Italia.
Ragioni dell’in/dipendenza (Settembre/ Ottobre 2005)
(Archivio)
- Politica. 1 settembre. Esce Il mistero
della sinistra (editore Graphos di Genova) di Marino Badiale e Massimo
Bontempelli. Gli autori partono dalla considerazione che la vita politica
(non solo) dell’Italia è dominata dallo scontro fra destra e sinistra. Se
si guarda però alla sostanza delle politiche economiche e sociali, si
scopre facilmente che l’opposizione fra destra e sinistra riguarda la
superficie dei fenomeni, mentre le scelte decisive, quelle che incidono
sulla vita di un paese, sono le stesse chiunque sia al governo. Eppure,
destra e sinistra hanno rappresentanto opzioni economiche e sociali ben
distinte per almeno due secoli: come si è arrivati a questa sostanziale
omogeneità? Perché il cosiddetto “popolo di sinistra” evita
sistematicamente di confrontarsi con questa realtà? Sono questi i misteri
che questo libro cerca di chiarire, seguendo il vecchio principio del
leggere “il presente come storia”.
- Politica. 1 settembre. «La politica non è più il
luogo in cui si scontrano idee diverse sulla società e lo sviluppo, ma
rappresenta semplicemente una tecnica di gestione della società in
funzione delle necessità del mercato (…) Il vero mutamento che si è avuto
negli ultimi vent’anni in Europa è il passaggio dal capitalismo del
Welfare State a quello del neoliberismo contemporaneo, e la nuova forma di
capitalismo è stata poi gestita da governi di destra o di sinistra». Sono
alcune delle tesi circostanziate nel libro di Badiale e Bontempelli. Data
decisiva per gli autori è l’ottobre 1979. Dalla manovra di politica
monetaria del capo della Banca Centrale USA Paul Volcker (di cui gli
autori descrivono finalità ed effetti) si è dispiegato un nuovo scenario
storico nell’Occidente capitalistico: «nasce così una nuova configurazione del
capitalismo, non ancora neoliberista (bisogna aspettare per questo gli
anni Novanta), ma lontana ormai dal modello keynesiano-fordista riguardo a
diversi punti essenziali» (ad esempio il mantenimento dello Stato
sociale). In questo nuovo quadro storico, «le sinistre non hanno più
il minimo margine per politiche emancipatorie (aumento
dell’occupazione, miglioramento delle condizioni di lavoro, eccetera, ndr)
compatibili con il meccanismo di accumulazione del plusvalore (…) Le
sinistre, non avendo precedentemente elaborato la benché minima
prospettiva di superamento del capitalismo (…) in questo nuovo scenario
storico scivolano inevitabilmente nell’accettazione di tutti i presupposti
deemancipatori del capitalismo in marcia verso la globalizzazione
neoliberista».
- Politica. 1 settembre. I due autori, nel descrivere la successiva diffusione
del neoliberismo in Europa e nel mondo anglosassone e l’adattamento del
ceto politico di sinistra al nuovo scenario mondiale, mettono in luce
anche la funzione svolta dall’Unione Europea nello smantellamento della
struttura capitalistica italiana (premessa dell’odierno “declino”
sostanzialmente non rilevata dalla grande stampa italiota). «Il 1
luglio 1990 comincia (…) la circolazione completamente libera dei
capitali. Il governo italiano è letteralmente costretto, da questa
liberalizzazione che l’Italia si era impegnata ad accettare in quanto
membro della comunità europea, ad adattarvi la situazione del paese,
modificandola. Così il ministro del commercio estero di Andreotti, Renato
Ruggiero, deve rimuovere ogni precedente proibizione all’esportazione di
capitali, autorizzando anche ogni acquisto, da parte di cittadini
italiani, di titoli di qualsiasi genere emessi in valuta diversa dalla
lira. Così il ministro del tesoro Carli deve aumentare i tassi di
interesse –anche se questo fa crescere gli oneri del debito pubblico– per
migliorare e stabilizzare il tasso di cambio della lira, in modo che la
possibilità di circolare liberamente in Europa non sospinga i capitali
alla fuga dall’Italia. Il 1 novembre 1991 entra in vigore in Europa la
direttiva comunitaria sul libero investimento privato in ogni genere di
servizi (...) Di qui il decreto-legge 386 del 5 dicembre 1991, con cui gli
enti pubblici mediante i quali l’IRI partecipa alle società economiche sono
convertiti in società per azioni come le società loro partecipate, in
deroga al divieto fino ad allora assoluto di collocamento in borsa di
qualsiasi quota di un ente pubblico». Nonostante queste misure e la predisposizione
di una legge finanziaria per il 1992 che per la prima volta permette il
conseguimento di un avanzo primario di bilancio (al netto cioè delle spese
per interessi sul debito pubblico), il governo Andreotti scontenta «la
finanza internazionale e gli eurocrati di Bruxelles», secondo
cui l’Italia rimane «troppo indietro rispetto alle
liberalizzazioni richieste dal processo di integrazione europea.
Che senso ha, si dice in questi ambienti, convertire in società per azioni
gli enti pubblici di gestione dell’IRI lasciando statale l’IRI stesso,
senza obbligarli a privatizzare le società partecipate? E la facoltà
esclusiva del ministero del bilancio, si aggiunge, di decidere se e come
mettere in vendita in borsa quote, peraltro minoritarie, di azioni delle
società partecipate, mantiene un limite governativo agli investimenti
privati incompatibile con la liberalizzazione europea».
- Politica. 1 settembre. Saranno poi i governi Amato e
Ciampi ad avviare quelle misure di privatizzazione/smantellamento
richieste dai “poteri forti” internazionali, soprattutto USA.
«Il
decreto-legge 333, approvato dal consiglio dei ministri del l’11 luglio
1992, costituisce infatti lo scardinamento della sostanza economica e
sociale della Prima Repubblica, e l’ingresso dell’Italia nel mondo della
globalizzazione capitalistica. Esso trasforma tutti i grandi enti
dell’economia pubblica (IRI, INA, ENI ed ENEL) in società per azioni (art.
15) e prescrive alle imprese pubbliche di operare nella sfera economica
come aziende soggette alle regole del mercato». Badiale e
Bontempelli ritengono, queste, delle decisioni attuate su input
provenienti dall’esterno, «al di fuori degli organi democratici dello
Stato e al riparo da dibattiti pubblici. Il Corriere della Sera ha
raccontato, quattro anni dopo il fatto, come il 2 giugno 1992 il panfilo
della regina d’Inghilterra, con a bordo alcuni tra i più potenti banchieri
anglosassoni, quali Barclays, Baring, Mc Kenna, Warburg, entrato a
Civitavecchia, abbia preso a bordo un centinaio di personaggi del mondo
politico ed economico italiano per una crociera lungo l’Argentario,
durante la quale è stato loro spiegato come avrebbe dovuto essere
smantellata l’economia pubblica italiana. A questa crociera partecipano
alti burocrati dei ministeri economici italiani, come Mario Draghi, che
concorderanno poi con Amato la sostanza del decreto-legge 333».
- Politica. 1 settembre. Sarà proprio Draghi il grande
esecutore delle privatizzazioni imposte dalla finanza anglosassone. «All’inizio del 1993, nella sua relazione ad
Amato in qualità di direttore generale del Tesoro, Draghi sostiene che
deve per sempre essere messa da parte la nozione di strategicità della
presenza statale nell’economia. Se nessuna proprietà pubblica deve essere
considerata strategica, ognuna può essere privatizzata. Le privatizzazioni
vengono valutate esclusivamente dal punto di vista finanziario, senza far
neanche parola delle loro conseguenze sociali. Per questo Draghi
suggerisce, e Amato accetta, che siano messe in vendita le azioni non già
dell’IRI, poco o nulla appetibili per gli investitori privati, ma delle
banche dell’IRI, la Banca Commerciale e il Credito Italiano. Ciampi, come
abbiamo detto, porterà a compimento queste privatizzazioni, e le
accompagnerà con un altro tassello necessario (…) la riforma della legge
bancaria». Da queste ed altre misure descritte nel libro prenderanno
il via le privatizzazioni/svendite delle partecipazioni statali, attuate,
ricordano gli autori, con il sostanziale assenso della sinistra. «Il
governo Ciampi gode dell’astensione del PDS, che vota anche a favore della
legge bancaria. Ma l’assenso della sinistra è soprattutto costruito sul
silenzio, un silenzio che indubbiamente è responsabile del fatto che
questa fase storica sia rimossa dalla memoria popolare. La sinistra non
discute queste privatizzazioni, non le pone al centro dell’attenzione dei
suoi elettori e militanti, non mobilita le sue energie su di esse (…) La
vicenda mostra con chiarezza come la sinistra abbia rinunciato a qualsiasi
politica, e aspiri semplicemente alla gestione del potere (…) In Italia i
governi di Dini e Prodi infliggono colpi distruttivi al Welfare State
(“riforma delle pensioni”), abbattono i diritti del lavoro (legge Treu),
completano una massiccia privatizzazione dell’economia (telefonia,
autostrade, ferrovie). Ad essi succede il governo di Massimo D’Alema.
Questi (…) porta, per la prima volta, la Repubblica italiana in una guerra
d’aggressione verso un paese, la Jugoslavia, che non rappresentava in
nessun modo una minaccia per l’Italia, violando due articoli della Costituzione
Italiana, e, rifiutando l’asilo politico, sgradito agli americani, ad
Ocalan, lo lascia finire nelle carceri turche».
- Sanità. 1 settembre. Dopo la sentenza di una Corte del Texas,
che ha riconosciuto la multinazionale USA Merck colpevole della morte di
un uomo che aveva fatto uso del farmaco antidolorifico Vioxx (con effetti
collaterali sull’apparato cardiocircolatorio non resi noti dalla Merck),
procede anche in Italia la raccolta delle adesioni per la Class Action
contro la Merck presso la Corte distrettuale federale dell’Illinois. La Class
Action è un’azione legale del sistema USA intrapresa da un
soggetto che chiede al Tribunale di essere autorizzato ad agire «per sé e
per altri che si trovano nella medesima situazione». Si
tratta, quindi, di una sorta di “causa collettiva”, di uno strumento che
consente ad un gruppo di persone di far causa ad un soggetto o ad un
gruppo di soggetti per lo stesso presunto reato, con facilitazioni per le
spese legali. Secondo
le stime della stessa Merck, sono oltre 24 milioni i pazienti che hanno
fatto, o stanno facendo, uso del farmaco, in tutto il mondo. Uno degli
obiettivi principali dell'azione legale è informare pazienti e medici di
tutto il mondo degli effetti collaterali, potenzialmente letali, del
farmaco.
- Sanità. 1 settembre. «Il Vioxx è inserito nell’elenco dei
sorvegliati speciali, quindi tutti i medici e i farmacisti devono vigilare
affinchè non venga prescritto ai pazienti che soffrono di disturbi
circolatori e cardiaci». Così ha dichiarato a la Repubblica del
20 agosto Nello Martini, direttore generale dell’Agenzia italiana del
farmaco. Il Vioxx era stato pubblicizzato negli Stati Uniti come un
farmaco che non crea complicazioni alle pareti dello stomaco, ed aveva
ottenuto un grande successo alla fine degli anni ‘90. Veniva prescritto ai
pazienti affetti da osteoporosi, artrite, dolori e disturbi mestruali.
Dopo aver incassato 10 miliardi di dollari in pochi anni, la
multinazionale viene messa sotto accusa da parte di parenti di persone
decedute dopo aver seguito una terapia con Vioxx. «Il più grande
disastro farmaceutico nella storia dell’umanità», aveva dichiarato al
Congresso USA David Graham, un medico che si è impegnato per il ritiro del
Vioxx dalla commercializzazione negli USA, denunciando come il Vioxx fa
crescere di cinque volte il pericolo di ictus e infarti (su due milioni di
persone a cui è stato somministrato l’antiinfiammatorio, sono state
riscontrate tra le 88 mila e le 144 mila crisi cardiache gravi, da 30 a 50
mila con effetti letali. La stessa Merck ritira il farmaco autonomamente
dal mercato il 30 settembre 2004. Eppure, dopo il ritiro spontaneo del
farmaco, nel marzo del 2005, con 17 voti favorevoli e 15 contrari, la Food
and Drug Administration (l’agenzia pubblica che autorizza la commercializzazione
dei farmaci negli USA) lo aveva riammesso.
