Italia. Ragioni dell’in/dipendenza
(Giugno 2008)
(Archivio)
· Crisi economica e sociale in Italia:
dal rapporto Istat agli stipendi / salari, dalla “Robin tax” all’accordo con
le banche sui mutui, eccetera. Si parte da “economia” e “politica
economica” (8 e 19 giugno) per poi necessariamente collegarsi al 12, al 22
e al 25 giugno (“politica economica”) e parlare di Banca Centrale
Europea per meglio comprendere il pesantissimo grado di interferenza e
condizionamento subìto anche dal nostro paese. Un’occhiata non sarebbe malvagio
portarla alla voce “politica interna” (2 giugno) ed “economia”
(22 e 23 giugno) per le connessioni tra inflazione, prezzo del petrolio,
speculazione finanziaria e finanza USA. In questo quadro, la dice lunga quanto
si può leggere a “finanza” (1 giugno): se lo dicono anche loro...
Infine, in “politica economica” (27 giugno), critiche “da destra” ai
provvedimenti economici del governo Berlusconi.
· Strettamente relazionato con quanto
sopra, e per gli ulteriori effetti (nefasti) per cui è stato pensato, è
importante vedere la voce “Trattato Europeo” (1, 13 e 26 giugno). Al di
là delle cosine dette, sarà necessario alzare il livello
dell’informazione e della presa di coscienza, preliminari ad un’indispensabile
lotta di affrancamento.
· Ed ora sulla dipendenza /
occupazione militare del territorio italiano. Partiamo con la Base USA “Dal
Molin” (Vicenza). Carrellata di notizie al 20 e al 30 giugno. Val la pena
notare complicità e connivenze che si consumano ai danni di territorio e
popolazioni locali, che riflettono a titolo esemplificativo le ripercussioni
su scala nazionale del grado di colonizzazione del nostro paese. Dal
centrosinistra al centrodestra, da nord a sud –nello specifico Base NATO di
Sigonella (nei pressi di Catania - Sicilia)– la musica non cambia (14
giugno). Non irrilevante, in questo quadro, la questione del nucleare nel
nostro paese (21 giugno). Quindi una serie di notizie su NATO-USA e
l’Italia: taglio delle spese sociali ed aumento di quelle militari (2 giugno),
dichiarazioni su La Repubblica del generale Mini (2 giugno) e Afghanistan
(18 giugno). Infine, assolutamente non secondaria, una chicchetta pressoché
silenziata sui grandi mezzi di comunicazione: cfr. politica interna / Iran
(11 giugno).
· Si fa un gran parlare di crisi
alimentare. Per Ian Angus c’è abbondanza, non scarsità di cibo. Ma c’è chi
muore per fame. Per ragioni speculative ad ampio raggio (geopolitiche,
economiche, finanziarie, ecc.). Chi fa retorica sulla fame nel mondo, tace al
riguardo e tantomeno invita ad azioni e politiche conseguenti. Angus imputa
principalmente alla promozione degli interessi del capitalismo agro-alimentare
a dominanza USA le cause della attuale cosiddetta “crisi alimentare” (cfr. sovranità
alimentare 3 giugno): speculazione finanziaria, interessi delle
multinazionali agro-alimentari, liberalizzazione degli scambi e promozione
degli OGM. Tesi sostenute, con interessanti integrazioni, anche da Jean
Ziegler, membro della commissione del consiglio consultivo ONU per i diritti
umani. A proposito di Organismi Geneticamente Modificati (OGM): entrano nelle
nostre case grazie all’Unione Europea e su pressioni USA. Come? per restare ai
giorni nostri, si può partire da una dichiarazione di Barroso, presidente della
Commissione Europea e alle reazioni che ne sono seguite (OGM 1 giugno).
Poi val la pena prestare occhio agli orientamenti della Politica Agricola
Comune a partire dal 2000 con effetti che rischiano di concretarsi anche nelle
nostre lande (UE / Sovranità alimentare 6 giugno). Non sarebbe
male, quindi, spulciare alla voce sovranità alimentare (20 giugno) per
la produzione degli agro-combustibili, che ha un peso «significativo»
nell’impennata globale dei prezzi del generi alimentari. Questa produzione è
sostenuta anche dall’Unione Europea sulla scia degli interessi preminenti degli
USA che mirano al controllo della produzione alimentare del pianeta e alla
diffusione degli OGM. A completamento della carrellata di notizie, qualcosa su
grande industria e piccole aziende agricole (sovranità alimentare 10
giugno).
Sparse ma significative:
· Orario di lavoro e Consiglio
Europeo. Con l’Europa si ritorna indietro di secoli. Cfr. Lavoro 10
giugno.
· Sul nuovo capo dei servizi segreti
italiani, Gianni De Gennaro. Cfr. Interni 16 giugno.
· Come si intrecciano gli interessi
economici dell’industria dei farmaci e quelli di una categoria professionale
(gli psichiatri). Cfr. Sanità 3 giugno.
· Strage di Bologna e caso Moro,
secondo Ilich Ramirez Sanchez “Carlos”. Cfr. Interni 29 giugno.
· Schedare chi viaggia: stato di
polizia USA anche all’estero. Cfr. USA / Europa / Italia 28 giugno.
- Finanza.
1 giugno. «Non possono essere i mercati finanziari a governarci!».
È il titolo di una lettera (stupefacente a scorrere l’elenco dei
sottoscrittori) di esponenti della socialdemocrazia europea inviata al
presidente della Commissione UE, Jose Manuel Barroso, ed al presidente
francese, Nicolas Sarkozy (il quale ha assunto da inizio mese la
presidenza di turno dell’UE) e pubblicata il 22 maggio su Le Monde.
«La crisi finanziaria attualmente in corso non è un caso. Essa non era,
come vuole qualcuno ai vertici della finanza e della politica, impossibile
da prevedere. Per individui dotati di lucidità, l’allarme suonò diversi
anni fa. Questa crisi è dovuta al fallimento di mercati con poche o senza
regole, e ci mostra, ancora una volta, che il mercato finanziario non è
capace di autoregolamentazione. Essa ci ricorda le inquietanti
disuguaglianze di reddito, che non cessano di aumentare nelle nostre
società, e getta forti dubbi sulla nostra capacità di impegnarci in un
dialogo credibile con le nazioni in via di sviluppo a proposito delle
grandi sfide mondiali». La lettera è firmata da due ex presidenti
della Commissione Europea, Jacques Delors e Jacques Santer, da sette ex
capi di governo (Helmut Schmidt, Massimo d’Alema, Lionel Jospin, Pavvo
Lipponen, Goran Persson, Poul Rasmussen, Michel Rocard), e cinque ex
ministri del Tesoro (Daniel Daianu, Hans Eichel, Pär Nuder, Otto
Lambsdorff, Ruairi Quinn).
