Italia. Ragioni dell’in/dipendenza
(luglio 2008)
(Archivio)
- Si starà
sempre peggio. Per obbedire ai diktat europei, in continuità con gli
obblighi assunti dal centrosinistra (19 luglio), il governo Berlusconi vara
una manovra economica triennale che aggraverà le condizioni economiche del
paese (2 e 22 luglio). «I soldi non ci sono per nessuno», dice
Tremonti (13 luglio), anche se per le grandi oligarchie finanziarie
qualche soldo si rimedia sempre (in tale ottica leggasi: nucleare, 5
luglio; Alitalia, 14 luglio; Grandi Opere, 16 luglio). Male nuove arrivano
pure da Francoforte con il rialzo dei tassi deciso dalla Banca Centrale
Europea (3 luglio), accusata di ipocrisia (27 luglio) e sottomissione al «mismanagement
monetario e finanziario degli Stati Uniti» (28 luglio). La forte
rivalutazione dell’euro sul dollaro accompagnata dalla BCE penalizza
persino i conti del Vaticano (7 luglio). Ma quale funzione assolve
l’Unione Europea? C’è chi la ritiene volta alla costruzione di un
fantomatico e comunque indesiderato “polo imperialistico” antagonista
degli USA. Una tesi che l’ultimo convegno dell’Aspen (“Italia, Europa,
USA. Il legame transatlantico ed il suo futuro”, 1 luglio) accoglierebbe
di sicuro con divertito stupore. Intanto il Parlamento italiano ratifica
con “maggioranza bulgara” il rovinoso Trattato di Lisbona (10, 23 e 31
luglio) e consegna le impronte digitali dei cittadini italiani all’FBI (15
luglio).
- Un database
comune per le forze di polizia italiane e statunitensi (1 luglio). Lo
prevede un accordo Italia – USA sulla “lotta al terrorismo”. Il capo della
Polizia Manganelli parla di stretti legami in materia tra Roma e
Washington. La presenza dei servizi segreti italiani a Guantanamo
(raccontata nel rapporto “I residenti italiani dimenticati a Guantanamo
bay” dell’associazione Reprieve - www.reprieve.org.uk)
è forse un esempio di cosa significhi nel concreto tale collaborazione (12
luglio). La subordinazione alle strategie USA non si ferma purtroppo solo
qui. La Base USA al Dal Molin s'ha da fare, tuona Berlusconi (6 luglio),
che vuole rispettare l’impegno assunto dal governo Prodi, firmatario nel
febbraio 2007 di un accordo-quadro al Pentagono per aderire allo “scudo”
missilistico USA (9 luglio). Un centrosinistra dove scalpita un D’Alema
che «ha lasciato un buon ricordo» a Washington (13 luglio): parola
di Cossiga, secondo cui Washington avrebbe usato mafia e Procure per far
fuori dalla vita politica italiana Craxi ed Andreotti (8 luglio). In
Afghanistan la NATO chiede più mezzi e maggiore libertà di azione per i
militari italiani. Il centrodestra obbedisce, a spese ovviamente dei conti
pubblici (2 luglio).
- Milano
contro le banche estere. I derivati, contratti spesso a totale insaputa
con le banche, si stanno rivelando delle vere e proprie armi di
distruzione di massa per i bilanci degli Enti territoriali, delle piccole
imprese (diverse delle quali costrette persino al fallimento) ed anche
delle famiglie (11, 24 luglio). I condizionamenti del sistema bancario
internazionale e del Patto di stabilità europeo nella vicenda delle
cartolarizzazioni dei debiti delle ASL in Abruzzo (25 luglio).
Sparse
ma significative:
- Questione rifiuti.
All’autoritarismo del centrodestra, teso a rilanciare discariche ed
inceneritori, contrapponiamo l’esempio di Piane Crati. Per una politica
sui rifiuti rispettosa della salute nazionale e foriero di un sano
sviluppo produttivo. Cfr. 10 luglio.
- Nucleare. Le ragioni del
rilancio, i costi per la nazione. Possibili alternative energetiche? Cosa
dice il premio nobel per la Fisica Carlo Rubbia. Cfr 5 e 9 luglio.
- WTO. Ogni tanto una buona
notizia: il fallimento dell’ottavo “Doha Round” sulla liberalizzazione del
commercio. Cfr Agricoltura, 31 luglio.
- Le esportazioni dei distretti
industriali costituiscono il motore economico dell’Italia, la cui economia
è penalizzata dalla domanda interna stagnante. Cfr 30 e 31 luglio.
- Aspen. 1
luglio. “Italy, Europe and the USA. The
transatlantic link and its future” (Italia, Europa, USA. Il legame
transatlantico ed il suo futuro). È il titolo della conferenza –dedicata
alla memoria di Gianni Agnelli– organizzata dalla filiale italiana
dell’associazione statunitense Aspen Institute, di cui è membro
pressoché tutto l’establishment politico (trasversale tra “destra”
e “sinistra”), economico e massmediatico italiano: dalle Generali a
Confindustria, dalla Rai a Mediaset, da Pirelli alla Fiat, dalla società
Autostrade all’Enel. Attuale presidente di Aspen Italia è Giulio
Tremonti; vicepresidente, John Elkann. Chi ritiene che la formazione
dell’Unione Europea sia volta alla costruzione di un “polo imperialistico”
antagonista degli USA, forse l'ascolto (o lettura) della conferenza
(disponibile su questo link: www.tg1articolo.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,,1067150%5E1079132%20,00.html)
susciterà più di un dubbio.
- Aspen. 1 luglio. Tra i vari
interventi, segnaliamo quello del presidente della repubblica, Giorgio
Napolitano, che non lascia dubbi sul legame strettissimo tra Unione
Europea e USA. Come interpretare ad esempio la seguente frase, dove l’ex
dirigente del PCI-PDS-DS, parlando di Gianni Agnelli, invita a «riflettere
su quel che ha legato e lega Stati Uniti e Italia, noi italiani e
l'America, in un vincolo di solidarietà e alleanza che si è venuto
intrecciando sempre di più con quello tra Europa e Stati Uniti? Oppure
l’inciso sul Piano Marshall del dopoguerra, «da cui venne, insieme con
una straordinaria prova di solidarietà, l'impulso a una prima
concertazione di sforzi in Europa, e quindi con la dichiarata simpatia per
il progetto comunitario? Napolitano ricorda pure come a partire dal
recente passato ci sia stata «una larghissima condivisione delle grandi
scelte che avevano segnato la nostra collocazione internazionale: Comunità
Europea e NATO».
- Aspen. 1 luglio. È un
legame «storicamente fortissimo quello fra «America ed Europa, e,
oggi, fra gli Stati Uniti e l'Unione Europea in quanto tale, come ci
dicono anche i periodici summit e le dichiarazioni comuni che ne
scandiscono il dialogo», puntualizza Napoletano. Che non tace –dal suo
punto di vista, ovviamente– alcune lacune: la «difficoltà che ancora
troviamo noi Europei per esprimere una solida politica comune», vale a
dire eseguire efficacemente le disposizioni di Washington. Qualcuno
ritiene questa un’interpretazione un po’ forzata? Si presti allora
attenzione al successivo passaggio del presidente della republica: «confido
che non sia troppo lontano il momento in cui, per parlare con l’Europa, il
Presidente degli Stati Uniti, o il Segretario di Stato, disporrà di un
singolo numero di telefono cui rivolgersi, e troverà all’altro capo della
linea telefonica chi sappia e possa rispondergli rappresentando e
impegnando l'Unione nel suo insieme». Avete letto bene, «rappresentando»
e «impegnando», perché di certo è impensabile un “presidente
europeo” che proferisca un NO a Washington!
- Aspen. 1 luglio. Prosegue
Napoletano: «comprendo quanto sia complicato e talvolta difficile il
dialogo dell’America con una Unione di Stati ancora sovrani (!!!). Ma
credo che l'America debba incoraggiare, anche nel suo stesso interesse,
l’Europa a non funzionare come mera "collection of
nation-states" bensì come entità politica unitaria. È così che
possono meglio consolidarsi le relazioni transatlantiche rendendo vitale
l'Alleanza che le suggellò». Insomma, il processo d’integrazione
europea è funzionale agli interessi di Washington. Non è una “scoperta” di
oggi. «Non lo disse forse già nel 1963 il Presidente Kennedy? Cito le
sue parole: "È solo un’Europa pienamente coesa che può proteggerci
tutti da una frammentazione dell’alleanza. Solo una simile Europa consentirà
una piena reciprocità di trattamento attraverso l’oceano nel far fronte
all’agenda Atlantica. Solo con una simile Europa potremo realizzare un
pieno rapporto di dare e avere tra eguali, una eguale ripartizione di
responsabilità, e un uguale livello di sacrificio». “Eguale
ripartizione di responsabilità”, diceva quel Kennedy tanto amato “a
sinistra”, ma a beneficio di chi? In nome di quali interessi?
- Aspen. 1 luglio. «Oggi
come non mai sentiamo quanto debba ancora rafforzarsi quella coesione, e
il senso di una identità comune», continua Napoletano, che
rivolgendosi all’ospite d’onore Henry Kissinger afferma con mestizia: «È
vero: la nostra è ancora una "Europa in transizione", come Lei,
caro Kissinger, l'ha definita. E ciò crea difficoltà sul terreno di un
impegno comune fra l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America per la
sicurezza mondiale». Ma, ribatte il presidente, bisogna
saper vedere anche gli aspetti “positivi”: «la forte e
costruttiva presenza europea, e segnatamente italiana, in missioni
multilaterali di stabilizzazione di numerose aree, a noi vicine e lontane
(…) Una presenza anche militare, con uno spiegamento di uomini e mezzi mai
raggiunto dopo la seconda guerra mondiale». Napolitano assicura
Kissinger: «L’Europa nel suo insieme ha riconosciuto e riconosce di
dover rafforzare la sua "capability" militare, anche per rendere
credibile una sua identità di sicurezza e di difesa, e una sua politica
comune in questo campo». Certo, tale impegno suscita «difficoltà
finanziarie e di altra natura», tuttavia «dobbiamo riuscirvi, pur
nel calcolo realistico dei limiti entro cui può concepirsi un apprezzabile
impegno militare europeo nel panorama mondiale». In tale contesto, conclude
Napoletano, «noi europei e americani abbiamo grandi obiettivi comuni da
perseguire», ma anche grandi “sfide”: «La complessità e
contraddittorietà del processo di globalizzazione, il rapporto tra le
opportunità e i benefici che esso porta con sé e le insoddisfazioni e le
inquietudini che provoca, l'emergere di nuovi grandi attori sulla scena
mondiale, il manifestarsi di diversità storiche, sociali, religiose di
grandissimo impatto: tutto ci spinge a misurarci con dilemmi che non sono
soltanto economici ma richiedono grande sapienza politica e grande
apertura culturale». Nessun problema, comunque: USA ed Unione Europea
staranno sempre dalla stessa parte. «Non sono soltanto le nostre
radici, pur così forti; non sono soltanto i nostri valori comuni, a volere
che rimaniamo uniti, e che insieme esprimiamo capacità di leadership e
cultura, nel segno di un'incrollabile fede nella forza della libertà e
della democrazia. Non è solo il passato, è anche il futuro, un futuro
quanto mai incerto, che ci chiama a questa prova solidale».
- Interni. 1
luglio. Un database comune per le forze di
polizia italiane e statunitensi. È la novità prevista dall’accordo
tra Italia e USA in materia di “lotta al terrorismo” firmato a Washington,
lo scorso dicembre, dal capo della Polizia Antonio Manganelli e dal
direttore dell’Ucigos Carlo De Stefano (che coordina le attività del
Comitato Analisi Strategiche Antiterrorismo, costituito nel 2004 presso il
ministero degli Interni) con le loro controparti statunitensi. Si
chiama “Terrorist screening center” la nuova banca dati che permetterà ai
poliziotti italiani di condividere con gli omologhi statunitensi
informazioni riguardanti persone ricercate, condannate e indagate per
vicende di terrorismo internazionale. «Straordinariamente importante»
e «un grosso passo avanti» è stato definito l’accordo da
Manganelli. «In materia di lotta al terrorismo si tratta di qualcosa di
inedito (…) Tra Italia e Stati Uniti la collaborazione è sempre
stata stretta, tanto più dopo l’11 settembre del 2001. L’accordo consente
e nello stesso tempo impegna tutte le forze di polizia italiane e le
strutture USA ad uno scambio in tempo reale su persone coinvolte in
vicende di terrorismo», ha affermato Manganelli. «Non sempre
le polizie sono favorevoli a condividere le loro informazioni, ma la lotta
al terrorismo unisce, e qui sta la portata dell’accordo con gli USA»,
ha aggiunto Carlo De Stefano. Ma esiste un “allarme terrorismo” nel nostro
Paese? «Un riferimento specifico di minaccia per l’Italia non c’è, ma
l’Italia è un Paese occidentale, dunque questo accordo rappresenta un
elemento di sicurezza in più», ha puntualizzato Manganelli.
- Politica
estera. 2 luglio. Il comando della
missione NATO in Afghanistan chiede all’Italia
più truppe e più mezzi. Lo riferiscono fonti militari, parlando dell’incontro svoltosi stamattina a Kabul tra il ministro della
Difesa, Ignazio La Russa, e il nuovo comandante della missione ISAF, il generale David McKiernan. «McKiernan ha chiesto
al governo italiano più uomini nella Regione Ovest, soprattutto nel
settore meridionale; in particolare ha chiesto genieri. Per quanto
riguarda i mezzi, ha chiesto più elicotteri. E maggiore autonomia
nell'impiego dei nostri militari», ha spiegato alla Reuters una fonte
militare.