- Sanità. 1
settembre. Il
Vioxx non è l’unico caso di farmaci prodotti da multinazionali su cui sono
stati riscontrati gravi effetti collaterali. La Repubblica ricorda
i precedenti del Celebrex, antidolorifico prescritto negli USA a 21
milioni di persone, sospettato di provocare rischi di infarto nei
pazienti; del Lipobay, il farmaco anticolesterolo stato ritirato dalla
tedesca Bayer nel 200; del Reduxil, farmaco ritirato nel 2002, usato nel
trattamento di forme gravi di obesità, che provocava problemi
gastrointestinali ed ipertensione.
- Industria. 1 settembre. Il prestigioso Economist
contro misure protezionistiche per la Cina. Di parere del tutto contrario
Marco Fortis, docente di economia industriale e vicepresidente della
Fondazione Edison. Dalle colonne di Panorama Economy Fortis afferma
che «la posizione dell’Economist può essere comprensibile (anche se non
condivisibile) visto che la testata interpreta i vari interessi del
liberismo anglosassone, dei trader (concetto che dovrebbe comprendere
anche la grande distribuzione, ndr) e della grande finanza. Molto meno
comprensibile è che siano della stessa idea la maggior parte dei
commentatori italiani (tra cui autorevoli politici), dato che i profitti
delle migliaia di piccole e medie imprese di cui è fatto il nostro paese
sono invece ai minimi storici a causa della concorrenza asimmetrica della
Cina (e delle multinazionali occidentali che hanno delocalizzato in Cina)».
Fortis irride pure alla tesi per cui le delocalizzazioni in Cina (con
chiusura di impianti e riduzione dell’occupazione anche in Italia) trovano
motivo nella presenza nel “nuovo grande mercato emergente del mondo”. «Come
i gruppi stranieri, anche le nostre “multinazionali tascabili” nella
maggior parte dei casi sono andate in Cina soprattutto per trarre
vantaggio dal basso costo del lavoro e dalle esenzioni fiscali garantite
da Pechino. Infatti, sui prodotti fabbricati in Cina e da lì esportati si
fanno utili a palate, mentre sul mercato cinese le vendite italiane sono
per ora modeste».
- Industria. 1 settembre. Dire che la Cina è un falso
problema equivale dunque per Fortis a voler giustificare l’avidità di
profitto dei «grandi delocalizzatori». Su questo punto, Fortis cita
un articolo del Sole 24Ore di Luigi Bernardi, che evidenzia come le
multinazionali con filiali in Cina non paghino imposte sia nel paese
asiatico «per le esenzioni concesse alle società straniere»,
ma anche nello Stato di origine perché contabilmente fanno figurare, nel
bilancio della casa madre, profitti nulli «con l’acquisto (dalle
filiali in Cina, ndr) di Input a prezzi fittizi eccezionalmente elevati».
Alcuni commentatori eludono questa realtà e rispondono evidenziando che
l’industria italiana sta perdendo quote di mercato non solo nell’area del
dollaro ed in Asia, ma anche in Europa: quindi non è la Cina ad essere
responsabile della perdita di competitività dell’Azienda Italia.
Inoltre, rimproverano all’industria tradizionale del Made in Italy (moda,
arredo casa, meccanica) di non essere preparata a fronteggiare la
concorrenza. Tesi ambedue false, ribatte Fortis. Sulla prima evidenzia che
«è stata proprio la Cina, con i suoi dumping (bassissimi costi del
lavoro, mancata tutela ambientale, eccetera) ed il suo mini-yuan, e non
gli altri paesi europei, a sottrarci quote di mercato in Europa (...) Lo
yuan si è svalutato negli ultimi 2-3 anni di almeno il doppio di quanto
fece la lira dai primi anni Novanta sino al momento dell’entrata dell’euro».
Sulla seconda Fortis ricorda le statistiche per cui «calzature, mobili,
rubinetti e simili esportati in tutto il mondo ci assicurano un attivo
commerciale annuo con l’estero di 75 miliardi di euro e che semmai in
Europa i settori protetti sono stati altri: l’auto (con le quote anti
Giappone) o l’elettronica».
- Industria. 1 settembre. Il Commissario europeo al Commercio
estero Peter Mandelson è una «quinta colonna della Cina in Europa»?
È quanto si chiede Marco Fortis dopo aver letto l’intervista a La
Stampa del 15 agosto, in cui l’esponente della Commissione Europea
incitava a «non mettere in pericolo i rapporti commerciali con una Cina
in crescita» ed esprimeva preoccupazione «per gli
importatori ed i negozianti europei, che hanno piazzato i loro ordini di
prodotti cinesi prima dell’accordo e che ora non possono ottenere le merci».
Insomma, Bruxelles è preoccupata più di salvaguardare gli esorbitanti
grandi profitti della grande distribuzione che delle esigenze
dell’industria manifatturiera. «Se i colossi della distribuzione hanno
problemi di approvvigionamento, sono invitati a rivolgersi all’industria
tessile euro-mediterranea», è stata la risposta polemica del ministro
dell’industria francese Jean Francois Loos.
- Politica. 2 settembre. «Prodi e Berlusconi
sono varianti dello stesso piatto». Lo ha dichiarato al Corriere
della Sera del 23 agosto Gino Strada, il chirurgo fondatore di
Emergency. Strada prende le distanze dalla sinistra radicale, critica la
consultazione all’americana delle Primarie importata in Italia dal
leader dell’Unione e invita a non rimuovere il dramma dell’Afghanistan. Su
una sua eventuale candidatura alle primarie, Strada dice: «È una cosa
che non mi interessa. E il mio è un no preventivo nel caso in cui qualcuno
pensi di propormelo. lo non faccio il politico, faccio il chirurgo in una
città dove alle vittime delle mine si è aggiunta una quantità
impressionante di morti e feriti falciati da auto che corrono
all'impazzata. La rianimazione, dove finalmente stiamo installando la Tac,
è piena di bambini. Solo a Kabul ne vengono ammazzati almeno tre al giorno
(…) Con tutti i militari stranieri e i bordelli che ci sono, qui è
arrivato l'Aids e se diventa un’epidemia sarà una strage». Strada
puntualizza che Emergency non ha alcuna affiliazione con partiti o schieramenti
«e non capisco perché qualcuno voglia tirarmi dentro a
schermaglie politiche che non mi appartengono (…) Abbiamo tutti
davanti agli occhi quanto bene ha fatto la democrazia americana. Sono
totalmente alieno da un certo modo di intendere la politica. Da tre giorni
sto chiuso in sala operatoria, mi rendo conto che saranno cose meno
importanti di chi si candida alle primarie ma comunque, ciascuno faccia il
suo mestiere. lo il mio lo faccio bene e con molta passione».
- Politica. 2 settembre.
«Noi siamo sempre stati
contro governi che dichiarano guerre o anche solo vi partecipano. Mi piacerebbe
vedere un governo che rispetta la Costituzione, la carta dell’ONU e la dichiarazione
dei diritti umani. Ma io un governo del genere non l’ho mai visto e non
lo vedo all’orizzonte (…) Non voglio fare polemiche, mi stupisco però che
la questione della pace sia nel programma del centro sinistra quando poi
noti leader dicono cose diverse. Non mi risulta abbiano smentito posizioni
entusiaste a favore degli interventi in ex Jugoslavia e Afghanistan. Il
centro destra è andato in Iraq, ma l’Italia è stata portata in guerra, per
la prima volta dopo il 1945, da un governo di centrosinistra». Così
conclude la sua intervista Gino Strada.
- Difesa. 5 settembre. Nel
mentre il governo di centrodestra progetta gli ennesimi tagli alla spesa
pubblica, aumentano non soltanto le spese per le “missioni” militari
all’estero, ma anche i costi delle basi USA in Italia a carico dei
contribuenti italiani. Costi aggiuntivi rispetto a quelli della NATO.
Denaro liquido, per un totale del 37% delle spese complessive, ma anche
sgravi fiscali, sconti e forniture gratuite di trasporti, tariffe e
servizi. In proporzione, l’Italia risulta il paese NATO che versa più
fondi agli USA: il 37% contro il 27 della Germania; in termini assoluti è
il contrario: la Germania, nel bilancio 2001, ha stanziato 862 milioni di
dollari, contro i 324 dell'Italia). Questi dati sono tratti dallo
statunitense Report on allied contributions to the common defense,
rivelato dal cronista del Giornale di Sardegna Marco Mostallino. Un
rapporto della Commission on review of overseas military facility
structure, trasmesso al presidente Bush e al Congresso USA il 15
agosto scorso, rivela che la Germania ha aumentato i contributi a 1.563
milioni di dollari, l’Italia di Berlusconi a 366,54. Il governo D’Alema è
comunque riuscito a fare meglio, stanziando ben 480 milioni di euro.
- Difesa. 5 settembre. Dai
documenti ufficiali di Washington si ricava che le spese sorgono da
accordi bilaterali slegati dalla NATO. Le cifre sono molto significative.
Dal rapporto dell’agosto scorso risulta che Stati “alleati” come Francia,
Canada, Repubblica Ceca, Olanda, Norvegia e Polonia non hanno sborsato
alcun soldo per mantenere le truppe statunitensi. Altri, come Spagna,
Ungheria e Turchia, danno solo dei contributi “indiretti”, e perfino gli
inglesi pagano meno dell’Italia. E non è tutto. Se le basi USA per ipotesi
venissero chiuse, negli accordi segreti Washington-Roma è prevista una
clausola chiamata Returned property- residual value che prevede un
indennizzo per le “migliorie” apportate. È quanto emerge alla pagina 17
delle “osservazioni preliminari” che il GOA, l’ufficio della Casa bianca
per la trasparenza, ha consegnato al Congresso USA nel luglio del 2004: «Gli
accordi bilaterali stabiliscono che se il governo italiano riutilizza le
proprietà restituite entro tre anni, gli Stati Uniti possono riaprire le
trattative per il valore residuale».
- Difesa. 5 settembre.
Sulla vicenda ha presentato un’interrogazione parlamentare il verde Mauro
Bulgarelli, che ha anche preparato un progetto di legge per la
desecretazione di tutti i documenti coperti dal segreto di Stato. «Ancora
una volta ci troviamo di fronte ad accordi segreti che impongono, oltre
alla presenza di basi straniere sul nostro territorio, anche l’onere di
mantenerle a spese dei contribuenti italiani, che si ritrovano a loro
insaputa a finanziare tariffe, trasporti e servizi gratuiti ai soldati
americani e alle loro famiglie», ha affermato il deputato verde, che
giudica il diritto di indennizzo una vera e propria «provocazione».
- Banche. 10 settembre. Sulle OPA bancarie, «stiamo
assistendo a uno scontro di potere. Le telefonate di Fazio sono solo un
pretesto (…) Fazio sta difendendo l’autonomia del sistema bancario
italiano dall’espansione anglo-olandese». È l’opinione del vecchio
“boiardo” di Stato Ettore Bernabei, ex direttore generale RAI e fidato
consigliere di Fanfani. Su la Repubblica Bernabei svela poi un
interessante e significativo retroscena di diversi decenni orsono
sull’accordo che sarebbe intercorso tra DC e “laici” per la spartizione
del potere in Italia: «subito dopo la guerra il presidente del
Consiglio De Gasperi e il grande amministratore della Banca Commerciale,
Raffaele Mattioli, si trovarono d’accordo sul fatto che i democristiani si
sarebbero occupati della politica e i laici di area liberale
dell’industria e della finanza. Questo accordo fu poi ratificato negli
USA, davanti agli esponenti della finanza americana, da una delegazione
italiana di cui facevano parte Mario Ferrari Aggradi ed Enrico Cuccia».
