Italia. Ragioni dell’in/dipendenza
(Maggio 2008)
(Archivio)
· Aumento del prezzo del petrolio e
speculazione finanziaria (5 e 6 maggio). Effetti della dipendenza. Con un
occhio anche ai "mutui subprime" (8 maggio).
· Come la Banca Centrale Europea indirizza
la politica economica e sociale italiana. Cfr. 1, 5, 6, 8, 12, 20, 30.
Paradigmatica la dichiarazione del presidente della BCE, Jean Claude Trichet (8
maggio).
· L'Unione Europea vettore anche
dell'americanizzazione militare dei paesi europei (1 e 3 maggio). I dati e i
costi dell'occupazione militare USA in Italia (2 e 3 maggio).
· George Soros e la AS Roma: quali le
finalità politiche dello speculatore finanziario statunitense (26 maggio)?
- Unione
Europea / BCE. 1 maggio. Euro troppo forte, guai per l’Italia. Secondo
il New York Times, l’avvento dell’euro ha messo in forte difficoltà
il “Club Med”, cioè Grecia, Portogallo, Italia e Spagna, alle prese con
inflazione in crescita e rapporto debito pubblico / PIL in aumento anche
per le minori esportazioni causate dal cambio sopravvalutato dell’euro. «Prendiamo
l’Italia, forse l’economia più debole d’Europa: alti costi del lavoro (sic!,
ndr), esportazioni in calo e un debito pubblico gigantesco. Il vecchio
rimedio sarebbe stato svalutare la lira. Adesso, incatenata al potente
euro, non può. Probabilmente dovrà sopportare la recessione e l'aumento
della disoccupazione», scrive il quotidiano USA. Se la Banca Centrale
Europea abbassasse i tassi d’interesse, «probabilmente sgonfierebbe un
pò l'euro e faciliterebbe all'Italia la vendita del suo vino e delle sue
scarpe». In Italia e in altri paesi meridionali, scrive il New York
Times, «secondo gli esperti, dato il disagio crescente, è
sorprendente che non ci sia maggiore dissenso», e ricorda come nel
2005 Roberto Maroni avesse lanciato un appello al ritorno alla lira: «fu
tacitato anche dai membri del governo Berlusconi». Il quotidiano
statunitense nota infine che «i rigori della vita con l’euro potrebbero
comunque impedire al club di crescere. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca
e altri paesi est europei una volta speravano di adottare la moneta unica
in fretta dopo l’adesione. Adesso molti aspetteranno fino al 2012.
L’Unione monetaria sarà anche durevole ma non è molto amata».
- U.S.A./NATO/UE.
1 maggio. L’Unione Europea sarà «integrata» nella NATO. È
l’indirizzo strategico affermato due mesi fa al German Marshall Fund
di Bruxelles (istituto promotore di svariati progetti “transatlantici” tra
Stati Uniti ed Unione Europea in politica estera, economia, eccetera) dal
segretario generale della NATO, De Hoop Scheffer. «Sono convinto che
prendere sul serio la riforma della NATO significa cercare maggiori
sinergie con l’Unione Europea», ha dichiarato l’olandese, «voglio
vedere molta messa in comune delle nostre capacità (di NATO ed UE,
ndr), specialmente in aree come trasporti ed elicotteri, ricerca e
sviluppo, addestramento». De Hoop Scheffer dà quindi appuntamento al
prossimo vertice NATO 2009 (in cui si celebrerà il 60° anniversario
dell’Alleanza Atlantica) per la presentazione di tale riforma volta
ad ottimizzare spese e dispositivi militari in funzione delle strategie
imperiali USA. «Con un nuovo presidente USA in carica, un nuovo
atteggiamento francese verso la NATO e una nuova dinamica nel processo di
integrazione europea (un probabile riferimento al Trattato UE di
Lisbona, ndr), penso che il futuro vertice 2009 produrrà un breve ma
incisivo documento che riaffermi i duraturi fondamenti della cooperazione
transatlantica nella sicurezza, e delinei i parametri basilari del nuovo
Concetto Strategico».
- U.S.A./NATO/UE.
1 maggio. L’integrazione dell’Unione Europea in un’”alleanza” militare
come la NATO, sempre più usata come forza di aggressione in ogni parte del
mondo, è un evento significativo ed inquietante. La discussione sul nuovo
concetto strategico NATO, peraltro, va di pari passo con l’approvazione in
sordina, nell’assordante silenzio dei media e senza prevedere la
consultazione della volontà popolare, del nuovo Trattato UE di Lisbona. Il
nuovo Trattato, in realtà la riproposizione sotto altre vesti della
cosiddetta “Costituzione Europea” bocciata nel 2005 con una consultazione
referendaria in Francia ed Olanda, tra le altre cose prevede che la
politica di “difesa” degli Stati membri dev’essere compatibile con quella
della NATO. In uno scenario geopolitico caratterizzato dall’invadenza
aggressiva di Washington, in ultima istanza volta a fronteggiare
l’espansionismo dei rivali Russia e Cina, l’Unione Europea si presenta
sempre più come «cortile di casa» degli USA, con gli Stati membri
chiamati ad eseguire le direttive strategiche USA ed a contribuire con
uomini e mezzi finanziari (in un contesto dove contraddittoriamente si
proclama che non ci sono risorse per alimentare la spesa sociale).
- U.S.A./NATO/UE.
1 maggio. Un ancor più stretto “coinvolgimento” dell’Unione Europea
nelle strategie imperialiste USA era stato in precedenza chiesto anche
dall’ambasciatrice statunitense alla NATO, Victoria Nuland. In due
discorsi tenuti a Londra e Parigi (22 e 25 febbraio 2008), disponibili in
francese sul sito diploweb.com e tradotti in italiano su
www.ripensaremarx.splinder.com, la Nuland auspica una nuova “Unione
transatlantica” (ovviamente a guida USA) in cui l’Europa della difesa,
coordinata con la NATO, costituisca un fondamentale pilastro. In questi
progetti l’Unione Europa è vista dunque come il principale “alleato” /
subalterno statunitense, pronta a sobbarcarsi le responsabilità militari e
logistiche, con relativo dispendio di uomini e risorse finanziarie,
chieste da Washington per la messa in atto delle proprie strategie. «Gli
Stati Uniti ed il Regno Unito non hanno soltanto bisogno uno dell’altro,
ma hanno bisogno di un’Europa forte (…) di una capacità di difesa europea
più forte e più potente (…) Negli Stati Uniti, abbiamo bisogno di
un’Europa che sia il più possibile unita, pronta a fare tutta la sua parte
per difendere la nostra sicurezza comune e promuovere i nostri valori
condivisi (così come in Iraq ed Afghanistan, per citare solo gli
ultimi esempi, ndr?)». L’ambasciatrice parla dunque di “sfide comuni”che
attendono USA ed Unione Europea, citando i soliti «terrorismo»
e «armi di distruzione di massa» (senza rilevare che di entrambi
gli Stati Uniti sono primo produttore ed esportatore), ma anche un non
specificato «estremismo violento» e la «necessità di ridurre la
nostra dipendenza verso l'energia fossile», puntando il dito, seppur
con termini diplomatici improntati alla ricerca di “cooperazione”, su
Russia, Iran e Cina.
- U.S.A./NATO/UE.
1 maggio. L’ambasciatrice stila quindi un bilancio dell’attuale
capacità militare europea, rilevando dal suo punto di vista gli elementi
positivi ma evidenziandone anche i “punti deboli”. «Con quindici
missioni su tre continenti, l’UE ha provato la sua capacità di costituire
un insieme più grande della somma delle sue parti. Oggi, l’UE fornisce
aiuti allo sviluppo, ai diritti umani, ai programmi anticorruzione, agli
istruttori di polizia (…) La Gran Bretagna è stata la nazione pilota per
la costruzione di queste capacità nell’UE (…) a prova di ciò, la missione
civile-militare dell’UE in Bosnia, le missioni di polizia a Timor Est ed a
Rafah, e gli sforzi di mantenimento della pace in Ciad». È dal punto
di vista della struttura militare che cominciano per l’ambasciatrice USA
le note dolenti: «In Ciad, le nazioni europee che partecipano alla
missione scoprono che anche per organizzare un'operazione modesta di
sostegno della pace occorrono elicotteri di manovra, aerei da trasporto a
lungo raggio d'azione, mezzi sofisticati di informazioni, di sorveglianza
e di riconoscimento, mezzi di comunicazione moderni ed interoperabili.