- Politica estera. 2 luglio. L’Italia
obbedisce alle richieste NATO/USA. Durante la visita in Afghanistan ai
2.600 militari italiani presenti tra Kabul e la regione Ovest, La Russa ha
annunciato il potenziamento delle truppe impegnate a Farah, l’area “più
calda” della regione Ovest sotto il comando italiano, a ridosso del sud
del Paese dove non si fermano gli attacchi anti NATO. A partire dal 5
agosto, quando l’Italia cederà alla Francia il comando della regione di
Kabul, 500 uomini verranno spostati dalla capitale alla regione Ovest, tra
Farah –dove attualmente si trovano circa 160 uomini comprese le forze
speciali della Task 45, su cui McKiernan ha espresso grande apprezzamento–
e Delaram. «Gli uomini saranno aumentati complessivamente di un
battaglione in concomitanza con la cessione del comando della regione di
Kabul...verranno spostati lì (…) Dei 1.300 militari italiani presenti in
questo momento nella regione di Kabul, a partire da agosto, ne resteranno
solo 500: 300 rientreranno in patria e altri 500, appunto, verranno spostati
più a sud. Un’altra ottantina di uomini sono a Delaram», ha spiegato
La Russa. Dopo aver chiarito che i militari italiani non sono in
Afghanistan «per portare caramelle», il ministro della Difesa ha
sottolineato la necessità di «avere molti più elicotteri» sia per
ridurre drasticamente i tempi di collegamento che per evitare il rischio
di mine, mentre sull’eventualità di inviare fino a quattro aerei Tornado
italiani La Russa ha detto di essere «personalmente favorevole, ma
deciderà il governo...stiamo facendo i conti». Secondo una fonte
militare l’invio di quattro Tornado costerebbe 15 milioni di euro per tre
mesi. La bolletta, ovviamente, la pagheranno i contribuenti
italiani.
- Politica estera. 2 luglio. Basteranno
questi rinforzi a reprimere la ribellione afgana? È alquanto dubbio.
«Dobbiamo controllare un territorio enorme... ho a disposizione la
metà degli uomini impiegati per garantire l’ordine pubblico in una partita
Roma-Lazio», ha detto il comandante della regione Ovest, il generale
Francesco Arena. Anche per questo si intendono addestrare forze afgane:
uno dei progetti, che partirà a fine luglio, vedrà impegnati almeno fino
al 2010, nell’addestramento della polizia nella Regione Ovest, 40
carabinieri. Ovviamente a nostre spese.
- Politica economica. 2
luglio. Crisi economica, Berlusconi: «Siamo in un momento difficile
per l’economia mondiale. Il PIL non cresce, c’è una diminuzione dell’IVA
del 7% nel mese passato rispetto ai mesi precedenti». In tale
situazione, considerati gli indiscutibili vincoli finanziari europei, «c’erano
solo due soluzioni: o aumentare la pressione fiscale o tagliare la
spesa... Abbiamo scelto di seguire questa strada (…). Si deve
assolutamente intervenire con una riduzione di spese, privilegi, sprechi,
enti inutili», ha puntualizzato Berlusconi. Sorvoliamo sui concetti di
“spreco” e “privilegio”, che nella pratica non includono i finanziamenti
a pioggia alle grandi imprese decotte di questo Paese, nelle modalità
più varie (dalla cassa integrazione alle agevolazioni fiscali, eccetera),
foraggiamenti che, dal nucleare alle “grandi opere”, non si arresteranno
con il centrodestra. Soffermiamoci sul concetto di PIL. Berlusconi
sostiene, a ragione, che il PIL non cresce. Ma se si riduce la spesa per
finalità sociali dello Stato, gireranno meno soldi. Come potrà reggere il
PIL? Impossibile. Berlusconi quindi, confermandoci la politica governativa
di mettere mano alla spesa tagliandola in maniera radicale,
indirettamente ci comunica che l’Italia entrerà in una recessione
tremenda. Meno spese significa meno ricchezza, quindi meno consumi, dunque
meno IVA e meno introiti fiscali. Un circolo vizioso, che l’Unione Europea
sarà ovviamente pronta a rilevare e condannare, intimandoci di
intraprendere altre perniciose misure che aggraveranno le già precarie
condizioni di vita dei cittadini di questo povero Paese!
- Banca Centrale Europea. 3
luglio. Sale il costo del denaro nella zona euro. La Banca
Centrale Europea ha alzato il tasso principale di riferimento
dal 4 al 4,25%, portandolo al livello più alto da 7 anni. Con la decisione
odierna, il divario fra il costo del denaro in Eurolandia e quello
negli Stati Uniti sale a 2,25 punti percentuali. Nonostante le pressioni
contrarie provenienti da molti dei governi europei, in testa la Francia,
contrari a un aumento dei tassi in un momento di rallentamento
dell’economia, il consiglio direttivo della BCE ha deciso all’unanimità di
alzare comunque i tassi di interesse, riaffermando così la propria
autoreferenzialità. La BCE è «indipendente» e non ha «bisogno
di consigli esterni», ha detto il Governatore della BCE, Jean Trichet.
«Rimaniamo fermi sul nostro mandato, la BCE fa quello che è necessario
per ottenere la stabilità dei prezzi». Beh, se è veramente questo
l’obiettivo della BCE, giudichino i portafogli di ognuno se finora ci sia
riuscita…
- Banca Centrale Europea. 3
luglio. Si prospettano tempi duri per le famiglie che hanno
contratto mutui a tasso variabile. L’aumento del tasso di riferimento
della BCE produce conseguenze sempre più pesanti per le tasche di circa 3
milioni di famiglie, che sono già state penalizzate due volte in occasione
del passaggio del tasso di sconto dal 2 al 4% –operazione che ha causato
aumenti di 170-180 € al mese– e con la crisi dei subprime statunitensi
che, producendo un Euribor intorno al 5%, ha aumentato ulteriormente la
rata di 25 € al mese. L’aumento di altri 0,25 punti del tasso di sconto
comporterà un ulteriore aumento delle rate di 15-20 € in più, facendo così
ammontare il totale dei rincari a 210-225 € al mese. In rapporto a queste
disposizioni europee, il sistema bancario italiano, afferma l’Adusbef, «non
ha sostenuto i cittadini». La scelta di adoperare tassi variabili, al
posto dei fissi, che nel 2005 si attestavano sul 3,5%, rende impossibile,
per molte famiglie, sostenere le rate dei mutui. Con il risultato che in
Italia c'è un +27% sulla media dei pignoramenti delle abitazioni
acquistate. Sostiene l’Adusbef che «le banche hanno attirato nella loro
trappola molte famiglie che con le rate fisse, rapportate ai parametri del
reddito, non sarebbero mai riusciti a comprarsi una casa. Proponendo tassi
variabili, inizialmente minori, hanno dato consigli cattivi e interessati».
In ogni caso l’aumento del tasso di sconto produrrà inevitabilmente un
indebolimento del dollaro, con conseguenti aumenti del prezzo delle
materie prime all'interno dei mercati internazionali, a partire dal prezzo
del petrolio. Ciò comporterà, pertanto, pesantissime ricadute in termini
di innalzamento dei prezzi interni. Con buona pace di chi vuole combattere
l'inflazione.
- Banca Centrale Europea. 3
luglio. Il rialzo dei tassi è una misura efficace contro l’inflazione? Nei manuali di macroeconomica si
dimostra che l’aumento dei tassi in date circostanze fronteggia l’inflazione
da domanda. Esistono infatti diverse cause e diversi tipi di
inflazione. Ma si può definire quella attuale una inflazione da domanda,
con i consumi ai minimi storici, la spesa pubblica statale tagliata
drasticamente e gli investimenti privati che arrancano al palo? Nutriamo
forti dubbi in tal senso. Gli aumenti dei prezzi di questi mesi riflettono
a ben vedere le speculazioni su titoli derivati –contratti a termine
standardizzati negoziati in borsa, che fanno riferimento ad altre
“attività sottostanti” (titoli, indici, valute, merci, crediti…), in
sostanza delle sorte di scommesse su tali attività– intercorse in
mercati specifici come quelli del petrolio. Fronteggerà il rialzo dei
tassi tali speculazioni? La questione è controversa. Di certo il rialzo
dei tassi si ripercuoterà sulle famiglie con i mutui a tasso variabile,
sui consumatori che vedranno crescere gli interessi sulle vendite rateali,
sugli Stati (Italia in testa) che devono pagare gli interessi sul debito
pubblico e sugli imprenditori (soprattutto quelli piccoli) dipendenti dal
credito bancario. Ma se la BCE mirasse veramente ad arrestare
l’inflazione, perché allora nei mesi scorsi, di concerto con la FED
statunitense, ha iniettato liquidità a favore di quelle banche che, in
crisi finanziaria per operazioni azzardate, hanno poi riversato i fondi
generosamente ottenuti in speculazioni su generi alimentari e materie
prime? Ma per loro il governatore della BCE non riserva alcun sermone,
tutti preparati invece per condannare eventuali aumenti salariali contro
l’aumento del costo della vita!
- OGM. 4 luglio. BIO ed
OGM, coesistenza impossibile. La coltivazione di mais geneticamente
modificato ha causato una drastica riduzione della produzione biologica di
questo cereale. Questa è la conclusione di uno studio condotto
dall’Istituto di scienze ambientali e tecnologia dell’Università di
Barcellona nelle regioni della Catalogna e dell’Aragona, le maggiori zone
produttrici di OGM. In Aragona ad esempio, dal 2004 al 2007, la
coltivazione del mais biologico è calata del 75% a causa
dell’impossibilità di certificare il prodotto per la contaminazione
derivante dalla coltivazione in pieno campo di mais BT geneticamente
modificato, che in quella regione ha raggiunto nel tempo oltre il 40%
delle superficie dedicata a mais. I ricercatori, dati alla mano, hanno
dimostrato che sia il concetto di coesistenza sia di implementazione
differenziata tra OGM e BIO sono fallimentari. Soprattutto perché i
coltivatori biologici incontrano gravi difficoltà nell’ottenere le compensazioni
per le contaminazioni accidentali, questo dovuto a una certa “incertezza”
nella misurazione del livello di tale contaminazione e la sua origine. Gli
agricoltori dunque non trovano conveniente nè tutelato il settore del
biologico e lo abbandonano. Un altro dato particolare che fa propendere
per la tesi che sia proprio il granturco geneticamente modificato il
problema, è il fatto che in tutta la Spagna il numero di produttori e di
ettari dedicati al biologico stanno aumentando, tranne quelli di mais.
- Nucleare. 5 luglio. Quali
sono le ragioni del rilancio del nucleare in Italia? C’è chi ne rinviene i
motivi nell’assetto capitalistico e nelle strategie globali di controllo
degli Stati Uniti. Dopo il disatroso incidente del reattore di Tree Mile
Island (28 marzo 1979), che ha comportato il fallimento della società
gestrice dell’impianto, nessuna società ha voluto più investire nel
nucleare. Di recente la Casa Bianca ha invece stabilito il
sovvenzionamento con fondi pubblici della costruzione di nuove centrali
nucleari, accollandosi gli oneri assicurativi a copertura di eventuali
incidenti. C’è chi individua nel controllo oligarchico diretto ed
esclusivo della produzione di energia le inconfessabili ragioni del
sostegno al nucleare a scapito delle fonti di energia rinnovabile. Le
fonti energetiche rinnovabili sono infatti ampiamente diversificate ed
adattate alle singole realtà locali, dove si presentano molti operatori
–dalle aziende proprietarie di impianti alle stesse famiglie– in grado di
produrre energia.
- Nucleare.
5 luglio. Questa grande partita si sta giocando anche in
Italia, dove il nucleare nostrano sarà ancora una volta sovvenzionato
con fondi pubblici, allo stesso modo (sovratassa su fornitura di energia
elettrica) della messa in sicurezza delle vecchie centrali nucleari
italiane, dismesse per senescenza negli anni '80. Solo negli ultimi
sette anni sono stati spesi 500 milioni di euro. Il centrodestra sostiene di voler rilanciare il nucleare per raggiungere
l’indipendenza energetica del Paese e trovare una fonte meno costosa
ed inquinante dei combustibili fossili. In realtà il nucleare
cambierebbe solamente veste alla dipendenza dai paesi produttori di
uranio (risorsa tra l’altro considerata in via di esaurimento) e soprattutto
dagli USA per gli indispensabili processi di arricchimento dell’uranio
per renderlo utilizzabile dalle centrali. La riduzione del CO2? La
Francia produce il 78% dell’energia elettrica da fonte nucleare ma
consuma ed importa più petrolio dell’Italia che non produce un singolo
chilowattora dall’atomo. Raddoppiando le centrali nucleari
mondiali esistenti entro il 2030, rimpiazzando anche quelle che andranno
a decadere nei prossimi 20 anni, l’effetto sulle emissioni globali
sarebbe di una riduzione solo del 5%. Per ottenere questo
risultato, oltre a spendere cifre imponenti, dovremo considerare l’aumento
dei rischi legati a incidenti, alla proliferazione nucleare, alle
scorie. Inoltre, è soltanto la fase del ciclo di combustibile dentro
i reattori nucleari, dove i nuclei vengono scissi, che non produce
CO2. Tutte le altre operazioni della filiera del combustibile nucleare –estrazione
dalle miniere, frantumazione e macinazione, fabbricazione del combustibile,
arricchimento e gestione delle scorie–
necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono CO2. Per
non parlare delle enormi quantità di acqua richieste dalla produzione nucleare.
- Nucleare.