- Finanza.
1 giugno. I socialdemocratici denunciano la pratica della speculazione
ed il ruolo del sistema finanziario nell’aumento dei prezzi alimentari ed
energetici, nell’instabilità dei mercati immobiliari (in particolare Regno
Unito, Spagna e Irlanda) e nel rallentamento economico in Europa,
sottolineando che a livello globale si rischia di generare «miseria
senza precedenti, proliferazione di Stati falliti, migrazioni di massa e
nuovi conflitti armati». Netta la critica al sistema finanziario. «I
mercati finanziari sono diventati sempre meno trasparenti e si rivela
un’impresa titanica l’identificazione di coloro che sostengono e valutano
i rischi. Il settore bancario detto “nell’ombra”, anch’esso poco o mal
regolato, non ha mai cessato di crescere nel corso degli ultimi vent’anni».
Precisa l’identificazione dei responsabili e dei meccanismi di
speculazione: «Le grandi banche hanno partecipato ad un gioco di
“creazione e distribuzione” di prodotti finanziari estremamente complessi
e si sono imbarcate nella vendita di debiti legati a prestiti immobiliari
ad alto rischio. Le transazioni speculative sono state dunque incoraggiate
da regimi di tassi inadeguati, da una visione fin troppo miope e da
conflitti d’interesse ben evidenti. I prestiti ipotecari dubbiosi,
fondati a torto sull’idea che i prezzi degli immobili fossero destinati ad
aumentare senza sosta, permettendo così il rimborso dei debiti contratti,
non sono che i sintomi di una crisi assai più ampia, in materia di governo
della finanza e delle pratiche commerciali. Le tre più grandi agenzie di
“rating” al mondo si sono spinte a classificare questi valori strampalati
come privi di rischi, relativamente parlando. Una banca d’investimento ha
guadagnato alcuni miliardi di dollari americani speculando al ribasso sui
titoli subprime proprio vendendoli ai propri clienti, cosa che può essere
qualificata in modo più eloquente come la perdita di ogni forma di etica
nel mondo degli affari!».
- Finanza.
1 giugno. La lettera ricorda la definizione data nel 2003 da Warren
Buffett, che classificò i prodotti derivati tra le «armi finanziarie di
distruzione di massa». Secondo i firmatari, «la crisi finanziaria
dimostra assai chiaramente che l’industria finanziaria è incapace di
regolarsi da sé. È imperativo il miglioramento dei controlli e la
regolamentazione delle banche. Occorre ugualmente rivedere i quadri di
regolamentazione degli strumenti d’investimento. L’uso degli strumenti
finanziari (come le Obbligazioni Collaterali Derivate, obbligazioni
associate ad attivi finanziari di natura differente) dovrà essere
regolato. Ogni istituzione finanziaria dovrà, come le banche, mantenere
delle riserve minime, e il tasso d’indebitamento non potrà rimanere
illimitato. Infine, il regime dei tassi dovrà essere rivisto al fine di
scoraggiare l’assunzione di rischi sconsiderati senza una certa prudenza».
Ampie saranno le conseguenze negative di questa crisi sull’economia reale,
anche nell’Unione Europea, in cui si paventa una recessione quantomeno nel
2009. Disuguaglianze e debiti in aumento sono tra le conseguenze della
crescita incontrollata del potere della finanza. «La crescente
disuguaglianza dei redditi s’è prodotta parallelamente alla continua
crescita del settore finanziario (…) Il capitale finanziario rappresenta
oggi un valore quindici volte superiore al PIL mondiale. In America, il
debito accumulato dalle famiglie, dalle imprese finanziarie e non
finanziarie, e dalle autorità pubbliche rappresenta un valore superiore al
triplo del PIL degli Stati Uniti, ossia due volte superiore al livello
registrato nel momento in cui si ebbe il crack di borsa del 1929».
- Trattato
Europeo. 1 giugno. Il Consiglio dei ministri ha approvato il 30 maggio
il decreto legge per la ratifica del Trattato di Lisbona. «Non ci sono
divisioni all’interno del Governo e mi auguro che il Parlamento, a larga
maggioranza, contribuisca alla rapida adozione di questo disegno di legge».
Così il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ha commentato il via
libera alla ratifica del nuovo Trattato europeo, che sostanzialmente
ripropone quella “Costituzione Europea” bocciata nel 2005 dai popoli
francese ed olandese. «Il Consiglio dei ministri ha approvato
all’unanimità il disegno di legge di ratifica del Trattato di Lisbona che
i presidenti delle Camere inseriranno come priorità nell’ordine del giorno
dei lavori parlamentari. Non ci sono divisioni, sul punto, all’interno del
Governo e mi auguro che il Parlamento con una larga maggioranza,
comprendente le forze di opposizione, contribuisca alla rapida adozione di
questo disegno di legge».
- Trattato
Europeo. 1 giugno. «Nessuna persona sana o decente leggerebbe il
Trattato Europeo dalla prima all’ultima pagina». Lo ha affermato il
Commissario UE, McCreevy, parlando il 23 maggio a Dublino a favore del Sì,
giustificando la sua mancata lettura del Trattato. Una settimana prima
anche il Primo ministro Cowen, che conduce una aggressiva campagna a
favore della ratifica, aveva confessato di non aver letto il testo del
Trattato.
- Trattato
Europeo. 1 giugno. Nonostante in ogni Stato dell’Unione Europea,
tranne in Irlanda, si sia fatto di tutto per evitare un dibattito pubblico
sul Trattato demandando la ratifica al voto parlamentare, il processo di
ratifica conosce qualche piccolo intoppo. Il 23 maggio, anche il Bundesrat
tedesco ha votato a favore del Trattato, ma il Presidente Horst Köhler ha
sospeso la firma sul voto per i tre ricorsi alla Corte Costituzionale
presentati dal Linkspartei, dal partito Ecologista-Democratico e dal
parlamentare democristiano bavarese Peter Gauweiler, assistito dal noto
giurista Karl-Albrecht Schachtschneider. I ricorsi riflettono una
crescente protesta pubblica in Germania contro il Trattato. Nella
Repubblica Ceca, è stato il Senato stesso a interpellare la Corte
Costituzionale prima del voto, sospendendo per ora il processo di
ratifica. Il governo, che assumerà la presidenza semestrale dell’UE dopo
la Francia, a partire dal gennaio 2009, ha preparato due scenari: uno nel
caso che il Trattato venga ratificato da tutti i paesi membri, e un altro
nel caso che fallisca.
