Sachs, ndr) che conosce il tempio della
finanza dai tempi dell’IRI, protagonista di molte privatizzazioni
(soprattutto quella del Credit) che si sono rivelate assai proficue.
Accanto a lui c’è Tommaso Padoa Schioppa, un uomo che è una garanzia per i
banchieri angloamericani e a sorpresa è stato infilato nella squadra del
ministero dell’Economia Massimo Tononi, un uomo di Goldman Sachs».
- “Borghesia compradora”.
22 maggio. Prosegue Dagospia:
«Sembra di rileggere il vecchio copione degli anni ‘90
con gli stessi personaggi, e le stesse merchant bank (banche d’affari,
ndr). L’unica variante è rappresentata da Padoa Schioppa perché nella
stagione delle privatizzazioni “felici” al Tesoro c’era Carletto Ciampi. Alla Twister
Communication di Milano, la società che cura l’immagine di Goldman Sachs
in Italia, negano le analogie e le insinuazioni». Conclude Dagospia: «la
vera ragione che preoccupa la trimurti dell’economia costituita da Prodi, Draghi,
Padoa Schioppa, è la paura che le agenzie internazionali (USA, ndr) di
rating possano emettere a breve un verdetto pesante sulle finanze
italiane. Per coprirsi le spalle la coperta di Goldman Sachs è una delle
migliori che la trimurti può scegliere anche se non è ancora chiaro quanto
questa predilezione potrà costare».
- Sardigna. 22 maggio. Sardegna
in primo piano nell’agenda del nuovo ministro della Difesa, Arturo Parisi,
che ha concordato un incontro a breve con il presidente della Regione,
Renato Soru, per affrontare il delicato problema delle servitù militari
sull’isola. Fin dalla campagna elettorale del 2004, Soru aveva indicato
nella riduzione delle servitù una delle priorità del governo regionale,
sollecitando un riequilibrio della presenza delle forze armate in tutto il
territorio nazionale e sottolineando che la Sardegna è la regione italiana
col maggior carico di servitù militari. L’isola, infatti, ospita le aree
addestrative di Capo Teulada, Perdasdefogu-Salto di Quirra, Capo Frasca,
alle quali vanno aggiunte la base aerea di Decimomannu e la base appoggio
per sottomarini a propulsione e armamento nucleare della marina degli
Stati Uniti nell’arcipelago della Maddalena.
- Sardigna. 22 maggio. L’attività
dei poligoni sardi è oggetto di contestazione nell’Isola. Capo Teulada è
situato all’estremità meridionale della Sardegna occidentale. Il centro di
addestramento per unità corazzate (Cauc) è affidato all’Esercito che col
1° reggimento corazzato gestisce l’area, tra le più belle dell’Isola dal
punto di vista naturalistico. La morfologia del territorio rende il
poligono adatto a operazioni di tipo aeronavale, rischieramento di truppe
terrestri, operazioni anfibie e di proiezione di forze corazzate. A Capo
Teulada, dal 1965, si svolgono le più importanti esercitazioni della NATO.
Le autorità militari hanno sempre smentito che nell’area siano state
utilizzate munizioni a uranio impoverito, ammettendo però l’uso di armi
che rilasciano amianto e gas dannosi per la salute. Il poligono
sperimentale di Perdasdefogu-Salto di Quirra (Pisq) è situato in una vasta
area della Sardegna centro-orientale, tra le province di Nuoro, Ogliastra
e Cagliari, gestito da un organismo interforze Aeronautica-Esercito-Marina
e dedito al collaudo di nuovi sistemi d’arma. Apparati di telemetria e radar
consentono anche di monitorare l’attività dei velivoli delle forze aeree
italiane e NATO che periodicamente vengono rischierate a Decimomannu.
L’area addestrativa comprende una vastissima zona che si estende verso il
mare, completamente interdetta al volo e alla navigazione. Anche a
Perdasdefogu, nonostante da anni di parli di “sindrome di Quirra” per i
numerosi casi di linfomi e altri tumori che hanno colpito abitanti della
zona e militari in servizio nel poligono, il ministero della Difesa ha
sempre negato l’uso di armi all’uranio impoverito.
- Sardigna. 22 maggio. Il
poligono di Capo Frasca è situato sull’omonimo promontorio che chiude a
sud il golfo di Oristano. Gestito dall’Aeronautica, è dedicato al
bombardamento al suolo e all’uso dei cannoni e delle mitragliatrici di
bordo che vengono usate su appositi bersagli. L’area addestrativa si
estende sul mare in un trapezio che, partendo da nord del golfo di
Oristano, scende sino a sotto la congiungente con Capo Teulada. La zona,
completamente interdetta al volo e alla navigazione, è destinata ai
combattimenti aria-aria dei velivoli rischierati a Decimomannu. Tutta
l’attività viene monitorata dal sistema Advanced air combat maneuvering
instrumentation. Ai poligoni addestrativi “ufficiali” presenti
nell’Isola, vanno aggiunte installazioni (militari o ex militari) che
vengono usate dai reparti speciali delle varie armi per addestrarsi
all’infiltrazione in territorio nemico e la grande base della polizia di
Stato, ad Abbasanta (Oristano), che ospita la scuola addestrativa per le
“teste di cuoio” e stages per polizie di tutto il mondo. Riguardo
La Maddalena, nel novembre scorso gli USA hanno annunciato il prossimo
abbandono della base, ma i tempi non sono stati ancora ben definiti.
- Liberalizzazioni. 22 maggio.
«Arginare il dominio anglosassone nel diritto»: è il programma
di Maurizio De Tilla, nominato due giorni fa presidente della federazione
degli Ordini Forensi Europei. A Il Messaggero l’avvocato dichiara:
«in Europa, nel nostro settore, ci sono due concezioni diamettalmente
opposte: una anglosassone e una latina (…) sembrerebbe che nel Parlamento
Europeo debba prevalere la concezione anglosassone». Cosa ciò
significhi, così lo spiega De Tilla: «l’avvocato inglese ha quasi una
concezione imprenditoriale: può fare società di capitali con soldi di
terzi, può farsi una libera pubblicità, può essere dipendente di società,
ha il patto di quota lite, cioè può avere dei compensi percentuali sulle
cause. In Italia tutto questo è vietato e, a mio parere, è giusto che sia
così». Sul perché sia contrario all’entrata di capitali terzi, così
spiega De Tilla: «scenderebbero in campo le assicurazioni, le banche,
le società telematiche e magari in alcune aree anche capitali di
organizzazioni criminali». Sulle contestate tariffe minime, De
Tilla esprime contrarietà a compensi legati al risultato: «è vero che
il risultato è importante, ma bisogna avere chiaro in mente che la
prestazione dell’avvocato è una prestazione di mezzo (…) che svolge
attività di contenzioso», cioè quella di dirimere controversie, non
quella di specularcisi sopra, come paventa l’avvocato della Cassa Forense
dall’estensione della logica anglosassone.
- Conti pubblici. 23 maggio.
Padoa Schioppa: «Siamo come a inizio anni ‘90». Secondo il nuovo
ministro dell’Economia, la situazione dei conti pubblici italiani è «simile
a quella che si registrava agli inizi degli anni ‘90», evocando un
periodo di finanziarie “lacrime e sangue” come quelle predisposte dai
governi Amato e Ciampi. Le esternazioni di Padoa Schioppa sono state
effettuate, secondo indiscrezioni, nel corso di un incontro riservato tra
il neo ministro e gli alti funzionari di via XX Settembre, tra cui i
sottosegretari, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, il
ragioniere generale dello Stato Mario Canzio. Sull’eventualità di una manovra bis
da varare prima della prossima finanziaria, non sarebbe stata presa
alcuna decisione, rinviandola a dopo i risultati della “due diligence”
(verifica sui conti pubblici) in atto, da concludere in tempo per la riunione
dell’Ecofin il 6 giugno prossimo.
- Conti pubblici. 23 maggio.
L’Ecofin potrebbe essere la sede per avviare la discussione su
un’eventuale richiesta di proroga
per il rientro del deficit annuale di bilancio entro la soglia del 3%
fissata dal Patto di Stabilità. Gli attuali accordi con la UE, assunti
dal precedente esecutivo, prevedono una riduzione dell’indebitamento al
3,8% nel 2006 e al 3% nel 2007. Ma il nuovo governo potrebbe chiedere di
far slittare di un anno, al 2008, il termine per il rientro senza
incorrere nelle sanzioni. D’altra parte, secondo le stime di Bruxelles e
del Fondo Monetario Internazionale, il deficit a legislazione vigente
viaggia rispettivamente al 4,1% e al 4,3% nel 2006.
- Conti pubblici. 23 maggio. Occorrono
ancora sacrifici. Dopo Fitch,
anche l’agenzia di rating USA Standard & Poor’s è intervenuta sullo stato dei
conti pubblici italiani. «Nel medio termine ci deve essere una
strategia per riportare l’avanzo primario al livello della fine degli anni
‘90 per ridurre velocemente il rapporto con il debito». A sostenere
questa posizione è Moritz Kramer,
responsabile del rating sui paesi europei di Standard & Poor’s: una posizione che
indirettamente mostra l’esistenza di un legame tra imposizioni della
finanza statunitense ed il Patto di Stabilità Europeo, essendo i rapporti
deficit annuale di bilancio / PIL e debito pubblico / PIL i parametri
fondamentali di “integrazione economica europea”. Kramer ha spiegato che il nuovo governo Prodi è
in grado di evitare una riduzione
del rating, «altrimenti avremmo declassato».
Per Kramer, comunque, «i prossimi mesi dovrebbero essere decisivi.
Siamo in ansiosa attesa di vedere quello che farà il governo con i conti
pubblici. Il deficit in rapporto al PIL è visto intorno al 4.3%
quest’anno». Sull’ipotesi che l’Unione Europea consenta uno
slittamento dei tempi per il rientro dal deficit, si tratta per Kramer di
una questione che l’Italia deve vedere con Bruxelles, «anche se ciò
confermerebbe la nostra preoccupazione di lunga data sull’annacquamento
del Patto di Stabilità». La finanza statunitense insomma è preoccupata
per l’allentamento dei vincoli europei. Meditare, gente,
meditare...
- Politica economica. 23
maggio. Paolo Leon, su l’Unità, esprime indirettamente
simpatiche considerazioni su come l’Unione Europea sia un fattore frenante
per la stessa capacità di crescita del capitalismo italiano. Il
giornalista economico sostiene che, una volta accertata l’entità effettiva
del deficit annuale di bilancio e del debito pubblico, occorrerà
contrattare con la Commissione Europea una dilazione dei tempi per
riportare il parametro deficit annuale / PIL sotto la soglia del 3%
stabilita dal Patto di Stabilità Europeo. Leon sostiene che a Bruxelles
bisognerà porre due condizioni: «la prima, che l’Italia non può essere
trattata peggio di Francia, Germania o Regno Unito (tutti paesi che hanno
ampiamente superato i parametri di Maastricht); la seconda, che il rientro
non deve influenzare negativamente né la crescita del PIL, né la bilancia
corrente dei pagamenti». Entrambe sono considerazioni
interessanti. La prima lascia intendere che all’interno dell’Unione
Europea, pur nell’ambito di normative come quella del Patto di Stabilità
fortemente penalizzanti per le economie di tutti gli Stati membri, ci sono
paesi di serie A e paesi di serie B: vale a dire Stati, come
quelli citati da Leon, che per anni hanno sforato la soglia del 3% senza
incorrere in sanzioni, e paesi come il Portogallo che, superato il 3%, si
è visto imporre drastiche ed immediate misure di “risanamento” che hanno
causato una grave recessione, traducendosi beffardemente (a causa del
ribasso del PIL) in un ulteriore peggioramento del parametro deficit /
PIL.