5 luglio. Il nucleare produce esclusivamente
elettricità, che è solo una parte dei consumi energetici. Tutto il nucleare
presente nel mondo (440 centrali) soddisfa poco più del 6% dei consumi
finali; gran parte dell'energia è utilizzata in aree dove l’atomo non
può sostituire i combustibili fossili: trasporti, industria, riscaldamento,
agricoltura. Scegliere l’opzione nucleare significherebbe anche
dire addio alla promozione delle fonti rinnovabili e dell’innovazione
tecnologica, data la scarsità di risorse disponibili. E l’economicità del nucleare? Tutti gli studi internazionali mostrano
come l’energia nucleare sia la fonte energetica più costosa e meno competitiva.
Il nucleare resta una fonte energetica in declino sullo scenario mondiale
soprattutto a causa dei suoi costi eccessivi: dall'investimento iniziale
e la progettazione, fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle
scorie (che incide fino al 12% del prezzo totale di produzione elettrica)
ed allo smantellamento degli impianti a conclusione del loro ciclo di
vita. Le nuove centrali, nella migliore delle ipotesi, entrerebbero in
funzione dopo il 2020 e con guadagni per le aziende a partire dal 2030,
a fronte di mostruosi investimenti pubblici che verrebbero tolti allo
sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, senza alcuna
garanzia di riduzione delle bollette dei cittadini. Per non parlare delle
problematiche legate alla sicurezza: non esiste alcuna possibilità di
iniziare oggi un programma di realizzazione di centrali nucleari di “nuova
generazione” che possa contare su tecnologie diverse da quelle attualmente
in costruzione, che restano insicure e con tutti i problemi irrisolti
di gestione e smaltimento delle scorie e di approvvigionamento del sempre
più scarso uranio fissile. La strada maestra non è dunque investire notevoli
fondi pubblici sul settore nucleare, bensì quella fondata soprattutto
sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, soluzione più immediata, sostenibile
e addirittura più
economica.
- Nucleare. 5 luglio.
Rubbia: «Né petrolio, né carbone, né nucleare, soltanto il sole può
darci energia». Il 30 marzo scorso, in un’intervista a la
Repubblica, Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, clamorosamente
estromesso dalla presidenza dell’Enea, l’ente nazionale per l’energia,
perorava la causa del sole dichiarando che «non solo il petrolio e gli
altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è
destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l’oro, il
platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani
energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci
fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che
la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo
zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra». La
recente corsa al nucleare di USA ed Europa veniva così liquidata da
Rubbia: «Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel
1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione
energetica francese? Circa il 20%. Ma i costi altissimi dei loro 59
reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per
mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale
nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro, che la tecnologia proposta si basa
su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in
tutto il mondo, il problema delle scorie». E sulla sicurezza di tale
fonte energetica? «Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione
di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un
incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il
numero delle centrali».
- Nucleare. 5 luglio.
Rubbia accenna comunque all’esistenza di un “nucleare innovativo”. «Si
tratterebbe di usare il torio, un elemento largamente disponibile in
natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un
acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a
catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori
una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il
nucleare militare e quello civile». Forse proprio per questo motivo
non si fa accenno alcuno a tale possibilità, nonostante che «tale
tecnologia sia già stata sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo
da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta
attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta
quantità di energia». Un appunto da tenere a mente per risolvere
l’annoso problema delle scorie nucleari (anche) nel nostro Paese.
- Nucleare. 5 luglio.
Liquidato pure il carbone «la fonte energetica più inquinante, più
pericolosa per la salute dell’umanità», Rubbia guarda come unica
soluzione energetica agli impianti “solari termodinamici a
concentrazione”, un passo in avanti rispetto ai pannelli solari ed al
fotovoltaico, dato che «catturano l’energia e la trattengono in
speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore
di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come
una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento
opportuno la rilascia per alimentare la corrente». La sua
implementazione costituirebbe un toccasana per il futuro energetico del
Paese. «Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di
questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per
trasportare poi l'energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani
dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico
quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre
tutta l’energia necessaria all'intero pianeta (…) Per rifornire di
elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali
nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il
raccordo di Roma». Ma allora perché non si sostiene tale tecnologia?
Secca la risposta di Rubbia: «Il sole non è soggetto ai monopoli. E non
paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro
Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è
accaduto del resto per il computer vent'anni fa».
- Dal Molin. 6 luglio. La
nuova base militare USA a Vicenza si farà. Sfidando il no del Tar del
Veneto a giugno, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ribadisce
che il governo andrà avanti nei lavori della base militare USA
nell’aeroporto Dal Molin.«Ritengo
utile ed opportuno ricordare a tutti il dovere di rispettare gli impegni
internazionali liberamente (sic!, ndr) assunti dall’Italia e
ribaditi nel corso degli anni da Governi di diversa maggioranza politica», ha detto Berlusconi in una nota, «tanto più è necessario questo richiamo di
fronte ai tentativi di alimentare false aspettative sulla possibilità di
rimettere in discussione una decisione già presa e pertanto irreversibile». Il 20 giugno il Tribunale amministrativo
regionale veneto ha emesso una ordinanza che ha accolto la sospensione dei
lavori di costruzione della nuova base statunitense in Vicenza. Il ricorso
presso il Tar era stato proposto dall’associazione Codacons e dal
Coordinamento dei comitati che si battono contro la base USA.
- Dal Molin. 6 luglio. «Quel piano è una vera follia». Così affermava lo stimato
urbanista Edoardo Salzano nell’estate del 2006, quando divennero note le
intenzioni del governo statunitense di raddoppiare la propria presenza
militare sul territorio comunale di Vicenza. Il territorio è già oberato
di quasi un milione e mezzo di mq di servitù militari: la Caserma Ederle,
il cosiddetto “Villaggio della Pace” (sic) – la cittadella che ospita le
residenze ed i servizi per le famiglie dei militari stanziati alla
Ederle–, le basi sotterranee di Fontega di Arcugnano e di Longare (dove
all’inizio degli anni novanta si è verificata una fuga di materiale
radioattivo dagli ordigni nucleari ivi custoditi), i centri logistici di
Lerino e Torri di Quartesolo. Sulla scorta dell’esperienza passata, che ha
visto la Ederle triplicare la sua area, è infatti prevedibile che il nuovo
insediamento all’ex aeroporto Dal Molin riguardi non solo l’area una volta
adibita ad uso civile ma anche quella a scopi militari, attualmente in
dismissione da parte dell’aeronautica italiana. Per finire, con la
costruzione di un nuovo villaggio in località Quinto Vicentino, già
appaltato alla ditta Pizzarotti di Parma, la stessa che nel 1983 aveva
vinto l’appalto per l’installazione dei missili Cruise a Comiso (Sicilia),
l’estensione totale degli insediamenti militari USA ammonterebbe a
circa 3 milioni di mq, pari al 30% della superficie occupata dal centro
storico della città.
- Dal Molin. 6 luglio.
All’epoca, Salzano sottolineava come le edificazioni in programma non
siano previste dagli strumenti urbanistici di pianificazione, andando ad
esaurire quasi tutte le cubature e volumetrie contemplate nei piani
regolatori per l’intera città. Di lì a poco sarebbero stati stimati da
valenti professionisti anche le pesanti ricadute in termini di impatto
ambientale della nuova base, sotto i diversi aspetti dell’inquinamento
atmosferico (in una città che detiene il poco invidiabile secondo posto
fra le più inquinate in Italia), idrico, acustico, elettromagnetico e,
presumibilmente, anche radioattivo-batteriologico. Dati altrettanto
inquietanti riguardano i consumi di risorse naturali da parte delle future
nuove infrastrutture e dai loro occupanti. A cominciare dall’acqua, per la
quale gli statunitensi avanzano una richiesta di circa tre milioni di mc
annui, pari a quello che oggi consumano trentamila vicentini. Analogamente
spropositate anche le previsioni per i consumi di gas naturale ed energia
elettrica, che del resto loro hanno il privilegio di pagare notevolmente
meno del cittadino italiano (a prezzi inferiori, rispettivamente, del 40%
e 25%) grazie all’esenzione dalle relative imposte di consumo, quelle
tecnicamente denominate “accise”. Di uno sconto ancora maggiore, pari al
65% del prezzo di mercato, beneficiano per l’acquisto del gasolio per
riscaldamento, che perciò utilizzano in grandi quantità nonostante il suo
forte impatto ambientale. Coloro i quali, poi, sperano che l’arrivo di
ulteriori soldati statunitensi produrrà un grosso vantaggio in termini di
un aumento del monte affitti relativo agli appartamenti, rischiano
seriamente di rimanere delusi dalle previsioni del consolato che, in virtù
della costruzione alla Dal Molin di otto nuove caserme per i militari
senza famiglie al seguito, di una sessantina di appartamenti all’interno
della Ederle e del nuovo villaggio di Quinto, stima una riduzione dagli
attuali 37,5 milioni di euro annui a circa 8,5.
- Dal Molin. 6 luglio. Nei
documenti ufficiali della Difesa statunitense si afferma che la nuova Base
fungerebbe da «supporto al
potenziamento ed alla trasformazione della 173° Aerobrigata in un’Unità
d’Azione completamente autonoma a Vicenza».
La 173° Brigata aviotrasportata costituirebbe la più grande forza
d’attacco presente in Europa con sei battaglioni collocati a Vicenza, di
cui quattro alla Dal Molin e due presso la Caserma Ederle, per un totale
di 4.300 militari (dai 2.660 attuali). Il 28 febbraio 2007, il senatore a
vita Francesco Cossiga ha avuto la bontà di informarci sull’esistenza del
piano “Punta di Diamante”, che prevede l’utilizzo della 173° Brigata
aviotrasportata come «strumento del
piano di dissuasione e di ritorsione anche nucleare», il cui trampolino di lancio, almeno
inizialmente, dovrebbe essere rappresentato dall’aeroporto di Aviano.
L’assegnazione dei contratti per la costruzione della superstrada
Pedemontana Veneta è stata in tal senso salutata con soddisfazione dal
comando SETAF alla Ederle, che vede sensibilmente ridotti i tempi di
spostamento fra Vicenza e la base USAF in provincia
di Pordenone.
- Dal Molin. 6 luglio. La
nuova base contro la Russia? Secondo il giornalista Marco Mostallino, le
basi militari USA nel Nordest stanno ritrovando la loro originaria
vocazione, la guerra fredda contro i russi. I nomi e gli squadroni di
appartenenza dei militari morti nello schianto di un elicottero Black Hawk
–di stanza proprio ad Aviano a supporto degli F-16– avvenuto ad inizio
novembre 2007 vicino a Treviso, confermerebbero questa tesi. Essi
appartenevano infatti al 31° Fighter Wing, reparto di velivoli a corto
raggio il cui compito è la difesa aerea contro la minaccia proveniente
dall’Est e che dal 1994, secondo documenti ufficiali USAF da poco
declassificati, si è dedicato ad operazioni nei teatri balcanici,
bombardamenti sulla Jugoslavia del 1999 compresi. Un alto ufficiale
europeo della NATO sotto copertura di anonimato sosterrebbe che tutto ciò
che sta accadendo nella basi del Nordest italiano è legato al confronto
con la Russia. Nel Dal Molin gli Stati Uniti agirebbero liberamente senza
alcun coordinamento con la NATO, e quindi tanto meno con l’Italia paese
ospitante. L’intendimento sarebbe quello di stiparvi approvvigionamenti,
sistemi elettronici, munizioni, sistemi d’arma per sostenere l’intera rete
delle basi aeree sparse per l’Europa.
- Vaticano. 7
luglio. La rivalutazione dell’euro sul
dollaro manda in passivo persino la “Santa Sede”. Il
bilancio consolidato 2007 del Vaticano presenta un disavanzo di 9.067.960
euro. Dei tre capitoli del bilancio –attività istituzionale, settore
immobiliare e attività finanziaria– è quest’ultimo all’origine
dell’inversione di tendenza. «Si è avuta una flessione di circa
12 milioni di euro, ascrivibile principalmente alla brusca ed assai
accentuata inversione di tendenza nella fluttuazione dei tassi di cambio,
soprattutto del dollaro statunitense», ha reso noto il consiglio dei
cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della
“Santa Sede”.
- Interni. 8 luglio. Mafia
e Procure alleati degli USA contro Craxi ed Andreotti. Lo sostiene
Francesco Cossiga, intervistato dal Corriere della Sera. Interpellato sulla genesi di Tangentopoli, Cossiga afferma:
«Credo che gli Stati Uniti e la CIA non ne siano
stati estranei; così come certo non sono stati estranei alle “disgrazie”
di Andreotti e di Craxi. Di Pietro? Quello del prestito di
cento milioni restituito all’odore dell'inchiesta ministeriale in una
scatola di scarpe? Un burattino esibizionista,
naturalmente». Secondo Cossiga la CIA avrebbe
operato non solo «attraverso informazioni soffiate alle procure»,
ma anche «attraverso la mafia». Ma perché colpire i due leader? «Andreotti
e Craxi sono stati i più filopalestinesi tra i leader europei. I
miliardi di All Iberian furono dirottati da Craxi all’OLP (Organizzazione
per la Liberazione della Palestina, ndr). E questo
a Fort Langley non lo dimenticano. In più, gli anni dal '92 in
avanti sono sotto amministrazioni democratiche: le più interventiste e
implacabili».
- Politica estera. 9 luglio.
Accordo Repubblica Ceca – USA per la costruzione di una stazione radar
antimissile nell’ambito dello scudo spaziale USA. Sarà anche concluso un
accordo sulla presenza del personale militare statunitense (per ora, 200
soldati). La base radar sarà infatti gestita direttamente dal Pentagono.