- Trattato
Europeo. 1 giugno. Anche in Italia si leva qualche voce critica. L’ex
ministro e giurista Giuseppe Guarino, ordinario di diritto amministrativo
all’Università di Roma, ha diffidato dal ratificare il trattato così
com’è, perché esso codificherebbe un sistema di «governo di un organo»
o «organocrazia». Il prof. Guarino ha esposto la sua critica in una
conferenza pubblica a Firenze il 19 maggio, alla presenza di
costituzionalisti, esperti e amministratori. Il trattato vìola almeno due
articoli della Costituzione italiana, l’art. 1 («La sovranità
appartiene al popolo») e l’art. 11 (l’Italia «consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie»). Riguardo a quest’ultimo, le condizioni di parità sono
violate dal fatto che paesi come la Gran Bretagna e la Danimarca, membri
del Trattato, sono esonerati dalla partecipazione all’Euro. Così essi
possono, ad esempio, fissare il tasso d’interesse in modo vantaggioso per
loro ma svantaggioso per gli altri firmatari del Trattato. Inoltre,
osserva Guarino, il Trattato di Lisbona aumenta i poteri della Commissione
Europea. Ad esempio, nel caso della procedura di infrazione del Patto di
Stabilità, stabilita dall’art. 104, la Commissione finora aveva solo il
potere di notificare l’avvenuta infrazione al Consiglio dei Ministri
dell’Unione Europea, che poi decideva se avviare la procedura o meno.
Nella nuova versione, sono stati introdotti tre cambiamenti che spostano
quei poteri in seno alla Commissione. Non va infine scordato che sarebbe
di fatto impossibile successivamente modificare il Trattato Europeo,
occorrendo l’unanimità.
- Trattato
Europeo. 1 giugno. «Nei quindici anni dall’entrata in vigore del
Trattato di Maastricht, che ha introdotto la moneta unica, l’euro, lo
sviluppo medio annuo del Prodotto interno lordo (PIL) italiano è
rallentato, è risultato la metà di quello del quindicennio anteriore, un
quarto di quello del periodo dal 1945 al 1980. Nel trentacinquennio, a
partire dalla fine della ricostruzione, l’Italia era stata prima assoluta
tra i Paesi occidentali nello sviluppo. Ed era ancora in testa nel
quindicennio anteriore a Maastricht, seconda solo alla Germania, tra i
Paesi europei con più popolazione. Negli anni dal 1992 ad oggi siamo
all’ultimo posto». Così Giuseppe Guarino sui dati empirici
dell’economia italiana dopo l’adesione al Trattato di Maastricht. In
realtà le considerazioni del giurista italiano sono paradossalmente
minimali nel rilevare gli effetti per l’Italia indotti dall’unificazione
europea. Basti pensare alle disposizioni sulla liberalizzazione dei
movimenti di capitale previsti dal vecchio Atto Unico Europeo ed i suoi
riflessi sull’entità del debito pubblico italiano. Oppure alla normativa
sugli aiuti di Stato ed all’accordo europeo Andreatta-Van Miert, che ha
portato allo smantellamento dell’IRI e dell’industria di Stato, pilastro
fondamentale del capitalismo italiano; le direttive europee sulle banche,
che ne hanno modificato ampiamente natura e funzioni; oppure al patto di stabilità,
con i suoi effetti recessivi per l’economia italiana e l’impulso dato di
fatto a svendite (vedasi le cartolarizzazioni) ed indebitamento degli enti
territoriali.
- Politica
interna. 1 giugno. «Questi ci copiano». Marco Minniti,
ministro-ombra degli interni del Partito Democratico, così ha commentato (il
Manifesto, 22 maggio) le misure contro l’immigrazione del
centrodestra: «Leggeremo i testi. Ma stando ai titoli, gran parte delle
questioni poste dal governo Berlusconi erano già contenute nel pacchetto
Amato. Parola per parola, ai limiti dei dettagli». Se non fosse per il
reato di immigrazione clandestina, che sarà discusso in parlamento, il
centrosinistra non troverebbe proprio niente da eccepire ai provvedimenti
presentati dal ministro Maroni. Per Minniti si tratta comunque «più di
una bandiera politica che un provvedimento in cui si crede». Perché,
spiega Lanfranco Tenaglia, guardasigilli ombra, «innanzitutto il reato
di immigrazione clandestina ha profili di incostituzionalità e bisogna
verificare se è in conformità con le norme internazionali e con la
convenzione europea sui diritti umani. Ma sia chiaro, una volta
introdotto, poi bisognerà assicurare a tutti le garanzie del giusto
processo. E finiremmo per tenerci il clandestino per tutti e tre i gradi
di giudizio». È insomma la concreta efficacia che non convince il
Partito Democratico, mentre non si ha niente da obiettare sul profilo umanitario
di questi provvedimenti. Del resto, commenta il Manifesto, «la
mossa del governo –quella di raccogliere i testi che Prodi non è riuscito
a approvare– è astuta. L’opposizione parlamentare non può che attestarsi
su questo basso profilo. Una difficoltà da cui non può smarcarsi neanche
l’opposizione extraparlamentare, ovvero quel che resta della sinistra
arcobaleno». Intanto l’Alto commissariato ONU per i rifugiati ha
chiesto ufficialmente al governo italiano di correggere le nuove norme sul
diritto d’asilo. Rischiano di far espellere una persona che lo richieda
prima che abbia la possibilità di presentare ricorso ad un eventuale
diniego, «contro un principio fondamentale del diritto e con l’articolo
13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo».
- OGM. 1
giugno. Barroso: OK alla coltivazione di OGM. «Dobbiamo mantenere
una politica aperta ma vigile sugli OGM, le cui coltivazioni in Europa
sono limitate, al contrario del resto del mondo». È quanto si legge
nel documento sulle risposte da dare all’aumento dei prezzi dei prodotti
agricoli che il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso,
ha presentato il 20 maggio. Si tratta di un cambiamento d’indirizzo
radicale, visto che per molti anni la Commissione ha adottato sul tema il
principio di precauzione e “tolleranza zero”. Tuttavia, già l’anno scorso,
in occasione della revisione del “Codex Alimentarius” (insieme di regole e
di normative elaborate da una Commissione istituita nel 1963 dalla FAO e
dall’OMS per facilitare gli scambi internazionali degli alimenti), la
Commissione aveva mostrato di voler favorire gli OGM sotto pressioni degli
USA. Secondo i dati forniti dalla rivista Science, dei 114 milioni
di ettari di coltivazioni di piante geneticamente modificate, oltre la
metà si trovano negli Stati Uniti (51%). Il 99% delle coltivazioni è
concentrata in pochi paesi: Stati Uniti, Canada, Sud America (Argentina,
Brasile e Paraguay), India, Cina, e Sud Africa.