Tutto l’aiuto allo sviluppo del mondo, tutto il sostegno alla buona
gestione e tutti gli addestramenti di polizia del mondo non servono a
nulla se inizialmente non potete fornire la sicurezza alle persone che
cercate di aiutare (sic!, ndr). L’organizzazione che servo, la
NATO, trae gli stessi insegnamenti in Afghanistan (doppio sic!, ndr)».
Le sfide future di Washington richiedono perciò un incremento delle
spese militari per «migliorare i mezzi militari europei collocati in
settori trascurati come quelli degli elicotteri, i droni, le forze
speciali; disporre di comunicazioni interoperabili e di soldati addestrati
alla lotta antiribellione», e l’ottimizzazione delle risorse
disponibili: «abbiamo bisogno di uno spazio dove possiamo pianificare
ed addestrarci a tali missioni, come un’unica famiglia UE-NATO». La
Nuland insiste infine sul fatto che Washington necessita «di un’UE più
forte (…) di una NATO più forte (…) gli americani ed i britannici non
possono continuare a portare tale parte della responsabilità globale senza
ulteriore aiuto dei nostri alleati ed amici».
- U.S.A./NATO/Italia.
2 maggio. L’Italia come avamposto militare del Pentagono. Su il
Manifesto dello scorso mese Manlio Dinucci snocciola tra i dati del Base
Structure Report quelli relativi al peso militare statunitense in
Italia. Nel nostro paese, secondo il Rapporto, le forze armate
statunitensi hanno importanti installazioni in 41 siti (cui se ne
aggiungono 57 minori): qui posseggono 1593 edifici con una superficie
totale di oltre 900mila m2, più altri 1348 in affitto o concessione. Il
Pentagono è dunque uno dei maggiori proprietari immobiliari del nostro
paese. Tutte queste basi, nel quadro del riallineamento strategico, stanno
acquistando crescente importanza. Lo dimostra la decisione di raddoppiare
la base di Vicenza, avallata dal governo Prodi e ora confermata dagli
appalti alle «cooperative rosse»: da qui opera la Squadra di
combattimento 173a brigata aviotrasportata, l’unica unità aviotrasportata
e forza di risposta rapida del Comando europeo degli Stati Uniti, la cui
missione è «promuovere gli interessi statunitensi in Europa, Africa e
Medio Oriente». Nel 2005 è stato inoltre trasferito da Londra a Napoli
il Fleet and Industrial Supply Center (Fisc), il centro logistico
delle forze navali USA in Europa. Altrettanto importante è il
potenziamento della base di Sigonella. Sempre nel 2005 è entrato in
funzione a Sigonella il Global Broadcast Service, che trasmette
alle unità di combattimento le informazioni satellitari. Nel 2007 è stato
annunciato che a Sigonella sarà installata anche una delle 4 stazioni
terrestri (le altre saranno negli USA e in Australia) di un nuovo sistema
di comunicazioni della marina statunitense: il Muos (Mobile User
Objective System), formato da una costellazione di satelliti
geosincroni, che collegherà con comunicazioni radio, video e trasmissione
dati ad altissima frequenza, le unità di superficie, i sottomarini, i
cacciabombardieri, i missili, gli aerei senza pilota, i centri di
intelligence, in qualsiasi parte del mondo si trovino. Con l’installazione
del Muos, la base di Sigonella è destinata a svolgere ulteriori ruoli
anche nel programma dello «scudo» antimissili che gli USA vogliono
estendere all’Europa: il governo italiano vi ha aderito firmando
segretamente al Pentagono, nel febbraio 2007, un accordo-quadro per mano
del ministro della difesa Arturo Parisi.
- U.S.A./NATO/Italia.
2 maggio. Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce
nella misura del 41%) servono non solo alla «proiezione di potenza»
USA verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni globali nella
strategia USA. Queste basi (cui si aggiungono quelle NATO sempre sotto
comando USA) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono
sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate
dipende non da Roma ma da Washington. Così, sulla scia del riorientamento
strategico USA, è cambiato, a partire dalla prima guerra del Golfo, il
ruolo delle forze armate italiane. Come spiega il capo di stato maggiore
della difesa, loro compito è oggi la «difesa degli interessi vitali del
paese» nelle aree di «interesse strategico» che comprendono
Balcani, Europa orientale, Caucaso, Africa settentrionale, Corno d’Africa
e Golfo Persico. A tal fine si sta realizzando uno «strumento
proiettabile», dotato di spiccata capacità «expeditionary»
coerente con il «livello di ambizione nazionale». Fuor di
prolissità: l’Italia si attrezza per la «proiezione di potenza»
statunitense.
- U.S.A./NATO/Italia.
2 maggio. Tutto questo costa. La spesa militare italiana, già
all’ottavo posto mondiale come ammontare e al sesto come spesa pro-capite,
continua ad aumentare. Nelle ultime due finanziarie è cresciuta
complessivamente del 23%, raggiungendo i 23,5 miliardi di euro. Anche in
Italia, come negli USA, tale continuo aumento è stato reso possibile da
una politica bipartisan, portata avanti prima dal governo
Berlusconi, quindi da quello Prodi. Emblematica la partecipazione italiana
al costosissimo programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter,
ribattezzato F-35 Lightning: il primo memorandum d’intesa è stato firmato
nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002 dal governo Berlusconi;
il terzo, nel 2007 dal governo Prodi. Il Joint Strike Fighter è un caccia
multiruolo, efficace strumento di guerra concepito per tutte le missioni
di attacco. Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a
versare un miliardo di dollari, a cui si aggiungerà il costo per
l’acquisizione degli aerei, che «comporterà per l’Italia un impegno
stimato in circa 11 miliardi di dollari». Si tratta appunto di
“stime”, perché il costo di tutti i sistemi d’arma aumenta in
continuazione. Un salasso per le casse pubbliche, a cui vanno aggiunti i
circa 7 miliardi di euro per acquistare 121 Eurofighter Typhoon, il caccia
europeo che l’Italia sta costruendo (insieme a Gran Bretagna, Germania e
Spagna) mentre allo stesso tempo partecipa alla realizzazione del caccia
statunitense, concorrente di quello europeo. Ingenti profitti godranno
invece le società –Avio, Piaggio, Galileo avionica, Oto Melara e altre–
legate alla costruzione del caccia, definito «un fulmine che colpirà il
nemico con forza distruttiva e inaspettatamente» nel quadro della
strategia statunitense della “guerra preventiva”, a cui l'Italia viene
sempre più legata.
- U.S.A./NATO/UE.
3 maggio. SI alla realizzazione in Europa del sistema di difesa/offesa
antimissilistico (comunemente noto come “Scudo anti missilistico”, BMD)
voluto da Washington: è la decisione più importante sul piano strategico
del vertice NATO di Bucarest (2-3 aprile). Il sistema missilistico è
infatti cruciale per il dominio geopolitico USA nel XXI secolo. Lo
“Scudo”, costituito da radar e missili, è finalizzato alla intercettazione
e distruzione dei missili balistici nemici sia nella fase di lancio che in
quelle intermedia e terminale. Ufficialmente dovrebbe servire a proteggere
gli Stati Uniti e l’Europa stessa dalle testate nucleari degli “Stati
canaglia” Corea del Nord ed Iran. Ma, a prescindere dal fatto che nessuno
di questi paesi è dotato di missili balistici in grado di minacciare Stati
Uniti ed Europa, un atto del genere fornirebbe a Washington un pretesto
per poter addirittura incenerire i due Paesi in questione. E poi, se la
Corea del Nord volesse colpire gli Stati Uniti, lancerebbe i suoi missili
non certo verso ovest, al di sopra dell’Europa. E ancora: se fosse vero
che l'obiettivo è neutralizzare i missili iraniani, occorrebbe installare
i missili intercettori in Turchia o altri paesi limitrofi...