- Politica economica. 23
maggio. Paolo Leon, infatti, afferma che «la Commissione Europea
non può non sapere che qualsiasi manovra di dimensioni tali da raddrizzare
la nostra finanza pubblica, ucciderebbe anche la nostra economia».
Al di là degli intenti di Leon, è una critica fortissima all’ideologia del
“risanamento” e rigore di bilancio propugnata dai Trattati europei e
supervisionata da Commissione e Banca Centrale Europea. Il giornalista
economico non si ferma a queste considerazioni, aggiungendo che «la
Commissione sa anche che i parametri di Maastricht e la teoria economica
sulla quale si fondano sono espressione di una particolare ideologia
economica, tant’è vero che le ricette che derivano da quella teoria non
hanno funzionato che in casi rarissimi e, direi, per il concorso di
circostanze fortunate». Affermazioni chiare ed esplicite, da
cui però Leon non ne ricava la messa in discussione della costruzione
europea, finendo addirittura per esaltare la figura di Padoa Schioppa, la
cui «propensione per il rigore della finanza pubblica (sic!, ndr) e
soprattutto la sua fede europeista lo rendono un interlocutore efficace
per la Commissione».
- Politica economica. 23
maggio. Leon esprime pure preoccupazione su un possibile ed ulteriore
aumento dei tassi d’interesse da parte del nuovo Governatore della Federal
Reserve statunitense. Se la Banca Centrale Europea dovesse anch’essa
rialzare i tassi, adeguandosi alle decisioni della Federal Reserve USA
come ha fatto sin dalla sua istituzione, «la crescita europea, già
bassa, ne sarebbe influenzata negativamente, e deficit annuale e debito di
tutti i paesi europei sarebbero destinati a crescere». Se ciò dovesse
accadere, ammonisce Leon, «il problema non sarà più né l’inflazione, né
la finanza pubblica europea, ma la politica economica europea». Quanto
ancora bisognerà aspettare affinché si prenda coscienza dei danni
procurati dall’Europa e si provino a delineare scenari veramente alternativi?
- Industria. 23 gennaio. «La
grande banca d’affari USA Lehman Brothers, primari fondi d’investimento
nonché la Banca centrale della Norvegia: sommati, questi quattro azionisti
valgono quasi il 20% di Alitalia». Lo scrive Oscar Giannino
sull’edizione odierna de Il Messaggero. Il loro ingresso
nell’azionariato della compagnia aerea italiana in seria crisi fa seguito
all’aumento di capitale «contrattato con Bruxelles come garanzia per la
ripresa della compagnia».
- Politica economica. 23
maggio. Riduzione delle agevolazioni e dei trasferimenti alle imprese
per “risanare” i conti in linea con i parametri del Patto di Stabilità e
le imposizioni delle agenzie di rating USA. Se da un lato si ridurranno di
cinque punti percentuali gli oneri previdenziali e sociali sul lavoro,
favorendo così le grandi imprese, dall’altro, scrive Il Messaggero,
Prodi e Padoa Schioppa progettano «un’opera di disboscamento delle
varie agevolazioni di cui le imprese godono». Il quotidiano romano
precisa: «non si tratta certo di un terreno vergine, perché negli
ultimi anni il governo è intervenuto a più riprese. Ma comunque qualcosa
si può trovare». Svariati miliardi di euro per coprire la succitata
riduzione degli oneri previdenziali e sociali sul lavoro dovrebbero
arrivare pure dalla revisione del regime delle cosiddette
sottocontribuzioni (contribuzioni ridotte previste per alcuni comparti e
settori produttivi come quello agricolo).
- Conti pubblici. 23 maggio. «Servono riforme
strutturali, ma ci sono dei rischi politici». Anche l’OCSE, l’organizzazione per lo sviluppo
e la cooperazione europea, ha le sue “raccomandazioni” da fare al governo.
L’OCSE afferma che quest’anno ed il prossimo l’economia italiana ripartirà,
a patto però che vengano varate misure di liberalizzazione
nei servizi pubblici, flessibilità del lavoro e riduzione della spesa
pubblica «su basi permanenti a tutti i livelli di governo per
accrescere la credibilità della politica fiscale». Scrive il rapporto
OCSE: «Il nuovo governo ha annunciato la sua intenzione di dedicarsi
alle urgenti riforme di cui l’Italia ha bisogno, ma i rischi politici
appaiono particolarmente alti. Può essere difficile intraprendere riforme
visti i sottili margini parlamentari e la natura frammentata della
coalizione di maggioranza». Questi fattori, secondo l’OCSE, potrebbero
causare ripercussioni sfavorevoli sulla “fiducia” dei “mercati
internazionali”.
- Esteri. 23 maggio. Il
ritiro dall’Iraq è una bufala: invece restiamo e costituiamo un team di
ricostruzione provinciale, il PRT. Si assisterà a nulla di diverso
rispetto a quello che già il precedente governo aveva stabilito: un cambio
di tipologia dell’impegno in Iraq, con un adeguamento dello strumento
militare e una ridefinizione della missione “Antica Babilonia”, che
diventerà “Nuova Babilonia”. A dispetto degli squilli di tromba e dei
rulli di tamburo con i quali Romano Prodi sta annunciando di voler cessare
l’impegno militare a Nassiriya, sostituendolo con un impegno “civile”
(costituita da funzionari ed esperti del ministero degli Esteri), a breve
si assisterà solo al ridimensionamento del dispositivo militare.
Rimarranno comunque almeno 600 militari –in pratica un reggimento– con i
relativi mezzi e supporti per dare vita a quel Provincial
Reconstruction Team che inizierà a operare già dal mese di giugno.
- Esteri. 23 maggio. Di
fatto, quindi, il governo annuncia solamente a parole un rapido disimpegno
militare dall’Iraq, mentre in concreto, volendo avviare un team di
ricostruzione provinciale, la presenza di truppe sarà condizione
indispensabile. Le parole di Prodi, dunque, sono in sostanza rivolte
all’”estrema sinistra” della sua eterogenea maggioranza parlamentare. In
tal senso si debbono leggere anche le parole “guerra” e “occupazione”,
pronunciate da Prodi nel suo discorso al Senato ad uso e consumo dei suoi
alleati, perfettamente consapevole che il ritiro non avverrà. Alleati che
d’altro canto pretendono in Iraq un intervento dell’ONU, dimenticando che
lo stesso centrodestra si è impegnato in Iraq dietro mandato delle Nazioni
Unite stesse.
- Esteri. 23 maggio.
Analisti militari rilevano che un PRT non può sussistere senza un’adeguata
presenza militare, come del resto insegna l’esperienza afghana, dove
nell’ambito della missione NATO, l’ISAF, nel PRT di Herat a guida italiana
abbiamo 150 militari e cinque funzionari civili. «Senza contare, tra
l’altro, che i progetti di ricostruzione avviati e conclusi dall’Esercito
sono di gran lunga superiori in numero e importanza rispetto a quelli del
ministero degli Esteri», rilevano alcuni analisti militari: un dato
che spinge a chiedersi cosa si intenda per “progetti di ricostruzione”. «Nella
prima decade di giugno ci sarà l’inaugurazione del PRT di Nassiriya, che a
metà dello stesso mese acquisirà la piena operatività», ha spiegato
Ugo Trojano, il funzionario designato dal ministero degli Esteri a guidare
la nuova struttura con la collaborazione di due vice: un ufficiale
italiano e un civile statunitense. Non cesserà, quindi, la presenza
militare, come ha affermato anche il generale Natalino Madeddu, comandante
della brigata Sassari e dell’Italian Joint task Force Iraq a
Nassiriya, per dare continuità soprattutto agli impegni in ambito Cimic
(Civil-military cooperation) e Ssr (Security sector reform). Indirette
conferme in tal senso sono giunte anche dall’ambasciatore italiano a
Baghdad, Maurizio Melani, che proprio a Nassiriya, in occasione
dell’ultima visita da ministro della Difesa di Antonio Martino al
contingente là dispiegato, non ha parlato di ritiro, bensì di riduzione.
- Conti pubblici. 24 maggio.
Senza una riduzione sostanziosa del debito pubblico, il rating
sull’Italia potrebbe essere abbassato già nel 2006. Lo afferma Moritz
Kraemer, analista dell’agenzia di rating (valutazione della
solvibilità dei debiti) USA Standard & Poor’s in un rapporto
sul nostro paese. «È cruciale che si decidano misure strutturali per
assicurare un trend al ribasso significante e durevole del rapporto
debito-PIL, essenziale per mantenere il rating agli attuali livelli. Se
non ci saranno segnali di una strategia di questo tipo, il rating a lungo
termine potrebbe essere abbassato già quest’anno». L’agenzia
finanziaria statunitense deplora quello che definisce come «deterioramento
dell’effettiva efficacia del Patto di stabilità europeo» ed attende le
misure che il governo Prodi varerà nei prossimi mesi per il “risanamento”
di deficit annuale di bilancio e debito pubblico.
- Enti territoriali. 24
maggio. La spirale dell’indebitamento degli Enti locali per la sanità
rischia di far collassare i loro conti e fallire le piccole imprese del
settore rimpinguando però i profitti delle grandi banche, anche estere:
il tutto in nome dell’Europa. Stefano Pinto, sull’edizione odierna
di L’espresso, si sofferma a descrivere il meccanismo. Il punto di
partenza (anche se Pinto non lo dice esplicitamente) è il Patto di
Stabilità Europeo. Per rispettare i vincoli sul deficit annuale di
bilancio, il governo di centrodestra non ha coperto interamente le spese
per la sanità di competenza delle Regioni. «Quest’anno, per esempio, le
amministrazioni hanno previsto spese per 91 miliardi, ma il Fondo
sanitario nazionale (..) che per legge deve liquidare alle Regioni i
capitali necessari per la sanità (…) ne corrisponderà solo 80. Adesso però ballano 11 miliardi».
- Enti territoriali. 24
maggio. Dove trovare questi capitali? Qui entrano in gioco le banche.
Pinto cita il caso dell’Abruzzo governato dall’ex sindacalista Del Turco e
della cartolarizzazione predisposta nel 2006 da Banca Intesa. «Un’operazione
classica: le Asl (“Aziende” sanitarie locali, ndr) avevano
accumulato 327 milioni di debiti nei confronti dei fornitori. Intesa ha
agito su due versanti: ha fornito all’Abruzzo i capitali per saldare le
farmacie; e, attraverso una società-veicolo, ha collocato i crediti sul
mercato emettendo titoli obbligazionari e recuperando l’esborso». Attraverso
questa operazione, «la Regione ha riscadenzato i debiti e la banca ha
aggiunto un’operazione (con tanto di commissioni) al proprio bilancio».
Ovviamente l’Abruzzo non è l’unica Regione a rivolgersi alle banche.
Intesa si prepara a lanciare un’analoga cartolarizzazione per il Lazio, e
la Campania di Bassolino, affetta da sei miliardi di euro di debiti
sanitari, ha fatto altrettanto affidandosi a Lehman Brothers, Calyon e
Crèdit Suisse. «Ma in tutta Italia i tempi di pagamento delle Asl ai
fornitori sono saliti dai 292 giorni del 2001 ai 339 del 2005», e
Piemonte, Veneto e Calabria «potrebbero presto giocare la carta della
cartolarizzazione. Per diverse centinaia di
milioni».
- Enti territoriali. 24
maggio. Attraverso tecniche come la cartolarizzazione e la cessione
pro-soluto dei crediti dei fornitori alle banche, dunque, le Regioni
ottengono fondi e allungano la scadenza dei debiti: «l’alternativa, per
le regioni più dissestate, è il collasso», prosegue Pinto, che ricorda
come, sui debiti sanitari, «dopo 30 giorni dal pagamento scattano
interessi di mora vicino al 10%». Il debito complessivo degli Enti
territoriali, comunque, «sfonderà presto i 100 miliardi», e quello
sanitario si prevede che dagli attuali 10 miliardi di euro possa
raddoppiare entro il 2010. «Sono numeri grossi», rimarca Pinto, su
cui le cosiddette “una tantum” come le cartolarizzazioni sono solo
provvisori anestetici sui bilanci, dato che «non cancellano il debito
ma lo spostano nel tempo», gravandolo inoltre di care commissioni.