- OGM. 1
giugno. L’esternazione di Barroso ha suscitato la pronta reazione
della “Coalizione Italia Europa-Liberi da OGM”, cui aderiscono Acli,
Adiconsum, Adoc, Adusbef, Agci, Agrital, Aiab, Alpa, Assocap, Avis, Cia,
Cic, Città del Vino, Cna, Codacons, Coldiretti, Confartigianato, Consorzio
del Parmigiano Reggiano, Coop, Copagri, Fedagri, Federconsumatori, Focsiv,
Fondazione Diritti Genetici, Greenpeace, Legacoop agroalimentare,
Legambiente, Libera, Res Tipica, Slow Food Italia, Unci, VAS, Wwf. «Gli
OGM non sono la soluzione alla crisi alimentare. La produzione agricola
continentale riesce a essere ancora competitiva solo grazie alle sue
caratteristiche di tipicità e qualità. Tutti questi aspetti distintivi
verrebbero a cadere se gli agricoltori europei si affidassero alla
standardizzazione che porta l’utilizzo degli OGM». Secondo il
coordinatore della Coalizione, Roberto Burdese, per risolvere la crisi
alimentare «esistono efficaci ed eccellenti risposte nella difesa del
patrimonio di biodiversità agricole e alimentari dell’Europa, nella
conservazione e nel potenziamento dei modelli di agricoltura su media e
piccola scala con destinazione prevalente al mercato locale, nell’agricoltura
biologica e in tutte quelle forme di agricoltura che operano per
svincolarsi dalla dipendenza dagli input di natura chimica di cui gli OGM
sono parte integrante». Posizione condivisibile, alla quale va
aggiunto che, sulla base dei dati attualmente a disposizione, ancora non
c’è traccia di aumento della produttività dei raccolti OGM rispetto a
quelli convenzionali, né si registra una significativa riduzione dell’uso
di antiparassitari ed erbicidi.
- OGM. 1
giugno. Promuovere gli OGM significherebbe favorire quegli stessi
interessi economici che più stanno profittando della crisi alimentare. «Nella
fase più critica della crisi alimentare, legata principalmente
all’impennata dei prezzi delle principali materie prime agricole, le
grandi multinazionali che propongono gli OGM come soluzione dei problemi,
registrano in realtà un balzo clamoroso dei propri profitti: più che
risolutori del problema, certamente esse sono tra i grandi beneficiari di
questa situazione che sta mettendo in gravi difficoltà miliardi di persone
in tutto il pianeta». Il comunicato stampa della “Coalizione Italia
Europa-Liberi da OGM” (19 maggio) riporta alcuni dati: «Monsanto, uno
dei principali produttori di sementi geneticamente modificate, l’anno
scorso ha visto salire il proprio utile netto del 44%, nel primo trimestre
2008 gli utili sono addirittura raddoppiati rispetto allo stesso periodo
del 2007; Syngenta, altro grande player del settore, nel primo trimestre
di quest’anno ha annunciato un balzo di profitti del 28% e anche la DuPont
ha rivisto al rialzo la stima di crescita per il resto del 2008».
- OGM. 1
giugno. A questi dati andrebbero aggiunte le considerazioni di
Greenpeace. L’associazione ambientalista sostiene che «anche se
l’ingegneria genetica fosse in grado di mantenere le sue promesse di alte
rese e di raccolti resistenti alle malattie per il Terzo Mondo, sembra
improbabile che ciò possa portare benefici alle popolazioni affamate in
quanto essa non affronta alle radici le cause della malnutrizione. In
effetti, sostenendo che questo complesso problema sia risolvibile con una
panacea biotecnologica, i governi e le industrie cercano di coprire le
reciproche complicità che consentono di mantenere in vita quelle strutture
politiche e quelle diseguaglianze sociali responsabili dell´insufficienza
alimentare di milioni di persone». Entrando ancor più nel merito,
Greenpeace si domanda retoricamente «come gli alti investimenti
sostenuti dalle multinazionali dell’agro-bio-tecnologia possano poi
trasformarsi in generosi interventi a favore delle popolazioni affamate ed
indebitate. Piuttosto, c’è il rischio che con i brevetti sulle varietà
agricole, eliminata la biodiversità naturale, questi colossi economici si
approprino direttamente delle sementi e quindi della produzione, con un
controllo sociale spaventoso, potendo decidere (vendendo o meno le
sementi) chi mangia e a quali condizioni». D’altronde, alla luce dei
dati, mentre nel mondo risulta quasi un miliardo il numero di persone che
soffrono la fame, nello stesso periodo si è avuto un forte incremento
delle superfici coltivate con Organismi Geneticamente Modificati che hanno
superato abbondantemente i 114 milioni di ettari.
- Sovranità alimentare.
1 giugno. La speculazione finanziaria è la responsabile dei tremendi
incrementi del prezzo del riso. Il presidente di Coldiretti, Sergio Marini,
in occasione dell’incontro EuropAfrica tenutosi a Roma due giorni fa per
dibattere sui rincari dei mercati agricoli, rilevando gli andamenti altalenanti
del prezzo del riso, che aveva raggiunto a fine aprile il suo massimo
storico (circa 25 dollari per hundredweight – 50,8 Kg), ha puntualizzato
che le speculazioni sul riso hanno provocato aumenti dei prezzi al dettaglio,
restrizioni commerciali e accaparramenti che hanno ridotto la disponibilità sul
mercato con serie ripercussioni anche in termini di disordini ed emergenze
alimentari in molti Paesi. Per la Coldiretti la «finanziarizzazione
dei commerci mondiali di cibo» ha aperto le porte alle grandi speculazioni
internazionali, che conseguono profitti miliardari “giocando” in totale
impunità sui prezzi delle materie prime agricole, provocando grande volatilità e
impedendo la programmazione e la sicurezza degli approvvigionamenti. Per
Marini occorre «investire nell’agricoltura delle diverse realtà del
pianeta», con politiche agricole regionali «che sappiano potenziare
le produzioni locali da orientare al consumo interno». Si tratta di
aumentare la sicurezza alimentare sostenendo decisamente le produzioni
locali e lo sviluppo di mercati regionali e territoriali, dunque l’accesso
alle coltivazioni delle aziende familiari. I recenti eventi, infatti,
dimostrano per Coldiretti «la grande vulnerabilità di un sistema impostato
sulla liberalizzazione spinta del mercato» che favorisce «una nuova ‘colonizzazione’ dei
Paesi più poveri», invogliandoli con alti prezzi ad esportare piuttosto
che a soddisfare il crescente fabbisogno interno. Ndiogou Fall ha aggiunto
che l’agricoltura nei Paesi del cosiddetto “Terzo mondo” «è stata trasformata
in una miniera di materie prime per l’industria alimentare europea. Il
Senegal, il mio Paese, doveva produrre arachidi per gli oli alimentari,
la Costa d’Avorio cacao e caffé per le multinazionali della cioccolata,
altri come il Mali sono diventate miniere di cotone, e finché questa logica
non cambierà non si uscirà dalla crisi». Intanto, tra aumenti dei
prezzi del petrolio, speculazioni finanziarie sui fondi di investimento
legati ai prodotti agricoli, cambiamenti climatici e accresciuto utilizzo
di terreni per la produzione di agrocarburanti, è facile attendersi ulteriori
aumenti dei prezzi dei prodotti agricoli.