L’accordo dovrebbe essere sottoposto alla ratifica del parlamento ceco in
autunno. A Washington continuano a ripetere che lo scudo in Europa non è diretto
contro la Russia, ma servirà a fronteggiare la minaccia dei missili
balistici iraniani. A Mosca però sono convinti del contrario, e paventano
che il radar nella Repubblica ceca sarà il primo di una rete attraverso
cui il Pentagono potrà monitorare il territorio russo, più efficacemente
di quanto è in grado di fare oggi. A confermarlo è il fatto che Washington
ha rifiutato la proposta russa di cogestire, insieme alla Russia, il radar
di Qabala nell’Azerbaigian. Per di più il generale Henry Obering, direttore
dell'Agenzia USA di difesa missilistica, ha parlato di «un radar a
spiegamento avanzato che vorremmo dislocare in qualche luogo nella regione
del Caucaso». È il Forward-Based X-Band Radar-Transportable (FBX-T):
un sistema altamente mobile, che può essere trasportato con aerei o navi e
rapidamente montato nel luogo di destinazione.
- Politica estera. 9 luglio.
Nei piani del Pentagono, quelle previste nella Repubblica ceca e in
Polonia sono solo le prime di una serie di installazioni radar e
missilistiche in Europa. Con l’accordo-quadro, firmato segretamente al
Pentagono nel febbraio 2007 dal ministro della difesa Arturo Parisi, anche
l’Italia ha aderito al progetto USA dello scudo. L’accordo prevede non
solo un contributo tecnico-scientifico italiano, ma anche la messa a
disposizione del nostro territorio per altre installazioni radar e
missilistiche. Una base particolarmente adatta può essere quella di
Sigonella, dove si sta realizzando una delle stazioni terrestri del
sistema globale Muos della marina USA e dove, secondo quanto proposto dal
neo-ministro della difesa Ignazio La Russa, dovrebbe essere installato il
nuovo sistema AGS della NATO, strumento chiave per rendere più incisiva la
Forza di risposta rapida della NATO, in grado di essere proiettata entro
cinque giorni per qualsiasi missione in qualsiasi parte del mondo.
- Commercio. 9 luglio. I
piccoli chiudono, i grandi si espandono. Nei primi tre mesi del 2008, più
di 13mila piccoli negozi al dettaglio hanno cessato l’attività. «Si è accentuato
un trend in corso ormai da qualche anno», interpreta i dati Mariano
Bella, direttore del centro studi di Confcommercio. «Analizzando i dati
sul medio lungo termine, nel periodo 2002-2007 il settore più colpito è
stato quello degli elettrodomestici e dell’elettronica di consumo. I
piccoli negozi sono quasi 6mila in meno (tra cui piccoli dettaglianti
di frutta e verdura, esercizi alimentari specializzati, macellerie ndr),
soppiantati dalle grandi catene specializzate che hanno aperto a ridosso
del centro storico e li hanno sostituiti». Responsabile della crisi
sarebbero innanzitutto il calo della disponibilità finanziaria delle
famiglie e le misure di liberalizzazione del Commercio avviate a partire
dal 1998 (riforma Bersani), fattori che rafforzano la concorrenza
(diventata insostenibile per i piccoli dettaglianti) dei centri
commerciali, che con prodotti più scadenti e con la quantità sono in grado
di operare a costi inferiori. Il processo di riduzione dei commercianti
sta creando anche dei seri problemi di controllo del territorio in molte
città, rileva Mauro Bussoni della Confesercenti. «Il commerciante è
stato per molti anni una figura centrale del quartiere. Oggi invece, con
il proliferare di strutture distributive organizzate, questo rapporto organico
si è spezzato. I maggiori problemi di sicurezza sono avvertiti proprio nei
quartieri con composizione sociale medio-alta, dove atti vandalici e
microcriminalità sono in aumento anche del 50% secondo i nostri
monitoraggi».
- Nucleare. 9 luglio. Brutto
momento per il nucleare iberico: quattro degli otto reattori nucleari
spagnoli hanno registrato disfunzioni in meno di 72 ore, come riporta il
quotidiano El Paìs. Critiche le organizzazioni ambientaliste,
secondo le quali è colpa della pessima cultura della sicurezza con la
quale Iberdola e Endesa, proprietarie delle quattro centrali colpite,
gestiscono gli impianti. A questo si aggiunga che il parco nucleare
spagnolo è molto vecchio, come mette in guardia in un comunicato
Greenpeace. La Spagna si era già trovata nella bufera qualche mese fa: la
centrale nucleare Asco I ha avuto una perdita radioattiva verso la fine di
marzo, ma il Consiglio di Sicurezza Nucleare è stato avvisato solo il 4
aprile. Le polemiche sono nate dal fatto che quello stesso giorno, durante
la fuga radioattiva, era presente nell’impianto una scolaresca in visita.
Il reattore gemello Asco II era stato fermato nel 2007 per un guasto ad
una valvola. Il 9 giugno, sempre ad Asco I, i tecnici del Consiglio di
Sicurezza Nazionale hanno rinvenuto la settimana scorsa degli elementi
radioattivi sulla linea ferroviaria situata vicino alla centrale. E
ancora, sempre ai primi di giugno, è stato registrato un guasto in alcuni
monitor che misurano la radioattività all'interno della centrale. In questi
giorni, arrivano quattro incidenti quasi contemporanei in quattro centrali
diverse. Ancora oggi, nel mondo, e la Spagna non fa eccezione, molti
incidenti non vengono resi noti. Quando qualcuno se ne accorge, vengono
comunque omessi dati importanti. Dopo la psicosi collettiva generata
dall'incidente del 1986 a Chernobyl, chi gestisce le centrali si è
mediaticamente blindato ed ogni volta che c'è una fuga radioattiva o una
perdita di materiale, si stende immediatamente un velo di silenzio.
- Nucleare. 9 luglio.
Intanto, mentre in Italia si parla di ritorno al nucleare senza molta
cognizione di causa, la Spagna continua il suo percorso per abbandonarlo.
In un'intervista rilasciata alla stampa nazionale, il Premier, Josè Luis
Rodriguez Zapatero, ha confermato gli impegni presi in campagna elettorale
per il settore nucleare. Zapatero ha detto che il governo spagnolo non ha
intenzione di costruire nuove centrali nucleari, fonte energetica da
eliminare progressivamente, vista anche l’impopolarità di cui gode in Spagna,
e sostituirlo con fonti energetiche rinnovabili quale l’eolico e il
fotovoltaico. Le licenze delle centrali nucleari attualmente attive in
Spagna scadranno tra il 2009 e il 2011, prima della fine del mandato
dell’attuale legislatura socialista nel 2012. Se i piani dell'attuale
governo verranno rispettati, il Paese abbandonerà il nucleare entro la
fine del mandato di Zapatero. «I paesi leader a livello internazionale
stanno scommettendo sulle energie rinnovabili e non su quella nucleare. Se
facessimo sforzi per il nucleare toglieremmo risorse all'energia del
futuro, eolica, solare o di altro tipo», così ha dichiarato Zapatero
il 30 giugno scorso, in visita in Danimarca proprio per osservare da
vicino la politica energetica danese. Secondo il premier spagnolo i paesi
che sono «in testa sulle energie rinnovabili», tra un paio di anni
«avranno non solo contribuito a frenare il cambio climatico, ma
disporranno di un valore aggiunto dal punto di vista politico, economico e
sociale».
- Nucleare. 9 luglio. Negli
ultimi anni la potenza nucleare si è sostanzialmente stabilizzata, mentre
le fonti rinnovabili, solare ed eolico in testa, hanno registrato tassi di
crescita elevatissimi. «Nel periodo 2008-12 la produzione addizionale
di elettricità solare ed eolica mondiale, e quindi il contributo alla
riduzione delle emissioni di gas climalteranti di queste tecnologie verdi,
dovrebbe essere almeno 4 volte superiore rispetto al contributo aggiuntivo
netto del nucleare, considerando anche la chiusure delle vecchie centrali».
Il dato lo ha elaborato il direttore scientifico del Kyoto Club, Gianni
Silvestrini, e pubblicato nel suo editoriale sulla newsletter mensile
dell’associazione KyotoClubNews uscita il 9 aprile.
- Trattato Europeo. 10 luglio. «Positivo il no dell’Irlanda
che boccia l’Europa delle 65 ore. Referendum anche in Italia». Per
Giorgio Cremaschi, membro della Segreteria Nazionale del sindacato
metalmeccanici FIOM-CGIL, il no degli Irlandesi al referendum sull’Europa
è una buona notizia per tutti i lavoratori europei. «Negli ultimi anni
l’Unione europea si è caratterizzata sempre di più per l’attacco ai
diritti e alle condizioni sociali del mondo del lavoro. La Banca Europea è
ossessionata dall’aumento dei salari, la Corte di giustizia europea
continua ad emettere sentenze che distruggono i diritti contrattuali dei
lavoratori, la Commissione europea interviene a danno di tutte le
politiche industriali che vogliono salvaguardare l’occupazione e il
lavoro, infine, i Ministri europei hanno vergognosamente deciso di operare
per portare fino a 65 ore l’orario di lavoro settimanale: quest’Europa è
oggi avversaria dei diritti dei lavoratori». Per Cremaschi, è inoltre
«giunto il momento che anche in Italia i cittadini possano dire no a
quest’Europa. Per questo è giusto che anche in Italia la discussione
sull’Europa sia sottratta alle decisioni di vertice e sia affidata invece
ai cittadini con un referendum».
- Rifiuti. 10 luglio. Il
Parlamento ha approvato ieri il decreto sui rifiuti varato nel maggio
scorso. Lo ha riferito il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
Guido Bertolaso. Il Decreto Legge 90 individua 10 siti in Campania dove
creare altrettante discariche che diverranno “aree di interesse strategico
nazionale” presidiate dall’esercito e stabilisce inoltre la realizzazione
di quattro inceneritori nella regione. Le discariche andrebbero realizzate
a: Sant'Arcangelo Trimonte (Benevento), Savignano Irpino (Avellino),
Chiaiano (Napoli), Macchia Soprana e Valle della Masseria a Serre
(Salerno), Ferrandelle a Santa Maria La Fossa (Caserta), Terzigno (in
località Pozzelle e Cava Vitiello), Pero Spaccone ad Andretta (Avellino) e
Torrione a Caserta. Chiunque si introducesse abusivamente in queste aree,
stabilisce la normativa, sarà punibile con l’arresto e il carcere fino a
un anno, mentre saranno puniti con una pena da uno a cinque anni coloro
che si faranno promotori di disordini. La spazzatura campana continuerà
comunque ad essere inviata anche in altre regioni nell'attesa di
completare il piano per la realizzazione dei termovalorizzatori in aree
come Acerra e Santa Maria La Fossa (Caserta).
- Rifiuti. 10 luglio.
Piane Crati, il paese senza cassonetti che ricicla il 93% dell’immondizia.
Ne parla un articolo di la Repubblica dello scorso 2 luglio. Nel
piccolo centro (meno di duemila abitanti) alle porte di Cosenza i rifiuti
vengono ritirati direttamente a casa, con il porta a porta. Tanti piccoli
contenitori, pieni di materiali rigorosamente selezionati: carta, vetro,
plastica, alluminio, metalli vari e rifiuti speciali, come le batterie,
vengono inviati a centri specializzati. Poco, pochissimo, finisce in
discarica. Proprio oggi Michele Ambrogio, sindaco di Piane Crate, riceverà
a Roma il premio “Riciclone 2008”, patrocinato dal Ministero
dell’Ambiente, che ogni anno seleziona l’ente locale che ha ottenuto il
risultato migliore nella gestione dei rifiuti. «Un premio così
importante dimostra che anche da un piccolissimo comune della Calabria e
del Mezzogiorno possono giungere segnali positivi in materia di cultura
ambientale», ha commentato Ambrogio. Per raggiungere tale risultato è
stato necessario un lavoro di anni. Iniziando dalle scuole e promuovendo
una fitta campagna d'informazione. «I bambini sono stati fondamentali,
il motore che l'amministrazione ha trovato all'interno delle famiglie»,
spiega il sindaco. Poi sono arrivati anche i risultati economici, che
dimostrano come riciclare «oltre ad essere un atto di educazione
civica, sia anche conveniente».
- Rifiuti. 10 luglio. Fino
a pochi anni addietro l’amministrazione portava in discarica oltre 40
tonnellate di spazzatura al mese per un costo che si aggirava intorno ai
duemila euro. Negli ultimi tempi invece i volumi si sono ridotti a meno di
due tonnellate e il paese versa dai 12 ai 15 euro mensili. Spiega il sindaco:
«I miei concittadini, hanno capito la lezione di Napoli e della
Campania e intuito come attraverso una politica attenta e virtuosa della
raccolta differenziata si possa arrivare a risparmiare fino al 20% delle
tasse sui rifiuti». E poi c’è la comodità, niente più sacchetti
maleodoranti accumulati per strada, tutto viene ritirato a domicilio. E
per le emergenze ci sono tre aree nelle quali è possibile lasciare i
rifiuti che eccezionalmente vengono prodotti o che non possono restare in
casa per più di un giorno. «Il prossimo passaggio (…) è quello di far
pagare la tassa dei rifiuti sulla produzione reale. Per ora l'imposta è
calcolata sui metri quadrati delle abitazioni, ma noi vogliamo iniziare a
ragionare sulla quantità». Insomma meno sporchi, meno spendi.