Tali operazioni, inoltre, non convengono nemmeno alle piccole imprese
farmaceutiche fornitrici: per queste, la cartolarizzazione si concreta in
una svendita dei propri crediti verso le Regioni (vale a dire, dei debiti
sanitari delle Regioni verso le imprese) alle banche. «Ma spesso, anche
per gli stessi fornitori si tratta di operazioni necessarie per incassare
liquidità ed evitare scoperti paurosi. Ecco perché spezzare il circolo
vizioso dell’indebitamento sanitario farebbe respirare le Regioni ed
eviterebbe lo sconquasso della piccola impresa farmaceutica italiana».
- Lavoro. 25 maggio. «Confermerò
la maggior parte degli strumenti oggi esistenti: dal contratto di
apprendistato al contratto a termine, dai contratti di lavoro interinale
ai contratti a progetto. Però rivisitati. Voglio cancellare il cosiddetto
“job on call”, il contratto di inserimento e lo staff leasing». Con
queste parole si presenta alle imprese il nuovo ministro del lavoro del
centrosinistra, Cesare Damiano, dirigente della Fiom (il sindacato dei
metalmeccanici della Cgil), dal 2001 nella segreteria nazionale dei DS, di
cui è responsabile del Dipartimento lavoro.
- Lavoro. 25 maggio. Nel
corso dell’intervista a Panorama Economy, il neo ministro del
lavoro prova a tenere insieme gli umori del “popolo di sinistra” e le
aspettative di banche e grandi imprese, forti sostenitrici del
centrosinistra. Dapprima Damiano traccia una distinzione tra “flessibilità
buona”, «che serve a un’azienda per rispondere a situazioni temporanee
e talora imprevedibili» , e “precarietà cattiva”, «quando
questa esigenza si trasforma in condizione strutturale, che impedisce alle
persone di impostare seriamente la vita e il lavoro». Proviamo a
prendere per buono questo intento. Non sarebbe allora da intervenire sugli
istituti di “lavoro flessibile”? Perché mantenere tipologie contrattuali
precarie come il lavoro interinale / in affitto? Perché non affermare
esplicitamente che il contratto a tempo indeterminato è quello base,
mentre il contratto a tempo determinato è una forma eccezionale di
rapporto di lavoro, da consentire in particolari e ben regolamentate
condizioni? Damiano non propone nulla di tutto questo, ma parla
principalmente di voler «scoraggiare la precarietà» aumentando i
contributi per i lavori non stabili. In sostanza, si vuole “mercificare”
il ricorso al lavoro precario: paga di più, e potrai continuare a
precarizzare. La prospettiva che si profila è che il lavoro precario
rimarrà una realtà, mentre con l’aumento dei contributi, come prefigura il
sociologo “di sinistra” Luca Ricolfi (cfr La Stampa, 18 marzo
2006), si avrà un aumento considerevole del gettito e si potrà finanziare
quel taglio di cinque punti degli oneri previdenziali e sociali sul lavoro
tanto atteso dalle grandi imprese e che produrrà peraltro effetti quasi
nulli sul 95% delle aziende italiane, che hanno meno di 10 dipendenti.
- Lavoro. 25 maggio. Il
centrosinistra vuole eliminare la precarietà? Allora bisogna abolire il
“pacchetto Treu”, introdotto nel 1997 dal governo Prodi (e votato pure da
Rifondazione comunista, che allora sosteneva dall’esterno il governo). Ad
affermarlo non è un esponente pentito di Rifondazione, ma addirittura l’ex
ministro del Welfare del centrodestra, Roberto Maroni, intervistato da Panorama
Economy. Afferma Maroni che il vero responsabile dell’aumento della
precarietà è il contratto a tempo determinato, introdotto appunto nel
1997, e che le tipologie contrattuali che il centrosinistra vorrebbe
eliminare «sono irrilevanti. Vogliono abolire il “job on call” o lo
staff leasing? Spero che lo facciano, così verrà fuori che non cambia
assolutamente niente. La maggioranza schiacciante della precarietà deriva
dai contratti a termine». Maroni, dopo aver rilevato che per
l’applicazione delle nuove forme contrattuali precarie la legge Biagi
prevede preliminarmente la loro introduzione negli accordi sindacali,
prova a difendere l’istituto del “contratto a progetto” (che interrompe il
rapporto alla fine di un determinato processo aziendale) asserendo che «con
quello abbiamo sostituito metà delle collaborazioni coordinate e
continuative, i cosiddetti “co.co.co”, che equivalevano a forma di lavoro
dipendente mascherato». Insomma, un’altra stilettata al
“pacchetto Treu”, che introdusse anche il “lavoro interinale” ed i
contratti di apprendistato, allungò la durata dei contratti di
formazione-lavoro, eccetera. Il “pacchetto Treu” –che nell’intervista il
neo ministro del lavoro Damiano difende asserendo che questi «mirava ad
incentivare l’occupazione stabile»– ha così promosso un costante e
crescente processo di sostituzione del lavoro a tempo indeterminato con
lavoro precario ed ha fatto del “mercato del lavoro” italiano il più flessibile
d’Europa.
- Conti pubblici. 25 maggio. Dopo
le esternazioni di Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale,
OCSE ed agenzie di rating USA sui conti pubblici italiani, arriva
il turno della Banca Centrale Europea (BCE). Secondo La Repubblica,
il board della BCE avrebbe
sollecitato informalmente il governo a varare una manovra correttiva da 7
miliardi di euro già da quest’anno. Attendere il 2007
implicherebbe correzioni molto più pesanti, fanno sapere fonti della BCE,
che per il 2006 stimano il
rapporto deficit / PIL tra il 4,3% e il 4,4%, mentre
per il 2007 prevedono un tendenziale 5%. Secondo il quotidiano romano, se il governo non interverrà immediatamente, la
Banca Centrale Europea lo ammonirà pubblicamente in
occasione del meeting di politica monetaria del prossimo 8 giugno. Per Francoforte ed i
“mercati internazionali”, la manovra sui conti pubblici sarà un test per
giudicare l’”affidabilità” del governo italiano.
- Politica economica. 25
maggio. Confcommercio contro Confindustria. Secondo quanto riporta Il
Foglio, il direttore generale di Confcommercio, Luigi Taranto, esprime
perplessità sulle proposte a “sostegno della competitività” enunciate la
scorsa settimana dal vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina.
Ad avviso di Taranto, la riduzione del “cuneo fiscale” –vale a dire degli
oneri contributivi e sociali sul lavoro– va estesa a tutti i settori, e
non attuata selettivamente come propone Pininfarina. Dato che una parte di
questa riduzione si tradurrebbe in un aumento della busta paga dei
lavoratori (a scapito però, salvo coperture, del bilancio INPS), Taranto
spera così in un rilancio dei consumi interni, a suo avviso uno dei «problemi
maggiori dell’economia italiana». Taranto respinge pure l’idea,
formulata ad esempio anche da Montezemolo, di aumentare l’IVA e
soprattutto di incrementare le aliquote contributive a carico del lavoro
autonomo. «Perché dovremmo accettarla? I nostri conti sono in ordine.
Anzi, la gestione previdenziale dei commercianti ha un attivo patrimoniale
di 7 miliardi di euro», afferma Taranto.
- Politica economica. 25
maggio. Le affermazioni di Taranto esprimono le paure
dell’organizzazione dei commercianti (sotto la presidenza di Sergio Billè
«una delle componenti del blocco di sostegno della Casa delle libertà»)
per una politica che penalizzi il commercio e la piccola impresa, quelle
che Il Foglio definisce «l’impresa diffusa sul territorio,
anello di congiunzione delicato tra produzione e consumo. Un elemento
delicato, quest’ultimo: dal 2000 ogni anno hanno chiuso i battenti oltre
53.000 attività, pur a fronte di altrettante aperture». Per
contrastare al meglio il lobbismo di Confindustria, la strategia politica
di Confcommercio si basa su due piedi. Primo: farsi interprete degli
interessi dei “ceti produttivi” ed assumerne la rappresentanza. Una
strategia, scrive Il Foglio, «inaugurata ad inizio maggio dal
presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, con il “Manifesto del Nord”
(...) Un documento che ha ricordato l’esistenza di una questione
settentrionale, evidenziata peraltro dal voto dato al centrodestra dalle
Regioni del Nord». Secondo: interloquire direttamente con il
centrosinistra (e scavalcare così Montezemolo), come prova la lettera di
Sangalli a Vincenzo Visco, neo viceministro all’Economia con delega alla
Finanza, con cui Confcommercio vorrebbe «collaborare (...) per rivedere
i parametri degli studi di settore (in base al quale lavoratori
autonomi, commercianti e piccole imprese pagano le tasse, ndr) e
calarli meglio nelle singole realtà geografiche».
- Conti pubblici. 26 maggio. Anche
l’agenzia di rating USA Moody’s esprime ‘malcontento’ sulla
situazione dei conti pubblici italiani. «Monitoriamo il rating italiano
su base continuativa, la nostra valutazione sconta già i problemi
strutturali del paese», ha affermato Bertin Levecq, analista e
vicepresidente dell’agenzia statunitense. Quanto all’eventualità di una
manovra-bis sui conti 2006, l’analista di Moody’s la giudica assai
probabile: «Non sarei sorpreso se facessero una manovra aggiuntiva,
come è successo in Francia dopo il voto del 2002: perché una nuova
maggioranza dovrebbe aspettare la fine dell’anno per applicare le proprie
misure?», è il suo commento. In precedenza, la Commissione Europea, il
Fondo Monetario Internazionale e l’OCSE avevano chiesto a Roma una manovra
aggiuntiva mirata a riportare il deficit di bilancio entro il 3% del PIL
per la fine dell’anno prossimo. Anche altre agenzie di rating USA
controllano lo stato dei conti italiani: la Standard & Poor’s,
che a differenza di Moody’s ha per la propria valutazione sulla Repubblica
italiana un outlook negativo, e Fitch, passata da un outlook negativo
a un rating watch negativo, che potrebbe declassare il debito
pubblico italiano nei prossimi 3/5 mesi.
- Unione Europea. 26 maggio. Tasse
su e-mail ed sms per finanziare l’Europa. L’idea, già bocciata in Italia
lo scorso anno, è rilanciata da Alain Lamassoure, eurodeputato francese
del Ppe, al Parlamento Europeo. La proposta è di mettere una tassa di
circa 1,5 centesimi sugli “messaggini” ed una di 0,00001 centesimi sugli
invii di posta elettronica per rimpinguare il bilancio comunitario:
moltiplicati per gli innumerevoli invii, si otterrebbe una somma non
irrilevante. Attualmente il bilancio viene finanziato attraverso una
combinazione di dazi alle importazioni, tasse sul valore aggiunto e
contributi diretti da parte degli Stati membri in percentuale al PIL. Dopo
l’accordo sul bilancio europeo 2007-2013 del dicembre scorso, si decise di
cercare nuove fonti di finanziamento. Nei prossimi anni sono attese nuove
proposte. In Italia, la proposta di tassare sms ed e-mail era stata
lanciata lo scorso ottobre da alcuni senatori di AN.
- Conti pubblici. 26 maggio. «Siamo
di fronte al governo Padoa Schioppa-Almunia-Trichet, con l’appoggio
esterno delle principali agenzie di rating. E con una variante: il
subgoverno Bersani». Altro che governo “di sinistra”: quello
uscito dal risultato delle urne del 10 aprile è un vero e proprio governo a
sovranità più che limitata, come nelle migliori tradizioni coloniali.