- Sovranità
alimentare. 1 giugno. Speculazione finanziaria, agro-carburanti,
politiche di liberalizzazione del commercio agricolo: anche per Jean
Ziegler, membro della commissione del consiglio consultivo ONU per i
diritti umani, sono queste le cause dell’attuale crisi alimentare. «Lo
scorso anno, dal febbraio 2007 al febbraio 2008, il prezzo del frumento
sul mercato internazionale è cresciuto del 130%, quello del riso del 74%,
quello della soia dell’87%, quello del granoturco del 31%». In
un articolo pubblicato su il Manifesto di due giorni fa, Jean
Ziegler esprime preoccupazioni riguardo la crisi in paesi poveri come
quelli africani e centroamericani, che per il proprio fabbisogno
alimentare ricorrono in prevalenza alle importazioni. Haiti, ad esempio. «Il
100% della farina consumata è d’importazione, e così il 75% del riso. Tra
il gennaio del 2007 e il gennaio del 2008 il prezzo della farina a Haiti è
salito dell’83% e quello del riso del 69%. Sei dei nove milioni di
haitiani vivono in condizioni di estrema povertà. Molti di loro sono
ridotti a cibarsi di focacce impastate col fango». Nell’ambito di
un’economia basata sulla liberalizzazione degli scambi e le monocolture
intensive, anche il prezzo del petrolio farà aumentare i prezzi agricoli:
Ziegler sottolinea che «gli accordi per l’esportazione prevedono che
circa il 90% dei prodotti di prima necessità siano venduti free on board
(Fob) –con costi di trasporto a spese dell’acquirente. Alcuni, ma solo una
minoranza, vengono venduti Cost, insurance and freight (Cif) –con costi di
trasporto a carico del venditore. Ciò significa che generalmente si deve
aggiungere il costo del trasporto al già altissimo prezzo che i prodotti
alimentari hanno raggiunto nel mondo», con immaginabili ripercussioni
per quelle 2.200 miliardi di persone che secondo la Banca Mondiale vivono
in condizioni di estrema povertà, spendendo per l’alimentazione l’80-90%
del proprio reddito.
- Sovranità
alimentare. 1 giugno. Ziegler si sofferma dunque sulle cause
dell’aumento dei prezzi. «Una delle principali è la speculazione, che
avviene soprattutto alla Chicago commodity stock exchange (Borsa delle
materie prime agricole di Chicago), dove vengono stabiliti i prezzi di
quasi tutti i prodotti alimentari del mondo». In primo piano dunque la
finanza USA, che di fatto controlla questi mercati. Ma perché si
registrano ora tali spaventosi aumenti? «Tra il novembre e il dicembre
dello scorso anno il mercato finanziario mondiale è crollato e più di
mille miliardi di dollari investiti sono andati in fumo. Di conseguenza la
maggioranza dei grandi speculatori, come quelli che investivano in hedge
funds, hanno finito per investire in options e futures sui prodotti
agricoli grezzi e sui generi di prima necessità. Nel 2000 il volume
commerciale dei prodotti agricoli alle varie Borse ammontava
approssimativamente a dieci miliardi di dollari. A maggio del 2008
ha raggiunto i 175 miliardi di dollari. Solo nel mese di gennaio 2008,
quando è iniziata questa inversione di tendenza, 3 miliardi di nuovi
dollari sono stati investiti alla Chicago commodity stock exchange».
Secondo alcuni analisti la speculazione avrebbe fatto aumentare i prezzi
di almeno il 60-70%. Una seconda causa dell’esplosione dei prezzi «è la
massiccia distruzione di prodotti quali cereali e granoturco, finalizzata
alla produzione di bioetanolo e biodiesel (agrocarburanti). Solo nello
scorso anno gli Stati Uniti d’America hanno incenerito 138 milioni di
tonnellate di granoturco, cioè un terzo della raccolta annuale, per
trasformarlo in bioetanolo. E la Comunità europea si sta muovendo nella
stessa direzione». Per alcuni gli agrocarburanti avrebbero fatto
aumentare i prezzi dei prodotti alimentari di almeno il 40%. Infine va sottolineato
il nefasto ruolo dei diktat sulla liberalizzazione degli scambi del Fondo
monetario mondiale e della Organizzazione mondiale del commercio. «Per
molti anni queste organizzazioni hanno dato priorità all’esportazione di
prodotti quali cotone, zucchero di canna, caffè, tè, arachidi, e questo ha
generato pericolose negligenze di fondo a scapito della “food security”,
la sicurezza alimentare. Lo scorso anno, ad esempio, il Mali esportava
380mila tonnellate di cotone e importava l’82% dei suoi prodotti
alimentari. Questa politica agricola sbagliata imposta ai paesi in via di
sviluppo è oggi per gran parte responsabile della catastrofe, poiché le
popolazioni interessate non sono in grado di permettersi gli altissimi
costi dei generi alimentari».
- Sovranità
alimentare. 1 giugno. Dopo aver analizzato le cause, Ziegler individua
alcune misure concrete che andrebbero attuate per risolvere la crisi:
reprimere la speculazione finanziaria, fermare la produzione degli
agrocarburanti, sostenere la produzione locale (piccole aziende e
lavoratori agricoli). «1. La speculazione va regolata. I prezzi dei
prodotti di primaria necessità non debbono essere soggetti alle
speculazioni di Borsa, ma andrebbero stabiliti da accordi internazionali
fra paesi produttori e paesi consumatori. Il metodo dell’Unctad di
regolare tali accordi attraverso buffer stocks (scorte cuscinetto) e
stabex (system for the stabilisation of export, fondo di stabilizzazione
dei proventi alle esportazioni a favore dei paesi Africa-Caraibi-Pacifico)
potrebbe essere una soluzione. La soluzione complementare è quella di
riformare drasticamente le regole dei futures e delle options attraverso
norme che permettano di controllare gli abusi più gravi. 2. Un’altra
soluzione al problema sta nel vietare in modo assoluto la trasformazione
dei prodotti agricoli in biocarburanti. La facilità di movimento concessa
al Nord del mondo dall’uso di centinaia di milioni di automobili non si
può far scontare alle popolazioni affamate e prive del più basilare
sostentamento solo perché abitano la parte più bassa dello stesso mondo.
3. Le istituzioni di Bretton Woods (FMI e Banca Mondiale, ndr) e
l’Organizzazione mondiale per il commercio potrebbero cambiare i parametri
della loro politica nell’agricoltura e dare assoluta priorità agli
investimenti nei prodotti di prima necessità e nella produzione locale,
compresi i sistemi di irrigazione, le infrastrutture, le semenze, i
pesticidi eccetera».