- Banche. 11 luglio. Milano
contro le banche estere. Attraverso un esposto presentato alla Procura di
Milano, sostenuto pure dal sindaco di Milano Letizia Moratti, i
consiglieri comunali del Partito Democratico Davide Corritore e Fabrizio
Spirolazzi intendono far costituire collettivamente parte civile (la
cosiddetta “Class Action”) migliaia di cittadini milanesi contro quattro
banche estere: la statunitense JP Morgan, la tedesca Deutsche Bank, la
svizzera UBS e la Depfa Bank. Oggetto
dell’esposto, i contratti derivati sottoscritti dal Comune di Milano, dal
giugno 2005 ad oggi, con le suddette istituzioni finanziarie estere,
contratti su cui è stato ipotizzato il reato di truffa aggravata nei confronti
di sei dirigenti delle banche (tra cui Gaetano Bassolino, figlio del
governatore della Campania). Nella ricostruzione
fornita alla Procura si argomenta l’esistenza di ingenti commissioni
occulte indebitamente incassate dalle quattro banche a danno del Comune di
Milano. Tali commissioni occulte –secondo una stima dettagliata
allegata all'esposto– potrebbero ammontare ad un cifra superiore a 73
milioni di Euro. La decisione di sottoporre all'attenzione della Procura
l’ipotesi di reato di truffa aggravata e la confisca di beni a carico
delle banche è stata presa dopo avere ravvisato in tutte le operazioni
condotte dal 2005 ad oggi l’applicazione a carico del Comune di
condizioni economiche fortemente peggiorative rispetto ai valori
riscontrabili in pari data sui mercati finanziari. L’obiettivo
prefisso dai due consiglieri è l’annullamento di tali contratti.
- Banche. 11
luglio. Il “maxiderivato” sottoscritto con le
banche –scadenza 2035– aveva inizialmente garantito al Comune di Milano
allora guidato da Gabriele Albertini una liquidità istantanea di circa 1,7
miliardi di euro. Al momento, come riporta Edmondo Rho sul settimanale Panorama,
le perdite potenziali su quel derivato superano i 300 milioni di euro. Che
ovviamente gravano sulle tasche dei cittadini milanesi. Il contratto del
2005 è stato più volte rinegoziato e, in occasione di ognuna delle sei
operazioni per ristrutturare il “maxiderivato”, le banche hanno aumentato
notevolmente i loro guadagni, superando complessivamente i 73 milioni di
euro, secondo i calcoli di Corritore e Spirolazzi. Come scrive Rho, «uno
dei punti su cui si prepara la battaglia legale riguarda le cosiddette
asimmetrie informative tra banche e comune: i derivati sono contratti
molto complessi, tanto che la legge inglese li ha vietati agli enti
locali, considerandoli non dotati della necessaria competenza finanziaria».
Tra l’altro, sempre in tema di “trasparenza democratica”, sembra
che ad autorizzare le rinegoziazioni dei derivati al Comune di Milano
siano stati solo alcuni dirigenti, senza passaggi in giunta e in consiglio
comunale.
- Banche. 11 luglio. Quali
rischi si sono assunti Comuni, Province e Regioni sottoscrivendo i
contratti derivati? Nono esistono stime sulle operazioni con le banche
estere, operazioni che includono i derivati di credito, Credit Default
Swap. Come rileva Finansol.it (finanza solidale), promotrice di una
campagna contro i derivati, «con i CDS i nostri enti territoriali si
sono messi a fare gli assicuratori delle banche: all’inizio hanno
risparmiato, ma l’attuale crisi del credito sta facendo schizzare alle
stelle il prezzo di questi strumenti e sta aprendo altrettanti e
corrispondenti buchi nel loro valore di mercato». Tali contratti,
fatti tra l’altro oggetto di un paio di trasmissioni di Report (su www.report.rai.it
è possibile vederne i video), esploderanno nei bilanci delle
amministrazioni future. «Da Piazza San Marco al monastero di Cassino,
dalla Romagna alla Valle d’Istria, ai piccoli Comuni dell’Umbria di 300
abitanti intrappolati con delle rate che non sanno più come pagare: un
viaggio nelle operazioni dei nostri amministratori, per scoprire quanto
rischia di rimetterci il contribuente e come siamo arrivati a questo.
Intanto in Germania ci sono già diverse cause avviate dagli Enti
territoriali contro le banche per le perdite da derivati, mentre in Gran
Bretagna di derivati gli Enti non ne fanno più uno neanche a morire. E da
noi, che regole servono per combattere gli abusi?».
- Banche. 11 luglio. Secondo
dati del Sole 24Ore, ammontano a più di 30 miliardi
di euro le posizioni degli enti pubblici territoriali (comuni,
province, regioni) in strumenti finanziari derivati a fine 2007. In
rapporto al debito degli enti, queste operazioni arrivano oggi a pesare
quasi il 50%, aumentando dunque di molto i rischi di default (insolvenza)
per le amministrazioni con sempre più precarie situazioni di cassa. Mentre
imprese ed enti pubblici stanno comunque via via riorganizzando la
gestione del proprio portafoglio per ridurre il peso potenziale dei
derivati, aumenta –tra inconsapevolezza e scarso potere contrattuale–
l’esposizione in derivati delle famiglie (+25%). Se la variazione è
grande, il valore assoluto dell’esposizione resta piccolo (in termini
relativi): se oggi si chiudessero tutte le posizioni in derivati, le
famiglie italiane perderebbero circa 204 milioni di euro, “poca cosa”
rispetto ai 30 e passa miliardi complessivi del sistema
italiano.
- Interni. 12 luglio. Servizi
segreti italiani a Guantanamo? È quanto emerge dalla storia di sei
tunisini per anni residenti in Italia, raccontata nel rapporto “I
residenti italiani dimenticati a Guantanamo bay” dell’associazione
Reprieve (www.reprieve.org.uk). Dopo aver subito torture di ogni genere,
nonostante siano stati dichiarati “no longer enemy combatant”, non siano
cioè più considerati un pericolo dalle autorità militari USA, i sei
marciscono nelle celle di Camp 5 e di Camp 6, le due sezioni di massima
sicurezza della prigione, poiché non possono tornare in Tunisia. «Potrebbero
lasciare la prigione domani, se solo il governo italiano li accettasse»,
si sostiene nel rapporto. L’associazione non governativa britannica accusa
inoltre l’Italia di aver concesso il propri rno
USAel rapporto ,nale universitario. ersitaria come l'o spazio aereo
per deportarli a Guantanamo, che agenti italiani siano andati a
interrogarli nel carcere statunitense sull'isola di Cuba e che con le loro
“prove” passate agli statunitensi si è contribuito a far emettere nei loro
confronti pesanti condanne nel loro paese d’origine, la Tunisia, dove, in
caso di rimpatrio, rischierebbero la vita. Dopo un’articolo di Carlo
Bonini in merito pubblicato su la Repubblica, 40 senatori del PD
hanno chiesto al governo un’indagine sul ruolo dell’Italia negli
interrogatori agli uomini. I senatori hanno puntualizzato che il ruolo dei
servizi segreti italiani «sarebbe una seria violazione della
Convenzione contro la tortura e la Convenzione europea sui diritti umani»,
aggiungendo di essere costernati che «tra il 2002 e il 2003,
abbiano avuto luogo delle ‘carcerazioni fuori dalla norma’ a discapito di
sei cittadini tunisini che vivevano legalmente in Italia da anni»
Hanno inoltre preso atto del coinvolgimento del governo italiano basato
anche sul rapporto dove risulta che gli uomini sono stati tradotti a
Guantanamo «su voli che attraversavano lo spazio aereo italiano, con la
complicità, o per lo meno il tacito consenso, delle autorità italiane».
- Interni. 12 luglio. «Questi
centri (Guantanamo e le altre prigioni segrete, ndr) dovrebbero essere
chiusi al più presto possibile, dato che gli episodi lì verificatisi sono
stati condannati dal mondo intero». Così si esprimeva addirittura
Berlusconi del febbraio 2006. Tutto il sistema di “rendition” (trasporto e
consegne illegali dei prigionieri), interrogatori, detenzione segreta,
abusi e sevizie in cella, è una responsabilità anzitutto degli Stati
Uniti. Ma anche gli Stati europei hanno collaborato, tra cui il governo
italiano, che potrebbe quantomeno richiedere i propri residenti, come ha
fatto la Gran Bretagna. In Canada recentemente una sentenza della Corte
suprema ha stabilito che la complicità degli agenti canadesi abbia creato
l’obbligo di assistere i prigionieri interrogati, per riparare al torto
che venne commesso approfittando dell'illegalità vigente a Guantanamo.
L’ultima sentenza della Corte suprema USA potrebbe mettere la parola fine
a quello che Amnesty international ha definito “il gulag dei tempi
moderni”. Il 12 giugno scorso la Corte ha stabilito che i prigionieri
–fino ad allora intrappolati nelle maglie della giustizia militare–
possono fare ricorso contro la propria detenzione presso le corti federali
statunitensi. L’amministrazione Bush potrebbe così essere costretta a
celebrare una serie di processi durante i quali le Corti ordinarie
metterebbero a nudo l’inconsistenza delle “prove” estorte dai servizi
segreti dei Paesi subalterni e in base alle quali, senza che nei loro
confronti sia stato formulato alcun capo d’accusa formale, i prigionieri
sono segregati dal 2002. Al dipartimento di giustizia toccherà depositare
le “prove” presso i tribunali. Un calendario non è ancora stato
approntato, ma i giudici federali potrebbero iniziare a riesaminare le
detenzioni a partire da settembre. Se una corte giudicherà insufficienti
le “prove” contro un prigioniero, questo dovrà essere liberato, ma sarà
l’Amministrazione a decidere dove spedirlo.
- Interni.
13 luglio. Massimo D’Alema «ha lasciato un buon ricordo» negli
Stati Uniti. Lo rammenta Francesco Cossiga in un’intervista sul Corriere
della Sera. In quale circostanza? «Quand’era premier e marciò su
Belgrado a fianco di Bill Clinton. Quelle sono cose che a Washington non
dimenticano».
- Politica economica. 13
luglio. «I soldi non ci sono per nessuno, neanche per il governo».
Lo ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti in un'intervista al Corriere
della Sera. Rispondendo alle critiche del Pd che il deficit di
quest'anno sia sovrastimato e che il governo non mantiene la promessa di
ridurre la pressione fiscale, Tremonti ha risposto che il suo compito
primario è di «difendere il bilancio dello Stato».
- Alitalia. 14 luglio. “Nuova
Alitalia”, profitti ai privati e costi ai cittadini. Secondo le
indiscrezioni pubblicate su La Stampa, a Banca Intesa avrebbero
approntato il “Progetto Fenice” per la compagnia aerea italiana, così
chiamato perché «sono convinti che la nuova Alitalia debba nascere di
fatto da una liquidazione ovvero dalle ceneri del carrozzone che ancora
sorvola i nostri cieli e dalle nozze con la Air One di Carlo Toto. Entrambe
le aziende dovrebbero essere assorbite in una nuova società». In
questa nuova società non verranno ovviamente conferiti i “rami secchi”
della compagnia aerea, da accollare ai contribuenti italiani. «Se il
governo darà carta bianca a Intesa, la strada è tracciata (…) Alitalia
verrebbe divisa fra ciò che di buono ancora ha (flotta, collegamenti,
immobili) dalla zavorra (passività ed esuberi) (…) Gran parte
dell’operazione sarà a carico dello Stato, che pagherà la cassa
integrazione a cinquemila persone (il piano Air France-Klm prevedeva
subito meno della metà dei licenziamenti) e si accollerà parte del debito».
- Interni. 15 luglio. Con
il consenso bipartisan di centrodestra e centrosinistra, le
impronte digitali dei cittadini italiani finiranno nell’archivio FBI. Dal
2010, in ossequio ad una direttiva europea, le impronte digitali dei
cittadini italiani verranno archiviate a Washington nell’ambito del
progetto “Server in the Sky”, voluto dal Federal Bureau of
Investigation con la partecipazione attiva di Inghilterra, Australia,
Canada e Nuova Zelanda, che stante le indiscrezioni del Daily Telegraph
(Sophie Borland, FBI and British police plan global database, 16/01/2008)
raccoglie i dati biometrici (iride, impronte digitali, …) di «potenziali
terroristi». Varata in concomitanza di una martellante campagna
mediatica sui Rom e l’immigrazione clandestina, la schedatura delle
impronte digitali risponde a normative europee varate su pressione di
Washington (vedasi ad esempio i “colloqui” UE-USA del 2004, http://www.eupolitix.com/latestnews/news-article/newsarticle/fingerprinting-eu/).
Mistificata dietro l’equazione “più sicurezza = più controllo”, accettata
supinamente come il costo da pagare per una serenità in queste condizioni
impossibile da ottenere, soprattutto quando ciò si combina con cospicui
tagli alla spesa pubblica per finalità sociali, la vera vittima è la
libertà dei cittadini, destinati ad essere in futuro sempre meno sicuri e
più controllati. Schedatura delle persone tramite la raccolta delle impronte
digitali e in futuro anche del DNA, telecamere onnipresenti e sempre più
sofisticate, esercito nelle strade, infrastrutture presidiate dalle forze
armate, finanziamenti sempre più cospicui destinati agli armamenti,
all’esercito e alle forze dell’ordine, ottenuti attraverso, sono alcuni
degli strumenti di uno “Stato di polizia” che sta assumento connotazioni
sempre più preoccupanti.