Su Il Foglio Enrico Cisnetto lo “giustifica” richiamandosi al
penoso stato della finanza pubblica (senza ovviamente approfondirne le
cause e tra queste il ruolo proprio dell’Europa), di fronte a cui «il
ministro dell’Economia ha subito messo in chiaro che l’opera di
risanamento finanziario che occorre fare è tale da non lasciare spazio ad
alcun cedimento, neppure agli obblighi assunti nei confronti degli
elettori»: altro che “aumento dei salari” che Bertinotti poneva a più
riprese come priorità di un nuovo governo di centrosinistra.
- Conti pubblici. 26 maggio. Per
porre la coalizione di centrosinistra di fronte agli “inevitabili
sacrifici” da compiere, Padoa Schioppa nemmeno ha atteso i risultati della
“verifica” (due diligence) sui conti pubblici da lui stessa voluta.
«Padoa Schioppa si è mostrato un professionista che non trascura i
dettagli: così ha condito la sua uscita –un discorso “privato” rivolto ai
dirigenti del Tesoro fatto sapientemente trapelare sui giornali– con una
cena con il commissario UE agli affari economici e monetari Joaquin
Almunia, e con un messaggio “spontaneo” della Banca Centrale Europea di
Jean-Claude Trichet sulla necessità di avviare subito una manovra
correttiva. Cui si sono aggiunti, di buon peso, l’indicazione di Standard &
Poor’s che neppure una riduzione del deficit corrente ci salverebbe da un
declassamento del rating sul nostro debito e la decisione della Fitch di
metterci sotto osservazione in quella sorta di purgatorio che è il rating
watche negative. Senza contare l’invocazione di “riforme audaci” da parte
dell’OCSE». Padoa Schioppa, Commissione e Banca Cemtrale
Europea, agenzie di rating statunitensi: tutti insieme uniti per imporre
nuove vessazioni al paese.
- Industria. 26 maggio. Le multinazionali statunitensi contro Gardini.
Lo scrive Angelo Rovati, amico storico di Romano Prodi ed organizzatore
della sua campagna elettorale, intervistato dal Corriere della sera
Magazine. Rovati afferma di aver presentato Gardini a Prodi e, ad una
domanda sul suo “suicidio”, Rovati afferma: «Gardini si è trovato di
fronte ad una situazione per lui insostenibile. Tutti hanno parlato di
Enimont, di Tangentopoli, però il primo grande impatto negativo è stato
alla borsa dei cereali di Chicago. Aveva comprato allo scoperto quantità
enormi di mais e di cereali, roba da 500 milioni di dollari. Gli americani
delle grandi compagnie erano abbastanza incazzati e lui fu costretto a
vendere i contratti in perdita. Fece un buco di 300 milioni di dollari.
Poi ci fu la storia della benzina verde. Le tre compagnie petrolifere
americane lo fecero affondare con una fortissima opera di lobbying sui
governi».
- Esteri. 26 maggio. Nessuna
aperture ad Hamas. Il vice premier e ministro degli Esteri Massimo D’Alema
lo ha detto chiaramente in un’intervista pubblicata dal quotidiano
israeliano Maariv. «L’Italia non romperà il fronte europeo nei
confronti di Hamas: al momento attuale, qualsiasi attività che possa
essere considerata un’apertura incondizionata verso Hamas è indesiderabile»,
ha affermato D’Alema.
- Esteri. 27 maggio. Il
neo presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, scrive a Bush
e rilancia il “partenariato transatlantico” e l’alleanza / subordinazione
tra Unione Europea e USA. Dopo il messaggio di congratulazioni inviato dal
presidente USA a Napolitano («sarò lieto di lavorare presto con lei per
promuovere la libertà, la giustizia e la dignità umana», «da lungo
tempo l’Italia è uno degli alleati più apprezzati degli Stati Uniti in
prima linea nella lotta contro il terrorismo», sono state le parole di
Bush), Napolitano risponde affermando che «nel quadro di un forte
partenariato transatlantico, i nostri Paesi continueranno ad affrontare
insieme le sfide del XXI secolo, prima fra tutte quella del terrorismo, e
promuovere un ordine internazionale stabile, equo e pacifico».
Napolitano rileva pure il ruolo determinante dell’Unione Europea e la «solida
alleanza, basata su lealtà e rispetto reciproco, che lega gli Stati Uniti
all’Europa».
- Esteri. 27 maggio. Restare
o andare via con gli “alleati”/padroni USA. Lo afferma l’ex capo di Stato
maggiore della Difesa, il Generale Mario Arpino. «Le soluzioni sono
solo due e sono quelle che hanno meno rischi operativi. Una è rimanere a
pieno titolo, l’altra è andare via tutti assieme con gli americani e con
gli inglesi, senza predeterminare i tempi». Arpino rileva che le
centinaia di truppe che resterebbero «non sarebbero in numero
sufficiente per essere autonome e dovrebbero essere comunque inserite in
un contingente inglese o americano».
- Politica. 27 maggio.
Finito il comizio tenuto a Roma a conclusione delle amministrative di fine
mese, secondo indiscrezioni raccolte da Il Messaggero Berlusconi
avrebbe dichiarato: «la sinistra è poco intelligente, se si fossero
seduti intorno a un tavolo con noi per eleggere un altro Capo dello Stato,
non si troverebbero in questa situazione». Dichiarazioni da cui emerge
che Berlusconi, più che ad un’opposizione al centrosinistra sul piano dei
contenuti, è interessato soprattutto a contrattare la tutela dei propri
interessi.
- Politica economica. 27
maggio. Italia come “banchina” e “magazzino” delle merci cinesi e
dell’Asia. In un discorso a porte chiuse a Palermo Prodi, sponsorizzando
il candidato dell’Unione alle Regionali, Rita Borsellino, rilancia il suo
progetto: «bisogna agganciare il trend dell’Asia, altrimenti rimarremo
a penzoloni. Dobbiamo intercettare questa ondata di investimenti oppure
diventa difficile il salto in avanti». Che ne pensano
le piccole e medie imprese?
- Esteri. 27 maggio. Il
ministro degli Esteri Massimo D’Alema definisce «inopportuno il
dibattito sulle date» del ritiro italiano dall’Iraq. A margine del
vertice informale dei ministri degli Esteri dei Venticinque nell’abbazia
di Klosterneuburg, il titolare della Farnesina afferma che «le modalità
del ritiro dipendono anzitutto dalle Forze armate», saranno loro a
dover «valutare le condizioni di sicurezza». Poi, «dal momento
che noi abbiamo la responsabilità della sicurezza nella regione di Dhi
Qar, dobbiamo ovviamente concertare il passaggio delle consegne anzitutto
con gli iracheni e con le forze della coalizione con cui siamo collegati».
Di sicuro la questione sarà al centro dell’incontro del 12 giugno tra
D’Alema e Condoleezza Rice che si terrà a Washington «su invito del
segretario di Stato USA».
- Esteri. 29 maggio. «Il ritiro non è una novità da molto tempo.
Il governo, già quando era all’opposizione, parlava di ritiro.
Speriamo che l’Italia
continui, come ha detto in passato, ad avere una presenza civile in Iraq e
che quella militare si trasformi in civile per la ricostruzione».
Lo ha affermato l’ambasciatore USA Ronald Spogli a Nettuno per il Memorial
day, la cerimonia con la quale si commemorano i militari USA caduti in
Italia nella seconda guerra mondiale. «I legami con l’Italia sono ottimi, di vecchia data e non dipendono
dal tipo di governo in carica, né in America né in Italia. Mi
aspetto di avere ottimi rapporti con questo governo, abbiamo già
iniziato diversi colloqui su diversi temi e sono convinto che avremo
rapporti eccellenti con questo governo», ha aggiunto Spogli in merito
ai rapporti USA-Italia.
- Politica economica. 29
maggio. «C’è bisogno, dopo il referendum del 25 giugno, qualunque
sia il risultato, di un grande
progetto tra maggioranza e opposizione per modificare, modernizzare il
Paese». Lo ha
affermato il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Il
dirigente degli imprenditori privati lamenta soprattutto la mancanza di
fondi per le grandi opere, «che sono fondamentali. Bisogna reperire le risorse, tagliando la spesa
e non con più tasse, prima di tutto per le infrastrutture».
- Esteri. 30 maggio. Un eventuale boicottaggio finanziario dell’Iran
promosso dagli USA avrebbe «costi» che si prevedono «elevati per
Italia e Giappone». Lo scrive il Washington Post. Entrambi i
Paesi infatti importano quote non irrilevanti (il 9% l’Italia) di petrolio
dall’Iran. Il nostro paese inoltre ha investimenti per 3,2 miliardi di
dollari oltre a esportazioni verso Teheran per 2,7 miliardi.
- Industria. 31 maggio. 1991-2001:
fine sostanziale della democrazia ed avvento di uno tsunami
condotto da sinistra e grandi imprese private. Risultato: Italia svenduta
e colonizzata, sottoposta a guerre economiche e ricatti giganteschi. È
quanto ha affermato il deceduto Lorenzo Necci a Gianluigi Da Rold per l’agenzia
giornalistica il Velino. L’intervista, fatta
pochi giorni prima delle elezioni del 9 aprile, doveva rappresentare una
base per un libro, afferma Da Rold (coautore con Necci “L’Italia
svenduta”, edito da Bietti), che dimostrasse come la colonizzazione
dell’Italia fosse arrivata nella fase conclusiva. Lorenzo Necci non è
stato certo uno stinco di santo. È stato uno dei manager più potenti della
cosiddetta “Prima Repubblica”: amministratore delegato di Enichem,
presidente di Enimont e soprattutto amministratore delegato della
Ferrovie dello Stato e protagonista della trappola finanziaria TAV, con
cui non solo gli abitanti della Val Susa si trovano a combattere.
- Industria. 31 maggio. All’inizio
degli anni Novanta, il mutato scenario geopolitico e finanziario
registratosi con la caduta del Muro di Berlino mette per Necci la parola
fine alle rendite di posizione politiche (DC-PSI-PCI) ed economiche
(grande industria privata) della “guerra fredda”. Simpatica la definizione
che Necci dà dei cosiddetti “poteri forti”, «privati nella proprietà e
pubblici nel finanziamento». In ogni caso, negli anni Novanta «finisce
di fatto il monopolio Fiat-Mediobanca e collegati. I gruppi finanziari e
economici sono i più rapidi a rendersi conto della situazione e vedono nei
monopoli pubblici la grande opportunità. In nome del liberismo e delle
privatizzazioni puntano direttamente allo Stato e alle sue industrie»,
acquistate in gran parte a debito. «Qui si scatena la battaglia»,
che prende di mira anche «una classe dirigente imprenditoriale pubblica
da conquistare e da neutralizzare». Una battaglia che i “poteri forti”
condurranno con l’appoggio del partito comunista che, alleato a poteri
trasversali e al mondo degli affari, prende in mano il Paese per 10 anni
con un accordo ben tutelato e garantito da giudici, giornali, servizi.
- Industria. 31 maggio. Necci
rileva come le privatizzazioni dei Ciampi, Prodi e Draghi avvengano senza
alcuna logica industriale e con i soldi delle banche. «Monopoli
pubblici resi privati con soldi delle banche e del mercato (…) Oggi vedo
che ancora si parla di Telecom. Strano che non si parli anche di IRI e
delle sue banche (…) Le banche sono state per anni un argomento ignorato
nelle grandi guerre di potere, non perché non ne facessero parte, ma evidentemente
c’era un accordo bypartisan perché non se ne parlasse. Oggi si discute di Antonveneta e di Banca nazionale del lavoro. Ma
chi erano costoro quando si cedevano tutte le banche IRI? Comit, Credit,
l’attuale Capitalia in primo luogo? A che prezzo furono cedute quelle
banche? Non se ne è mai parlato. In mancanza di capitali, di capitalisti,
forse le banche hanno giocato un ruolo anomalo rispetto alla loro missione».