- Industria. 18 settembre. Meno euforia sulla Fiat. È quanto
invoca Enrico Cisnetto sulle colonne de Il Messaggero. Il
giornalista economico rileva che il tanto sbandierato miglioramento dei
conti Fiat non è dovuto al settore auto. «Di fatto, il gruppo si
mantiene grazie agli ottimi risultati della controllata USA CNH (macchine
agricole per costruzioni), del settore componenti ed in parte di Iveco (…)
Il comparto automobilistico registra un fatturato in calo (-3,5%) e un
conto economico in rosso (-217 milioni) (…) Mentre il settore
automobilistico europeo è in netto rialzo, la quota di mercato Fiat è
scesa dal 6,4% al 5,5%». In sostanza il gruppo Fiat è un contenitore
di varie attività riconducibili al settore trasporti, di cui la Fiat auto
costituisce il comparto in perdita. Tanto che Cisnetto si chiede «perché
continuare a puntare sulle quattro ruote».
- Industria. 21 settembre. Marco Fortis, docente di economia
industriale e vicepresidente della Fondazione Edison, difende su Panorama
Economy l’industria tessile italiana ed europea di fronte alle accuse
di “protezionismo” nel richiedere misure che fronteggino la crescente
aggressività commerciale cinese. Secondo gli accusatori, il “libero
commercio” costituirebbe un vantaggio per i consumatori per le riduzioni
dei prezzi e una spinta ad abbandonare settori “maturi” come le scarpe ed
il tessile e ad investire più nella ricerca. Fortis ribatte asserendo che
«l’import dalla Cina ha sinora arricchito soprattutto i bilanci della
grande distribuzione e non certo i portafogli delle famiglie», e
ricorda l’imprescindibile contributo al PIL e ai conti con l’estero delle
piccole imprese manifatturiere. Sul “fare ricerca”, Fortis è ancora più
sarcastico: «di quale ricerca si tratti, non è ben chiaro: speriamo che
non sia quello di un improbabile nuovo posto di lavoro per le decine di
migliaia di disoccupati manifatturieri che potrebbero profilarsi
all’orizzonte. I sostenitori del libero scambio (ancorché a senso unico)
con la Cina e del cambiamento del nostro modello industriale confidano che
in qualche angolo d’Italia nasca in una sola notte (come avviene con i
funghi) una qualche Nokia o Microsoft italiana che rimpiazzi come motore
di sviluppo gli stabilimenti di calzature del Fermano o quelli di tessuti
del Biellese».
- Industria. 21 settembre. Fortis non crede nemmeno che il
ridimensionamento dell’industria “tradizionale” italiana e l’apertura alle
importazioni cinesi potranno essere compensati da un aumento delle
esportazioni nel gigante asiatico (e qui non si sottace del tutto che
Pechino mantiene in vigore dazi). Fortis suffraga le sue tesi con i
numeri. Le esportazioni italiane in Cina sono state nel 2004 di 4,4
miliardi di euro. «Poco meno della Francia, più della Gran Bretagna»,
rileva Fortis, evidenziando il contributo proprio delle vituperate piccole
e medie imprese dei distretti. Il valore è però sempre inferiore a quanto
«esportato nella “piccola” Grecia (6,2 miliardi di euro)», per non
parlare delle esportazioni in Russia e nei Balcani. Ma (tenendo presente
quanto disse a suo tempo l’economista Keynes: «nel lungo periodo siamo
tutti morti». Detto che rischia di diventare tragicamente vero per le
piccole e medie imprese) anche volendo “attendere” tempi lunghi per lo
sviluppo del mercato interno cinese, le più ottimistiche stime sulle
future esportazioni di beni “made in Italy” «non sarebbero nemmeno
sufficienti a pareggiare l’attuale disavanzo commerciale dell’Italia (che
veleggia nel 2005 verso i 9 miliardi di euro); per non parlare delle
decine di miliardi di quote di mercato che la Cina ci sta sottraendo in
tutto il mondo con i suoi dumping».
- Industria. 21 settembre. Tali ottimistiche stime si basano su
un forte aumento dell’esportazione di beni di consumo (moda, arredo casa,
alimentari e vini). Attualmente, però, le esportazioni italiane in Cina «sono
composte per l’85% da beni di investimento (macchinari, mezzi si trasporto
e chimica). La Cina si sta infrastrutturando e industrializzando, quindi
ci chiede macchine tessili, per la metallurgia, per lavorare le materie
plastiche, eccetera». Le prospettive però non sono delle migliori, «un
po’ perché i tedeschi ci fanno una concorrenza molto forte, un po’ perché
i cinesi cominciano a prodursi i macchinari da soli». Ma anche
se l’Italia avesse la stessa capacità produttiva tedesca, ciò non
risanerebbe i conti con La Cina. Fortis rileva che anche la Germania
presenta un passivo nella bilancia commerciale con la Cina (7 miliardi e
mezzo di euro) nonostante i 21 miliardi di euro di esportazioni nel paese,
composte tra l’altro di centrali elettriche, treni superveloci ed aerei,
ma anche «fabbriche e componenti da assemblare laggiù, quindi con una
forte crescita della disoccupazione in patria».
- Industria. 21 settembre. Porte spalancate ai
prodotti tessili, chimici, agricoli, dell’acciaio, della tecnologia
satellitare ed altri ancora della Cina. Queste le strategie illustrate dal
Commissario UE al commercio Peter Mandelson ai rappresentanti delle
categorie produttive degli Stati membri. L’argomentazione: aprire subito
(e senza condizioni) alle merci cinesi consentirà in futuro di
ottenere vantaggi per le esportazioni nel gigante cinese. Preoccupazione e
sconcerto da parte delle categorie produttive. Luigi Rossi, presidente
nazionale di Federmoda CNA afferma che «liberalizzare senza condizioni
è frutto di una miope visione strategica che mira a distruggere la
manifattura europea (…) Noi, per di più, siamo senza una politica
energetica europea in grado di calmierare i costi dell’energia e dei
prodotti petroliferi». Lamentele sono state espresse per la mancata
obbligatorietà del marchio per le merci provenienti dai paesi extra
europei.
- Esteri. 23 settembre. Nasce
il Center of Excellence for Stability Police Units, un centro di
formazione d’eccellenza per istruttori di unità militari dopo l’accordo
odierno tra Stati Uniti ed Italia firmato a Washington. La struttura avrà
un costo di 25 milioni di euro l’anno. Gli Stati Uniti assicurano un contributo
di dieci milioni di dollari per il 2005; l’arma dei Carabinieri ne
stanzierà 8,5 milioni. Il centro, che avvierà l’attività nel prossimo mese
di novembre, avrà base a Vicenza, presso la ex-scuola dei Brigadieri
(Caserma Chinotto). Sarà gestito dall’arma dei Carabinieri. L’istituzione
del Centro di Vicenza rientra nell’ambito del piano d’azione, approvato
dal vertice G8 del 2004 in Georgia, diretto in sostanza ad addestrare
forze armate al servizio delle strategie imperialiste di Washington in Africa
ed Asia (ad esempio per stabilizzare regimi amici). Il centro si
prefigge di addestrare 3000 formatori entro il 2010. I corsi includono la
formazione di aspetti operativi di rilievo, come il controllo della folla,
la protezione delle autorità, il controllo degli obiettivi “sensibili”.
Tra gli altri temi, l’inter-operabilità fra reparti militari e civili ed
il raccordo con altri analoghi centri di formazione già presenti nei paesi
del G8. Camerun, Kenya, Senegal, Marocco, Giordania, India e Kazakistan i paesi
che si sono già impegnati ad inviare proprio personale alla scuola di
formazione militare di Vicenza.
- Industria. 23 settembre.
Grazie all’aiuto della banca d’affari USA Merrill Lynch, la famiglia
Agnelli (tramite la finanziaria di famiglia IFIL) resta con il 30,06% al
comando della Fiat. Le banche (Intesa, Unicredit, Capitalia, San
Paolo-Imi, Monte dei Paschi di Siena, Banca Nazionale del Lavoro,
Bnp-Paribas ed Abn-Amro), che hanno convertito in azioni il prestito di 3
miliardi concesso 3 anni fa, non superano il 27%.
- Industria. 26 settembre. Nella
Piaggio di Roberto Colannino «crescono, a dismisura, i precari; tra
pochi giorni scadranno decine di contratti a tempo determinato (senza
rinnovo); per i part time verticali non si parla più di trasformare il
contratto a tempo pieno (trattasi di uomini e donne con famiglie a carico
e se non arriviamo alla fine del mese con uno stipendio intero,
immaginiamoci allora con il part time!). La Piaggio (…) ha rinunciato ad
ammodernare veicoli a trazione leggera che nei paesi in via di sviluppo
hanno ancora mercato. La sicurezza dei lavoratori è a rischio visto che
l’azienda ha chiuso l’infermeria nei turni notturni e rinunciato a
climatizzare alcune aree dove in estate la temperatura arriva a quasi 50°
(…) Con i 350 cassaintegrati dell’indotto, il part time verticale (che nei
fatti è una semidisoccupazione) e i contratti a termine non rinnovati,
sono ormai centinaia i posti di lavoro persi negli ultimi mesi (...) Per
molti anni le piccole aziende italiane hanno lavorato sulla riduzione del
costo del lavoro e sulla riduzione delle tasse ma non sulla ricerca,
sull’investimento di nuove linee/prodotti; negli anni Novanta decine di
fabbriche sono state delocalizzate in Albania e in Romania dove il costo
del lavoro è quasi ai livelli del sud est asiatico. La ricerca è ai minimi
storici, ma attenzione non mancano fabbriche come la Pieracci che hanno
investito in alta tecnologi;, tuttavia la Piaggio preferisce rivolgersi al
mercato egiziano». È questo un comunicato della Confederazione
Cobas di Pisa.
- Industria. 26 settembre.
In sostanza, scrivono i Cobas di Pisa, «la strategia di Colannino è quella di ridurre
gli organici, chiudere alcune linee, abbandonare gran parte dell’indotto
al quale non vengono commissionati lavori (…) Il potere di contrattazione
e di acquisto dei lavoratori è sempre più debole e nello stesso tempo gli
industriali non hanno investito i loro profitti preferendo delocalizzare
ricchezze o investirle nella speculazione finanziaria. Le amministrazioni locali,
per esempio il Comune di Pontedera, acquistando capannoni dismessi, hanno
agevolato in vario modo la Piaggio (…) Nella nostra Provincia crescono gli
sportelli bancari ma cresce il numero delle famiglie che non arrivano in
fondo al mese, aumentano gli immobili di recente costruzione ma sempre
meno famiglie riescono a pagare un affitto. Cresce l’interinale e il
precariato, non solo nelle aziende private ma anche nei settori pubblici.
Cosa fa un co.co.co con 700 euro al mese? Sia esso laureato o poco scolarizzato,
la risposta è sempre la stessa: la fame».
- Interni. 30 settembre. La società statunitense Electronic
Data Systems (EDS) si occuperà
dell’erogazione delle carte d’identità elettroniche. Lo conferma il sito Dagospia.
Si costituirà appositamente una nuova società, della quale
il Poligrafico dello Stato avrà la maggioranza, e che vedrà tra gli altri
la partecipazione di Finmeccanica (19%) ed appunto la statunitense EDS
(19%). Scrive Dagospia che «proprio la presenza dell’azienda
statunitense sta creando al Poligrafico un pandemonio perché molti
dirigenti dell’azienda di Stato (il vice presidente Fiori, il direttore
generale Gabrielli) ritengono che sia inopportuno consentire a una società
straniera di trattare i dati “sensibili” dei cittadini».
- Interni. 30 settembre. L’8
per mille Irpef per lo Stato destinato ad operazioni militari all’estero.
Lo rivela il settimanale dei missionari comboniani Nigrizia (www.nigrizia.it).