- U.S.A./NATO/UE.
3 maggio. Le vera finalità dello “Scudo” sono invece due, di diverso
grado: un consolidamento, anche attraverso l’installazione di una rete di
sofisticati centri di intelligence, del dominio sull’intero territorio
europeo, e soprattutto il dominio dello spazio, che garantirebbe a
Washington decenni e decenni di superiorità militare sui futuri
antagonisti globali. Il BMD (il programma missilistico), ancora lontano
dall’essere affidabile, come dimostra il fallimento di diversi test,
permette infatti di sviluppare le tecnologie per il dominio globale dello
spazio, le stesse richieste dall’intercettazione di un missile. La
realizzazione di uno “Scudo” anti-missili affidabile costituirebbe inoltre
un sistema non di difesa, bensì di offesa: Washington sarebbe infatti in
grado di lanciare un “first strike” (“primo colpo”) contro un paese dotato
anch’esso di armi nucleari contando sulla capacità del sistema di
neutralizzare o quantomeno attenuare gli effetti di una eventuale
rappresaglia. Al momento, comunque, diversi analisti ritengono lo “Scudo”
inefficace nel fronteggiare una eventuale risposta missilistica russa. Ciò
non di meno, per i suoi risvolti tecnologici, il sistema BND è per
Washington uno strumento fondamentale per la preparazione delle guerre del
futuro. Il dispiegamento in Europa dello “scudo” costituisce dunque una
vittoria di straordinaria portata per Washington sul piano politico,
diplomatico e strategico, ottenuta superando la fortissima opposizione
della Russia e in una fase in cui molti membri europei della NATO sono
sempre più preoccupati di mantenere buone relazioni con la Russia sul
piano economico e delle forniture di energia. La decisione costituisce
altresì un cambiamento a 360 gradi della dottrina militare della NATO, dal
principio della deterrenza nucleare tramite la minaccia della distruzione
reciproca (Mutually Assured Destruction, MAD) a quello opposto della
difesa/offesa antimissile contro armi a media lunga portata
(intermediate-range ballistic missile, IRBM, e intercontinental ballistic
missile, ICBM). È stato in ossequio al principio della deterrenza che USA
e URSS avevano stipulato nel 1972 il Trattato ABM che proibiva tali
sistemi, principio che l’amministrazione Bush ha affossato nel 2002 con la
denuncia unilaterale dal Trattato. Siamo quindi di fronte a un cambiamento
epocale.
- U.S.A./NATO/UE.
3 maggio. Entrando nel dettaglio, la NATO dice sì all’insediamento del
cosiddetto “Terzo Sito” (in aggiunta ai due già esistenti a Fort Greeley
in Alaska e Vandenberg Afb in California), che dovrebbe comprendere una
stazione radar nella Repubblica Ceca e una batteria di missili
intercettori in Polonia. La NATO non solo avalla il piano, ma ha anche
indicato che il “Terzo Sito” deve essere visto come facente parte del
sistema di sicurezza collettivo dell’Alleanza. Affermando che «la
difesa antimissile si inquadra nella risposta complessiva alle minacce
contro il territorio e la popolazione degli Alleati», la NATO sta
scientemente abbandonando i principi di deterrenza per allinearsi alle
nuove politiche di "sicurezza" espresse nella National
Security Policy dell’amministrazione Bush (fondata anche sulla
dottrina e la pratica della guerra preventiva), e che hanno appunto
comportato la denuncia unilaterale statunitense del trattato ABM e la
decisione di dispiegare un sistema BMD. La NATO ha deciso –ma senza che
l’opinione pubblica e gli stessi parlamenti degli Stati membri siano stati
consultati o anche solo informati– di adeguarsi ai concetti strategici
formulati dall’amministrazione Bush. L’era della deterrenza si chiude e si
apre quella della difesa/offesa antimissile, preludio a nuove guerre
statunitensi.
- U.S.A./NATO/UE.
3 maggio. Con la dichiarazione finale NATO, quel “Terzo Sito” che
aveva sollevato più di un dubbio all’interno di vari Paesi europei, viene
adesso definito un beneficio per l’Alleanza in quanto tale. Quali
“promesse” (o minacce?) gli Stati Uniti hanno messo sul tavolo per
arrivare a una tale unanimità? Le implicazioni non sono di poco conto. Sul
piano pratico, il “Terzo Sito” è strettamente inserito nel sistema:
l’intero sistema di stazioni radar e postazioni missilistiche dipende
infatti dalla catena di comando che fa capo al presidente degli Stati
Uniti. In precedenza, il sottosegretario USA alla difesa Eric Edelman
aveva puntualizzato che «per la difesa missilistica, i tempi sono oggi
molto più brevi di quanto fossero durante la guerra fredda. Allora avevamo
30 minuti per decidere la risposta. Oggi, a seconda delle circostanze,
abbiamo una finestra tra 2 e forse 12 minuti». Quindi, «i
protocolli di esecuzione sono preprogrammati nel sistema», che
funzionerà al di fuori di qualsiasi decisione o consenso da parte dei
governi ceco o polacco di turno, in balìa dei «protocolli di esecuzione
preprogrammati» dal Pentagono. Ma non è tutto: la dichiarazione finale
NATO parla adesso di una «architettura di difesa antimissile per tutta
la NATO», sulla quale non risulta esserci mai stata alcuna
discussione. Ed integrare il “Terzo Sito” in una futura “architettura
NATO”, ovviamente sotto controllo esclusivo statunitense, non significa
altro che costituire altri siti simili per tutto il territorio
dell’Alleanza.
- U.S.A./NATO/Italia.
3 maggio. Polonia e Repubblica Ceca non sono infatti gli unici
“alleati” destinatari del sistema missilistico e su cui Washington conta
di scaricare parte degli ingenti costi per lo sviluppo del sistema,
ammontanti finora a 10 miliardi di dollari annui. Come rivelato da alcuni
articoli dello scorso anno di Manlio Dinucci (il Manifesto), oltre
alla Gran Bretagna ed a progetti che coinvolgerebbero Ucraina e Georgia,
anche l’Italia, in segreto, verrà coperta dallo “Scudo”
statunitense. «Ho il piacere di annunciare che lo scorso febbraio
abbiamo stabilito un memorandum di accordo quadro con l'Italia e possiamo
ora iniziare a sviluppare possibilità di condivisione di tecnologie di
difesa missilistica, analisi e altre forme di collaborazione»: così il
generale Henry Obering III, direttore dell’Agenzia degli Stati Uniti di
difesa missilistica, ha annunciato il 27 marzo 2007, di fronte al comitato
per i servizi armati della Camera dei rappresentanti, che l’Italia entra
ufficialmente nello “Scudo”. Lo stesso generale ha chiarito che lo
schieramento in Europa, da parte degli Stati Uniti, di missili
anti-missili non rientra in ambito NATO e che «gli USA non sono
disponibili a cedere la responsabilità del progetto». Secondo Dinucci,
il memorandum di accordo quadro, rimasto segreto al Parlamento ed
all’opinione pubblica e redatto col governo Berlusconi (la firma è poi
slittata a causa delle elezioni italiane di aprile), è stato siglato al
Pentagono il 16 febbraio 2007 da un innominato rappresentante del governo
italiano (forse l’allora ministro della Difesa, Parisi), dopo che il 7
febbraio il centrosinistra aveva assicurato a Washington ulteriori esborsi
ed impegni per il programma del caccia statunitense F-35 Lightning (Joint
Strike Fighter).
- U.S.A./NATO/Italia.