- Industria. 31 maggio. Necci
non lesina addirittura critiche all’Unione Europea, la costante di fondo
da tenere a mente allora ed adesso. «Nella visione della sinistra e dei
poteri che l’hanno sostenuta sarebbe stata l’Europa il nuovo Stato che si
prendeva cura dell’Italia. E per fare questo si è anche pagato e giustificato
un dazio altissimo per entrare in Europa». Tra questi dazi, Necci
cita «la svalutazione di Giuliano Amato, che fruttò parecchie decine
di migliaia di miliardi alla speculazione di quel momento», e
che Necci commenta con un passaggio criptico ma che merita di essere riportato:
«non si riesce a capire bene perché qualche grande banchiere non si limiti
a fare, come suo diritto, speculazioni finanziarie e voglia invece anche
fare politica. Qualche maligno dirà che l’una aiuta l’altra, ma noi non
potremmo mai pensare che la svalutazione della lira sia stata in qualche
modo contrattata».
- Industria.
31 maggio. Interrogato sul ruolo del governo di Silvio Berlusconi dal 2001, Necci afferma
che il Cavaliere, «pur ottenendo una vittoria
sostanziale con una maggioranza fortissima e con una sinistra in crisi,
non interviene, almeno così appare, sui “poteri forti”, che egli considera
suoi nemici. E lo sono in effetti». Necci rileva che Berlusconi
«non ha cambiato nulla nei confronti di coloro che hanno portato avanti
il Paese negli anni Novanta. Nei cinque anni del suo governo, le forze economico-finanziarie
e politiche, genericamente chiamate i “poteri forti” e “la sinistra” hanno
avuto il tempo e anche l’opportunità di riorganizzarsi e ora stanno preparando
il secondo atto post-Berlusconi (…) L’Europa franco-tedesca e le
alleanze internazionali dei suoi nemici continuano la loro politica di espansione
in Italia e la loro guerra al governo come se nulla fosse, come se il 2001
fosse già passato. La sinistra è tanto sicura della propria posizione che
si permette il lusso di aprire un guerra al proprio interno sul problema
del potere, delle banche e addirittura sul problema della ‘loro’ questione
morale».
- Industria.
31 maggio. Sul finire dell’intervista, Necci sottolinea
i cambiamenti geoeconomici che stanno avvenendo su sfera globale, non mancando
di esprimere preoccupazioni per il futuro dell’assetto capitalistico del
paese. «Per quindici anni l’economia mondiale ha vissuto in larga parte
della crescita economica americana, che ha consentito la crescita dell’economia
cinese e bilanciato l’arresto sostanziale dell’economia giapponese e di
quella europea. Per quindici anni i fattori preponderanti dello sviluppo
sono stati l’energia a buon mercato e il bassissimo costo del denaro. Oggi
questi due fattori cambiano segno in modo deciso. Chi affronterà problemi
così drammatici?». Necci giudica la battaglia politica in corso in Italia
«tutta rivolta al passato. Sembra di leggere il romanzo di Jonathan Swift,
quando Gulliver capita nel Paese in cui tutti corrono in avanti ma hanno
la testa girata all’indietro» ed auspica «uno sforzo straordinario»
volto, in direzione capitalistica, a ricostruire i «‘campioni nazionali’
ceduti a prezzi di saldo». A tal fine, Necci si impegnava a «parlare
veramente, dicendo ciò che è giusto e ciò che pensa, senza essere condizionato
dall’inestricabile ginepraio dei ricatti che emergono solo quando qualche
giudice o alcuni giornali decidono di farli uscire».
- Conti pubblici. 31 maggio. La
Finanziaria non basta, occorreranno manovre aggiuntive restrittive sia
quest’anno che il prossimo. Lo ha affermato a Il Sole 24Ore Joaquin
Almunia, commissario UE agli affari economici, le cui previsioni di maggio
danno per il 2006 il rapporto deficit/PIL italiano al 4.1%. Almunia esorta
il governo di centrosinistra a rispettare il Patto di Stabilità e ad
attuare una politica di bilancio rigorosa, chiedendo il rispetto della
decisione dell’Ecofin del marzo scorso: «un aggiustamento strutturale
dello 0.8% per il 2006 ed il ritorno del deficit sotto il 3% nel 2007».
Sull’ipotesi del rinvio di un anno per il rientro sotto la soglia del 3%,
il commissario agli affari economici afferma che né Prodi né Padoa
Schioppa glielo hanno chiesto e che le regole del Patto di Stabilità «sono
molto chiare»: se non si rispettano gli impegni, salvo circostanze
eccezionali, scatta la tappa successiva della procedura che potrebbe
portare anche all’irrogazione di sanzioni. Almunia auspica poi il varo di
«riforme strutturali: meno ostacoli alla concorrenza, una vera
liberalizzazione del settore dei servizi».
- Conti pubblici. 31 maggio. Niente
sconti all’Italia. Il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel
Barroso, respinge l’ipotesi di rinvio di un anno (2008 invece del 2007)
per il rientro del rapporto deficit/PIL sotto la soglia del 3%.
Intervistato da la Repubblica, Barroso afferma che il caso italiano
è diverso da quello della Germania, cui è stato appunto concesso un anno
in più per il rientro dal deficit: a dimostrazione dell’applicazione del
principio dei due pesi e due misure per quelle regole definite «molto
chiare» da Almunia. Barroso si sofferma pure sullo stato
dell’integrazione europea, affermando che «anche senza una soluzione
sulla Costituzione andremo avanti lo stesso: dalla politica comune sull’energia
alla fine del veto su giustizia e sicurezza».
- Conti pubblici. 31 maggio. Le
prescrizioni della Commissione Europea non sono state sicuramente accolte
con piacere all’interno del centrosinistra, nonostante non si segnalino
reazioni di dissenso. Per il governo Prodi, un benestare europeo avrebbe
significato non avere le mani legate fino al 2007 (rispettando il
programma di rientro concordato da Tremonti) e un anno in più di respiro
anche per smobilizzare risorse da destinare al taglio di cinque punti del
cuneo fiscale. Taglio annunciato nel programma del centrosinistra come
misura principe di “sviluppo economico” ed in realtà voluto dalle grandi
imprese per alleviare i loro problemi di bilancio. Risorse reperibili in
tempi stretti e più velocemente di quanto ad esempio consentirebbe la
sbandierata “lotta all’evasione fiscale”, che certo non riguarderà i
grandi gruppi imprenditoriali e finanziari.
- Conti pubblici. 1 giugno. Taglio
alle spese ed aumento delle tasse. È la ‘risposta’ del governo Prodi alle
prescrizioni della Commissione Europea (vedi le dichiarazioni di Almunia e
Barroso riportate poco sopra) che ha ribadito all’Italia la necessità di
una politica rigorosa di bilancio. L’impossibilità di rinviare di un anno
il rientro del rapporto deficit/PIl sotto il 3% comporta la necessità di
raschiare risorse per rispettare gli “obblighi europei”. Il ministro
dell’Economia Padoa Schioppa si propone a tal fine un più costante ed
efficace controllo della spesa pubblica, attuando con il massimo rigore disposizioni già
contenute nella Finanziaria del 2006 predisposta dal centrodestra. La
direttiva appena approvata dall’esecutivo Prodi prevede in particolare una
stretta sulle assunzioni nella Pubblica amministrazione. Per punire le
Regioni dello sfondamento dei tetti di spesa sanitaria prefissati, il
governo ha aumentato l’Irap e
l’Irpef in Liguria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania e Sicilia. Per le
inutili e costose grandi opere, invece, Padoa
Schioppa tranquillizza le grandi imprese: «il rischio della chiusura
dei cantieri, in particolare di FS e Anas, è tutto da
verificare. Ci sono delle criticità delle spese in questo settore, ma
sarà possibile anche trovare nuovi fondi e continuare i lavori. È quanto vedremo nelle prossime settimane».
- Esteri. 1 giugno. L’intervento
in Afghanistan? Diverso e peggiore rispetto a quello in Iraq. Gino Strada,
fondatore di Emergency, intervistato da il Manifesto, è perentorio:
«mi permetto di ricordare che l’intervento in Afghanistan inizia il 7
ottobre 2001, portato avanti dall’aviazione di un paese senza nessun coinvolgimento,
neanche tentato, delle Nazioni Unite. Il 12 settembre una risoluzione dell’ONU
assicurava che il Consiglio di Sicurezza si sarebbe impegnato ad assicurare
alla giustizia gli attentatori e i mandanti degli attacchi terroristici,
di tutti gli atti di terrorismo, secondo la Carta delle Nazioni Unite. Venticinque
giorni dopo un paese decide di bombardare un altro paese con un atto che
è stato di terrorismo internazionale, esattamente come è stato quello al
World Center (...). Gli interventi di tamponamento ex post [l’avallo
successivo dell’ONU,
ndr] non sanano la situazione
di illegalità che, ripeto, è particolarmente grave per gli italiani [il riferimento è alla violazione dell’art. 11 della
Costituzione, ndr]».
- Esteri. 1 giugno. Gino Strada difende anche l’azione
di Emergency. Le organizzazioni umanitarie stanno subendo
una progressiva «militarizzazione» e le pressioni aumentano su quelle
riottose a schierarsi con l’attuale autorità imperiale di Washington. Su
Repubblica Guido Rampoldi tira fuori appunto il caso dell’ospedale
di Emergency a Kabul: «Aprire un centro sanitario che rimette in sesto
i combattenti d’un regime spaventoso», scrive il giornalista di Repubblica,
«a noi non pare un grande affare per la pace e per l’umanità».
Replica Strada: «Nei nostri ospedali curiamo tutti, questo è certo:
non abbiamo mai chiesto a nessuno come la pensa, chi è, cosa vota, che cosa
ha fatto nella sua vita. E di questo siamo orgogliosi. D’altronde ci ispiriamo,
semplicemente, alla Dichiarazione universale dei diritti umani e alla deontologia
medica. Mi inorridisce sentire parlare, di nuovo, di pallottole o bombe
umanitarie. C’è una logica terrificante dietro quello che scrive Rampoldi,
che non soltanto va contro i princìpi di Emergency –sarebbe poca cosa– ma
contro ogni deontologia medica e contro qualsiasi diritto umanitario internazionale.
È la logica del fai-da-te, del cow boy, la logica della barbarie».
- Unione Europea. 1 giugno. Illegali gli aiuti di Stato ad Aem e Acea. La
Corte di Giustizia di
Bruxelles ha condannato l’Italia per non aver recuperato,
entro i termini prescritti, gli aiuti
concessi ad imprese
di servizio pubblico in base ad una legge considerata
dalla Commissione Europea illegittima. Il 5 giugno 2002, la Commissione ha
adottato una decisione con cui ha dichiarato incompatibile con il mercato
comune l’esenzione triennale
dall’imposta sul reddito e i vantaggi derivanti dai prestiti
concessi a favore di società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria.
Contro questa decisione avevano presentato ricorso alla Conte di Giustizia
Europea, l’Italia e le principali società beneficiarie degli aiuti,
dall’ACEA all’AEM, al fine di ottenerne l’annullamento.
- Banche. 1 giugno. Svolta
in Banca d’Italia. Nella sua prima relazione annuale da Governatore della
Banca d’Italia, Mario Draghi annuncia l’intenzione, in materia di OPA
bancarie, di far cadere l’obbligo attualmente previsto di comunicazione
preventiva a Palazzo Koch dell’acquisto di partecipazioni di controllo
nelle banche. In sostanza, Banca d’Italia rinuncia a voler gestire e
guidare le operazioni di fusione e di incorporazione tra banche ed il loro
assetto proprietario lasciando via libera al “mercato”, dove sovente si
celano istituti finanziari esteri desiderosi di fare shopping nel
sistema finanziario del Paese. Era stata tale procedura a scoraggiare, nei
fatti, parecchie “scalate ostili” alle banche italiane. Già la recente
“riforma del risparmio” aveva attutito il potere di palazzo Koch nelle operazioni
di acquisizione e di concentrazione bancaria prevedendo anche
l’autorizzazione dell’Antitrust.