«Quel denaro sta sfamando (e ha sfamato) i nostri militari impegnati in
missioni all’estero; è diventato benzina per i carri da combattimento.
Imbrogliando la volontà di chi le aveva versate, quelle somme hanno
cambiato destinazione, per andare a consolare il ministero della Difesa»,
scrive il settimanale. L’otto per mille è il frutto del nuovo concordato
(1984) fra la Repubblica italiana e la Santa Sede. Si tratta di una quota
del gettito dell’Irpef ripartita fra la Chiesa cattolica, altre cinque
confessioni religiose –che hanno raggiunto un’intesa con lo Stato– e lo
Stato stesso, in proporzione alle preferenze (tacite e dirette) espresse
dai contribuenti. Per il 2005, lo Stato ha ricevuto quasi 92 milioni di
euro; la Chiesa cattolica, poco più di 854 milioni. La legge 222 del 1985,
istitutiva del meccanismo, aveva solennemente promesso ai
cittadini-contribuenti che parti consistenti di quelle somme sarebbero
state utilizzate «per interventi straordinari per la fame nel mondo,
calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni
culturali». Che ne è stato di quelle promesse?
- Interni. 30 settembre.
Nella legge finanziaria per il 2004 è stato introdotto il comma 69
dell’articolo 2: questi disponeva che alla quota dell’otto per mille
destinato nel 2004, 2005 e 2006 allo Stato per gli scopi previsti dalla
legge 222, sarebbero stati decurtati 80 milioni ogni anno. Fondi appunto
finiti per finanziare le missioni militari all’estero. Nel 2004, dei 100
milioni di euro e poco più assegnati allo Stato, ne sono rimasti fruibili
solo 20. Di questi, solo 911mila sono stati investiti in progetti legati
alla fame nel mondo: il 4,4% della somma disponibile. Col centrosinistra è
andata ancora peggio. Nel 1997, dei 183 miliardi di lire affidati dai
cittadini allo Stato per opere sociali, Prodi ne prelevò 65 per finanziare
la missione militare in Albania. «Per la fame nel mondo? Zero lire»,
scrive Nigrizia. Due anni dopo, D’Alema prelevò 140 miliardi di
lire dall’otto per mille per destinarlo alle operazioni militari contro
l’ex Jugoslavia. Per combattere la fame nel mondo, furono destinati solo
154 milioni: percentuale azzerata l’anno successivo, quando neppure uno
degli undici progetti presentati fu finanziato. «Facendo un calcolo
artigianale, e trasformando le lire in euro, negli ultimi dieci anni (dal
1995 al 2004), i soldi che i contribuenti italiani hanno scelto di
destinare allo Stato ammontano a 953 milioni 825mila euro. Di questi, 320
milioni 281mila (33,5%) sono stati dirottati sui nostri rambo all’estero;
8 milioni 241mila euro (0,88%) hanno finanziato progetti contro la fame
nel mondo. Un risultato anoressico. Fallimentare».
- Interni. 30 settembre. «Gli
impegni per la fame nel mondo e per l’assistenza ai rifugiati sono stati
utilizzati come specchietti per le allodole. Un modo per spillare soldi in
cambio della promessa di liberazione da un rimorso. L’utilizzo di quel
pozzo di san Patrizio dell’otto per mille, nella realtà, è stato perlomeno
stravagante. E non solo perché è servito ad alimentare la macchina
militare italiana. Dal 2006, ad esempio, 10 milioni di euro di quel fondo
saranno destinati a finanziare “l’incremento dei livelli occupazionali nei
comuni del Sud con più di 300mila abitanti”. Nei primi anni ’90, con
l’otto per mille statale furono pagati gli stipendi dei forestali e della
protezione civile (...) L’elenco delle “distorsioni” potrebbe continuare
fino a notte fonda. Ma anche quando i vari governi rispettano le finalità
sociali imposte allo Stato dalla 222, si assiste a una sproporzione
sconfinata tra i soldi spesi per il restauro di beni culturali (la maggior
parte dei quali legati alla Chiesa cattolica, che incassa un nuovo fiume
di finanziamenti) e quelli destinati alla fame nel mondo (…) Se si esclude
il 1998, dove la percentuale di progetti finanziati per quest’ultimo scopo
è stata dell’11%, negli anni successivi non si è mai superato il 5%. Anzi.
Nel ’99 è stata dello 0,44%, nel 2000 dello 0%, nel 2001 dell’1,51% (…)
“Anche perché molte delle risorse destinate ai beni culturali o alle
calamità naturali”, rivela Antonio Pizzinato, senatore diessino in
commissione bilancio, “assomigliano a finanziamenti clientelari mascherati
ai collegi elettorali di provenienza dei vari esponenti di governo e della
maggioranza”». Così il settimanale Nigrizia.
- Interni. 30 settembre. La
Lega deposita in Cassazione due proposte di referendum sull’euro e
sull’Unione Europea (UE). Ad annunciarlo è Dario Galli, vicepresidente dei deputati della
Lega Nord, intervistato da Affari. La prima riguarda il ritorno alla «moneta nazionale», la lira, precisa l’esponente
del Carroccio; l’altra si riferisce alla possibilità di consultazioni popolari «ogni volta che si tratta di decidere su
Trattati Internazionali di importanza rilevante, come l’entrata nell’UE di
nuovi Paesi, vedi Turchia, o comunque di questioni
internazionali che riguardano la vita del Paese».
- Difesa. 2 ottobre. Il raddoppio della base USA di La
Maddalena-Santo Stefano autorizzato dal governo Berlusconi non basta
all’amministrazione Bush, che intende fare della Madalena una base
militare operativa della guerra infinita, un’area militare
blindata a grosso rischio d’inquinamento radioattivo, già presente a Santo
Stefano. Il Manifesto del 2 ottobre informa di un apposito
piano firmato dall’ammiraglio Harry Ulrich, capo del Comando della US Navy
per il Mediterraneo. Sarà consegnato la prossima settimana al ministro
della Difesa Antonio Martino. Attualmente la base USA occupa la parte
meridionale di Santo Stefano, una piccola isola a sud della Maddalena. Il
piano intende: 1) triplicare quanto già c’è nella zona sud di Santo
Stefano ed occupare anche la zona nord dell'isola, dov’è prevista la
costruzione di cinquantamila metri cubi di nuove strutture militari; 2)
ottenere dal ministero della difesa l’utilizzo di due terzi dell’arsenale
della Marina italiana alla Maddalena dismesso da molti anni e parte
integrante del centro storico della Maddalena, in modo da rendere la base
un porto sicuro per far attraccare i sommergibili nucleari e le navi
appoggio; 3) costruire alloggi per altri 350 militari.
- Difesa. 2 ottobre. «L’arcipelago della Maddalena è sede
di un parco naturalistico nazionale. Se il piano passerà, sorgerà un
ecomostro militare di proporzioni spaventose, riferisce il
quotidiano, secondo cui gli obiettivi che persegue la US Navy sono due. «Il primo è
quello di addestrare truppe speciali americane, le stesse che sono
impiegate nelle operazioni di guerra, a Punta Rossa, nell'isola di
Caprera. Il secondo consiste nell'aumentare la capacità operativa dei
sommergibili nucleari di stanza a Santo Stefano (…) È evidente che si
punta a trasformare la base sarda da semplice punto di appoggio in una
struttura militare operativa, in un’area, il Mediterraneo, che gli USA
considerano sempre più rilevante ai fini delle loro strategie militari
(...) Gli Stati Uniti possono rendere operativa in qualsiasi momento la
struttura della Maddalena a supporto delle operazioni in corso o di quelle
che potranno essere decise. Senza che questo comporti il coinvolgimento e
l’assenso delle autorità politiche italiane. La Maddalena deve essere
potenziata per passare da punto di sostegno logistico a base operativa di
guerra».
- Finanziaria. 3 ottobre. Una
«finanziaria responsabile». Lo sostiene il presidente di
Confindustria, Montezemolo, secondo quanto riporta oggi La Stampa,
anche se il suo iter non è ancora concluso. È un ossequio, comunque, al
Patto di Stabilità voluto dall’Unione Europea e che viene difeso
continuamente dall’esponente dell’opposizione, Romano Prodi. «Sei
miliardi in meno a Regioni ed Enti locali (…) 2,5 miliardi il risparmio
sulla spesa per la sanità». Non solo. Immobili di proprietà statale,
cioè della collettività, finiranno nelle mani delle solite immobiliari.
Infatti «lo Stato metterà in vendita immobili di sua proprietà per
circa 3,2 miliardi». Già arrivano le prime proteste dei Comuni: «colpite
casa, scuola, trasporti». Roma non sarà più la stessa. Il Comune ha
già predisposto un lungo elenco di tagli: «alcune linee autobus da
sopprimere, chiusura anticipata del metrò, azzeramento della manutenzione
ordinaria delle strade, taglio dei libri gratis ai bambini delle
elementari». E come a Roma, anche per altri Comuni sarà la stessa
cosa.
- Finanziaria. 3 ottobre. Sulla
legge finanziaria, ancora non approvata in via definitiva, interviene
Bruxelles. È troppo blanda. Nelle sue grandi linee si prospetta come
l’ennesima stangata ai lavoratori, ai cittadini e per i beni dello Stato.
Eppure non basta. Bruxelles ha recepito infatti le indicazioni degli
osservatori del Fondo Monetario Internazionale (FMI), secondo i quali
mancano ancora 5 miliardi. Riportava La Stampa del 26 settembre: «i
cinque miliardi sono frutto di un calcolo semplicissimo: nel rapporto
semestrale del FMI, il World Economic Outlook, il deficit pubblico
italiano nel 2006 viene dato in tendenza al 5,1% del prodotto lordo;
dunque per ridurlo al 3,8%, come concordato con l’Unione Europea,
occorrerebbe una manovra netta dell’1,3%. Al momento il governo ha
concordato con l’Europa una manovra dello 0,8%. Nei calcoli del FMI la
distanza dall’obiettivo da raggiungere con la legge finanziaria 2006
sarebbe invece di oltre 16 miliardi». Insomma, Tremonti è avvertito:
se passa nelle sue linee attuali, sulla Finanziaria intanto ci dovrà
rimettere mano. Misure aggiuntive saranno obbligate. Ma se questo governo
non riuscirà a colmare il resto nei numeri prescritti da Bruxelles, Prodi
ha già fatto sapere che ci penserà il suo (di governo), in caso di
vittoria alle elezioni.
- Finanziaria. 3 ottobre. La
Chiesa cattolica non pagherà l’ICI sul suo immenso patrimonio immobiliare.
Questo prevede, allo stato, la legge finanziaria. E la laicità dello
Stato? E la parità tra le diverse confessioni religiose? «Sbagliato
gridare allo scandalo», dice Lucà, dei Democratici di Sinistra. «L’esenzione
era prevista nella legge del ’92». È questa l’opposizione che dovrebbe
essere garante dell’applicazione della nostra Costituzione! Amen.
- Finanziaria. 3 ottobre. Tranquilli.
I miracoli, anche se piccoli, esistono e persistono. Con la finanziaria
arriva l’aumento delle bollette di luce, gas e tabacchi, senza parlare
della benzina il cui prezzo è ormai senza freni. Ma nella Relazione
previsionale e programmatica dell’ultima frazione del 2005 si rinnova
(come da quattro anni) il piccolo miracolo per cui tutti i prezzi
esplodono, ma l’inflazione resta ferma inchiodata sempre e comunque al 2%,
decimale più decimale meno.
- Federalismo. 6 ottobre. «Regioni,
province e comuni potranno aprire proprie rappresentanze all’estero.
Secondo termini e modi che non sovrappongono le competenze locali con
quelli statali (consolati e ambasciate), ma che offrono la possibilità di
avere legazioni in Stati stranieri». Lo ha stabilito una sentenza
della Corte Costituzionale che, a seguito della modifica del titolo V
della Costituzione, voluta dal governo di centrosinistra «ha dichiarato
inammissibile un ricorso del governo contro la regione Emila-Romagna,
accusata di avere intrapreso iniziative di “cooperazione internazionale”.