3 maggio. La firma dell’accordo al Pentagono è stata ammessa, a
malincuore e non senza ambiguità, dal sottosegretario Verzaschi alla
Camera il 12 aprile 2007. Il sottosegretario ha riconosciuto che l’accordo
quadro comporta una serie di «accordi attuativi successivi» che a
loro volta producono «costi associati», ossia un ulteriore aumento
della spesa militare italiana e di quella della ricerca a fini militari, e
che tali accordi «sono suscettibili di alterare equilibri strategici
consolidati, in particolare con la Russia». Tra l’altro l’Italia ha
lanciato l’8 giugno 2007 il suo primo satellite a uso “duale”, civile e
militare, proprio dalla base di Vanderberg in California, dove sono già
installati alcuni missili dello “Scudo” USA. Il fatto che il progetto sia
cofinanziato dal ministero della difesa conferma che i satelliti hanno
anche una importante funzione militare, presumibilmente collegata al
sistema BMD statunitense. Il sottosegretario Verzaschi ha poi ricordato
l’esistenza «già da tempo [di] rapporti di collaborazione
industriale con gli Stati Uniti nel settore missilistico, tra i quali
emerge per importanza quello per la progettazione e lo sviluppo del
sistema Medium Extended Air Defence System (Meads)».
- U.S.A./NATO/Italia.
3 maggio. Il Meads, ricorda Dinucci, rientra nel progetto dello “scudo
a più strati”. È un sistema mobile, facilmente trasportabile in lontani
campi di battaglia, utilizzabile contro missili tattici, aerei ed
elicotteri. Come il “grande scudo” contro i missili balistici, questo
“piccolo scudo” è uno strumento non per la difesa ma per l’attacco: una
sorta di testuggine destinata a proteggere i soldati statunitensi e
alleati all’offensiva. La Meads International –la joint-venture
multinazionale, con quartier generale in Florida, incaricata della
realizzazione del sistema– ha ricevuto nel 2005 un primo contratto per 3,4
miliardi di dollari. La spesa è sostenuta per il 58% dagli USA, per il 25%
e il 17% rispettivamente da Germania e Italia. Ciò significa che, solo per
questo primo contratto, l’Italia spende, con il denaro pubblico, oltre mezzo
miliardo di euro. Altrettanto, o di più, spenderà per ciascuno dei
successivi contratti e, soprattutto, per l'acquisto dello scudo-testuggine
quando sarà ultimato. Il memorandum d’intesa sulla partecipazione
dell’Italia al “piccolo scudo” venne firmato nel maggio 1996 dal primo
governo Prodi. Risalendo ancora indietro nel tempo, andrebbe ricordato il
primo memorandum d'intesa sulla partecipazione italiana ai programmi di
ricerca per lo “Scudo” firmato al Pentagono, nel settembre 1986, dal
secondo governo Craxi.
- U.S.A./NATO/Italia.
3 maggio. Le implicazioni dell’accordo firmato al Pentagono sono
enormi, su tutti i piani: militare, politico, economico. Esso prevede una
serie di accordi specifici che coinvolgeranno nel programma non solo le
industrie militari italiane, soprattutto quelle del settore aerospaziale,
ma anche università e centri di ricerca. La realizzazione dello “Scudo”
viene presentata come un affare per i paesi europei. Con un ‘piccolo’
però: così come per il succitato Joint Strike Fighter, mentre centinaia di
milioni di dollari entreranno con i contratti nelle casse di aziende
private, centinaia di milioni o miliardi usciranno dalle casse pubbliche
come compartecipazione alla spesa per la sua realizzazione. L’accordo
comporta in sintesi un ulteriore: aumento della spesa militare italiana
(già tra i primi posti nel mondo), soprattutto dei programmi di
investimento derivanti da accordi internazionali; militarizzazione della
ricerca, a scapito di quella civile, sotto la cappa del segreto militare;
rafforzamento dei comandi e delle basi statunitensi in Italia, con la
conseguenza che il nostro paese diverrà ancor più trampolino di lancio
delle operazioni militari statunitensi verso sud e verso est; pericoli per
il nostro paese che, per la sua collocazione geografica, costituisce una
postazione ottimale in cui installare sia radar che missili intercettori
rivolti verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Come ricorda Dinucci, «siamo
di fronte a una non nuova, ma vergognosa adesione ai sempre più pericolosi
piani di guerra statunitensi, e alla conferma che il nascente Partito
Democratico già corre per rafforzare i legami con gli Stati Uniti
piuttosto che la sicurezza del nostro paese».
- Banca
Centrale Europea. 5 maggio. La Banca Centrale Europea ammonisce contro
un aumento dei salari. Jean-Claude Trichet annuncia l’allarme inflazione,
che resterà «significativamente sopra il 2%» (!!!) per almeno tutto
il 2008. Ma le parole di Trichet esprimono preoccupazione non tanto per il
caro-petrolio o i prezzi dei generi alimentari in preoccupante ascesa, ma
per i cosiddetti «effetti di secondo livello» di questi aumenti, a
partire da un incremento dei salari e, dunque, del costo del lavoro. Per
Trichet, è contro la rinegoziazione di salari e stipendi che bisogna agire
«in maniera ferma e tempestiva (…) Il messaggio della BCE è
chiaro: vanno eliminati i fenomeni di indicizzazione automatica nelle
nostre economie». Insomma, a fronte dell’aumento del costo della vita
i salari devono restare fermi. Assoluto silenzio, invece, sulle
speculazioni finanziarie sul petrolio e sugli alimentari.
- Petrolio.
5 maggio. Goldman Sachs lo pre-vede oltre i 200 dollari. Arjun
Murti, l’analista dell’influentissima banca d’affari USA Goldman Sachs che
nel marzo 2005 previde che il prezzo del petrolio sarebbe arrivato oltre i
cento dollari, vede adesso le quotazioni del greggio proiettate
addirittura fino a 200 dollari al barile. Secondo le indicazioni date da
un gruppo di analisti di Goldman Sachs capeggiato appunto da Murti, nel
giro di due anni il prezzo potrebbe arrivare fra i 150 ed i 200 dollari.
Il report sottolinea che le possibilità di vedere il greggio a
questi livelli «sembrano essere aumentate da qui a 6-24 mesi»,
sebbene sia difficile individuare esattamente il picco delle quotazioni ed
al tempo stesso la durata di questa fase rialzista. Intanto il greggio a
New York ha superato quota 120 dollari.
- Petrolio.
5 maggio. Contrariamente a quanto si pensa, l’aumento del prezzo di un
barile di greggio, oltre ad influenzare negativamente l’economia dei paesi
industrializzati, produce conseguenze anche sui paesi produttori di
petrolio, sovente privi sia di infrastrutture e tecnologie occorrenti per
la raffinazione, sia di industrie all’avanguardia, pertanto costretti ad
importare derivati del greggio e prodotti industriali ad un costo che
aumenta più del tasso di incremento del prezzo del greggio. Alcuni
analisti come William Engdahl puntano il dito sulla speculazione
finanziaria, attraverso cui soprattutto banche d’affari e fondi d’investimento
stanno facendo impennare il prezzo del barile ed in generale delle materie
prime al fine di ripianare le perdite subite con i cosiddetti “mutui
subprime”. Il meccanismo speculativo va anche legato alla politica
monetaria della FED (la banca centrale USA), che ha ridotto i tassi dal
5.25% al 2%, ed alla caduta del dollaro. Anche un economista come Giacomo
Vaciago ha spiegato tempo fa che «la quotazione del dollaro avvantaggia
la speculazione. Si tratta di un meccanismo molto semplice: fai debiti in dollari
e compra petrolio. I tassi scendono, i debiti si fanno in dollari e più ne
fai e meno costano, perché scende il dollaro e paghi di meno. C’è un
effetto subprime sul dollaro, a tutto vantaggio di chi compra petrolio e
fa i soldi: la speculazione vince, perché non può perdere».
- Petrolio.