- Banche. 1 giugno. Draghi
ha pure annunciato che proporrà al Comitato interministeriale per il
credito e il risparmio di concedere alle banche la possibilità di detenere
quote maggiori delle imprese industriali. Le banche dovrebbero dunque
giocare per Draghi un ruolo maggiore nel sostegno alle imprese,
inevitabilmente quelle grandi se si tiene anche conto della normativa
internazionale sui requisiti patrimoniali delle banche denominata “Basilea
2”, che restringerà il credito concesso alle piccole e medie imprese. Si
rischia però di creare intrecci pericolosi tra banche ed imprese
(eccessivo credito all’impresa partecipata in crisi o scaricamento su
questa delle proprie difficoltà di bilancio, ad esempio) simili a quelli
che portarono alla crisi del 1929 e alla nascita di IMI (1931) ed IRI
(1933) per rilevare le partecipazioni industriali possedute dalle banche
ed alla legge bancaria del 1936 basata sulla separatezza
tra banche ed imprese ed una rigida specializzazione istituzionale, temporale e operativa
del credito (distinzione tra banche operanti a
breve termine e istituti operanti a medio-lungo termine, eccetera).
- Banche. 1 giugno. In
materia di politica economica, l’ex vice presidente della banca d’affari
USA Goldman Sachs invita il governo a tagliare la spesa previdenziale
(innalzando l’età pensionabile) e quella sanitaria, anche al fine di dare
più fondi ad ANAS e FS per quelle “grandi opere” tanto attese dalle grandi
imprese per far respirare i propri bilanci a scapito ovviamente degli
interessi della collettività. Per finanziare il taglio del cuneo fiscale e
contributivo tanto caro a Montezemolo & Co., Draghi propone di
aumentare l’imposizione fiscale sui consumi (esempio: IVA). Tra le altre
esortazioni, ci limitamo a richiamare gli inviti alla liberalizzazione dei
servizi pubblici locali e del commercio, a favorire investitori e catene
di grande distribuzione estere.
- Esteri. 4 giugno. Subito
dopo la visita di D’Alema a Washington sono sempre più insistenti le voci
che vorrebbero il governo emanare un decreto legge sulle missioni
militari, un decreto unico su tutte le missioni: dal finanziamento del
rientro dall’Iraq agli impegni di spesa per i contingenti impegnati
dall’Afghanistan ai Balcani e all’Africa. Sarà imbarazzante perché la
tecnica del decreto unico, che priva il parlamento di qualsiasi
opportunità di discussione strategica sulle diverse missioni anche nella
fase successiva di ratifica di un provvedimento già in vigore, è quella
adottata dal centrodestra dal 2003 in poi e sistematicamente contestata
dal centrosinistra finché è rimasto all’opposizione.
- Politica industriale. 4
giugno. Le imprese non hanno bisogno della Borsa, che serve a prelevare
risorse più che ad investirle. Una constatazione che colpisce se a dirlo è
soprattutto il Corriere della Sera. Massimo Mucchetti cita i dati
di una pubblicazione del prestigioso centro di ricerca di Mediobanca. Nel
decennio 1995-2005, il saldo tra emissioni di azioni e obbligazioni
convertibili a favore delle imprese e l’erogazione di dividendi e le OPA a
favore dei soci risulta negativo per 83 miliardi. Lo studio di Fulvio
Coltorti “Il Mal d’Africa e la competitività dell’Italia” ci dice pure che
mentre le piccole e medie imprese reggono la competizione sui mercati
internazionali, sono i gruppi maggiori a perdere colpi e ad abbassare la
stessa dimensione media delle imprese.
- Banche. 5 giugno. Inizia
a Parma il processo Parmalat. Un processo in cui non c’è solo il patron
della multinazionale di Collecchio, Callisto Tanzi, sul banco degli
accusati, ma anche alcune banche. Italiane e soprattutto estere. L’ex
proprietario della Parmalat e le banche potrebbero essere condannati per
concorso in bancarotta. A portare le banche sulla sbarra degli accusati,
Enrico Bondi, ex commissario straordinario e attuale amministratore
delegate, che ha quotato l’azienda di Collecchio in Piazza Affari grazie
all’aiuto dei fondi speculativi (“hedge fund”), proprietari del 65% di
Parmalat, che hanno acquistato obbligazioni Parmalat quando i
risparmiatori li hanno venduti a bassissimo prezzo per salvare il
salvabile. Se Bondi vincerà il processo, i fondi specultativi potrebbero
incassare plusvalenze spettacolari. Ad ogni modo, Bondi e Pubblici
ministeri vogliono dimostrare che le banchenon potevano essere all’oscuro
dell’insolvenza della Parmalat conclamatasi nel dicembre 2003. Curiosa ad
esempio la vicenda della Bank of America, uno degli istituti esteri
maggiori finanziatori di Callisto Tanzi, che a metà dicembre “scoprì”
all’improvviso che il conto Bonlat non esisteva e, per di più, non aveva
il deposito di 4 miliardi di dollari: annuncio che causò il crollo del 66%
del titolo Parmalat in Borsa. Di lì a poco Tanzi fu arrestato a Milano
dopo il rientro da un viaggio in Ecuador dai motivi ancora oscuri.
- Banche. 5 giugno. Che i
più grandi istituti di credito italiani e le maggiori banche d’affari USA
abbiano finanziato la Parmalat (soprattutto aiutandola nell’emissione di
obbligazioni) senza rendersi conto del suo reale stato di insolvenza
finanziaria, non è credibile. È ad esempio impossibile che non si siano
interrogati sul perché il gruppo continuasse ad indebitarsi nonostante nel
bilancio consolidato figurassero oltre quattro miliardi di euro di
liquidità. Secondo i magistrati, i conti di Parmalat erano manipolati ed i
risultati del bilancio delle singole società operative erano falsi anche
con il sostegno di alcuni istituti finanziari, che profittavano dello
stato della Parmalat prestando denaro a tassi elevati ed assicurandosi,
con clausole finanziarie, contro il rischio di insolvenza (“default”). Il
Credit Suisse First Boston e la Bank of America, che sono state le fonti
di finanziamento per operazioni che riguardavano le attività di Parmalat
in Sud America, avrebbero perso “solo” 18 milioni di dollari quando la
loro esposizione si aggirava attorno ai 500 milioni di dollari. Capitalia,
inoltre, era molto vicina a Tanzi, mentre Cariparma (Banca Intesa) e Banca
del Monte (Monte dei Paschi) concedevano prestiti per pagare le imposte e
la previdenza dei lavoratori. Il giudizio dell’accusa nei confronti delle
banche è piuttosto duro, anche perché avrebbero in mano le dichiarazioni
di funzionari dell’area crediti delle banche in questione che sarebbero
venuti a conoscenza della situazione ed avrebbero avvertito i vertici
bancari, i quali fecero finta di niente. La multinazionale di Collecchio
ha registrato un buco di 14.6 miliardi di euro, di cui 6.2 definitivamente
rubati ai risparmiatori.
- Finanza pubblica. 7 giugno. Come
“liberare risorse per la crescita”? L’ex ministro del bilancio
dell’ultimo governo Andreotti, Paolo Cirino Pomicino, propone a La
Stampa di vendere «una cinquantina di palazzi della Pubblica
amministrazione, a partire dai 200.000 metri quadrati del ministero del
Tesoro. Se mettiamo sul mercato immobili di pregio per 10 milioni di metri
quadrati, incassiamo 30 miliardi». Proposta scandalosa, dirà
qualcuno? No, ribatte Pomicino: «banche e grandi gruppi, come Enel ed Eni,
si sono finanziati lo sviluppo così». Attenzione, però, puntualizza
Pomicino: occorre «non cadere nella tentazione di utilizzare l’incasso,
come è stato fatto dal 1992 in avanti, solo per rimettere a posto i conti
pubblici».
- Finanza pubblica. 7 giugno. Pomicino
ci ricorda infatti che la cura “neoliberista” di questi ultimi 15 anni
(privatizzazioni, tagli della spesa pubblica, eccetera) imposta da Unione
Europea e finanza statunitense ha portato solo ad un peggioramento
economico e sociale. «Alle spalle abbiamo 150 miliardi di
privatizzazione di aziende di Stato, la tassa sull’Europa e il prelievo
sul TFR degli uni (il centrosinistra, ndr) e i 17 miliardi di
condoni degli altri», dice Pomicino. Con quali risultati? «Cresciamo
sempre meno del resto d’Europa, la produttività del lavoro è caduta,
l’export è crollato». E la contabilità dello Stato? «Il deficit non
si è ridotto ed il debito è cresciuto. Di male in peggio, insomma,
rileva Pomicino, che però, invece di attaccare radicalmente il
dogma neoliberista e le imposizioni esterne, si limita ad affermare che «Tremonti
e Visco (ex ministro delle finanze dei governi dell’Ulivo, ndr) sono
due facce della stessa medaglia (…) Nessuno si è occupato dello sviluppo (della
crescita del PIL, ndr) che poi tra l’altro aumenta il gettito
tributario», aumentando le entrate e riducendo così il deficit annuale
di bilancio.
- Finanza pubblica. 7 giugno. Pomicino
non ci sembra che tiri le conseguenze della storia degli ultimi 15 anni
che brevemente richiama. Ad esempio della manovra economica restrittiva
del governo Amato del 1992, che provocò «la più grande recessione dal
dopoguerra e la perdita di un milione di posti di lavoro». Gli allarmi
sul debito pubblico hanno funto da pretesto per provvedimenti neoliberisti
che quello stesso debito hanno appena intaccato. Anche oggi sembra
ripetersi la stessa storia. C’è chi paragona la situazione odierna al
1992, secondo Pomicino erroneamente perché «non ci sono affinità. Per
un semplice motivo. Dopo che, sbagliando, la Banca d’Italia (presieduta
da Carlo Azeglio Ciampi, ndr) agganciò la lira alla banda stretta del
Sistema Monetario Europeo, fummo costretti alla svalutazione. I tassi
d’interesse allora stavano al 12-13%, adesso sono bassi». E allora,
perché questo accostamento? Pomicino sorvola, sostenendo però gravemente
che con questo «gridare al lupo per un mese» si è di fatto
chiesto alle «agenzie internazionali di abbassare il rating sul debito».
Ed intanto, si prospettano nuovi provvedimenti che per Pomicino, così come
in passato, non faranno che, in ultima istanza, aumentare il deficit
stesso. La direttiva fiscale di Padoa Schioppa infatti «assomiglia al
taglia spese di Tremonti», a cui, dopo la stretta, «è seguito un
rimbalzo perché si deve intervenire con spese obbligatorie». La stessa
manovra bis, per Pomicino, si tradurrà «in un aumento delle tasse»,
che stroncherà l’annunciata ripresina economica. «E se alla fine
dell’anno il deficit no sarà al 3.8% ma al 4.1 o al 4.3%, non cambia nulla»,
fuorché per il Paese che si ritroverà sempre più povero per obbedire alle
pressioni esterne.
- Conti pubblici. 7 giugno. Manovra-bis
a luglio, in tempo per il prossimo vertice Ecofin (previsto per il
prossimo 11 luglio): è l’auspicio del neo ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Una manovra
che, hanno fatto sapere da Via XX settembre, sarà di 10 miliardi di euro,
per riportare il rapporto deficit
/ PIL sotto il 4% nel 2006. Per indorare la pillola amara
della stretta economica, Tommaso
Padoa-Schioppa afferma di voler pensare anche a provvedimenti che
“stimolino” la crescita: l’aggiustamento ha per certi
versi effetti di rallentamento, ammette Padoa Schioppa, «quindi devono
esserci anche altre azioni che lo compensino, che non sono necessariamente
azioni di spesa, ma possono essere modifiche della regolamentazione,
liberalizzazioni e l’apertura dei mercati».