Secondo i giudici della Corte l’iniziativa governativa contro la regione
emiliana non aveva specificato quali, tra le competenze regionali
(cooperazione per lo sviluppo, interventi umanitari in caso di calamità,
educazione e formazione di tipo professionale, formazione del personale)
fossero in contrasto con le leggi costituzionali e ordinarie dello Stato».
Lo riferisce l’edizione odierna de La Stampa.
- Federalismo. 6 ottobre. La cosiddetta devolution preoccupa
addirittura il capo dello Stato. Carlo Azeglio Ciampi, riferisce La
Stampa, preannuncia un suo messaggio alle Camere, evento raro durante
il suo mandato. Tra i punti che lo preoccupano: «lo svuotamento del
ruolo del Presidente della Repubblica come garante della Costituzione
rispetto alle leggi approvate dal Parlamento; e la stessa riduzione della
capacità di controllo del Parlamento sull’esecutivo. Si tratta di due
pilastri del sistema istituzionale italiano, due punti sui quali i
costituenti avevano riflettuto e discusso a lungo prima di inserirli nella
Costituzione nella forma attuale. In pratica sarebbe di molto ridotta la
possibilità degli elettori di controllare il processo legislativo sia
attraverso il Parlamento da essi eletto, sia attraverso l’azione di un
Presidente garante super partes».
- Esteri. 6 ottobre. L’ex
presidente della Commissione Europea e primo ministro del centrosinistra
Romano Prodi benedice la guerra preventiva. Intervistato dal Corriere
della Sera, sull’intervento armato Prodi dapprima afferma che «il
punto di partenza deve essere l’articolo 11 della nostra Costituzione che
rifiuta la guerra», ma subito dopo introduce delle eccezioni che
giustificano l’uso “preventivo” della forza: «stiamo parlando di
genocidio, guerra civile, aggressione a uno Stato sovrano, atti di
terrorismo (…) Il metodo più ovvio è quello che fa dipendere la
legittimità dall’approvazione dell’ONU». Prodi a questo punto,
parlando di casi di genocidio, cita il caso del Kosovo, dove ricorda che
non c’è stata alcuna approvazione ONU, «ma c’è stato il mandato della
NATO»: come a dire che è la stessa cosa, va bene pure. Due
considerazioni a questo punto. 1) Prodi continua a sbandierare il mito
dell’ONU quando la storia ha dimostrato la sua acquiescenza ai desiderata
delle grandi potenze, in particolare gli USA: basti pensare alle sanzioni
comminate all’Iraq nel 1990, o all’intervento in Haiti. Del tutto
inefficaci le risoluzioni contro l’aggressione di Israele in Palestina per
il veto statunitense. A chi sbandieri l’opposizione di Francia, Germania e
Russia in occasione dell’aggressione in Iraq del 2003 (che ha comunque
dimostrato come gli USA, ONU o non ONU, sono pronti a perseguire unilateralmente
le proprie strategie anche senza uno straccio di parvenza di legittimità),
bisogna ricordare che a quell’aggressione sono seguite tre risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza che nella sostanza hanno legittimato l’aggressione.
2) Prodi continua ad avallare la tesi del genocidio in Kosovo. Un
genocidio che la stessa OCSE, in un rapporto pubblicato dopo i
bombardamenti NATO, ha mostrato essere inesistente, allo stesso modo delle
presunte stragi (come quella del villaggio di Racak) che avevano funto da
pretesto per l’ultimatum a Milosevic e per l’inevitabile aggressione.
Un’aggressione che tra l’altro è avvenuta non solo in totale dispregio
della Costituzione italiana e della Carta delle Nazioni Unite, ma persino
dello stesso articolo 5 del Trattato NATO, che prevede interventi
solamente in caso di aggressione degli Stati membri.
- Esteri. 6 ottobre. «Resteremo in Afghanistan e nei
Balcani (...) In Iraq rimarrà invece un impegno per la
ricostruzione e per gli aiuti (…) La mia politica estera certamente
sarebbe prioritariamente europea ma questo non impedirebbe all’Italia di
essere il miglior alleato degli USA».
Questi gli impegni che Romano Prodi promette, a sostegno delle strategie
imperialistiche USA, se il centrosinistra vincerà le prossime elezioni
politiche. Prodi assicura altresì che questi impegni verranno rispettati
anche da Fausto Bertinotti.
- Esteri. 6 ottobre. «L’amministrazione Clinton ci
aiutò non poco al momento dell’introduzione dell’euro (...) Resta il fatto
che all’America una Europa forte dovrebbe interessare più di una Europa
soltanto economica, debole e frammentata». Affermazioni che provano
ulteriormente come le amministrazioni USA non solo non osteggino il
processo di integrazione europea, ma persino lo aiutino. In merito allo
stallo del processo d’integrazione in seguito alla vittoria del No ai
referendum in Francia ed Olanda sul Trattato costituzionale europeo, Prodi
propone l’istituzione di «un gruppo di saggi che prepari il rilancio
sotto presidenza tedesca nel 2007; una nuova conferenza intergovernativa
che adotti le necessarie modifiche al testo della Costituzione bocciata in
Francia e Olanda; un nuovo referendum in contemporanea alle elezioni
europee del 2009; l’utilizzo da subito dello strumento delle cooperazioni
rafforzate, anche nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, nel Fondo Monetario
e nella rappresentanza esterna dell’euro».
- Pensioni. 6 ottobre. Bocciata dal Governo e rinviata al
Parlamento la riforma del Trattamento Fine Rapporto (TFR, la liquidazione)
predisposta dal ministro del Welfare Roberto Maroni. Decisiva è stata
l’opposizione delle compagnie assicurative, sfavorite da due punti
cruciali: il meccanismo predisposto per il silenzio-assenso (nel caso il
lavoratore non esprimesse una scelta, si prevedeva l’automatico
spostamento del TFR nei fondi chiusi) e soprattutto la perdita del
contributo del datore di lavoro per la pensione in caso di scelta, da
parte del dipendente, di un fondo aperto (con perdita per il lavoratore di
quasi il 30% della propria “ricchezza previdenziale”). I tecnicismi
nascondono corposi interesse di classe. I fondi chiusi o negoziali sono
gestiti, con l’aiuto delle banche, da sindacati ed organizzazioni
imprenditoriali. I fondi aperti, invece, dalle compagnie assicurative ma
anche dalle banche e dalle società di gestione del risparmio (in gran
prevalenza di proprietà delle banche stesse). «La
riforma del TFR targata Maroni avrebbe introdotto i fondi pensione
negoziali chiusi, per i lavoratori della stessa categoria professionale, e
quelli aperti, rivolti a lavoratori autonomi e liberi professionisti, ma
anche a quelli dipendenti. Chiaro è che questi nuovi prodotti di
previdenza complementare si inserivano nel mercato dei piani pensionistici
individuali, già appannaggio delle compagnie di assicurazione. A questo
punto, si sarebbero dati battaglia sul mercato tre tipi di fondi pensione,
diversificati sia per rischio che per rendimento»,
scrive Enrico Cisnetto su Il Messaggero.
- Pensioni. 6 ottobre. Il travaso del TFR ai fondi pensione
risulta un argomento spinoso per qualsiasi governo a causa della
contrapposizione tra interessi di classi a vario grado (semi)dominanti
–con lavoratori autonomi e dipendenti a fungere da agnello sacrificale–
nella spartizione della torta (la Repubblica parla di almeno 16
miliardi di euro all’anno). La riforma Maroni, dopo un anno di trattative,
si proponeva di conciliare gli interessi di sindacati ed imprese, cercando
di non scontentare troppo le banche. Mettere le mani sulla liquidazione
significa infatti togliere un’importante fonte di finanziamento indiretto
per le imprese: per compensarle, Maroni aveva previsto per loro (a carico
del bilancio statale) delle facilitazioni fiscali ed un accesso agevolato
al credito, più una moratoria di sei mesi (per la cessione del TFR) per le
piccole e medie imprese con grosse difficoltà di accesso al credito. I
sindacati erano d’altro canto soddisfatti per la sostanziale blindatura
dei fondi chiusi. Tutto è ora da rifare o quasi.
- Esteri. 7 ottobre. «L’Italia
non ritirerà i suoi militari dall’Iraq fino a quando la situazione non lo
permetterà, sia che al governo ci sia il centrodestra, sia che ci sia il
centrosinistra». Parola del neoambasciatore USA
Ronald Spogli, intervistato da La Stampa. Spogli riferisce al
quotidiano torinese di aver parlato con i «leader
dell’opposizione», asserendo di
averli trovati «molto prudenti,
appoggiano la missione, vogliono capire meglio»,
e dichiarandosi sicuro che il centrosinistra, in caso di vittoria alle
prossime elezioni, non ritirerà immediatamente le truppe dall’Iraq. In
merito alla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’ambasciatore
ribadisce il sostegno USA all’ingresso del Giappone in un Consiglio di
Sicurezza allargato, posizione avversata dall’Italia che vorrebbe una
nuova rappresentanza per “aree geografiche” e non per Stati.
- Esteri. 7 ottobre. Polemiche ed imbarazzi hanno
suscitato nel centrosinistra le dichiarazioni del neoambasciatore USA
Ronald Spogli. «È
l’ennesimo tentativo di ingerenza negli affari del nostro paese da parte
dell'amministrazione Bush», ha attaccato Paolo Cento dei Verdi.
Secondo Armando Cossutta, dei Comunisti Italiani, «l’ambasciatore USA è
un millantatore». Silenzio da parte di Prodi, anche se fonti vicine
all’ex primo ministro dell’Ulivo fanno trapelare che tra la proposta
prodiana di un «calendario preciso di ritiro militare», da fissare
all’indomani dell’eventuale vittoria alle elezioni, e quanto detto
dall’ambasciatore USA non c’è troppa differenza. Questo perché il
calendario sarà concordato con gli alleati USA –e finora il centrosinistra
non ha nemmeno discusso su una data ultima di ritiro– e poi perché
l’Italia manterrà comunque una presenza nell’assistenza umanitaria alla
popolazione del paese. Al Corriere della Sera, Prodi aveva
affermato che il ritiro «non impedirà all’Italia di essere il miglior
alleato degli USA». Minimizza invece Bertinotti. Di fronte alle
dichiarazioni di Spogli, Bertinotti afferma che «se un ambasciatore USA
ha detto qualcosa al riguardo del ritiro dall’Iraq sono fatti suoi».
- Banche. 7 ottobre. Sullo sfondo del fallimento del Banco
Ambrosiano e della misteriosa morte di Roberto Calvi, il famoso banchiere
dell’istituto trovato impiccato sotto un ponte di Londra, una ricca
documentazione è contenuta nel libro Poteri forti-La morte di Calvi e
le misteriose trame della finanza internazionale del giornalista
Ferruccio Pinotti, di imminente uscita per Rizzoli. Ne parla Alberto
Statera per la Repubblica. Scrive Statera, recensendo il saggio,
che il tentativo di Calvi, «ormai disperato, era di estromettere
monsignor Marcinkus, considerato esponente dell’ala massonico-curiale,
dalla presidenza dello IOR (Istituto per le Opere di Religione, ndr), di
affidare la banca papalina all’Opus Dei e di far rilevare dallo IOR una
quota societaria del 10-15% del Banco Ambrosiano per 1.200 milioni di
dollari». Il Banco Ambrosiano era «una banca speciale, da un lato
“off shore”, che opera nella più totale extraterritorialità, dall’altra
“on shore”, nel senso che, chi è adeguatamente presentato –sono pochi, ma
contano molto– può entrarvi portando una valigia piena di euro o di
dollari di qualunque provenienza e uscirne, senza ricevuta, con la
certezza che il suo denaro andrà dove deve andare, lasciando poche
tracce». Calvi aveva aiutato il Vaticano in numerose operazioni all’estero
(ad esempio con operazioni finanziarie pro Solidarnosc o a favore dei
regimi dittatoriali sudamericani dell’Argentina, del Nicaragua e del Cile)
e «sapeva benissimo che l’immenso buco delle consociate estere che
facevano capo all’Ambrosiano, un miliardo e 200 milioni di dollari di
allora, era in realtà della banca del Vaticano», vale a dire dello
IOR.