5 maggio. In due dettagliati articoli pubblicati tra gli altri dal
sito web globalresearch.ca, William Engdahl spiega come l’odierno prezzo
del greggio non è affatto frutto di una carenza nell’offerta petrolifera o
di un eccesso di domanda. Engdahl porta un poco di ordine tra l’infinità
di notizie anche plausibili, diffuse ad arte dai media, per giustificare i
rincari dei futures petroliferi: dal “rischio terrorismo” alla
guerra imminente in Iran o alla “domanda insaziabile” in Cina. Proprio a
tal riguardo lo studioso USA rileva che la domanda di greggio cresce sì in
Cina, ma diminuisce considerevolmente negli USA per la recessione. E se la
Cina consuma 7 milioni di barili al giorno, gli USA abbisognano del
triplo: 20,7 milioni barili. È nel più grosso consumatore mondiale, gli
USA, che si registra un calo dei consumi destinato a salire quanto più la
recessione frenerà i consumi delle famiglie, colpite dai pignoramenti, dai
debiti, dalla disoccupazione crescente. Come non bastasse, nuovi
giacimenti entreranno in produzione nel 2008, aumentando l’offerta, a
cominciare dall’Arabia Saudita. Si tenga presente che anche a prezzi ben
al di sotto dei 100 dollari al barile diventano convenienti economicamente
molti dei pozzi chiusi quando il greggio era quotato sotto i 30 dollari.
Il costo medio di estrazione del petrolio più caro, quello dalle sabbie
bituminose canadesi, è di 60 dollari. Insomma: la domanda non cresce,
l’offerta aumenta, ma i prezzi salgono.
- Petrolio.
5 maggio. In realtà ci troviamo dinnanzi l’ennesima bolla finanziaria
manovrata in particolare dalle banche d’affari USA alle prese con la crisi
dei “mutui subprime”. Engdahl stima che almeno il 60% del prezzo del
greggio è pura speculazione. Lo studioso ci informa che il prezzo del
petrolio viene oggi determinato da Borse elettroniche (i mercati OTC,
Over-The-Counter, caratterizzati dal non avere un regolamento, mercati le
cui compravendite si svolgono al di fuori dei circuiti borsistici
ufficiali) controllate da banche d’affari come Goldman Sachs e Morgan
Stanley ed esentate dalle amministrazioni USA da varie normative e
controlli attraverso i quali sarebbe stato possibile mettere dei limiti
alle posizioni speculative. Le somme per l’acquisto e vendita a termine di
petrolio, lasciate in balìa della speculazione finanziaria, risultano così
ben più elevate delle reali consegne di oro nero. Manipolare i rincari
attraverso i futures è poi conveniente, perché si può comprare sulla carta
una partita di petrolio ad una data stabilita (future, appunto) versando
in anticipo solo il 6% del prezzo. Con scarse disponibilità di moneta, si
può dunque manovrare su grandi quantità di merci. Le tesi di Engdahl si
fondano soprattutto sui risultati di una inchiesta del Senato USA (giugno
2006). Secondo l’inchiesta, è stata la speculazione nei mercati finanziari
ad aver fatto rincarare il greggio con contratti futures per miliardi di
dollari. Il rapporto senatoriale del 2006 rileva che «ci sono pochi
gestori di fondi che sono maestri nello sfruttare le teorie sul picco
petrolifero e i momentanei colli di bottiglia della domanda-offerta. Essi
gettano benzina sul fuoco rialzista facendo audaci previsioni di
straordinari rincari imminenti che diventano profezie auto-avverantisi».
Nelle Borse elettroniche il rapporto rileva che, «al contrario di
quanto previsto nei mercati regolamentati sui futures, non ci sono limiti
al numero di contratti che uno speculatore può effettuare», così come
supervisioni di qualche ente statale od obbligo di presentazione di un
rapporto sui contratti stipulati alla fine di ogni giornata.
- Petrolio.
5 maggio. Con le tesi di Engdahl converge indirettamente anche Alberto
Clò, dell’Università di Bologna e presidente del centro studi RIE. Anche
Clò rileva che la domanda di greggio cresce meno di quanto si attendeva, e
che la causa dei rincari è la speculazione finanziaria. È dunque «la
componente finanziaria a spingere le quotazioni ed essa rispetta logiche
completamente diverse. Il petrolio è diventato l’investimento più
redditizio e rende di più che gli investimenti sulle obbligazioni o sulle
divise. A ciò si deve aggiungere la perdita di valore del dollaro che
accentua la pressione della componente finanziaria». Per Clò è
necessario quindi prestare «più attenzione ai derivati petroliferi,
visto che anche le autorità americane parlano di scarsa trasparenza in
questo settore e di facili manipolazioni». L’economista focalizza pure
l’attenzione sulle ragioni dei momentanei ribassi in un trend rialzista
della quotazione del barile, causata dal fatto che il greggio, raggiunte
certe soglie, «cala quando gli speculatori incassano i loro dividendi.
Dopo di che può tornare a salire».
- Petrolio.
6 maggio. La speculazione finanziaria sul petrolio farà impennare
esponenzialmente anche i prezzi dei beni alimentari. Secondo un’analisi
della Coldiretti, sulla base dei dati Ismea relativi a marzo 2008, il
costo di produzione degli alimenti nelle imprese agricole fa segnare un
aumento dell’8,8% a causa del record fatto segnare dal petrolio, che
rischia di provocare un effetto valanga sui prezzi al consumo, con l’86%
delle merci che in Italia viaggia su strada. L’attività di allevamento e
la coltivazione dei cereali come grano, mais e riso sono le più colpite.
Per l’attività di allevamento, spiega Coldiretti, i costi sono aumentati
del 14%, con punte del 16% per i bovini, mentre per la coltivazione di
riso gli oneri sono cresciuti per grano e mais dell’11% e del 10% per il
riso. Tra i fattori della produzione necessari alle campagne che hanno
subìto maggiori rincari, afferma l’organizzazione, ci sono i fertilizzanti
(+ 35,6%), i mangimi (+ 22,6%) ed i carburanti (+7,1%). Nell’alimentazione
di trattori e mezzi meccanici, il gasolio nelle campagne ha sostituito quasi
completamente la benzina. Ma a subire gli effetti del caro prezzi,
conclude Coldiretti, è l’intero sistema agroalimentare, dove i costi della
logistica incidono dal 30 al 35% per frutta e verdura e assorbono in media
un quarto del fatturato delle imprese agroalimentari.
- Unione
Europea. 6 maggio. Bruxelles pretende ulteriori lacrime e sangue
dall’Italia per «rafforzare gli obiettivi di bilancio per il 2008».
È quanto si legge nella proposta di raccomandazione al consiglio Ecofin
che il commissario UE agli affari economici e monetari, Joaquin Almunia,
presenterà alla Commissione UE. Almunia intende sì chiedere l’abrogazione
della procedura per “deficit eccessivo” aperta nel 2005 nei confronti del
nostro Paese, perché «il deficit è stato portato sotto il tetto del 3%
del PIL in maniera credibile e sostenibile», anche se al prezzo di
ulteriori tagli alla spesa sociale e inasprimenti fiscali che hanno reso
altamente impopolare il governo Prodi. Nel testo si ricorda come il
rapporto deficit / PIL si è attestato all’1,9% nel 2007, dopo il 3,5% del
2004, il 4,2% del 2005 e il 3,4% del 2006. Bruxelles prevede che il
disavanzo si attesti al 2,3% nel 2008. Il monito però arriva proprio per
il 2008, a ben vedere in contraddizione con il succitato virgolettato. Il Consiglio
UE ha già sottolineato come «il bilancio strutturale rischia di
deteriorarsi sostanzialmente nel 2008», col risultato che «l’obiettivo
di medio termine del pareggio di bilancio potrebbe non essere raggiunto
entro il 2011». Insomma Bruxelles, non soddisfatta della crisi in cui
versa il Paese, esige ulteriori sacrifici, ed ammonisce che una riduzione
delle tasse sia a livello nazionale che locale, unite ad un aumento di
spesa per accordi su retribuzioni del settore pubblico a livello locale
per il 2006-07, porterà al peggioramento del deficit. La verità è invece
tutt’altra: tagli alla spesa ed aumento della pressione fiscale, aggiunta
alla politica monetaria restrittiva della Banca Centrale Europea, con la
sopravvalutazione dell’euro rispetto al dollaro, determinano una
contrazione del PIL e dunque una diminuzione di quel rapporto deficit /
PIL che a parole Bruxelles vorrebbe salvaguardare.