- Grandi Opere. 16 luglio. È
stato annunciato ieri l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto nel
2009. Impregilo e Condotte le società beneficiarie di ingenti fondi
pubblici. Come ricorda Antonello Mangano su www.terrelibere.org , « dopo 150
milioni di euro spesi dalla società “Stretto di Messina” dal 1971 in poi,
dopo 126 chili di carte e progetti, dopo l’ultimo bilancio conosciuto di
10 milioni e 767 mila euro c’è oggi l’impegno chiaro del governo nazionale
(Berlusconi: “la prima pietra nel 2009”) e di quello regionale, un appalto
già vinto ed assegnato, una cordata guidata da due delle maggiori ditte di
costruzioni del Paese: Impregilo e Condotte (…) Sembra dunque che,
tolto il non trascurabile aspetto finanziario, non manchi niente
all’apertura dei cantieri. Se però l’appalto fosse riassegnato con uno di
quei colloqui di lavoro dove il candidato presenta il curriculum,
Impregilo avrebbe seri problemi. In pochi ricordano quanto avvenuto negli
ultimi anni, dalla Salerno – Reggio Calabria fino agli inceneritori
campani. Un biglietto da visita imbarazzante che dovrebbe porre più
di un interrogativo…».
- Grandi Opere. 16 luglio. «La
Calabria? Una terra estremamente povera che affoga in un mare di
soldi». Per la costruzione –e spartizione dei relativi fondi– della
Salerno-Reggio Calabria, la Procura di Reggio Calabria avrebbe rilevato
un’alleanza grandi imprese-mafia. « Il 7 luglio 2007, quindici persone
sono arrestate dalla procura di Reggio Calabria con l’accusa di
associazione mafiosa ed estorsione. Secondo i magistrati, le imprese
aggiudicatarie versavano il 3% come “tassa sicurezza cantiere”, e spesso
avrebbero affidato a società di riferimento la fornitura di materiale e
servizi, talvolta con la mediazione di imprenditori insospettabili capaci
di aggirare le informative antimafia. Ogni intervento sui cantieri,
secondo le indagini, era stato spezzettato secondo il criterio della
competenza territoriale: ai Mancuso, il tratto Pizzo Calabro-Serra San
Bruno; ai Pesce, il tratto tra Serre e Rosarno; infine, ai Piromalli la
zona tra Rosarno e Gioia Tauro. Nell’elenco degli indagati c’è il
patriarca Gioacchino Piromalli, 73 anni, vera cerniera tra gli anni '70 e
il 2000 per tutti i lavori pubblici dell’area: dal Centro siderurgico (mai
realizzato) al porto di Gioia Tauro, fino all’autostrada, dalla prima
costruzione agli appalti odierni».
- Grandi Opere. 16 luglio.
«La 'ndrangheta raggiunge tutte le attività», ha dichiarato alla
stampa il procuratore di Reggio Calabria, Franco Scuderi: «Ci sono
facce compiacenti che prestano la loro immagine formalmente pulita per
aggirare la normativa antimafia. Addirittura emerge un quadro secondo cui,
dal Nord, le grandi ditte inviano i loro emissari per mediare con la
'ndrangheta, per ricercare ditte così dette a modo e gradite alle cosche
per ottenere forniture di beni, noli di automezzi». Il presidente
degli industriali calabresi Umberto De Rose ha sostenuto che qui «le
imprese del Nord non hanno dato un buon esempio», denunciando i “due
pesi e due misure” di Confindustria verso i propri iscritti, espulsione
per i piccoli che si arrendono al pizzo, silenzio per le grandi aziende.
Imprese come Impresilo e Condotte («partner fedele di Impregilo dal
Mose alla TAV, dalla Salerno - Reggio Calabria fino al Ponte sullo Stretto»),
si legge nel Decimo Rapporto di Sos Impresa “Le mani della criminalità
sulle imprese”, avevano insediato nelle loro società due uomini che,
secondo gli inquirenti, «da sempre avrebbero avuto a che fare con
esponenti della criminalità organizzata e con imprese di riferimento alle
cosche».
- Grandi Opere. 16 luglio. Il
business rifiuti/inceneritori costituisce un’altra fonte di
colossali profitti per l’Impregilo. «Tutto inizia nel 1997 quando
Antonio Rastrelli, presidente della regione Campania per AN, diventa
commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Sulla base di un
progetto dell’Enea e per conto del ministro dell’Ambiente del primo
governo Prodi, redige il nuovo “piano regionale per i rifiuti solidi
urbani”, che prevede la privatizzazione in blocco del ciclo di smaltimento
degli Rsu». Un piano che porterà «al dominio monopolistico
dell’Impregilo sul trasporto, il trattamento e lo smaltimento dei
rifiuti di tutta la Campania. L’idea è quella di spremere energia
dall'incenerimento delle eco balle, il cosiddetto CDR (combustibile
derivato dai rifiuti)». Un affare colossale a spese della collettività
nazionale. «Alle imprese che si aggiudicano gli appalti infatti il
governo garantisce il pagamento a peso d'oro di ogni tonnellata di
immondizia bruciata e la possibilità di vendere l’energia ad un prezzo
triplo di quello di mercato. Si tratta dei cosiddetti “Cip 6”, introdotti
fin dal 1992 dal comitato interministeriale prezzi, quali incentivi,
pagati dalla collettività con la bolletta dell’Enel (7%), alla produzione
di energia proveniente da “fonti pulite e rinnovabili”».
- Grandi Opere. 16 luglio. Impregilo
attraversa un momento critico quando viene «disposto il mega-sequestro
di 750 milioni di euro a carico della società. Ma il successivo
intervento della Cassazione (dopo una camera di consiglio durata sei ore e
mezza) salva la società». Problemi suscita pure il dramma della
spazzatura napoletana che ha fatto il giro del mondo. «Impregilo
si trova in una difficile situazione: da un lato deve proteggere il suo
investimento, cioè riscuotere dallo Stato, dall’altro rischia un crollo
d’immagine come imputato di primo piano del disastro campano». Niente
paura per i “forti”, comunque. «A fine 2007, si arriva ad una intesa
col Commissario straordinario, che passa sotto il nome burocratico di
“atto ricognitivo” e che stabilisce il diritto del gruppo a vedersi
rimborsati con denaro pubblico i costi sostenuti per realizzare il
termovalorizzatore di Acerra (non ancora ultimato, ma protetto dalla fine
di giugno del 2008 dai militari dell’esercito italiano in quanto “area
strategica nazionale”) e i tre impianti per la produzione di cdr di
Caivano, Giuliano e Tufino. In totale fanno 389 milioni di euro».
- Grandi Opere. 16 luglio.
Mangano in sintesi ricostruisce pure la storia di Impregilo. «La
società vanta numeri da primato: un capitale sociale di 716 milioni di
euro, un portafoglio ordini superiore ai 13 miliardi di euro, oltre 10.000
dipendenti, cantieri aperti in tutto il mondo, dalla Nigeria agli Stati
Uniti fino alla Cina». La sua storia: «Negli anni tra il 1989 e
1990 Fiat Impresit e Cogefar si fusero in Cogefar-Impresit.
Successivamente furono incorporate anche le società Girola e Lodigiani,
diventando Impregilo Spa (Impre-Gi-Lo). Sono gli anni di Tangentopoli in
cui la società è coinvolta a pieno titolo. Successivamente ancora fu
incorporata la società d’ingegneria Castelli e al termine di quel periodo
fu nominato quale presidente del gruppo Franco Carraro, già ministro dello
Spettacolo, sindaco di Roma, presidente del Milan, del CONI e della
Federcalcio fino al 2006 quando si dimette in seguito a “calciopoli”.
Dalla fine del 2005 circa il 30% del capitale sociale è detenuto da Igli
SpA dopo l’esercizio dell’opzione call sulle azioni detenute da Gemina,
controllata dai Romiti. Da febbraio 2007 l’assetto azionario di Igli è
composto in modo paritetico, al 33%, dalle società Argofin (gruppo Gavio),
Autostrade (Famiglia Benetton) e Immobiliare Lombarda (gruppo Ligresti).
Da evidenziare l’importante presenza delle Assicurazioni Generali e ABN
AMRO, ottava banca europea per capitalizzazione ed acquirente del gruppo
Antonveneta».
- Interni. 18 luglio. Prelievo
forzato del DNA per tutti. Il Consiglio dei ministri approva un disegno
di legge che estende la possibilità di ottenere campioni biologici, da cui
poi trarre i profili del DNA, anche a tutti i soggetti che risultano
coinvolti in un’indagine penale pur senza essere formalmente indagati. Il
provvedimento va letto in parallelo con l’istituzione della banca dati del
DNA, che stabiliva il prelievo, anche forzato, nei confronti di tutti i
detenuti. In prospettiva l’archivio sarà alimentato da tre flussi
principali: quello dei reperti individuati sul luogo del delitto o in
luoghi a questo collegati, quello relativo ai profili della popolazione
carceraria e quello costituito dai profili delle persone connesse, o che
l’autorità giudiziaria ritiene siano connesse, alla vicenda criminale. Il
periodo di conservazione dei profili (non dei campioni che dovrebbero
essere subito distrutti) dovrebbe essere di 40 anni.
- Politica economica. 19 luglio. Il governo di centrodestra
rispetterà gli impegni con l’Unione Europea assunti dal governo Prodi. È
quanto ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti,
nell’intervento alla Camera sul decreto contenente la manovra triennale
di stabilizzazione dei conti pubblici, che «allinea il nostro bilancio
allo standard europeo». Nel corso del suo intervento Tremonti rileva
che i conti pubblici italiani sono «apprezzati, valutati, reputati e
considerati da almeno dieci soggetti diversi: dalla Ragioneria generale
dello Stato, dalla Corte dei conti, dall’ISTAT, dalla Banca d’Italia (in
Italia), e dall’EUROSTAT, dalla Commissione europea, dalla Banca centrale
europea, dalle agenzie che reputano i debiti pubblici, dal Fondo monetario
internazionale, dall’OCSE». Il pezzo forte del suo intervento è quando
afferma che in una logica di responsabilità repubblicana, è intenzione
del nostro Governo rispettare gli impegni assunti dall’Italia in Europa
e, in particolare, è intenzione delnostro Governo dare piena e immediata
attuazione agli impegni assunti dal Governo Prodi. “Impegni” che si
svilupperanno «come indicato nella relazione unificata sull’economia
e la finanza pubblica elaborata dal Governo Prodi e presentata in questo
Parlamento il 18 marzo 2008. In essa si legge, tra l’altro, che nel
complesso la politica di bilancio dovrà recuperare risorse per un
ammontare che si stima tra i 20 e i 30 miliardi nel triennio 2009-2011».
- Politica economica. 19
luglio. Sono diverse le influenze esterne sulle misure programmatiche
del governo che si possono trarre dal discorso di Tremonti. In merito alla
“carta sociale”, Tremonti conferma l’intento del governo di «introdurre
nel nostro Paese un sistema simile a quello vigente da decenni negli Stati
Uniti d’America, il cosiddetto food stamp. Esiste da alcuni decenni negli
Stati Uniti d’America, dove esercita una riconosciuta funzione sociale».
Sarebbe da approfondire nel merito il passaggio in cui, in relazione ai
propositi di “rilancio industriale”, Tremonti afferma che «siamo uno
dei primi Paesi in Europa che applica al suo interno, declinandola in
funzione del suo assetto e della sua struttura istituzionale, l’agenda di
Lisbona». In merito ai fondi europei, Tremonti ricorda che «sono
formalmente europei ed originariamente nazionali, ma che l’Europa ritorna
e ristorna, orientandoli per grandi interventi», anche se,
lamenta il ministro, quei fondi sono stati «dispersi e
disarticolati su migliaia di micro-interventi. Questo ha alimentato anche
un pezzo non marginale della clientela politica di questo
Paese. Un conto è fare un grande intervento strutturale, un conto è,
essendo un costruttore, farsi venire in mente una piccola opera municipale
o vicinale, raggiungere l’assessore comunale che va da quello regionale,
che arriva a Roma e porta al CIPE un elenco infinito di micro-opere».
- Politica economica. 19
luglio. Tremonti spende buona parte del suo discorso a perorare
la causa, nucleare a parte, delle “grandi opere” mangia soldi e spala
cemento e di una “banca del Sud” per «la concentrazione in un’unica
sede di una massa enorme di capitali, per grandi scelte strategiche.
Il ministro, premettendo che l’istituto finanziario non verrà finanziato
con soldi pubblici («sono vietati dall’Europa»), rileva che «il
Mezzogiorno d’Italia è l’unica area d’Europa totalmente
debancarizzata», priva di proprie banche locali, territoriali,
autoctone. Il dato, avverte il ministro, «non può essere comunque
considerata una colpa permanente del Mezzogiorno d’Italia. La linea
bancaria si è progressivamente spostata: ancora due anni fa era a Roma,
adesso è a Milano ed è prevedibile che l’anno prossimo sia a Monaco di
Baviera». Ciò lascia prevedere spiacevoli conseguenze per la
piccola impresa. «Non credo che il merito del credito per un piccolo
investimento, per un piccolo imprenditore, possa essere apprezzato
correttamente da soggetti così remoti. L’attività di banca non è solo
l’utilizzo dei computer, la compilazione di formati, l’utilizzo di ratios».