- Banche. 7 ottobre. Molto interessanti due lettere di Calvi
contenute nel saggio di Pinotti. Nella prima, datata 30 maggio 1982 ed indirizzata al cardinal
Palazzini, considerato uomo dell’Opus Dei, Calvi denuncia «all’interno
del Vaticano un complotto che, in connivenza con le forze laiche e
anticlericali nazionali e internazionali, mira a modificare l’attuale
assetto del potere all’interno della Chiesa stessa». Il banchiere
punta l’indice sul Cardinale Casaroli e su Monsignor Silvestrini, «che
tra le altre cose si spartivano tangenti per operazioni effettuate da
Sindona». Su loro richiesta Calvi afferma che il Banco Ambrosiano ha
concesso finanziamenti ed elargito tangenti a partiti e uomini politici.
In un’altra lettera datata 5 giugno 1982 e destinata al Papa, Calvi
denuncia di essersi addossato lui «il pesante fardello degli errori
nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti
dello IOR, comprese le malefatte di Sindona (…) Sono stato io che, su
preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui
finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose
dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che, di concerto con autorità
vaticane, ho coordinato in tutto il Centro-Sudamerica la creazione di
numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la
penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste (Calvi prende di
mira la teologia della liberazione, ndr); e sono io infine che oggi
vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità».
Ritornando su Casaroli, Calvi denuncia i contatti di questi con
l’esponente democristiano Nino Andreatta, legato anche ad ambienti
finanziari USA, col quale Casaroli «sembra abbia trovato l’accordo per
la distruzione e spartizione del Gruppo Ambrosiano». Statera ricorda
infatti che il Banco Ambrosiano era un «gruppo pieno di buchi, ma con
alcuni preziosissimi gioielli: la Rizzoli-Corriere della Sera (che non
manca mai nelle grandi partite) la Toro Assicurazioni, la Banca Cattolica
del Veneto, il Credito Varesino».
- Banche. 7 ottobre. Dalla spartizione delle spoglie si
avvantaggiarono soprattutto gli Agnelli con l’acquisizione delle quote in
Toro e nella Rizzoli-Corriere della Sera. Quella vicenda funse da
trampolino di lancio per un altro personaggio che ritroviamo oggi tra i
veri “poteri forti”: il banchiere Giovanni Bazoli. L’allora ministro del
Tesoro Beniamino Andreatta lo chiamò alla testa dell’istituto bancario con
un mandato a termine, non più di sei mesi. Bazoli rimane invece tuttora
seduto su quella poltrona da 24 anni, perseguendo un suo progetto di
aggregazioni, che oggi prende il nome di Banca Intesa. Il nuovo Banco Ambrosiano
si annette infatti dapprima la Cattolica del Veneto, poi la ricchissima
Cariplo. Secondo Paolo Madron (Il lato debole dei poteri forti, Da
Cuccia ai furbetti del quartierino, editore Longanesi), «è come se
un canarino si fosse mangiato un’aquila». Altra preda di spicco negli
anni seguenti, la Banca commerciale (Comit).
- Mass media. 7 ottobre. «A il Manifesto 80 giornalisti e
45 poligrafici non prendono lo stipendio da giugno. Una gravissima crisi
di liquidità. Qualcuno salvi la testata di Luigi Pintor, Rossana Rossanda
e Valentino Parlato, fondata nel 1971, che Piero Ottone (direttore del
Corriere della Sera negli anni Settanta, ndr) definì “un lusso
necessario”, diretta oggi da Gabriele
Polo. Il giornale, che prende i contributi per l’editoria
da Palazzo Chigi (4 milioni e mezzo per il 2003, in attesa il saldo 2004),
ha presentato un piano di rilancio biennale (cambio della sede e un
articolato progetto multimediale per una sorta di “città del manifesto”),
chiedendo l’aiuto a una serie di banche e puntando a una
ricapitalizzazione di almeno 5 milioni di euro. Con una erosione di copie
da parte di Liberazione e l’Unità, oggi il quotidiano vende
circa 30-32 mila copie, 7 mila in più il sabato grazie al supplemento
“Alias”. Buona parte della sua esposizione è nei confronti di Capitalia». Dall’edizione odierna di Dagospia.
- Pensioni. 8 ottobre. «Ai sindacati le liquidazioni per legge,
questo no!». Renato Farina di Libero
invita Maroni e Berlusconi a ripensare la materia, dichiarando la sua
preferenza per le “vecchie liquidazioni”. Nella sua riconstruzione della
vicenda (pur lacunosa e fuorviante in certi passaggi), Farina ricorda che
«le pensioni future non saranno pingui. Quelle versate da INPS e simili
arriveranno a mala pena al 50% del salario, ma più probabilmente ben sotto».
Con il pretesto di reintegrare le pensioni pubbliche dalle decurtazioni
frutto soprattutto delle riforme del centrosinistra, ecco allora sorgere
proposte di utilizzo del TFR (così che i lavoratori in futuro riceveranno
una pensione statale ed una privata di importo pari (se va bene) a
quella pubblica, ma senza la liquidazione…). «Dal primo gennaio –se la
riforma passa– avremo sei mesi di tempo per decidere, ciascuno per sé, che
cosa fare dei denari messi via via in ditta. Se uno non ha voglia di
scegliere e tace, vuol dire che acconsente: il suo TFR finirà in un fondo
pensione».
- Pensioni. 8 ottobre. L’opzione Maroni è stata di
privilegiare i fondi chiusi («oggi ce ne sono già 22»), gestiti dalle confederazioni
sindacali e dalle organizzazioni imprenditoriali con l’aiuto delle banche.
Si entra però in contrasto con le assicurazioni, che hanno i propri fondi
pensione ed in più gestiscono le polizze individuali previdenziali.
Inoltre il TFR dei lavoratori sono un’importante fonte di finanziamento
per le ditte presso cui prestano lavoro: «toglierli
creerà un buco grave», anche perché i fondi pensione
investono poco nell’economia interna. «Per rimediare lo Stato darà dei
contributi alle aziende in difficoltà. In buona sostanza, lo tsunami del
TFR sconvolgerà le aziende e dovremo rimediare tutti aumentando i debiti
dello Stato. Ha senso?», si domanda Farina, che paventa
pure la crescita del potere dei sindacati. «Gestire
risorse così grandi dà forza (…) È vero che con questa legge diventerebbero
anch’essi dei capitalisti, e questo li renderebbe più moderati. Ma con
questa legge entrerebbero di forza anche nelle piccole industrie, dove non
erano mai entrati».
- Banche. 10 ottobre. Battaglia tra istituti bancari per
l’acquisizione di SI holding, la società consortile
che gestisce CartaSì, «un
business da un miliardo di ricavi legato a 7,5 milioni di carte di credito
e a 350 milioni di transazioni». Da
una parte, Unicredit, Capitalia ed Intesa; dall’altra il San Paolo Imi.
Riferisce Dagospia che gli istituti di Profumo, Geronzi e Bazoli «possiedono circa il 30% della holding, ma
soprattutto si sono dotati di carte di credito proprie per cui vogliono
uscire dal circuito “CartaSì”».
Come acquirente, ecco spuntare il «fondo
di private equity (fondo comune d’investimento di tipo azionario, che
apportano capitale in imprese non quotate, ndr) “BC Partners” di
Alberto Tazartes che si è messo all’opera e ha scambiato con Profumo,
Geronzi, Passera e altri soci minori, promesse di acquisto-vendita per
circa il 40% della holding». Atti
che hanno scatenato l’ira di Enrico Salza, presidente del San Paolo Imi.
Dietro le quinte, assistono però alla contesa «due
big americani, Apax Partners e First Data Corporation, pronti a mettere
sul piatto 150 milioni cash per comprare il 100% della holding che
gestisce “CartaSì” ».
- Economia. 11 ottobre. La banca d’affari USA Goldman Sachs
interessata ad acquisire le infrastrutture italiane. Il quotidiano Finanza
& Mercati riferisce dell’intenzione di Goldman Sachs (la banca in
cui ha lavorato come consulente Romano Prodi, ed in cui svolge tuttora un
incarico dirigenziale di alto livello Mario Draghi, l’ex direttore
generale del Tesoro protagonista delle privatizzazioni/svendite italiane
degli anni Novanta) di realizzare un fondo dedicato esclusivamente agli
investimenti in infrastrutture. «In particolare Goldman vorrebbe
partecipare alle diverse gare che prevedono la messa all’asta di
importanti snodi del paese. Il primo obiettivo sarebbe il bando per la
vendita da parte del comune di Milano del 33% della SEA, la società che
gestisce gli scali di Malpensa e Linate (…) Il target SEA farebbe parte di
un piano di più largo respiro con il fondo impegnato ad assumere
partecipazioni anche in altre attività cruciali, quali strade, aereoporti
e porti». Secondo il quotidiano finanziario,
anche la banca d’affari USA Morgan Stanley «avrebbe
avviato pratiche per non lasciarsi sfuggire SEA».
- Economia. 11 ottobre. La causa principale
della stagnazione capitalistica in Italia è il valore di cambio dell’euro.
Lo afferma Carlo Pelanda su il Giornale. «L’Italia è più
dipendente di altre economie nazionali dal cambio e dal suo effetto
sull’euro (…) L’Italia ha esportato di meno ed attratto meno turismo dal
2003 in poi perché il dollaro è crollato e l’euro è schizzato troppo in
alto, rendendo non concorrenziali i prezzi delle merci e servizi
denominati nella nostra valuta. La controprova è che, quando il dollaro ha
cominciato a risalire, l’economia italiana è rimbalzata. In particolare, a
partire dal secondo trimestre del 2005, in coincidenza con un cambio meno
penalizzante». Agli assertori di una modernizzazione del capitalismo
italiano verso prodotti a più alto contenuto tecnologico e meno dipendenti
dalla concorrenza di prezzo per combattere il “declino”, Pelanda ribatte «che tale trasformazione
richiede tempo. E nel mentre abbiamo bisogno, realisticamente, della
competetitività valutaria per restare a galla. La nascita dell’euro ci ha
tolto quella intraeuropea. L’impennata dell’euro ha reso impossibile
bilanciarla aumentando l’export nel mercato globale (…) Italia e Germania
sono i due grandi malati d’Europa non solo per problemi di modello, ma, in
quanto Stati che bilanciano la poca crescita interna massimizzando le
esportazioni più di qualsiasi altro dell’eurozona, per causa principale
del cambio. Infatti stanno migliorando perché il dollaro si sta
rivalutando».
- Economia. 11 ottobre. «La
Banca Centrale Europea preferisce l’euro forte infischiandosene del danno
che provoca. Occorre un’iniziativa congiunta italo-tedesca che spinga
l’Unione Europea a negoziare con gli USA, coinvolgendo le rispettive
autorità monetarie, per portare il cambio verso un tasso ragionevole e
tenercelo. Oppure cambiare lo statuto della BCE, aggiungendo la
responsabilità di stimolazione monetaria dell’economia, e svalutare di
brutto. Tali mosse sarebbero di interesse oggettivo per Italia e Germania».
Queste le proposte di Pelanda per migliorare l’economia italiana.
Speranze, quelle di Pelanda, che presumibilmente rimarranno deluse, stante
un’Unione Europea il cui fine non è quello di rilancio pur capitalistico
dei suoi Stati membri, bensì di veicolo per strategie e politiche di
colonizzazione made in Washington.