- Politica
interna. 2 giugno. Le transazioni finanziarie internazionali sotto
controllo statunitense. Lo sostiene un articolo del maggio scorso (apparso
per la prima volta su www.mondialisation.ca)
del sociologo belga Jean-Claude Paye, autore di La fin de l’Etat de
droit (tradotto dalla Manifestolibri) e Global War on Liberty
(TelosPress, 2007). Dopo l’accordo sui dati dei passeggeri europei tra
l’Unione Europea e gli Stati Uniti, attraverso cui le dogane statunitensi
hanno direttamente accesso ai terminali delle compagnie situate su suolo
europeo, ecco un accordo UE-USA (ovviamente promosso da Washington) che
consente alla CIA di controllare le transazioni finanziarie e autorizza il
possesso dei dati personali da parte degli USA. In tutti e due i casi
l’amministrazione USA si era impossessata illegalmente dei dati personali
dei cittadini europei, senza attendere che l’Unione gli “riconoscesse”
questo diritto e modificasse appositamente il proprio ordinamento
giuridico. «Questo recente “accordo” rivela l’esistenza di una
struttura politica imperiale (…) Non si tratta di un accordo tra due
potenze sovrane. Non esiste che una sola parte, l’amministrazione USA, che
riafferma il suo diritto di disporre dei dati personali degli europei. In
cambio, in un percorso unilaterale, concede delle “garanzie” formali che
può unilateralmente modificare o sopprimere (…) Non si tratta dunque di un
accordo bilaterale, come desiderava il Parlamento Europeo, ma di un testo
il cui contenuto non ha bisogno dell’accordo delle due parti per poter
essere modificato. L’amministrazione degli Stati Uniti ha la possibilità,
senza assenso né consultazione dell’altra parte, di modificare i suoi
impegni (…) L’esecutivo americano esercita così direttamente la sua
sovranità sulle popolazioni dei due lati dell’Atlantico», commenta
Paye.
- Politica
interna. 2 giugno. Il 23 giugno 2006 il New York Times ha messo
in luce il fatto che la società belga Swift (Society for Worldwide
Interbank Financial Communication), il consorzio interbancario che
gestisce le transazioni elettroniche, in violazione della stessa legge
europea sulla protezione dei dati, aveva trasmesso al Dipartimento del
Tesoro degli Stati Uniti, dopo gli attentati dell’11 settembre, decine di
milioni di dati riservati riguardanti le operazioni dei propri clienti,
nonché ha dato accesso alle numerose agenzie USA (alcune segrete) che si
occupano di “sicurezza”. «La CIA spia i conti bancari in tutto il mondo»,
era stato il titolo di un articolo del Corriere della Sera, senza
che alcun politico italiano abbia sollevato il problema dell’ennesima
lesione della sovranità nazionale e del segreto bancario da parte di
Washington. Il fatto è commentato con queste parole dal sociologo belga: «Swift,
società USA di diritto belga, gestisce gli scambi internazionali di circa
ottomila istituzioni finanziarie situate in 208 paesi. Essa assicura il
trasferimento di dati relativi ai pagamenti o ai titoli, comprese le
transazioni internazionali in divise, ma non fa transitare denaro. I dati
scambiati vengono memorizzati su alcuni server. Uno situato in Europa,
l’altro negli Stati Uniti. Ciascuno contiene l’insieme di tutti i dati. I
messaggi interbancari, scambiati sulla rete Swift, contengono dati a
carattere personale. Questa società è sottoposta anche alla legge
statunitense, per via della localizzazione del suo secondo server sul
suolo degli Stati Uniti. Così la società ha scelto di violare il diritto
europeo, allo scopo di sottomettersi alle ingiunzioni dell’esecutivo
americano». Paye ricorda inoltre che il sistema Echelon e il programma
di sorveglianza della NSA permettono di appropriarsi di informazioni
elettroniche, tra cui i dati Swift FIN, in tempo reale. «La loro
lettura è ancora più facile se si pensa che i sistemi di criptaggio DES,
3DES e AES, dei dati relativi alle transazioni mondiali tra banche, sono
tutti e tre degli standard americani brevettati negli USA. L’esecutivo
degli Stati Uniti si fa quindi consegnare dei dati che già possiede o che
può facilmente ottenere». È anche importante sottolineare come il
testo dell’accordo assegni non solo alle amministrazioni statali USA ma
anche ad «altre amministrazioni ufficiali indipendenti» la
possibilità di accesso ai dati personali dei cittadini europei. Il
sociologo belga ricorda un “caso Swift” scoppiato nel giugno 2006, in cui
il governo USA sostenne che non c’era stato alcun abuso nell’utilizzazione
dei dati supervisionati da una società privata “esterna”, il gruppo Booz
Allen & Hamilton, società leader nella consulenza strategica ad
imprese e governi, di cui il maggio scorso il noto fondo Carlyle ha
acquisito una quota di maggioranza del business della consulenza al
governo USA. «Quest’ultima è una delle più importanti società sotto
contratto con il governo americano. L’inter-penetrazione tra pubblico e
privato è organica. Che una tale società possa essere presentata come
indipendente dal potere esecutivo degli Stati Uniti la dice lunga sulla
solidità delle garanzie ottenute dai negoziatori europei».
- Politica
economica. 2 giugno. Italia, obiettivo “disavanzo zero”.
Secondo quanto riporta la Reuters, Tremonti obbedisce all’Unione
Europea e per il bilancio statale conferma gli obiettivi fissati in
precedenza dal centrosinistra. Secondo quanto dichiarato dal Commissario
UE agli Affari economici e monetari Joaquin Almunia, il neo inquilino di
Via XX Settembre ha confermato durante i lavori dell’Eurogruppo (il centro
di coordinamento che riunisce i ministri dell’economia e delle finanze
degli Stati membri che hanno adottato l’euro, che si riunisce
informalmente alla vigilia dell’ECOFIN, che a sua volta comprende i
ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati membri dell’UE)
che per l’azzeramento del disavanzo pubblico Roma manterrà l’obiettivo del
2011, un anno in anticipo rispetto alla data ultima del 2012 fissata in
sede europea. L’obiettivo, come ha annunciato lo stesso Tremonti, che in
sede europea ha illustrato gli ultimi provvedimenti varati dal
centrodestra, verrà ribadito nel prossimo Documento di programmazione
economica e finanziaria: «applichiamo il piano Prodi/Padoa-Schioppa»,
ha dichiarato alla stampa.