- Economia.
7 maggio. «È una crisi con la C maiuscola». Lo afferma il neo
ministro per l’Economia, Giulio Tremonti, in un’intervista con “La storia
siamo noi” di Rai Due. Tremonti paragona l’attuale crisi finanziaria
emersa con le insolvenze dei “mutui subprime” con quella devastante del
'29: «La storia non si ripete mai per identità perfette, ma che sia una
crisi con la C maiuscola lo sanno tutti». Così come nel '29 c’è «l’invenzione
di ricchezza, l’illusione, il pompare i valori». Altra analogia è che
«tutto avviene fuori dalle regole». Il neo ministro dell’Economia
ricorda quindi i decisivi interventi dell’estate 2007 (immissioni di
liquidità o addirittura nazionalizzazioni) approntati dagli Stati e dalle
Banche centrali per evitare il fallimento del sistema bancario, che
dimostrano come il neoliberismo inteso come mercato senza Stato sia una
colossale menzogna e che la cosiddetta “globalizzazione” sia una prassi di
pura rapina capitalistica di risorse economiche pompate dalla finanza
pubblica a quella privata. «In Europa il mercato è stato tenuto in
piedi dalla Banca Centrale Europea che ha messo dentro quella liquidità
che i banchieri non volevano mettere dentro perché i banchieri non si
fidavano dei banchieri. E lo stesso è avvenuto in America con la banca
federale degli Stati Uniti. Una cosa ancora più forte è stata fatta in
Inghilterra quando è stata nazionalizzata una banca fallita (la
Northern Rock, ndr)».
- Cronaca.
7 maggio. Si improvvisa rapinatore per pagare le rate del mutuo. Un
giovane operaio di Brugherio (Milano) è stato arrestato dopo aver tentato
di compiere una maldestra rapina all’Ufficio delle Poste. Acceso un mutuo
con una rata di 750 euro, a causa dell’aumento dei tassi l’esborso mensile
era salito a oltre 950 euro, insostenibile con lo stipendio da operaio e
la paga della moglie, dipendente saltuaria in una mensa. L’operaio aveva
anche contratto un altro debito con una finanziaria che, invece di
risolvere la sua situazione, l’aveva aggravata, nonostante il sostegno
dell’anziana madre e della sorella che a più riprese lo avevano aiutato
nei pagamenti.
- Banca
Centrale Europea. 8 maggio. Il trattato che disciplina l’attività
della Banca Centrale Europea «stabilisce che i governi europei non
possono nemmeno cercare di influenzare la Banca Centrale Europea. Questo è
chiaro». Lo ha detto il presidente della BCE, Jean Claude
Trichet, rispondendo alla domanda di un giornalista in cui si ipotizzava
un’alleanza Berlusconi-Sarkozy per chiedere alla BCE un cambiamento di
rotta.
- Economia
("mutui subprime"). 8 maggio. Mano libera all’inflazione dei
generi alimentari e delle materie prime per ripianare i conti delle banche
d’affari USA. È praticamente questa la strategia finanziaria seguita dalla
finanza USA per fuoriuscire dalla crisi dei “mutui subprime”, scaricandone
i costi sulla popolazione mondiale. Italia inclusa. Fino a poche settimane
fa si temeva una crisi finanziaria mondiale di impatto tale da spingere
qualcuno a parlare addirittura di fine del sistema finanziario
statunitense. Nei primi tre mesi del 2008 le quotazioni nei mercati
finanziari erano crollate a causa dalla presa d’atto della recessione
statunitense, della caduta dei consumi e della gravità della crisi nel
sistema bancario globale, quasi tutto coinvolto nella bolla finanziaria
dei mutui subprime e pieno di perdite: palesi per circa 300 milioni di
dollari ed occulte per almeno il doppio. Il livello dei tassi interbancari
a breve (Libor e l’equivalente europeo Euribor, i tassi d’interesse con
cui i vari istituti si prestano il denaro tra di loro, gli stessi su cui sono
indicizzati i mutui bancari), assai superiori al tasso di riferimento
determinato dalle banche centrali, segnale della crisi di fiducia
all’interno del sistema, mostrano che nei bilanci bancari sono ancora
molti i crediti in sofferenza. Come spiegare allora l’attuale
ottimismo in Borsa? Esso è semplicemente frutto delle ultime mosse di
“socializzazione delle perdite” della Federal Reserve e del Tesoro USA
(esemplificata dal duo Bernanke-Paulson), sostenuta dalle grandi banche
d’affari USA.
- Economia
("mutui subprime"). 8 maggio. Una importante mossa è stato
il salvataggio, deciso a metà marzo dal governatore della Fed Bernake, del
colosso bancario Bear Stearns da parte di JP Morgan, praticamente con i
soldi della Banca centrale USA. Con questa mossa si è di fatto comunicato
che la Fed avrebbe impedito con ogni mezzo possibile il fallimento di
qualsiasi grande banca. Il secondo è stato il protrarsi e l’ampliarsi
della continua immissione di liquidità, con ogni mezzo e senza andare
troppo per il sottile, culminato con i massicci tagli dei tassi ufficiali
e l’accettazione della “carta straccia” dei subprime in garanzia per
ottenere finanziamenti dalla banca centrale USA. In pratica, siccome
alcuni stimano che l’attuale buco non ancora emerso sia di circa 200 miliardi,
la Fed si è detta disponibile ad assorbirlo e ripulirlo tutto. Una
gigantesca opera di nazionalizzazione del rischio che non è servita a
debellare la contrazione del credito alle attività produttive. Il terzo
colpo lo ha messo a segno Paulson (ex Goldman Sachs) ed il mondo politico,
approvando il bonus fiscale di 160 miliardi di dollari che nei prossimi
giorni arriverà nelle cassette postali dei cittadini statunitensi. Anche
questa è una misura tipicamente keynesiana, adottata da un presidente liberista
e dimostra che quando ce n’è bisogno, predicare il liberismo e razzolare
tutt'altro può essere utile, specie quando si liberalizzano i profitti e
si socializzano le perdite. Molti analisti ripongono molta fiducia su
questo provvedimento, ritenendo che i cittadini statunitensi ritorneranno
a spendere e spandere come ai vecchi tempi, dimenticando l’erosione del
potere d’acquisto determinata dal caro benzina, la rata del mutuo sempre
più alta, la crescita dei generi alimentari. Questa illusione sarebbe avvalorata
da risultati societari migliori delle grigie attese per varie
multinazionali, ignorando però l’effetto doping valutario sui bilanci di
tali colossi, che producono e vendono fuori dagli USA, realizzando
profitti in valuta pregiata. Il rimpatrio contabile di questi profitti fa
lievitare i risultati consolidati di gruppo, che sono espressi in dollari,
sorprendendo gli analisti che non sono avvezzi a considerare nelle loro
stime gli effetti delle plusvalenze valutarie. La resa dei conti è però
soltanto rinviata.
- Economia
("mutui subprime"). 8 maggio. La recessione statunitense
–che a causa delle relazioni economiche globali basate innanzitutto sulla
dipendenza dalle importazioni USA produrrà effetti anche in Europa e
dunque in Italia– si innesta su una delle più importanti crisi finanziarie
della storia e da questa crisi trova alimento. I fatti degli ultimi mesi
hanno mostrato quanto il sistema bancario di tutto il mondo sia stato
coinvolto nella “finanza creativa”, che ha creato un castello di carte che
ora sta crollando. L’epicentro del terremoto è rappresentato dal crollo
del mercato immobiliare USA. Da qui sono scaturiti tutti i problemi che
hanno fatto scoppiare la bolla del credito facile. Il buco complessivo
provocato dai subprime si allarga ogni settimana. Molti ormai stimano a
600 miliardi di dollari quella perdita che a luglio dello scorso anno
Bernanke ipotizzava essere di 50, massimo 100 miliardi. Di questi 600 ne
sono emersi circa 200, in grandissima parte dal mondo bancario. Ne
mancherebbero ancora all’appello 400. Dopo le banche, fare pulizia
toccherebbe alle società di assicurazione specializzate nella garanzia dei
mutui ed ai fondi speculativi. Ma la crisi finanziaria non si limita al
solo mondo “subprime”.