- Conti pubblici. 7 giugno. Bruxelles ha accolto con favore
la decisione dell’ex banchiere e del governo italiano ad «agire con
decisione» per correggere il disavanzo «mediante l’attuazione
rigorosa del bilancio del 2006 e di misure supplementari». Così ha
detto il commissario agli Affari Economici e Monetari, Joaquin Almunia. Reazioni
positive anche da parte delle agenzie
di rating USA. Fitch ritiene prematura una valutazione sulla decisione
odierna del governo di varare una correzione aggiuntiva
sul bilancio 2006, ma è dell’opinione che rifletta quanto seriamente
l’esecutivo guardi alla situazione dei conti pubblici. Una situazione
da correggere con «misure
strutturali e non temporanee».
- Alimentazione. 7 giugno. La confederazione Italiana degli
agricoltori scrive una petizione contro la “biopirateria”, definita «uno dei modi più sgradevoli per fare
profitti».
In pratica, si denuncia come varie multinazionali stiano colonizzando le
ricchezze genetiche. Si attinge gratuitamente alla sterminata varietà
genetica dei paesi, soprattutto quelli più poveri, la si manipola in
laboratorio e poi la si porta sui mercati pretendendo un riconoscimento,
come se avessero inventato qualche cosa di nuovo. Le popolazioni vengono
inoltre costrette ad “acquistarla” sul mercato, con pesanti costi sociali,
economici e ambientali. Ad esempio, chi vende semi costringe anche
all’acquisto di pesticidi specifici. Una “biopirateria” che, si rileva,
non colpisce solo i paesi poveri, ma anche i paesi più industrializzati.
- Banche. 7 giugno. I rapporti tra Berlusconi e
l’immobiliarista Ricucci in riferimento alla scalata del gruppo editoriale
RCS sono oggetto degli interessi dei pubblici ministeri di Roma. Secondo
quanto riporta la Repubblica, dal carcere di Regina
Coeli Stefano Ricucci avrebbe ammesso di aver cercato l’appoggio di
Berlusconi tramite il senatore di Forza Italia e compagno di scuola di Berlusconi,
Romano Comincioli, eletto a Lodi nella precedente legislatura, ed Ubaldo Livolsi,
banchiere d’affari già amministratore delegato di Fininvest, consultente
finanziario di Ricucci nelle prime fasi della scalata al gruppo
Rizzoli-Corriere della Sera. Livolsi ha confermato agli inquirenti di
avere lavorato alla scalata, ma precisando l’estraneità di Berlusconi. In
agosto, ricorda la Repubblica, durante una chiacchierata con Milano
Finanza, Livolsi affermava di occuparsi della scalata di Ricucci per
sottrarlo all’attrazione gravitazionale della Banca Intesa di Giovanni Bazoli,
legata a doppio filo con Prodi ed il centrosinistra.
- Politica economica. 7 giugno.
“Sinistra radicale” ostaggio di Prodi e Padoa Schioppa. Lo afferma ad Adnkronos
il leader del nuovo movimento del Partito comunista dei lavoratori, Marco
Ferrando. «Cosa diranno ora i gruppi dirigenti delle sinistre italiane
(Prc-Pdci-sinistra Ds-Verdi) al mondo del lavoro e alla loro base? Avevano
promesso un cambio di politica sociale. E invece si ritrovano prigionieri
di un governo Prodi-Padoa-Schioppa che esordisce con il biglietto da
visita dei sacrifici su sanità, pensioni, spesa sociale, in omaggio ai
diktat dei banchieri e di Luca Cordero di Montezemolo». Ferrando
dimentica però le imposizioni esterne di Unione Europea e finanza
statunitense, come ad esempio la richiesta (respinta) del centrosinistra a
Bruxelles di avere un anno in più di tempo (2008 invece del 2007) per
riportare il rapporto deficit/PIL sotto quel 3% fissato dal Patto di
Stabilità Europeo.
- Politica economica. 7 giugno.
Il presidente dell’Anas, Vincenzo
Pozzi, accoglie con grande favore la proposta avanzata dal
ministro delle Infrastrutture, Antonio
Di Pietro, di un pedaggio aggiuntivo sulla rete
autostradale per finanziare il completamento delle grandi opere in
cantiere a vantaggio dei grandi gruppi.
- Industria. 8 giugno. Dai dati Consob di ieri sulle “partecipazioni
rilevanti”, spicca la presenza delle grandi banche d’affari USA nel
capitale di società italiane. Goldman
Sachs, la banca d’affari in cui Prodi e Draghi (ed ora l’ex Commissario
alla concorrenza UE Mario Monti) hanno lavorato come “consulenti”, detiene
il 2,939% di Fastweb. JP Morgan Chase, la banca d’affari protagonista
dietro le quinte delle due scalate Colaninno e Tronchetti su Telecom,
detiene il 2,315% di Saras, la società petrolifera della famiglia Moratti
di recente quotata in Borsa. Lehman Brothers, dal 2,714%,
scende sotto il 2% in Autostrade.
- Finanza pubblica. 8 giugno.
Altra stangata in arrivo per le
famiglie. Non bastava la nuova stretta finanziaria
annunciata dal ministro Padoa Schioppa: un altro duro colpo sta per
arrivare da Francoforte. L’innalzamento dei tassi d’interesse, deciso
dalla Banca Centrale Europea con la scusa dell’”inflazione”, si ripercuote
su imprese e famiglie, innalzando le rate mensile del mutuo o dei crediti
al consumo per beni come auto,
elettrodomestici, computer, televisore ed altri oggetti per la casa. Il Centro Studi Sintesi di Venezia ha stimato gli
impatti su alcune tipologie di prestito, dovuti all’aumento dei tassi di
interesse succedutesi in questi ultimi sei-sette mesi. I bilanci familiari
si aggravano: per i mutui, ogni aumento di tasso deciso dalla BCE (+0,25%)
si ripercuote sul bilancio familiare per circa 20 euro al mese. Chi ha acceso un mutuo prima del novembre 2005
ha subìto un aggravio medio di quasi 60 euro mensili,
indipendentemente dalla durata del prestito. Affermano i ricercatori del
Centro: «Sicuramente non sono cifre di poco conto, soprattutto se si
pensa che impattano su un bilancio familiare non certo roseo, visto che a
percorrere la strada del credito al consumo sempre più spesso sono proprio
le realtà meno abbienti della popolazione». Oneri aggiuntivi anche per
finanziare la propria impresa. Uno scoperto di cassa medio di 7.000 euro
comporta oneri finanziari aggiuntivi di 53 euro annui, mentre uno scoperto
di 20.000 euro un incremento di 150 euro annui. Peggiori le conseguenze se consideriamo i
finanziamenti ottenuti a lungo termine per l’acquisto di macchinari,
attrezzature, automezzi o del capannone indispensabili allo svolgimento
dell’attività di impresa. Su un prestito triennale di 40.000 euro i
maggiori oneri finanziari ammonterebbero a 160 euro annuali, mentre per un
prestito con scadenza decennale il maggiore onere ammonterebbe a 174 euro.
- Politica. 8 giugno. Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani? «Sono innocui, fanno solo folklore». Lo ha detto il primo ministro Romano Prodi,
intervistato da Giovanni Di Lorenzo, direttore (italiano)
del settimanale Tedesco Die
Zeit. Respingendo le critiche di chi ritiene instabile
il suo governo e troppo frammentata la sua maggioranza, l’ex presidente
della Commissione Europea si avventura in un paragone con la Germania: «I tedeschi, scusatemi la franchezza, hanno
impiegato molto più tempo di noi per definire il loro accordo di governo.
Il tutto si è protratto per due mesi. Io invece in un solo mese ho formato
il governo e ho ottenuto due voti di fiducia. Noi abbiamo solo più
folklore: Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani. Ma a confronto con Lafontaine, è qualcosa di abbastanza
innocuo». Prodi non ha dubbi che i succitati partiti
porteranno avanti le riforme neoliberiste che si prefigge il governo: «il
mio programma di governo è stato sottoscritto da tutti. Tutti e in tutti i
punti fatta eccezione per le coppie di fatto ed il sostegno alle scuole
private».
- Finanza pubblica. 12 giugno.
Negli ultimi dieci anni, tra finanziarie e manovre bis, gli italiani hanno
sborsato 240 miliardi di euro. Lo rileva uno studio
della Cgia (Associazione
artigiani e piccole imprese) di Mestre, secondo cui dalle
sole finanziarie lo Stato ha incassato, in un arco temporale di 10 anni
(1996-2006), quasi 200 miliardi di euro (198.2 miliardi di euro), mentre
le “manovre-bis”, cioè quelle correttive del precedente provvedimento
finanziario statale per rispettare i parametri fissati dal Patto di
Stabilità Europeo, si sono assestate su un totale di 41.1 miliardi di
euro. Si tratta –sottolinea la Cgia– di dati attualizzati al 2006: gli
importi delle manovre sono stati rivalutati ogni anno del tasso di
inflazione e comprendono sia l’aumento delle imposte (su persone fisiche e
anche imprese) sia il taglio alla spesa pubblica. Nel decennio preso in
considerazione, l’anno peggiore per le tasche dei cittadini è stato senza
dubbio il 1997 con l’introduzione dell’eurotassa e Prodi al governo
appoggiato da Rifondazione Comunista. Lo Stato incassò 48,1 miliardi di
euro, pari ad un’incidenza media pro-capite di circa 1.200 euro. Andò
meglio però nel 1999 e nel 2000 quando il contributo medio degli italiani
non arrivò a toccare i 300 euro. Ma quest’anno, secondo le previsioni
della Cgia sulla scorta delle dichiarazioni del ministro dell’Economia
Padoa Schioppa, si prospettano i livelli di nove anni fa: cioè circa 700
euro per ogni contribuente italiano. Ancora una volta, con Rifondazione a sostegno del governo.
- Esteri. 15 giugno. «Entro
ambiti ragionevoli e in relazione alle nostre possibilità la nostra
presenza militare in Afghanistan potrà anche avere un certo incremento».
Lo ha detto il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, nel corso
della sua lunga audizione, ieri pomeriggio, davanti alle commissioni
esteri riunite di camera e senato. Alla vigilia della sua partenza per
Washington, dove è atteso dalla segretaria di Stato statunitense
Condoleezza Rice, Massimo D’Alema ha illustrato a deputati e senatori le
linee della politica estera del governo Prodi. Sull’Afghanistan ha offerto
una certezza, opposta a quella della sinistra della sua coalizione che
chiede da tempo di ridiscutere la missione. «La presenza militare
italiana non è in discussione», ha detto. A Washington Massimo D’Alema
si presenta preceduto da un articolo pubblicato ieri dal Wall Street
Journal che, nelle prime righe, ricorda l’ultima volta alla Casa
Bianca nel 1999 «quando ero primo ministro e il problema era quello
dell’intervento umanitario in Kosovo». A buon
intenditor...
- Esteri. 15 giugno. Più o
meno nelle stesse ore si esprimeva il presidente del Consiglio, Romano
Prodi, a Berlino davanti ai giornalisti tedeschi. «Dall’Iraq non ci ritireremo
alla spagnola ma alla olandese», aggiungendo che la notazione non è
sua ma del segretario generale della NATO, Jaap De Hoop Scheffer. Nel
momento in cui decise il ritiro delle truppe dall’Iraq, l’Olanda fu «caldamente
invitata» dalla NATO a incrementare la sua presenza militare in
Afghanistan. Cosa che fece, mandando nella regione sud altri 1.400
soldati. Al prezzo di una spaccatura nella coalizione di governo. LA NATO
preme sull’Italia non tanto per i caccia Amx quanto per truppe
specializzate (gli italiani sono al momento circa 1.400) che operino sul
terreno. Il ministro Parisi ieri, sul Corriere della Sera, ha
scritto che sull’Afghanistan «definiremo l’entità del nostro contributo
sulla base dei problemi che si pongono alla comunità internazionale (cioè
agli Stati Uniti, ndr)».