- Politica
economica. 2 giugno. Domani l’ECOFIN abrogherà la procedura di
infrazione per “deficit eccessivo” a carico dell’Italia. Ora l’obiettivo è
il pareggio di bilancio, da conseguire obbligatoriamente entro il 2012,
non più entro il 2010. Si chiude così il contenzioso con Parigi che aveva
già avvertito Bruxelles di non riuscire a raggiungere l’obiettivo
“disavanzo zero” entro il 2010. I ministri finanziari europei hanno
giustificato la dilazione della scadenza asserendo che sarebbe stato
eccessivo pretendere il pareggio in anni di scarsa crescita dell’economia.
Non si comprende però ancora perché incaponirsi nel perseguire tali
vincoli finanziari quando l’evidenza mostra i loro effetti negativi sulla
stessa crescita capitalistica. «Il 2012 è il termine ultimo, e in
particolare l’Italia deve evitare qualsiasi spesa addizionale, ma anche
riduzioni delle tasse che non siano bilanciati da simmetrici tagli di
spesa», ha affermato Almunia. Per raggiungere il pareggio entro il
2011, come previsto dal «piano Padoa-Schioppa» confermato
dall’attuale ministro dell’Economia, l’Italia dovrebbe ridurre il deficit
strutturale di uno 0,5% l’anno.
- Politica
economica. 2 giugno. Anche il Fondo Monetario Internazionale,
in significativa sintonia con l’Unione Europea, preme per la riduzione del
disavanzo statale. A Francoforte il Fondo Monetario Internazionale ha
presentato le conclusioni della missione “article IV” sulla zona euro, in
cui si parla di preoccupazione per i «paesi ad alto debito», tra cui
appunto l’Italia. Il FMI rinnova le proprie preoccupazioni per l’andamento
della spesa pensionistica e ed esterna allarme per il fatto che in alcuni
paesi «il disavanzo pubblico rischi di sforare i parametri di
Maastricht nel breve termine». FMI, Commissione e Banca
Centrale Europea: tutti uniti nel chiedere ancora più “sacrifici” (e
relativo peggioramento delle condizioni di vita) all’Italia (e non solo).
- Politica
economica. 2 giugno. «Il piano Tremonti va bene». Lo ha detto
il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker spiegando che
l’Eurogruppo ha apprezzato «sia le misure già prese sia quelle
prospettate per il futuro» dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
«L’Italia deve continuare sulla strada del consolidamento e tutto ciò
che va in questa direzione è benvenuto», ha aggiunto Juncker.
- NATO-USA.
2 giugno. Tagliare le spese sociali, aumentare quelle militari. Il
ministro della Difesa, Ignazio La Russa, prevede di elevare nei prossimi
cinque anni il rapporto bilancio Difesa/Pil dall’attuale 0,9% all’1,25% e
di allocare tale risorse sostanzialmente in modo più funzionale per le
strategie del Pentagono. Il neoministro, intervenuto alla rubrica Settegiorni
su RaiUno, sostiene che un “efficiente” bilancio per la difesa dovrebbe
destinare metà degli stanziamenti alle esigenze del personale, il 25% agli
investimenti e il resto per il funzionamento vero e proprio. Afferma La
Russa: «se la maggior parte dei soldi che vengono stanziati devono
andare alle spese per il personale, ne risente la capacità di operatività,
perché vengono a mancare i soldi per l’addestramento, per la manutenzione,
per la benzina. Alla lunga ne risente la nostra capacità di dare risposta».
Ma rispondere a che cosa? La Russa getta le mani avanti: «sono soldi
che non servono per fare la guerra a nessuno, ma per una una maggiore
sicurezza e un maggior prestigio internazionale». Ma in che cosa
consisterebbe tale “prestigio internazionale”? Nell’essere funzionali alle
strategie imperialiste di Washington, come in Afghanistan?
- NATO-USA.
2 giugno. Proprio le novità che i neoministri degli Esteri, Frattini e
della Difesa, La Russa, vorrebbero introdurre sull’impiego del contingente
italiano in Afghanistan sono state analizzate su La Repubblica (27
maggio) dal generale Fabio Mini, ex Capo di Stato maggiore del Comando
NATO delle forze alleate Sud Europa, nel 2002-2003 comandante della NATO
in Kosovo. Innanzitutto il generale spiega, senza giri di parole, cosa
significhi concretamente la “maggiore flessibilità” operativa annunciata
dai due ministri: «tradotta in termini militari, la flessibilità a cui
fanno riferimento comporta più rischi, una gamma di operazioni più ampia,
forze più mobili, più versatili e più integrabili in contesti
multinazionali. In soldoni, più carri armati, missili, elicotteri, aerei,
intelligence, più combattenti e barelle». Quindi Mini entra nel
merito dei propositi dei due ministri del centrodestra. Su quelli di La
Russa, il generale ritiene priva di effetti concreti la riduzione di tempo
da 76 a 6 ore per rispondere alle richieste NATO. «Operativamente sei
ore sono una eternità identica alle 76. In realtà non servono più di sei
minuti per dare una risposta politica ad una richiesta militare della
NATO. E se l’intervento è necessario e urgente, il caveat non si applica.
Dal punto di vista operativo, il caveat temporale (massimo e non minimo)
serve perciò da alibi per l’indecisione. Dal punto di vista politico
serviva invece ad un governo diviso e traballante a prevenire e vagliare
le richieste, a decantarle e a frenare le pulsioni omicide o le
frustrazioni di gente (i soldati della “coalizione”, ndr) che non
faceva differenza nell’ammazzare dei civili o dei terroristi».
- NATO-USA.
2 giugno. Così come in altri articoli, Mini non è affatto tenero nei
confronti degli USA e della dinamica della guerra in Afghanistan. Il tempo
di risposta «era una prova di profonda sfiducia nelle regole, nella
politica e nella strategia dei maggiori alleati che, mescolando la
missione di assistenza con la guerra di Enduring Freedom, le avevano rese
inefficaci e inutilmente vessatorie nei riguardi del popolo afgano. Nulla
è cambiato nell’atteggiamento, nelle strategie o nei risultati dei nostri
alleati perché questa sfiducia possa essere rimossa. Semmai, proprio
perché tira un vento di allineamento acritico, il tempo di decantazione e
riflessione è più necessario che mai». Il neoministro degli
Esteri Frattini ha invece focalizzato l’attenzione «sull’aspetto
geografico della flessibilità: bisogna rimuovere i limiti ai nostri
interventi in aree diverse da quelle assegnate». Per Mini, «anche
questo è un caveat teorico che non ha mai impedito ai nostri di fare il
loro dovere e più del loro dovere. È un caveat che tutte le nazioni hanno
e che i cosiddetti alleati maggiori impongono in maniera feroce. Cattiveria,
miopia? No, è una questione di autonomia di comando e controllo». L’ex
comandante NATO in Kosovo puntualizza che interventi militari in aree non
di propria competenza possono «includere operazioni che destabilizzano
gli equilibri locali che altri hanno faticosamente costruito, e comunque
comportano l’impiego delle nostre truppe in settori distanti, diversi,
sotto comando altrui, in situazioni provocate o subite da altri». In
parole povere: «Significa fare quello che vogliono gli altri alle dirette
dipendenze degli altri». In conclusione, rimuovere le limitazioni
all’operatività del contingente italiano significa solamente «più
subalternità e maggiore corresponsabilità negli errori o nelle velleità
altrui».