- Economia
("mutui subprime"). 8 maggio. Stanno aumentando in modo
consistente le insolvenze sui mutui da parte dei clienti migliori, che
trovano conveniente “fallire” anche se avrebbero i soldi per pagare. In un
contesto di prezzi delle abitazioni in calo, chi ha comprato la casa 1-2
anni fa finanziandosi al 100% (come in USA fanno quasi tutti),
probabilmente si ritrova con un debito residuo superiore al valore della
propria abitazione, ed un mercato immobiliare destinato a scendere ancora.
Conviene quindi andarsene un anno in affitto e consegnare le chiavi della
propria casa alla banca, con la probabilità di ricomprarsi la stessa casa
spendendo molto meno nel 2009 o 2010. Oltre all’immobiliare residenziale,
dinamiche analoghe si stanno riscontrando sull’immobiliare commerciale.
Altro snodo di sofferenza, il mondo delle carte di credito revolving, che
sono una forma di finanziamento della spesa corrente molto diffuso e molto
caro, ma soprattutto poco trasparente, poiché tende a non fornire al
cliente la esatta percezione del proprio indebitamento complessivo e
alimenta l’illusione del credito facile, fino a quando le rate di rimborso
non diventano un macigno che travolge gran parte dello stipendio. Anche in
questo settore negli USA, ma anche in Europa, dove sono un po’ meno
diffuse perché introdotte più recentemente, aumentano in modo preoccupante
le insolvenze. Ed anche qui si parla di una montagna di miliardi di
dollari di esposizione per il sistema bancario. Bisognerebbe poi accennare
alle difficoltà finanziarie del cosiddetto “private equity”, che sta
anch’esso barcollando. Si tratta di particolari fondi chiusi che,
ricorrendo ad imponenti finanziamenti, investono in società in crisi, da
ristrutturare, in settori ad alto rischio ed innovativi, effettuando
scalate ed acquisizioni.
- Economia
("mutui subprime"). 8 maggio. Sui consumatori statunitensi
si sta abbattendo un duplice “effetto povertà”. Per la prima volta negli
ultimi decenni, la recessione che si sta manifestando in USA è segnata da
un calo della ricchezza finanziaria in azioni e di quella immobiliare.
Questo li spingerà a “tirare la cinghia”, anche perché i prezzi al consumo
aumentano significativamente. Dal momento che nel 2001 la crisi durò poco
perché si bloccarono solo gli investimenti, ma non i consumi, si paventa
che la crisi odierna non sarà indolore. Una crisi che investe i gangli
vitali del sistema finanziario mondiale, in cui le banche hanno smesso di
fare le banche (che valutano a chi prestare denaro e si assumono i rischi
delle loro valutazioni) per diventare piazziste di carta finanziaria di
dubbio valore presso la loro clientela. L’esplosione degli strumenti
derivati ha raggiunto livelli che rendono persino impossibile la stima del
loro ammontare complessivo. I nodi stanno venendo al pettine tutti
insieme. Le autorità monetarie sono alle prese con un vero dilemma:
lasciare fallire chi ha esagerato, con il pericolo di veder barcollare
l’intero sistema a causa delle notevoli interdipendenze che esistono tra
tutti gli operatori? Oppure cercare di salvare il sistema finanziario,
iniettando altro denaro e soccorrere i falliti con soldi pubblici,
sperando che le cose migliorino? La scelta della seconda opzione è al
momento evidente. Ma ciò rischia di non fare semplicemente altro che
allungare la resa dei conti finale e l’entità del conto da pagare.
- Cronaca.
10 maggio. Minacce di morte ad intellettuali che rivendicano i diritti
nazionali del popolo palestinese. Il filosofo Gianni Vattimo, l’artista
Elvio Arancio e l’architetto Mohammad Hannoun hanno ricevuto tre identiche
lettere in cui vengono minacciati di morte. Il testo della lettera inviata
a tutti e tre, informa l’agenzia infopal.it, è la stessa e ricorda ai tre
intellettuali il 12 ottobre 1972. Quel giorno venne assassinato in piazza
Annibaliano, a Roma, dal Mossad israeliano, l’intellettuale pacifista
palestinese Wail Zuaiter.
- Unione
Europea. 12 maggio. Bruxelles avvisa Tremonti: avanti con il
“risanamento dei conti” avviato dal governo Prodi. Secondo quanto riporta la
Repubblica, le misure di abolizione dell’ICI e di detassazione degli
straordinari non incontreranno il favore degli altri ministri europei
dell’economia e delle finanze e della Commissione Europea se non saranno
compensati da altri inasprimenti fiscali o tagli alla spesa pubblica. I ragionieri
di Bruxelles paventano che, con la crescita capitalistica italiana vicina
allo zero, il rapporto deficit / PIL (previsto nel 2008 al 2,3%: sotto il
limite del 3% ma superiore al dato del 2007) sia destinato a peggiorare.
Il fatto, però, è che proprio la politica restrittiva prescritta da
Bruxelles, basata su tagli alla spesa pubblica ed inasprimenti fiscali,
provocando una caduta della domanda e dunque del PIL, produrrà un
peggioramento del rapporto deficit / PIL. Non è infatti vero che il taglio
delle spese pubbliche porta in equilibrio i conti dello Stato, dato che
alla prova dei fatti l’economia produttiva soffre e non genera le risorse
di cui è capace. Ed è altrettanto vero che “buoni” investimenti finanziati
anche a debito incrementano il reddito nazionale. I diktat europei vanno
però in direzione opposta. Secondo il quotidiano italiano, l’Eurogruppo
(il centro di coordinamento che riunisce i ministri dell’economia e delle
finanze degli Stati membri che hanno adottato l’euro, che si riunisce
informalmente alla vigilia dell’Ecofin, che a sua volta comprende i
ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati membri dell’UE),
dovrebbe ribadire l’impegno di tutte le capitali europee a portare il
rapporto deficit / PIL allo 0% entro il 2010: per l’Italia, alle prese con
il caro petrolio e l’aumento della spesa per interessi sui titoli del
debito pubblico, si tratterebbe di una ricetta fatale.
- Politica
economica. 20 maggio. Anche Tremonti si inchina a Bruxelles. Nel corso
di un vertice a Palazzo Chigi con i sindacati, il ministro dell’Economia
enuncia le linee di politica economica del governo per la legislatura. Pur
rilevando che «nell’economia reale troviamo una crescita intorno allo
zero» Tremonti, invece di rilevare le responsabilità dei vincoli
europei, dichiara che «in una logica di responsabilità repubblicana, è
intenzione del nostro governo rispettare gli impegni assunti in Europa
dall’Italia». Anche se l’assenza di crescita rischia appunto di
condizionare i saldi di bilancio. Tremonti annuncia che «la politica di
bilancio dovrà recuperare risorse per un ammontare che si stima fra i 20
ed i 30 miliardi nel triennio 2009-2011», al fine di azzerare nel 2011
il deficit di bilancio, come richiesto da Bruxelles. Il ministro
sottolinea che gli impegni «assunti dall’Italia con l’Europa
prenderanno da subito la forma organica di un piano triennale di
stabilizzazione della nostra finanza pubblica». Il primo passo sarà,
in concomitanza con il Documento di programmazione economica e finanziaria
(Dpef), la presentazione di un provvedimento legislativo «così da dare
piena, organica e responsabile attuazione ai citati impegni europei».