- Politica economica. 19
luglio. A dire del ministro del centrodestra, manca una strategia per
le infrastrutture. Per ovviare a tale pecca, afferma di voler «fare un
uso attivo della Cassa depositi e prestiti. Secondo Tremonti tale
istituto dovrà «provvedere capitali e finanziamenti ma anche e soprattutto,
insieme con altri soggetti, fare la regia delle grandi opere pubbliche che
sono fondamentali per questo Paese. Altri assi portanti dell’azione di
governo del centrodestra saranno le riforme istituzionali: «la riforma
costituzionale sostanziale –la bozza Violante (del centrosinistra, ndr),
sulla quale è in atto una costruttiva discussione– e il federalismo
fiscale. Ho considerato molto importanti, a questo proposito, due
interventi svolti nei giorni scorsi dal Presidente Fini e, oggi, dal
presidente D’Alema. A parte la retorica sulle finalità del federalismo
per «l’avvicinamento quanto più prossimo, quanto più forte possibile,
tra ciò che si amministrata e ciò che si tassa», significativo quando
il ministro afferma che «la scelta federalista sia quella strategica
per ridurre l’evasione fiscale in Italia», altra parola d’ordine del
centrosinistra. «Tutto è possibile in una logica centrale (…) Crediamo
che l’effettivo contrasto all’evasione fiscale possa venire con il
federalismo fiscale, in un Paese che ha 8mila comuni e più di 4milioni di
partite IVA. Già nella legge finanziaria c’è un significativo
potenziamento della partecipazione dei comuni all’accertamento delle
imposte dirette, ma crediamo che la via fondamentale sia quella
territoriale».
- Politica economica. 19
luglio. Altro oggetto di attenzione del centrodestra è il patrimonio
pubblico al fine –così si diceva per giustificare le privatizzazioni di
banche ed industrie statali negli anni Novanta– di riduzione del debito
pubblico. «Nei nostri due programmi elettorali c’è l’ipotesi, è
avanzata l’ipotesi di alienazione di parti importanti del patrimonio
immobiliare. La Repubblica italiana ha un enorme passivo collocato sul
mercato nella forma di titoli di debito, ha un ancora maggiore attivo attualmente
fuori dal mercato: un attivo fatto da beni materiali, immateriali,
regionali, comunali e statali. È molto difficile ipotizzare che tale
enorme patrimonio, credo uno dei più grandi dell’Occidente, possa essere
trasferito sul mercato in blocco, di colpo, soprattutto nelle presenti
condizioni di mercato. Un’ipotesi che facciamo – ma è solo un’ipotesi – è
quella di trasferire tutto il patrimonio pubblico ai comuni, alle regioni
dove si trovano gli immobili, in modo che siano loro a valorizzare questi beni.
In conclusione: nonostante le belle parole contro la speculazione
finanziaria –«se uno cerca di rifarsi delle perdite fatte sulla finanza
speculando sul petrolio, sul grano o sulle materie prime, determinando
impatti sociali negativi nel mondo ed effetti di povertà (…) è
inaccettabile»– dal programma economico di Tremonti non c’è da
aspettarsi niente di nuovo e di buono per il nostro povero Paese.
- Università. 22 luglio. Il
centrodestra contro il sistema nazionale universitario. Associazioni di rappresentanza
universitaria come l’ANDU si riuniscono a Roma per protestare contro la
manovra economica del centrodestra. Sull’università, il Decreto-Legge
112/08 prevede in particolare quattro misure: «1. limitazione al 20 %
del turn over, per gli anni 2009-2011, del personale docente e
tecnico-amministrativo, dopo due anni di blocco dei concorsi; 2. ulteriori
drammatici tagli al Finanziamento pubblico dell'Università; 3. la
prospettiva della privatizzazione degli Atenei attraverso la
lorotrasformazione in Fondazioni; 4. taglio delle retribuzioni dei docenti
e del personale tecnico e amministrativo». Tali misure, rilevano le
associazioni, «determineranno la scomparsa in breve tempo
dell’Università italiana, come sistema pubblico nazionale, previsto e
tutelato dalla Costituzione (…) che invece va riformata e rilanciata nel
suo ruolo –riconosciuto a parole da tutti– di promotrice dello sviluppo
culturale ed economico nazionale». Per rilanciare il sistema
universitario nazionale occorrerebbero «maggiori finanziamenti per
l’Alta formazione e la Ricerca pubbliche (…) allo scopo di consentire a
tutti i docenti di svolgere adeguatamente le loro attività di ricerca e di
insegnamento; maggiori risorse per un reale diritto allo studio; la
riforma dell’Organizzazione del Sistema Universitario Nazionale; il
superamento dell'inaccettabile fenomeno del precariato, attraverso
procedure di reclutamento che premino il merito; la riforma del dottorato
di ricerca, quale terzo livello dell’Istruzione universitaria, qualificandone
l’accesso e il percorso formativo; la riforma della docenza, distinguendo
nettamente il reclutamento dall'avanzamento di carriera, prevedendo per i
neo-assunti una retribuzione più elevata e una reale autonomia
scientifica, anche al fine di arginare la “fuga dei cervelli”».
- Trattato Europeo. 23 luglio.
Il Trattato di Lisbona approvato a “maggioranza bulgara”. Al Senato votano
286 sì su 286 votanti, sul totale di 315 senatori elettivi più 7 a vita.
Né un contrario né un astenuto. L’iter della ratifica terminerà la
settimana prossima alla Camera. Così l’Italia sarà il 24° dei 27 Stati
europei ad aver ratificato (ma senza procedere a consultazioni popolari)
il Trattato che di fatto ripropone quella “Costituzione Europea” bocciata
nel 2005 nei referendum di Francia e Paesi Bassi e nuovamente respinta
quest’anno dal popolo irlandese. Commenta il ministro delle politiche
comunitarie Andrea Ronchi: «è una conferma che tutte le leggi preparate
dal governo Berlusconi sono nello spirito dell’UE e in linea con l’UE».
- Banche. 24 luglio. Aumentano
i Comuni in difficoltà finanziarie con i derivati, scrive Il Sole24Ore.
Tra gli ultimi finiti sotto i riflettori della Corte dei Conti lombarda si
segnalano tre Comuni della Provincia di Pavia, cioè Mortara, Gambolò e
Cassolnovo. È la struttura dei tassi nei contratti stipulati, che li ha
resi più onerosi per i Comuni, a preoccupare la Corte dei Conti lombarda.
Ad esempio il rialzo dell’Euribor –il tasso d’interesse medio con cui le
banche europee si prestano fondi a vicenda, alla base della fissazione
degli interessi nei mutui– ha caricato i Comuni di oneri aggiuntivi. Ma
come si determina l’Euribor? A deciderlo sono le banche (si veda il sito
http://www.euribor.org/html/content/panelbanks.html), in totale autonomia,
legate solo da un “codice di condotta” che le lascia sostanzialmente con
le mani piuttosto libere. È interessante notare che a seguito delle
numerose fusioni ed acquisizioni degli ultimi anni il numero di banche che
partecipano alla formazione del tasso Euribor si è notevolmente ridotto.
In Italia ad esempio sono solo tre: Unicredit, Intesa, MPS. Ma è ancor più
istruttivo sapere che l’Euribor sia salito a causa della crisi finanziaria
innescata dalle insolvenze dei mutui subprime. La crescita dell’Euribor
indica che le banche tra di loro non si fidano: non è infatti
ancora chiaro quante banche e per quale ammontare siano esposte ai
prodotti derivati agganciati ai mutui spazzatura di matrice
statunitense. Le banche dunque alzano i tassi a cui si prestano il denaro.
In sostanza, la crisi finanziaria negli States, date le interconnessioni
esistenti nei mercati finanziari a dominanza statunitense, si riversa pure
in Italia andando ad incidere sul bilancio degli Enti territoriali e sui
mutui a tasso variabile contratti dalle famiglie. Secondo l’Adusbef, le
banche hanno in realtà utilizzato il rialzo dell’Euribor per rifarsi delle
perdite legate alla crisi dei subprime.
- Banche. 25 luglio. Le
cartolarizzazioni dietro l’arresto del presidente della Regione Abruzzo,
Ottaviano del Turco. Al di là della fondatezza dei reati di falsi, abuso
d'ufficio, associazione per delinquere, riciclaggio, corruzione e truffa
aggravata contestati a Del Turco e numerosi membri della giunta regionale,
la vicenda consente di gettare uno sguardo su quelle cartolarizzazioni
(contratte in particolare con istituti finanziari esteri) sempre più
utilizzate dagli Enti territoriali per alleviare temporaneamente le
proprie deficienze finanziarie, dovute in ultima istanza al rispetto dei
vincoli finanziari del Patto di stabilità europeo. La cartolarizzazione
dei crediti sanitari (più precisamente dei fornitori di prestazioni e
servizi delle Asl esternalizzati, dunque debiti delle Asl e della Regione)
risponde infatti all’urgenza di alcune regioni di rinegoziare le
condizioni di pagamento con i propri fornitori medicali e sanitari. Spesso
posti di fronte ad ampie dilazioni di pagamento, i fornitori avevano
infatti cominciato a pretendere il riconoscimento di more e interessi,
imponendo il pagamento per via giudiziaria. Di fronte al rischio di dover
pagare penali elevate, alcuni governi regionali hanno avviato trattative
con i fornitori e le banche di investimento estere al fine di valutare la
possibilità di una ristrutturazione del debito, dunque pagare subito i
creditori evitando decreti ingiuntivi eccetera. La Regione si impegnava
infine a restituire con i pattuti tempi la somma anticipata maggiorata dei
costi bancari. Lazio, Campania, Sicilia, Piemonte ed Abruzzo, le Regioni
con i maggiori disavanzi sanitari, hanno visto così i propri debiti
sanitari “cartolarizzati”.
- Banche. 25 luglio. Le
cartolarizzazioni abruzzesi vengono avviate ai primi di gennaio del 2005,
con l’allora governatore Giovanni Pace (AN) che per “fare cassa” e
ripianare i debiti sanitari, accumulati nel periodo 2001-2004, che le Asl
dovevano pagare alle cliniche private, stabilisce di cartolarizzare
crediti per 336 milioni. Un’altra da 346 milioni sarà portata invece a
termine dal successore Ottaviano Del Turco. La Finanziaria regionale
(Fira) acquista così i crediti sanitari dei privati e li gira a una
società veicolo (Cartesio srl); questa, a sua volta, li rivende ad un
“secondo veicolo”, costituito da un pool di banche che li monetizza
attraverso l’emissione di titoli obbligazionari (garantiti dalla regione)
sul mercato finanziario. A quel punto, realizzata la liquidità necessaria,
la Fira paga i privati: solo però per il 65% del loro valore nominale,
dato che l’operazione è comprensiva anche di commissioni varie più interessi
sui titoli emessi, importi che remunerano le banche e su cui ovviamente
garantisce la Regione (e dunque i suoi cittadini). Su questa vicenda,
secondo le indagini della Guardia di Finanza, si innesterebbe una truffa.
Accanto a crediti vantati per prestazioni regolarmente fatturate e
contabilizzate, vengono infatti inseriti nella cartolarizzazione, grazie a
delle autocertificazioni di comodo che sarebbero state eseguite dallo
studio legale Anello&Partners di Roma (anziché passare attraverso il
vaglio e il consenso della Corte dei Conti), anche «presunti debiti non
riscontrati e non contabilizzati», su cui si sono concentrate le
attenzioni di Guardia di Finanza e magistrati.
- Banche. 25 luglio. Come
in altre vicende in questo Paese, l’attenzione mediatica si incentra i
reati della “casta” politica, vere o meno in questa sede poco importa,
senza interrogarsi sul contesto di dipendenza esterna (Patto di stabilità
europeo, mercato finanziario globale a dominanza statunitense) evidenziato
dal ricorso alle cartolarizzazioni. Le Banche sono il perno del sistema,
divenute grazie alle normative europee il solo mezzo di fatto per ottenere
soldi, e che in questa occasione hanno accettato stranamente di
accollarsi crediti certificati da uno studio privato. Perché? La cartolarizzazione
di beni o crediti di regioni, province e comuni, è l’ennesima leva
finanziaria che le banche usano per emettere strumenti finanziari e
raccogliere fondi tra i risparmiatori. In tale contesto la “casta”
politica è solo un tassello, nemmeno decisivo, del sistema. In ballo,
intanto, rimangono centinaia di milioni di euro di debiti che i cittadini
di questo Paese saranno chiamati a pagare.
- Economia. 27 luglio 2008. Tremonti
denuncia su Il Foglio l’ipocrisia delle regole neoliberiste
europee. Si veda la gestione della crisi finanziaria. «Mentre gli
americani fanno massicci interventi di salvataggio pubblico sulle banche,
gli europei considerano un aiuto di stato vietato l'intervento di
salvataggio di Northern Rock nel Regno Unito». Ma in forte
contraddizione Tremonti rileva che la Banca Centrale Europea, per aiutare
le banche in difficoltà, «con una mano ha erogato liquidità su
vasta scala, con l'altra mano ha accettato a garanzia collaterale
portafogli di crediti di molto incerto valore, denunciando che anche
queste sono politiche di salvataggio occulte». Giulio
Tremonti esprime scetticismo riguardo alla capacità del mercato di
autoregolarsi. Sostiene che da dieci anni è sempre la stessa bolla
finanziaria: «È partita con la new economy, è passata attraverso la
subprime economy e oggi cerca sbocco nelle commodities a partire dal
petrolio». La discesa delle quotazioni di questi ultimi
giorni ne è la prova. «La discesa del prezzo improvvisa come la
salita non esclude ma all'opposto prova la speculazione, che c'è stata e
che comunque c'è ancora. In ogni caso i messaggi
politici contro la speculazione hanno funzionato. Noto che fuori dal
petrolio, sulla Borsa americana sono attualmente vietate le operazioni
short, cioè speculative. Che fine ha fatto il mercato? Le banche sono
nazionalizzate, la speculazione è vietata nel tempio stesso della finanza.
Che i santoni del mercato battano un colpo». E per finire un
altro colpo alla finanza: «C'è più moralità in un prodotto meccanico
che in un prodotto finanziario, in un auto della Fiat che in un future (contratto
derivato, ndr) della Goldman Sachs».