- Interni. 11 ottobre. Si
chiama Ga900, costa qualche milione di euro ed è in grado di localizzare
un cellulare, acceso o spento che sia, in qualsiasi parte del
pianeta. Proprio grazie al Ga900 è stato possibile ascoltare le telefonate
dell’immobiliarista Ricucci e dell’ex amministratore delegato della Banca
Popolare di Lodi Fiorani. Scrive il Giornale che fino a pochi mesi
fa, per trovare la posizione di un telefonino da ascoltare, era necessario
rivolgersi al gestore di telefonia mobile che forniva poi le indicazioni
della zona coperta dalla cellula satellitare utilizzata da quel
telefonino. Così si poteva risalire al quartiere o all’isolato. Ga900
invece individua subito il posto dove si trova il cellulare. Sbaglia al
massimo di qualche metro. Contro Ricucci e Fiorani, Ga900 ha giocato un
ruolo chiave. Questi pensavano di evitare le intercettazioni (avviate in
seguito alla “segnalazione” fatta alla procura di Milano da Guido Rossi,
avvocato di Abn Amro nella vicenda Antonveneta) utilizzando qualche scheda
svizzera della compagnia elvetica Sunrice, ignari del fatto che contro gli
scalatori di Antonveneta, Bnl ed Rcs si era deciso di usare mezzi
utilizzati di norma per snidare boss mafiosi e “sospetti terroristi”. «Per carpire i segreti dei due uomini
d’affari si è fatto ricorso alle apparecchiature elettroniche più all’avanguardia
e si sono impiegati gli investigatori più esperti. I costi di tutto
questo? Difficili da calcolare. Ma di sicuro lo sviluppo di questa storia,
tra aerei bielica, pedinamenti prematrimoniali, yacht utilizzati
sotto copertura e apparecchi ultrasofisticati, era inimmaginabile», scrive il Giornale.
- Interni. 11 ottobre. «Tutto
inizia a Roma lo scorso 8 luglio. Sono passate da poco le 17.30 quando
Giampiero Fiorani passeggia in via Giovan Battista Martini, zona
Nomentana. Per lui è una giornata difficile. Ha appena concluso un
incontro insoddisfacente in Consob. In mattinata, poi, gli ispettori di
Banca d’Italia avevano ufficializzato il loro parere negativo alle
richieste di autorizzazione di Bpi all’Opa su Antonveneta. E così nemmeno
nota quella Passat station wagon dai vetri fumé discretamente parcheggiata
di fronte a lui. All’interno c’è un maggiore della polizia valutaria e tre
sottufficiali dello Scico delle Fiamme Gialle. Ma soprattutto c’è un
Ga900. L'apparecchio è attivo. Da una trentina di minuti sviluppa tutti i
numeri telefonici presenti nella zona. E i finanzieri fanno bingo. Eh sì,
perché oltre a quello italiano di Fiorani, che già conoscono, Ga900
individua un’utenza di nazionalità elvetica –si leggerà nell’annotazione
di servizio depositata agli atti– della compagnia Sunrice (…) I militari
sono soddisfatti. Hanno tutti i dati che volevano. Da giorni erano in
fibrillazione: avevano capito che il gruppo utilizzava diversi cellulari
(Ricucci possiede anche schede lussemburghesi), dei quali non conoscevano
i numeri. E la preoccupazione deve esser stata davvero alta se dopo una
consultazione con i superiori (magistrati e alti ufficiali) si è deciso di
far arrivare d’urgenza, utilizzando un aereo militare per ridurre i
tempi, l’apparecchio Ga900. L'aereo bielica della Gdf
atterra a Ciampino. Il Ga900 viene preso in consegna dai militari della
capitale. Inizia la caccia a Fiorani che si conclude davanti alla Consob
con i codici del cellulare svizzero». Così scrive il Giornale.
- Interni. 11 ottobre. «A
questo punto manca Ricucci. Dove trovarlo e come seguirlo? In quei giorni
gossip, tv e le cronache rosa impazzano. Manca solo qualche giorno al
matrimonio dell’anno tra Stefano Ricucci e Anna Falchi. Un appuntamento
sicuro. Non ci vogliono i servizi segreti per conoscere orari e località
della celebrazione. Così dopo l’aggancio con Fiorani, l’indomani, il 9
luglio, il gruppo operativo si trasferisce all’Argentario, zona Porto
Santo Stefano. Ma casa Ricucci, ovvero Villa Feltrinelli, è troppo esposta.
Troppi vigilantes, troppa polizia per un’operazione sotto copertura.
Difficile passare inosservati stazionando con l’auto in via Panoramica a
poche centinaia di metri dalla dimora dell'immobiliarista. Altra
verifica, altro consulto: è troppo pericoloso e si rischia di venir
involontariamente scoperti bruciando l’intera inchiesta. Ecco
dunque che qualcuno suggerisce un'idea semplice ma geniale: ricorrere a
una nave spia. Così quel pomeriggio del 9 luglio all'ancora di fronte a
Villa Feltrinelli, troviamo uno yatch da 32 metri tirato a lucido e
battente bandiera italiana. Sicurezza e personale della villa avranno
pensato a qualche milionario fuori porta nel fine settimana.
Sbagliato. L’imbarcazione fa parte della flotta della Finanza dopo
esser stato confiscato a un trafficante di droga. Per 36 ore, mentre Anna
Falchi e Stefano celebrano il loro matrimonio tra fasti, champagne e
fuochi d'artificio (…) l'apparecchiatura silenziosamente sforna dati su
numeri ed e-mail (...) In questo modo, di Ricucci e dei suoi 26 ospiti
sono state individuati tutti i numeri telefonici e le e-mail inviate o
ricevute».
- Giustizia. 12 ottobre.
Sono stati “allenati”
negli Stati Uniti
ma anche in Italia,
Giordania e Olanda i giudici che
presiederanno nel corso delle prossime settimane al processo nei confronti
di Saddam Hussein.
Ad addestrarli nella materia dei crimini
di guerra e di quelli contro l’umanità è stato un gruppo
di esperti
provenienti da Stati Uniti, Inghilterra e Australia. Un addestramento
lungo un anno e costato 75 milioni di dollari. Secondo quanto
dichiarato da funzionari del dipartimento di Stato, per familiarizzare i
giudici con gli statuti
internazionali vigenti in materia di crimini di guerra, il
gruppo di esperti avrebbe anche organizzato un processo finto a Londra. Il
processo, che sarà celebrato di fronte a uno speciale tribunale iracheno,
vedrà il giudice capo –in
tutto i giudici saranno tre– interrogare i testimoni. I tre giudici
potranno avvalersi della consulenza di un gruppo di esperti internazionali
durante tutto l’arco del processo cui probabilmente saranno ammessi i giornalisti.
- Interni. 14 ottobre. «Diego
Della Valle
(l’imprenditore della ditta di calzature Tod’s, nel consiglio
d’amministrazione della Rizzoli-Corriere della Sera, ndr) quando
ha saputo che era a Milano l’ha subito raggiunta per prendere un caffè con
lei. È stato l’ultimo degli incontri di Kerry Kennedy, figlia di Robert, fratello del
presidente John Fitzgerald Kennedy, con il gotha dell’economia e della
finanza italiana. Il 3 e il 4 ottobre la presidente della Fondazione per i
diritti umani, intitolata a suo padre, ha incontrato il presidente della
Mediobanca Gabriele Galateri di
Genola, l’amministratore delegato dell’Unicredito
Alessandro Profumo e il presidente della Telecom Marco Tronchetti Provera. E un
caffè Kerry lo ha preso anche con l’ex patron del Bologna, Giuseppe Gazzoni, molto amico
di Umberto Bossi. Forse si è parlato anche della situazione politica in
vista delle elezioni del 2006. Temi più che mai al centro dell’interesse
del clan Kennedy». Dall’edizione
odierna di Dagospia.
- Economia. 14 ottobre. Il Consiglio dei ministri ha approvato il piano
per l’attuazione della strategia europea approvata al Consiglio di Lisbona
del 2000. Secondo il ministro delle Politiche Comunitarie Giorgio La Malfa, intervistato
da Affari Italiani, «questo
provvedimento cambierà l’intera fisionomia della nostra economia». Il piano è composto da due parti fondamentali.
Innanzitutto, prevede il finanziamento di grandi opere europee come i corridoi ferroviari
Berlino-Palermo e Lisbona-Budapest, l’autostrada del mare
Genova-Rotterdam, il progetto Galileo
per la localizzazione e navigazione satellitare e quello Sesame per la gestione del
traffico aereo. Ma «la parte
veramente importante per la nostra economia, però, è quella dei
provvedimenti che non richiedono finanziamenti, ma solamente il coraggio di una scelta politica come
quella di liberalizzare il
settore dell’energia, delle telecomunicazioni e dei servizi
(direttiva Bolkestein, nota di Affari
Italiani)». Nel
triennio 2005-2008, nel rispetto degli accordi raggiunti in sede europea,
il bilancio statale italiano investirà, per il rilancio della Strategia di
Lisbona, 46 miliardi di euro, provenienti anche dalla cessione di attività
reali dello Stato.
- Giustizia / Mass media. 17
ottobre. Patto tra i maggiori quotidiani italiani per sostenere
l’operazione “Mani Pulite” condotta dalla Procura di Milano e rispondente
ad input USA. Lo ricorda sull’edizione odierna de il Giornale Filippo
Facci, citando due direttori di giornali di sinistra. Il primo, Piero Sansonetti, attuale
direttore di Liberazione ed ex vicedirettore de l’Unità, che
nel 2002 scrisse: «Nel biennio 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro
tra quattro giornali italiani: il Corriere, La Stampa, l’Unità e
Repubblica. Il direttore de l’Unità era Veltroni, alla Stampa c’era Mauro,
il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. Tra i quattro giornali
si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva
fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le
campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Paolo
Mieli (attuale direttore del Corriere della Sera, protagonista
nella recente campagna di stampa di appoggio alle Procure nelle scalate
bancarie su Antonveneta e BNL, ndr), perché era il Corriere della Sera
quello che contava di più». Il secondo, proprio Antonio Polito, ora
direttore de Il Riformista: «Le cose funzionavano pressoché come
dice Sansonetti (...) c’era un vuoto, i partiti pesavano pochissimo, il
governo era altrettanto debole, perse in pochi mesi una decina di ministri
che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per
via delle nostre campagne di stampa. La dimostrazione più evidente di quel
patto si è avuta col decreto Conso (...) in quel clima ci bastava scrivere
“decreto salvaladri” ed il gioco era fatto (...) abbiamo interpretato e
indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il
nostro peso era enorme (...) i magistrati, io penso, hanno esaurito il
capitolo Craxi e non ne hanno aperti altri (...) abbattere Craxi era
l’obiettivo primario».
- Giustizia. 17 ottobre. Facci
ricorda come il diessino Giovanni Pellegrino, già presidente della giunta
per le autorizzazioni a procedere nel 1993, nel libro La guerra civile
(Rizzoli 2005), scritto con Giovanni
Fasanella, abbia dichiarato, riferendosi alla vicenda
“Mani Pulite” ed al processo contro Andreotti: «Violante, di fatto,
doppiò l’inchiesta del giudice Caselli a Palermo: i pentiti prima venivano
sentiti da Caselli e poi da Violante; c’era quasi una sinergia tra
l’Antimafia e la procura palermitana (...) Preparai un documento in cui
spiegavo perché era necessario concedere l’autorizzazione a procedere, e
lo feci leggere in anteprima ad Andreotti, perché volevo che l’accettasse.
Ma mentre io ero impegnato in questo delicato lavoro diplomatico, Violante
propose all’Antimafia la sua relazione: di fatto una sentenza di condanna
anticipata nei confronti della Dc e di Andreotti». Sostiene ancora Pellegrino
che «Occhetto e parte del gruppo dirigente si erano convinti che ce
l’avrebbero fatta a imporre una propria egemonia, in questo aiutati dalle
nuove regole elettorali e dall’azione repressiva dei giudici che stava
colpendo soprattutto democristiani e socialisti». Pellegrino afferma
di avere ricevuto pressioni dall’interno di autorevoli gruppi dirigenti
della Quercia per non «criticare pubblicamente l’operato della
magistratura». In un colloquio tenuto con D’Alema, per esprimere
perplessità sull’operato delle Procure, Pellegrino rivela che l’attuale
presidente della Quercia «mi liquidò con poche parole, dicendomi di
lasciar perdere, perché era in atto una rivoluzione (...) All’inizio
D’Alema era convinto che Violante, con la sua influenza nella magistratura,
potesse proteggerci sufficientemente dall’azione dei giudici».