- Esteri. 15 giugno. Su
Kabul, sul ri-finanziamento della missione in Afghanistan prevista per il 30 giugno, i “no war” si dividono in
governisti e non. «Non possiamo rischiare di far cadere il governo
perché altrimenti torna il centrodestra e ce lo teniamo per altri 60 anni»,
sostengono i realpolitik pronti ad indossare l’elmetto con buona pace
delle grandi adunate contro la guerra, delle strade e le piazze di mezza
Italia colorate d’arcobaleno, delle roboanti conferenze stampa per
annunciare contestazioni e proteste contro la violazione dell’art. 11
della Costituzione. «Una logica terrificante», tuona Piero
Bernocchi dei Cobas, tra i pochi a non avere peli sulla lingua e a
rivolgersi a muso duro ai parlamentari pacifisti della sinistra: «Si
stanno assumendo una responsabilità enorme. Se il governo esordisce
facendo la guerra in Afghanistan che senso ha difenderlo? Non possono minimizzare la questione come se niente fosse».
- Esteri. 15 giugno. «L’impiego delle forze armate non può essere mai
identificato con l’intervento umanitario, che deve essere condotto con
forze civili anche per non riproporre vecchie politiche di potenza e di
intervento unilaterale che non aiutano la causa della pace né quella dello
sviluppo». A pagina 106 del programma dell’Unione giace sepolto un
chiaro codicillo che dovrebbe impegnare tutti i parlamentari dell’Unione.
Almeno sulla carta, quindi, il NO ad un aumento delle truppe in
Afghanistan, come ventilato ieri da D’Alema, è il Rubicone da non attraversare
per tutti. Ma a ben vedere lo è anche la riproposizione del decreto di
finanziamento così come scritto dal precedente governo Berlusconi. Il
verde Mauro Bulgarelli è esplicito: «Basta con le ipocrisie, quello che
era sbagliato all’opposizione lo è anche oggi. L’Afghanistan è un
fallimento completo dell’amministrazione Bush e va chiamato con il suo
nome: guerra. Le nostre truppe vanno ritirate prima che il prezzo di vite
umane diventi ancora più alto. Karzai», aggiunge, «non è nemmeno il
sindaco di Kabul. In difesa di quali interessi siamo lì? Terremo fede ai nostri impegni pacifisti e se la missione
resta questa voterò no». Anche Loredana De
Petris, un’altra ambientalista, concorda sulla necessità di un
chiarimento: «La discussione dei capigruppo non basta, o la missione
cambia o noi non la votiamo. La situazione sul terreno peggiora di giorno
in giorno. E se siamo lì per la ricostruzione certo non possiamo mandare
cacciabombardieri e truppe speciali». Piero Di Siena, sinistra DS e
senatore dell’Ulivo, dalla sua posizione di confine vede un’aria pesante:
«L’intesa o è di tutta l’Unione o non è. Se la maggioranza non è
autosufficiente in politica estera il governo crolla». E poi aggiunge
sibillinamente: «Lavoriamo tutti su giusti e responsabili compromessi».
- Finanza estera. 18 giugno. Le
Procure di Torino e Milano e la Consob continuano ad indagare
sull’operazione equity swap tramite “contratti derivati” che ha
consentito all’IFIL degli Agnelli di restare sopra il 30% del gruppo Fiat.
L’Exor, finanziaria controllata al 70% della Sapa Giovanni Agnelli e al
30% dall’Ifil, il cui presidente è Gianluigi Gabetti, diede mandato alla
banca d’affari USA Merrill Lynch di rastrellare 90 milioni di azioni Fiat.
Operazione che determinò anche una rivalutazione del titolo.
Successivamente Exor, ricevuti i titoli dalla banca d’affari USA, li gira
all’Ifil, consentendole, dopo il “convertendo” dei debiti con le banche in
azioni, di non scendere al 22% e quindi di evitare vendite dei “gioielli
di famiglia” da parte delle banche scavalcando il parere degli Agnelli.
Per i vertici Ifil, se si fosse sceso al 22% di Fiat, questa sarebbe stata
facilmente scalabile. Lo proverebbe una lettera, dell’aprile 2005, che
un’altra banca d’affari USA, la Lehman Brothers, avrebbe inviato agli
amministratori delle banche del convertendo Fiat in cui proponeva di
rilevare il prestito, ricevendo un cortese diniego. Sergio Cusani ha
invece presentato un dossier secondo cui non c’è stato alcun pericolo
d’OPA su Fiat e ha lasciato intendere che il calo del titolo Fiat fino a
quasi 4.50 euro, nell’aprile 2005, sia stato indotto da mani amiche
in vista del decollo dell’operazione Exor. A prescindere dalla verità o
meno di questa o quella ipotesi, la vicenda è comunque sintomatica del
potere nel paese delle grandi banche d’affari USA che, anche in
concorrenza tra di loro, risultano determinanti per la riuscita di
operazioni finanziarie e la struttura degli assetti di proprietà delle
imprese nel paese.
- Finanza pubblica. 20 giugno.
Metà delle grandi imprese non ha versato nel 2002 alcuna imposta. Su un totale di oltre 769.000 società di
capitali (ovvero spa, srl, cooperative ed
enti commerciali), il 49.8% delle grandi imprese italiane ha dichiarato ai
fini Irpeg (cioè l’imposta sulle persone giuridiche) reddito negativo o
pari a zero, mentre un altro 28% (pari a poco più di 215.600
imprese) dichiara meno di 25.000 euro. Lo rileva la Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese)
di Mestre in riferimento alle dichiarazioni dei
redditi del 2002. «I casi Parmalat e Cirio
dovrebbero averci insegnato che le forme di elusione e di evasione
fiscale delle grandi aziende italiane sono ormai molto diffuse e sono
quelle che recano i maggiori danni all’erario italiano», ha commentato il segretario della Cgia Giuseppe
Bortolussi. «Appare evidente che dalla
lettura di questi dati emerge un’anomalia tutta italiana. Le grandi
aziende sono in costante perdita da diversi anni, così come più volte
denunciato dalla stessa amministrazione finanziaria, ma continuano a
ricevere aiuti e prebende di ogni tipo. Sicuramente meno di una volta ma
in misura maggiore di quanto oggi ricevono le piccole e le micro imprese».
- Politica. 25 giugno. Dopo
aver esplicitamente invitato i lettori in un clamoroso editoriale (8 marzo
2006) a votare per il centrosinistra, il Corriere della Sera di
Paolo Mieli non lesina critiche al governo Prodi. La direzione del
quotidiano milanese auspicava un successo principalmente di Margherita e
DS e la disfatta di Forza Italia a beneficio di UDC ed AN. In tale
scenario sarebbe stato possibile una sorta di “compromesso” tra gli
interessi delle grandi banche ed imprese ed il lavoro dipendente
sottoposto ai condizionamenti dei sindacati. Il lavoro dipendente sarebbe
stato bastonato un po’ meno degli altri, mentre sarebbero stati i
cosiddetti “ceti medi” a pagare il conto (imposte sulle rendite
finanziarie, contributi sul lavoro autonomo, eccetera) del rispetto del
Patto di stabilità europeo e delle regalie per le grandi imprese decotte
(il famoso “cuneo fiscale” ma anche il ripristino delle agevolazioni
fiscali DIT). Il quotidiano di via Solferino, la cui direzione vede al
momento prevalere l’asse Geronzi (Capitalia) –Montezemolo (Fiat e
Confindustria)– Tronchetti Provera (Pirelli-Telecom), ha stretto dunque un
patto con Romano Prodi –sostenuto da Bazoli di Banca Intesa– che prevedeva
l’indicazione di un ministro dell’Economia come Tommaso Padoa Schioppa con
il compito di “rassicurare i mercati internazionali” e garantire gli
interessi delle grandi imprese.
- Politica. 25 giugno. Lo
scenario uscito dalle urne non dà consistenti basi politiche per questo
progetto. A partire dai fatti di Vicenza, quando la base di piccole e
medie imprese di Confindustria applaudì l’intervento di Berlusconi e
contestò Della Valle, Montezemolo ha dovuto cambiare registro. Il suo
sostegno al discorso di Draghi, che ha posto l’accento sulla riduzione
della spesa sociale, ci dicono che la leadership di Montezemolo in
Confindustria è traballante e che il “compromesso” va rivisto all’insegna
della bastonatura senza quartiere del lavoro dipendente. C’è però
il nodo del peso in Parlamento della “sinistra radicale”. Dopo che molte
delle promesse elettorali (abolizione della legge Biagi e Bossi-Fini,
ritiro dall’Afghanistan, …) sono rimaste lettera morta,
Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi rischiano il suicidio elettorale
se si dovesse varare una riforma previdenziale o inasprire la legge Biagi.
Che si inasprisca la pressione fiscale soprattutto su lavoro autonomo e
piccole e medie imprese, è il loro ragionamento. Una linea che trova il
sostegno del vice ministro diessino dell’Economia Visco. In mezzo a queste
contraddizioni e malumori, con il Patto di Stabilità Europeo da
rispettare, con un po’ di delusione per l’operato di Padoa Schioppa a cui
i DS hanno sfilato varie deleghe, ecco che nella proprietà del Corriere
della Sera si ragiona su come uscire da questa situazione, paventando
che le tensioni sociali rischino di esplodere in autunno di fronte alla
legge finanziaria. Per il momento, ecco Mieli lasciare spazio a critiche e
punzecchiature verso il governo Prodi.
- Politica. 25 giugno. Per
uscire dalla situazione, tre sono le soluzioni elaborate, che non
prevedono alcun ritorno alle urne. Tutte di non facile realizzazione. La
prima, allargare la maggioranza del centrosinistra a transfughi dell’UDC.
Al Senato sarebbe sufficiente l’esodo di un piccolo numero di centristi
per dare stabilità all’esecutivo, senza turbare l’asse tra Prodi e
Rifondazione Comunista. Il ragionamento però non tiene conto che esponenti
come Follini e Tabacci hanno un peso politico anche funzionale ai loro sponsor
del cosiddetto “piccolo establishment” del Corriere della Sera solo
se rimangono nel centrodestra. Un loro passaggio nel centrosinistra li
marginalizzerebbe: ma una rilevanza politica del loro passaggio
trasformistico potrebbe irritare Rifondazione, poi costretta a scaricare
Prodi. La seconda, lo scenario centrista accarezzato da Casini e da
settori della Margherita: liquidare Prodi, fare entrare l’UDC nella coalizione,
spaccare Forza Italia e scaricare Rifondazione, Verdi e Comunisti
Italiani, ottenendo così una nuova maggioranza. Ma la spaccatura del
partito di Berlusconi non è molto realista, senza contare che con ogni
probabilità si assisterebbe in tale scenario ad una fragorosa scissione
nei DS. La terza, quella “Grande Coalizione” rilanciata tra gli altri da
Giulio Tremonti. Ciò però significherebbe ribadire la centralità di
Berlusconi: cosa che non piace né a molti settori banco-industriali nè a
coloro che nel centrodestra aspirano alla sua successione.
- Esteri. 30 giugno. A
Kabul non siamo in guerra ed è un dovere votare il rifinanziamento della
missione. Così si esprime il segretario dei DS Piero Fassino, intervistato
da la Repubblica. Fassino evidenzia pure che non c’è solo
l’Afghanistan: «il governo punta a una
stabilizzazione di altri scacchieri come il Darfur, vuole concorrere a
sbloccare la situazione in Medioriente (…) sta lavorando al dossier
iraniano. C’è una politica che dimostra di voler fare giocare all’Italia
un ruolo di pace e stabilità». “Pace” e “stabilità”, ovviamente, nel senso della Pax
Americana.