- Banca Centrale
Europea. 28 luglio. Francoforte supina al
«mismanagement monetario e finanziario degli Stati Uniti». Così, in
un criptico articolo, Paolo Savona su Il Messaggero. Partendo dai
dati dell’ammontare delle riserve ufficiali in euro e della quantità di
moneta emessa, Savona si chiede dove finisca l’euro stampato
ricavandone che «la BCE, in barba alle sue ripetute dichiarazioni di
insostenibile incompetenza sul cambio, abbia “servito” le conversioni di
dollari in euro, indebitando implicitamente l’euroarea "per
niente", ossia non per finanziare un eccesso di investimenti rispetto
al risparmio come fanno Stati Uniti e Regno Unito». L’impressione che
si ricava è che la BCE abbia o imprese
ve suil di un sano sviluppo produttivoro domo sua.ri come quelli di
Pomicino li giudico interessanti perchtirato su la valuta USA
scambiando sui mercati euro contro dollari ed investendoli in titoli di
Stato degli USA. In conseguenza di questa operazione, comunque,
l’economista rileva un eccesso di offerta di moneta sulla domanda che si
tradurrà in inflazione destinata a pesare «sulle spalle dei cittadini
europei (…) Le banche e le imprese si salveranno dalla crisi, ma la patata
calda resterà nelle mani della società attraverso un minor potere di
acquisto dei redditi da lavoro e una maggiore disoccupazione». Per Savona urge un cambiamento di politica monetaria. «Non
siamo tra quelli che ritengono necessario che la BCE renda pubbliche le
minute delle sue riunioni, ma siamo altresì convinti che essa debba
rendere pienamente conto delle sue azioni, non come si formano, ma nei
loro impatti sull'economia reale e sui cambi, oltre che sull'inflazione
attesa e realizzata (…) In queste condizioni non si sa da chi la BCE debba
essere indipendente, assumendo in parte le sembianze di un'istituzione
anarchica "di ritorno"».
- Economia. 30 luglio. È
il mercato interno il problema delle imprese italiane. Lo sostiene Marco
Fortis, docente di Economia all’Università Cattolica e direttore della
rivista Edison, commentando dati WTO e Unctad (Congresso per il commercio
e lo sviluppo delle Nazioni Unite) sulle esportazioni italiane. Nonostante
il prezzo del petrolio, il livello dell’euro e la concorrenza cinese,
Fortis, intervistato da Il Foglio, rileva che il sistema delle
piccole e medie imprese italiane delle cosiddette “quattro A”
(abbigliamento, alimentae, arredamento e automazione automatica), che «vale
più della finanza post industriale degli Stati Uniti», non solo tiene
le posizioni, ma vede crescere il livello delle proprie esportazioni,
negli ultimi quattro anni cresciute di oltre il 30%. «Siamo competitivi
all’estero, ma purtroppo l’export è solamente un quinto del nostro PIL. Il
mercato più importante per le imprese italiane è quello interno»,
rileva Fortis. L’aumento delle esportazioni non è sufficiente a bilanciare
il crollo dei consumi (penalizzati sia dall’introduzione dell’euro che
dall’alto costo del petrolio), che nella composizione del PIL
rappresentano il 60% della domanda aggregata (consumi, +
investimenti + spesa pubblica + esportazioni nette). I problemi
dell’economia italiana risiedono dunque nella domanda interna stagnante,
ad esempio nella spesa pubblica «negli ultimi anni (…) scesa insieme al
potere di acquisto dei cittadini».
- Economia. 30 luglio. Al
di là degli intenti di Fortis, le sue constatazioni sono un duro atto di
accusa verso quel “Washington Consensus” (rigore fiscale mirato al
pareggio di bilancio, riduzione spesa pubblica a fini sociali,
liberalizzazioni e privatizzazioni, apertura ai capitali esteri) veicolato
dall’Unione Europea. Non si può non imputare al rispetto del Patto di
stabilità europeo la riduzione degli investimenti e dei consumi interni a
cui accenna Fortis. Di certo non favorisce le piccole e medie imprese
italiane nemmeno la rivalutazione dell’euro (che penalizza le esportazioni
e promuove le delocalizzazioni all’estero) e la larga apertura alle merci
cinesi. Per non parlare dell’oppressione di un sistema bancario
finalizzato al profitto, così come prescritto da direttive europee, che ha
piazzato proprio tra il sistema imprenditoriale molti di quei derivati che
stanno destando seri allarmi sia nei loro bilanci che in quelli degli Enti
territoriali. In tale contesto è dunque contraddittorio sostenere, come fa
lo stesso Fortis su l’Avvenire (27 giugno), da un lato auspicare un
aumento della domanda interna in Italia e dall’altro affermare che «lo
stimolo alla crescita può venire direttamente da Bruxelles, dove i conti
sono in ordine e si possono avviare grandi manovre economiche. Penso ad
esempio all’emissione di titoli europei per sostenere investimenti
infrastrutturali che spingano anche la spesa pubblica in chiave produttiva
e diano dunque slancio alla domanda interna». Auspicare un intervento
europeo sulla “crescita capitalistica” significa non aver fatto i conti
con un decennio e passa di rigore finanziario neoliberista e le sue
strutturali ragioni, con la Commissione Europea a pressare con
tagli alla spesa e la Banca Centrale Europea pronta ad emettere euro solo
per sostenere il sistema finanziario internazionale.
- Economia. 31 luglio. L’Italia
è al secondo posto dopo la Germania tra i Paesi più competitivi nel
commercio mondiale. Lo sostiene su Libero Mercato Giuseppe
Bortolussi, Segretario CGIA Mestre (Associazione Artigiani e Piccole
imprese). In base ad una ricerca della Fondazione Edison basata su dati
ONU e WTO, l’Italia risulta leader mondiale nel tessile/abbigliamento;
seconda nella meccanica non elettronica, nella meccanica elettrica,
nell’occhialeria e oreficeria e nei manufatti di base (prodotti in
metallo, marmi, piastrelle in ceramica, eccetera); terza negli alimentari
trasformati (vini, eccetera). «Per dimensionare il fenomeno dal punto
di vista economico i quattro settori del made (alimentari, abbigliamento,
arredo e automazione meccanica) hano registrato nel 2007 un saldo
commerciale (cioè la differenza tra export ed import) di ben 113 miliardi
di euro. Questo è il mondo produttivo dei distretti industriali fatto di
piccole e micro aziende che in questi ultimi anni hanno saputo superare la
crisi puntando su produzioni sempre più di nicchia ad alto contenuto
innovativo», sostiene Bortolussi. «Per contro i settori dove
regna la grande impresa o quella poca che è rimasta nel nostro paese (come
l’energia, il settore dell’auto, la chimica, l’elettronica, eccetera)
registrano da anni un deficit commerciale storico di quasi 120 miliardi di
euro». Se ne ricava, conclude Bortolussi, che la piccola impresa «è
il motore economico del Paese», nonostante le «difficoltà
congiunturali legate al caro petrolio ed ai cambi sfavorevoli, una
pressione fiscale tra le più elevate d’Europa».
- Trattato Europeo. 31 luglio.
La Camera piega la testa all’Unione Europea ed approva all’unanimità il
Trattato di Lisbona. A nome dell’Esecutivo, Berlusconi esprime «la
grande soddisfazione per il voto all’unanimità della Camera che ha
completato il processo di ratifica parlamentare dell’Italia del Trattato
di Lisbona».
- Agricoltura. 31 luglio. «La
rigidità americana ha fatto saltare tutto». Lo afferma con rammarico a
Il Sole 24Ore il Commissario Europeo al Commercio, Peter Mandelson,
in merito al fallimento del “Doha round” sulla liberalizzazione del
commercio agricolo. Secondo Mandelson gli Stati Uniti «erano persuasi
di dover essere premiati, con un maggiore accesso al mercato agricolo
dei paesi emergenti, per la riforma del loro sistema di sovvenzione (…)
Non potevano aspettarsi che gli emergenti abbassassero le loro tariffe
perché loro riducevano i propri sussidi. Non stava in piedi. E non ha
funzionato». Mandelson rileva che India, Cina ed altri Paesi
“in via di sviluppo” erano pronti ad aprire i loro mercati alle
multinazionali agro-alimentari europee e statunitensi, «però hanno
fissato delle linee rosse da non oltrepassare, esattamente come Europa e
Stati Uniti (…) le liberalizzazioni non possono essere improvvisate,
devono procedere in modo graduale. Gli Stati Uniti avrebbero dovuto
capirlo».
- Agricoltura. 31 luglio. Il
punto specifico su cui è naufragato l’ottavo “Doha round” (negoziato
commerciale multilaterale WTO svoltosi a Ginevra, che prende il nome della
capitale del Qatar dove fu lanciato nel novembre 2001) è stata la
protezione dei piccoli contadini indiani e cinesi. Come scrive Maurizio
Ricci su la Repubblica di ieri, «Nuova Delhi, con il sostegno di
Pechino, reclamava la possibilità di aumentare i propri dazi agricoli nel
caso di un aumento anomalo delle importazioni (10%, soglia ritenuta
bassa da Washington che proponeva il 40%, ndr), che togliesse troppo
spazio alle centinaia di milioni (in Cina i piccoli contadini sono 800
milioni) di produttori nazionali». Un punto che ha costituito la
classica “goccia che fa traboccare il vaso”, essendosi andato a sommare ad
altri «veti incrociati. Soprattutto, in termini generali, non ha
funzionato l’abituale scambio agricoltura-industria».
- Agricoltura. 31 luglio. L’impostazione
di partenza dei “Doha Round” era di concedere l’apertura dei mercati dei
maggior Paesi capitalisticamente avanzati alle monocolture dei “paesi in
via di sviluppo” in cambio della loro corrispondente apertura ai beni
industriali e prodotti finanziari del cosiddetto “Occidente”. «Ma in
sette anni, il panorama mondiale è rivoluzionato. La Cina è diventata il
maggior esportatore mondiale e il cuore dell’industria manifatturiera
globale si è spostato (…) in Cina, in India, in Brasile». Secondo
Ricci, si è arrivati al paradosso che mentre l’Unione Europea dimezzava i
propri dazi sulle importazioni di beni industriali, Cina India e Brasile
li abbassavano di poco, inoltre esentando vari settori dal taglio delle
tariffe. In termini puramente economici, non cambia comunque
sostanzialmente niente, sostiene Ricci. «In realtà, negli anni scorsi
Paesi ricchi e Paesi emergenti hanno già drasticamente tagliato i propri
dazi: oggi alla dogana si paga, in media, nel mondo, il 7%. Cioè già di
meno di quanto si doveva concordare a Ginevra. Per questo, il fallimento
del negoziato ha un valore più psicologico che economico. La trattativa
del Doha Round riguardava, infatti, nella maggior parte dei casi, la
tariffa massia applicabile, non sempre (vedi l’auto), ma spesso superiore
a quella oggi applicata. Un accordo, dunque, serviva ad impedire che, in
futuro, questi dazi venissero di colpo moltiplicati, rispetto ai livelli
attuali».
- Agricoltura. 31 luglio. In
tal senso, il fallimento dei negoziati costituisce un ulteriore colpo all’ideologia
della globalizzazione”, come si evince anche dalla crisi alimentare, che «ha
mostrato quanto, a livello nazionale, possa essere pericoloso affidarsi
alle forniture dall’estero per il proprio fabbisogno alimentare», o
dall’impennata del prezzo del petrolio, che «sta mettendo in dubbio la
razionalità delle scelte di delocalizzazione industriale».
Nell’immediato, tre sono per Ricci le vittime del fallimento di Ginevra:
il WTO, che perde di credibilità; la Cina, «che partecipava, per la
prima volta direttamente, al negoziato commerciale globale e che ne esce
con un nulla di fatto»; L’Unione Europea. «Il WTO è l’unica sede in
cui il rappresentante della Commissione di Bruxelles parla e tratta a nome
di tutti i paesi membri (penalizzando tutti, ndr). Un successo
avrebbe rafforzato la spinta ad una gestione sovranazionale della politica
europea». Beh, ogni tanto una buona notizia…
- Agricoltura. 31 luglio. La
Val Padana abbandonata alla vegetazione spontanea se la posizione
italo-francese venisse sconfitta nelle trattative per la liberalizzazione
del commercio di prodotti agricoli. Lo scrive Panorama economy
richiamando il pensiero del ministro all’agricoltura Zaia. «La forza
produttiva e la competitività commerciale di alcuni Paesi produttori di
cerali e ortofrutta è tale da mandare immediatamente fuori mercato le
colture europee e affidare unicamente al welfare le sorti degli addetti
del nostro settore agricolo e comunque alla spesa pubblica gli
ndispensabili interventi per la tutela del territorio. I disastri causati
dalla globalizzazione senza se e senza ma (e senza limiti) non hanno
ancora insegnato nulla al mondo?».
- Agricoltura. 31 luglio. «Sono
molto contento. Mi considero uno dei sostenitori del fallimento». Per
il ministro dell’agricoltura Luca Zaia, il fallimento dei negoziati WTO
rappresentano uno scampato pericolo. Si sarebbe verificata un’invasione di
monocolture dai “paesi emergenti” che avrebbero portato in futuro alla
scomparsa di molte produzioni nostrane e quindi all’impennata dei prezzi.
«L’agricoltura è come la difesa, è strategica, non possiamo dipendere
per il cibo dall’estero», afferma Zaia, che esprime anche critiche
sulla politica agraria europea. «Finora decenni di programmazione
sbagliata, basata sulle quote di produzione, hanno prodotto un deficit su
cibi base come latte e cereali».