- Economia. 18 ottobre. Imprenditori
veneti alla City di Londra alla ricerca di appoggi finanziari per lanciare
un’Offerta Pubblica d’Acquisto sulla Gemina di Cesare Romiti. Lo comunica
l’edizione odierna di Dagospia. «I veneti che controllano la
Save, la società che gestisce l’aeroporto Marco Polo di Venezia, scalano
lentamente la Gemina (…) Enrico Marchi, che guida il fronte veneto, ha
messo le mani sull’ultimo gioiello di famiglia. Adesso l’ultima speranza è
che questi furbacchioni veneti lancino una bella Opa per portarsi a casa
il controllo della società, e il viaggio di oggi a Londra di Enrico Marchi
potrebbe essere stato organizzato per trovare nella City i partner
disponibili».
- Economia (Finanza
pubblica). 19 ottobre. Funzionari del Fondo Monetario si
trovano in Italia per esaminare i conti pubblici italiani nel consueto
“round” annuale in Italia. Lo comunica l’edizione di ieri de La
Stampa.
- Banche. 19 ottobre. La
Banca d’Italia ha emanato una circolare che rende più agevole il
collocamento di obbligazioni estere in Italia tra gli investitori
istituzionali (banche, assicurazioni, fondi comuni d’investimento, fondi
pensione, società d’intermediazione mobiliare, eccetera). Il provvedimento
è a firma Antonio Fazio. Scrive Il Sole 24Ore che tale circolare «supera
il problema della “discriminazione” degli investitori istituzionali
italiani rispetto a quelli internazionali causata dall’articolo 129 del
Testo Unico Bancario». Dopo le insolvenze Cirio e Parmalat, la
Banca d’Italia aveva optato per un’interpretazione restrittiva
dell’articolo attraverso cui la Banca d’Italia si prendeva 20 giorni di
tempo prima di autorizzare i collocamenti di emissioni obbligazionarie
estere in Italia. «Questo ha quasi “bloccato” il mercato: la
maggior parte delle emissioni effettuate da società internazionali non
venivano collocate agli invedtitori istituzionali italiani (…) Gli
emittenti, sapendo che i tempi della Banca d’Italia erano troppo lunghi,
neanche chiedevano l’OK».
- Sanità. 19 ottobre. È
veramente efficace il Tamiflu, il farmaco prodotto dalla multinazionale
USA Roche, contro l’annunciata “pandemia” di “influenza aviaria”? Scettico
è Silvio Garattini, direttore dell’istituto tecnico “Mario Negri”,
contattato da l’Unità. «Il farmaco garantisce risultati modesti
sull’influenza stagionale. Per quel che riguarda l’Aviaria, sembra che sia
il farmaco più efficace, anche se i risultati non sono incoraggianti. La
sperimentazione più estesa è stata effettuata a Hong Kong, e tra gli 88
casi trattati si sono registrati 60 decessi». Garattini
aggiunge che il farmaco è commercializzabile in Europa grazie
all’autorizzazione dell’EMEA (Agenzia europea per la valutazione dei
prodotti medicinali), ma la distribuzione finale dipende dalle aspettative
di profitto della multinazionale farmaceutica: «in Italia le confezioni
del medicinale non si trovano perché il farmaco ha effetti modesti
sull’influenza normale e non è rimborsabile in Italia, quindi è stato
considerato un invstimento commercialmente rischioso».
- Sanità. 20 ottobre. «Ogni
anno s’inventano una nuova malattia». Fabio Franchi, medico
dell’ospedale di Trieste, così esprime a Libero le sue perplessità
sull’allarme “influenza aviaria”, rilevando che spesso citatissimi e
propagandati studi clinici (come quello dell’Evidence Based Medicine sulla
“pandemia” in questione) vengono confutati da successivi riscontri. Per
Franchi, questi allarmi su nuovi virus letali sono in realtà un «tutto
programmato. Già nel 2004 gli esperti dell’OMS (Organizzazione mondiale
della sanità, ndr) si erano sbilanciati nelle previsioni di una pandemia
che avrebbe colpito da 1 a 3 miliardi di persone! Ogni anno poi c’è la
campagna per l’anti-influenzale. Quest’anno hanno trovato questo virus dei
polli (…) Circa 60 morti su 117 casi di malattia ampiamente dispersi nello
spazio e nel tempo (22 mesi) sono pochi per pensare ad un’epidemia: niente
passaggio interumano…». Perchè allora tanto allarmismo? Secondo
Franchi, sono in gioco colossali profitti per le multinazionali
farmaceutiche, prima tra tutti la statunitense Roche. «Vogliono far
credere che contro questo virus –che esiste chissà da quanto– ci
prepareranno dei vaccini che ci salveranno. È una grossa operazione
mediatica. Vaccini, scorte di medicinali costosi, misure preventive
esagerate. Distruggono gli animali e mettono in crisi gli allevatori,
perdendo di vista questioni più importanti. Ovvero la modalità
dell’allevamento intensivo: gli animali sono nutriti con mangimi industriali
a basso costo, addizionati di antibiotici e ormoni. E ora innaffiati con
potenti disinfettanti che troveremo in tavola». Franchi invita
inoltre a diffidare dei vaccini. «Prendiamo la normale influenza. Uno
studio apparso nel 2004 su Canada Comunicable Disease Report afferma che
si ammalano di più le persone che si vaccinano rispetto a quelle che non
lo fanno».
- Industria. 20 ottobre. «Dazi?
È inutile chiederli, perché l’Europa non ce li concede, così come il Made
in Italy (l’obbligo di indicare lo Stato dove realmente è avvenuta la
fabbricazione dei prodotti, ndr)». Dichiarazioni dell’attuale
ministro dell’Economia Giulio Tremonti alla trasmissione radiofonica Zapping.
Stretto a tenaglia tra i vincoli europei e la concorrenza della Cina,
che rischia di far chiudere i battenti in pochi anni all’industria
manifatturiera in Europa, Tremonti prova a fronteggiare la crisi con
misure apposite per i “distretti industriali” previsti nella bozza della
Finanziaria 2006. Tra queste, la novità delle “obbligazioni di distretto”.
I poli produttivi potranno emettere infatti strumenti finanziari
“attraverso società veicolo”, con la possibilità di costituire anche fondi
di investimento in capitale di rischio con apporti di soggetti pubblici e
privati.
Si prevedono pure semplificazioni per eventuali operazioni di
cartolarizzazione.
- Industria. 21 ottobre.
Nonostante la risalita delle esportazioni, le importazioni di prodotti a
basso costo da Cina, Russia e Turchia e soprattutto la bolletta
petrolifera fanno aumentare il deficit della bilancia commerciale (7,3
miliardi di euro nei primi nove mesi dell’anno).
- Banche. 23 ottobre. «Da
Falce e martello a Falce e sportello»: è il titolo di un articolo di
Arturo Gismondi su il Giornale. Gismondi, sulla scorta delle
precedenti dichiarazioni di Berlusconi, rivela che quasi tutte le grandi
banche stanno dichiaratamente con il centrosinistra, a partire dai
banchieri che si sono messi in fila per le “primarie” (Alessandro Profumo
di Unicredit, Corrado Passera di Banca Intesa, Enrico Salza ed Enrico
Modiano del San Paolo-Imi), fino all’influente Giovanni Bazoli, presidente
di Banca Intesa (grande sostenitore di Prodi e collaboratore della
fondazione di D’Alema ed Amato ItalianiEuropei), per non parlare di
Unipol e Lega Coop di Giovanni Consorte e del Monte dei Paschi di Siena.
Secondo il Corriere della Sera avrebbe votato per Prodi anche Luigi
Abete, presidente della Banca Nazionale del Lavoro. Lui e Diego Della
Valle, socio di comando della suddetta banca romana, così come il presidente
di Confindustria Luca di Montezemolo, sono al momento in migliori rapporti
con l’area “centrista” dell’Ulivo (Margherita di Rutelli e l’Udeur di
Mastella) ma anche con alcuni esponenti dei DS tipo Bassanini.
- Economia. 23 ottobre. Il
WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio)? «Una follia ideologica».
Ad affermarlo al Resto del Carlino è il ministro dell’Economia
Giulio Tremonti. Tremonti afferma che il WTO, a partire dal 1994, ha
istituito l’era del mercato globale, e l’adesione dell’Europa ad esso «rischia
di essere suicida (…) Per fare un esempio, gli USA hanno aderito al WTO,
ma con una serie di norme di applicazione, risevandosi una uscita di
sicurezza nell’ipotesi di gravi pregiudizi alle loro industrie. L’Europa
ha invece aderito e basta».
- Economia. 23 ottobre.
Nell’intervista Tremonti affronta pure il tema della concorrenza cinese,
che «sta determinando problemi drammatici all’Europa e al nostro paese,
in termini di forte concorrenza dei suoi prodotti, con ridimensionamento
di settori industriali, chiusure di aziende e perdite di posti di lavoro»,
e verso cui l’Europa «non sa difendersi». Tremonti rileva infatti
che l’Unione Europea è «l’unica area del mondo che produce una quantità
infinita di regole applicandole sui prodotti europei, mentre importiamo
dal resto del mondo senza alcun tipo di controlli (…) L’Europa deve fare
come gli USA, che si preoccupano soprattutto della tutela dei loro
interessi economici. E poi deve smettere di applicare regole solo sui
prodotti europei, senza chiedere standard equivalenti su quelli importati
da fuori (…) Non è vero poi che non si possono applicare regole rigide,
come le quote di importazioni di prodotti o i dazi. Gli USA lo fanno,
perché non dovremmo farlo anche noi?». Dichiarazioni che fanno
riflettere sulle effettive finalità di un’Unione Europea del tutto nociva
persino per le esigenze di crescita delle industrie degli Stati membri,
penalizzate anche «dall’uso indiscriminato degli strumenti di Bruxelles
anti-aiuti di Stato e antitrust».
- Industria. 23 ottobre.
La Commissione Europea contro le azioni speciali (azioni a voto multiplo e
azioni d’oro –golden shares) ancora esistenti negli statuti di diverse
imprese degli Stati membri in nome dell’«uguaglianza degli azionisti».
L’obiettivo del Commissario europeo al Mercato interno, Charlie McCreevy,
è di rendere le imprese europee «più contendibili».
- Industria. 25 ottobre.
Il governo di centrodestra contro le piccole imprese italiane. È quanto
emerge da un articolo di Libero sul progetto dell’esecutivo, ancora
da approvare, che introduce il marchio made in Italy slegandolo dal
paese di produzione, al contrario di quanto richiesto dagli imprenditori
tessili, dell’abbigliamento e della calzatura. L’etichetta “prodotto in
Italia” istituita nel decreto vale infatti anche per «i manufatti
prodotti all’estero da imprese italiane che si limitino poi semplicemente
a rifinirle, con un tocco finale, nei propri stabilimenti all’interno dei
confini nazionali (...) Insomma, delocalizzare e continuare ad essere
considerati rappresentanti del made in Italy si può». Il quotidiano di
Vittorio Feltri ricorda pure una recente sentenza della Cassazione,
secondo cui per essere considerato italiano «basta che un prodotto sia
stato fatto fabbricare da un’impresa del nostro Paese. Anche se questa
produzione sia stata realizzata all’estero. Una filosofia che rischia (…)
di diventare legge dello Stato. A svantaggio soprattutto della piccola e
media impresa. Ossia quella spina dorsale del nostro sistema produttivo
che non è in grado, non ha i mezzi, per poter andare a produrre oltre i
confini, nei paradisi della manodopera a basso costo. O non vuole farlo».