Insomma, dietro le quinte sono sempre i diktat di Bruxelles a determinare
obiettivi ed indirizzi di politica economica in questo paese. Lo conferma
indirettamente lo stesso ministro quando afferma che «nel tempo
presente, i governi non hanno più il potere necessario per modellare la
società o per fare parti importanti dell’economia». Nel quadro dei
vincoli europei, che di fatto impediscono l’uso della leva fiscale a fini
di rilancio dell’economia, poco cambia dunque se oltre a ridurre la spesa
pubblica Tremonti, per procurarsi risorse senza troppo destabilizzare i
già precari equilibri sociali, deciderà veramente di prelevare qualcosa dai
settori bancario e petrolifero.
- Politica
interna. 26 maggio. La AS Roma allo speculatore finanziario
statunitense George Soros? L’ipotesi di acquisto al centro delle cronache
sportive di questi giorni apre riflessioni ad ampio raggio. George Soros è
diventato noto anche in Italia per le sue speculazioni finanziarie.
Mercoledì 16 settembre 1992 (la famosa notte in cui guadagnò 1 miliardo di
dollari) furono le sue speculazioni finanziarie al ribasso a provocare
l’uscita della sterlina e della lira dal sistema monetario europeo ed a
consentire l’avvio della fase di privatizzazione delle banche ed aziende
di Stato a prezzi di saldo. L’attacco speculativo del settembre
1992 portò ad una svalutazione della lira del 30% ed al prosciugamento
delle riserve della Banca d’Italia guidata allora da Ciampi, che bruciò 48
miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare l'attacco speculativo.
Secondo la stampa economica, Soros avrebbe incassato nel giro di pochi
giorni, grazie ai crolli del settembre ’92, almeno 28 milioni di dollari
contro la lira italiana e ben 84 milioni di dollari contro la sterlina
inglese. Nell’ottobre 1995 un esposto presentato dal “Movimento
Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà” –che promuove le tesi a
volte strampalate di Lyndon LaRouche, considerato una sorta di “candidato
perenne” alla presidenza degli USA, avendo stabilito il record di
tentativi di candidatura consecutivi (ben 8 volte)– documentava le dirette
responsabilità di Soros nell’attacco alla lira, stabilendo un collegamento
tra questa manovra e l’incontro tenuto a bordo del panfilo reale
“Britannia” della regina Elisabetta II d’Inghilterra, avvenuto il 2 giugno
1992, nel corso del quale esponenti del mondo bancario e finanziario
anglosassone incontrarono personalità italiane per discutere la
privatizzazione delle partecipazioni statali a prezzi stracciati (tra i
partecipanti citiamo Mario Draghi, allora direttore generale del ministero
del Tesoro, l’allora ministro del Bilancio Beniamino Andreatta e l’attuale
leader di Intesa-San Paolo, Giovanni Bazoli). Meglio di Ciampi ed Amato si
è comportato il primo ministro malaysiano Mahathir Bin Mohamad che, per
eludere gli attacchi speculativi contro la moneta del proprio paese
organizzati anche stavolta da Soros & Co., istituì nel settembre ’98
(gli anni della crisi del Sud-Est asiatico, che ridusse alla povertà
decine di milioni di famiglie) il controllo dei cambi e dei capitali:
misure che i Trattati europei non permettevano allora e non
permetterebbero adesso.
- Politica
interna. 26 maggio. George Soros non è comunque un semplice
speculatore di successo, ma soprattutto un componente di rilievo dell’establishment
capitalista USA (pur anche conflittuale al suo interno). Diverse sono le
fonti (dall’oligarca russo filo USA Berezovsky al Washington Post)
che hanno definito Soros un “agente della CIA”, esponente di quella
fazione dell’establishment USA preoccupata che il capitalismo russo
possa diventare un’antagonista geopolitico globale di quello USA. Altre
fonti rilevano come i giochi finanziari di Soros siano finalizzati
in ultima istanza alla raccolta di risorse da destinare
all’implementazione di strategie di politica estera statunitensi (maggiori
informazioni si possono reperire su www.sianews.com/modules.php?name=News&file=article&sid=1438).
Terreno di caccia politico del finanziere di origine ungherese sono
non a caso gli Stati in passato soggetti all’influenza geopolitica dell’ex
URSS. Lo stesso Soros, nel libro “Underwriting Democracy” si vanta «dell’americanizzazione
dell’Europa dell’Est». Nel 1979 Soros ha fondato la potentissima e
ricchissima Open Society, che ha aperto uffici in tutte le capitali
dell’est e dell’Asia centrale e portato avanti a vari livelli (dai
convegni alle manifestazioni di piazza) una campagna martellante volta a
promuovere i “valori” del neoliberismo statunitense. Soros si è distinto
nell’appoggio al movimento sindacale polacco Solidarnosc, ed in tempi recenti
ha finanziato la cosiddetta “Rivoluzione delle rose” in Georgia nonché
altri movimenti filo USA in Paesi come Serbia, Ucraina e Bielorussia.
- Politica
interna. 26 maggio. Perché Soros vorrebbe allora acquistare la Roma?
Il suo curriculum vitae lascerebbe pensare ad un’operazione mirata
a finalità speculativo-finanziarie o di politica estera USA. C’è poi chi
legge l’“Operazione Roma” come finalizzata ad avvicinare Soros alla
“stanza dei bottoni” del capitalismo italiano, sfruttando l’effetto
simpatia che l’acquisto di una società di calcio consente di attuare. Il
tutto, viene fatto notare, mentre ambienti economici e finanziari
statunitensi premono per l’attuazione della “fase 2” delle privatizzazioni
e liberalizzazioni in Italia. Dopo lo smantellamento delle partecipazioni
statali, tali circoli premono per l’attuazione di una seconda
ondata di liberalizzazioni che coinvolga tra gli altri il settore dei
trasporti e soprattutto quello delle aziende municipalizzate. Si tratta di
quello “shock di innovazione” declamato da Walter Veltroni in campagna
elettorale (15 febbraio 2008) e richiesto dall’oligarchia finanziaria
statunitense, alla ricerca di nuove occasioni di profitto per ripianare le
perdite conseguite allo scoppio delle bolle finanziarie avviate dalla cosiddetta
crisi dei “mutui subprime”. Altro che “tutela dei consumatori” e “incremento
della concorrenza per abbassare i prezzi”! Gli esiti concreti delle
privatizzazioni e liberalizzazioni attuate da un decennio a questa parte
dovrebbero del resto aver sfatato questo ‘mito’.
- Politica
economica. 30 maggio. Ecofin: L’Italia deve compiere ulteriori
sacrifici. Dall’Ecofin (il Consiglio Economia e Finanza, l’insieme dei
Ministri dell'Economia e delle Finanze degli Stati membri dell’Unione
Europea) arriva uno stop alla procedura per deficit eccessivo a carico
dell'Italia, ma il Paese non potrà abbassare la guardia: il deficit è «ben
lontano» dal pareggio, gli sforzi del 2008 sono stati inferiori agli
impegni assunti con l’Unione Europea, bisogna controllare «in modo
tassativo» la spesa ed evitare tagli fiscali non coperti. È quanto si
legge in una raccomandazione informale preparata per le riunioni
dell’Eurogruppo e dell’Ecofin di lunedì e martedì. «Sebbene l’Italia
abbia corretto il suo deficit eccessivo, assicurando l’abrogazione della
procedura, ha ancora un deficit strutturale lontano dai suoi obiettivi di
medio termine. Per di più, il deficit strutturale nel 2008 dovrebbe
peggiorare piuttosto che migliorare dello 0,5% del pil annuo», si
legge nel testo. «Alla luce di questo l'Italia dovrebbe controllare in
modo tassativo la dinamica della spesa ed evitare ogni spesa aggiuntiva e
tagli fiscali non coperti in modo da limitare il deterioramento del
bilancio strutturale nel 2008», prosegue la nota. Nel 2009, «l’Italia
dovrebbe assicurare progressi adeguati verso gli obiettivi di medio
termine, soprattutto attraverso una sostanziale riduzione della spesa
corrente primaria in rapporto al pil. Questo accelererebbe il ritmo di
riduzione del debito». Ma non è tutto. Per i ministri «il
necessario consolidamento delle finanze pubbliche dovrebbe andare di pari
passo con il processo di riforme strutturali».