- NATO-USA.
2 giugno. In precedenza, Mini aveva aspramente stigmatizzato quella da
lui chiamata “via italiana al peacekeeping” (cfr
http://limes.espresso.repubblica.it/2007/09/11/il-modo-italiano-di-fare-peacekeeping/?p=211).
Anche tenuto conto del suo passato, non ci sembrano, quelle del generale,
considerazioni dettate da una ferma opposizione alle strategie
imperialiste USA, ma piuttosto posizioni di “critica dall’interno” che
prendono atto del fallimento dell’attuale politica guerrafondaia di
Washington. Le sue riflessioni meritano comunque profonda attenzione.
Secondo Mini, in Afghanistan ed Iraq vere e proprie operazioni di guerra
al servizio degli USA sono state chiamate in modo indebito e menzognero
col nome di “peacekeeping” (mantenimento della pace) «soltanto per
nascondere i veri scopi ed eludere le stesse leggi nazionali». In
questo contesto, i vari governi di centrodestra e centrosinistra da un
lato non dicono mai no a quello che Washington richiede, dall’altro
cercano di disimpegnarsi il più possibile per evitare contraccolpi
negativi tra la popolazione italiana.
- NATO-USA.
2 giugno. In Iraq, afferma Mini, l’Italia «ha partecipato ad una
guerra senza volerla fare, senza avere interessi, al di fuori del quadro
giuridico internazionale, rischiando di più proprio per voler eludere la
realtà. Abbiamo fatto tutto questo soltanto in ossequio all’esigenza di
americani e inglesi di avere un numero tale di nazioni al fianco da poter
presentare la guerra come un fatto d’interesse collettivo. Per far parte
di questo numeretto ci siamo uniti a nazioni assolutamente insussistenti
sul piano della sicurezza internazionale, abbiamo avallato menzogne e
nefandezze ed abbiamo spaccato il fronte europeo. Per difendere questo
numeretto gli americani hanno sopportato che alcuni contingenti, fra cui
quello italiano, si spacciassero per peacekeeping e si ritenessero
esentati dalle operazioni di guerra e di occupazione». Tale
atteggiamento ha prodotto per Mini indesiderate conseguenze dal punto di
vista operativo. «In Iraq abbiamo adottato una “via italiana” fatta di
buonismo e di acquiescenza imponendo dall’alto misure di sicurezza
inappropriate alla situazione». Il generale ricorda i 19 militari
uccisi a Nassiriya, rimarcando in conclusione dell’articolo che
l’ambiguità dei governi italiani, non contrastata dai vertici militari, si
è riversata sugli stessi soldati, in pratica lasciati al loro destino. «Il
soldato è disposto e pronto allo scontro purché ve ne siano la ragione e
la legittimità. Una “ragione” fondamentale è la consapevolezza che la sua
vita e la sua missione sono importanti per tutti e non deve essere
sciupata. Per questo vuole armi efficienti, regole chiare e i mezzi per
proteggersi e proteggere».
- NATO-USA.
2 giugno. Situazione analoga in Afghanistan, «dove l’iniziale
orientamento a riassumere il ruolo tradizionale di peacekeeping e
assistenza, formulato con l’adesione alla coalizione di volenterosi che ha
dato vita ad ISAF (forza multinazionale costituita su mandato del
Consiglio di Sicurezza ONU nel dicembre 2001 con il compito principale di
sorvegliare Kabul e proteggere il governo Karzai, ndr), è stato
stravolto prima dall’assunzione di comando della NATO e poi dall’unione
della NATO alla guerra di Enduring Freedom (“libertà duratura”, il
nome ufficialmente utilizzato da Washington per designare alcune
operazioni militari lanciate con il pretesto dell’11/9, ndr). La “via
italiana” scelta dai vertici si è perciò espressa ancora una volta con
l’astensione di fatto dalle operazioni alleate e con la solita ambiguità
di considerare peacekeeping ciò che è guerra. In nessun caso, sia in Iraq
che in Afghanistan, è stata mai tentata la “via” di convincere gli alleati
ad un cambio di strategia. Così l’unica “via italiana” proposta dai nostri
vertici è stata quella fatta di indecisioni, ammiccamenti, sudditanza e
ipocrisia».
- NATO-USA.
2 giugno. Il 2007 è stato l’anno più sanguinoso in Afghanistan dalla
ritirata strategica dei Taliban, sia per i civili ma anche per gli stessi
soldati della NATO. Secondo un rapporto del Senlis Council, Taliban&Co.
oggi controllano il 54% del territorio, sono attivi in un altro 38% e
minacciano ormai la stessa capitale Kabul, la cui difesa è ora
responsabilità delle truppe italiane. Queste, sotto il nome in codice di
“Operazione Sarissa”, partecipano anche ad operazioni di guerra ormai da
quasi due anni a fianco della Delta Force statunitense e delle Sas
britanniche, in particolare nella provincia occidentale di Farah.
Dall’estate del 2006 è operativa nell’ovest del Paese la Task Force 45,
che in ambito militare è stata definita «la più grande unità di forze
speciali mai messa in campo dall’Italia dai tempi dell’operazione Ibis in
Somalia». In tutto circa 200 uomini. Durante il governo Prodi,
l’impegno militare in Afghanistan è costantemente aumentato sia dal punto
di vista quantitativo (2.350 soldati, 550 in più di quelli dispiegati dal
precedente governo Berlusconi) sia da quello qualitativo (dagli elicotteri
da combattimento A-129 Mangusta ai cingolati Vcc-80 Dardo in dotazione ai
bersaglieri della Brigata Garibaldi, dagli aerei spia Predator agli
elicotteri da trasporto Sh-3d). Il sottosegretario alla Difesa del
centrosinistra, Lorenzo Forcieri, aveva avvertito che «dovremo restare
in Afghanistan molto a lungo». Ovviamente a spese del contribuente
italiano: circa 338 milioni la cifra stanziata solo per il 2008.
- Sanità.
3 giugno. Dalla timidezza alla vivacità, inventare patologie per
produrre pillole e terapie finalizzate al profitto. Su l’Espresso
Christopher Lane, autore del libro “Shyness: How a Normal Behauviour
Became a Sickness” (“Timidezza, come un normale comportamento è diventato
una malattia”), dimostra con una meticolosa analisi storica come gli
interessi economici dell’industria dei farmaci e quelli di una categoria
professionale (gli psichiatri) si siano saldati e siano riusciti a
modificare in modo radicale la cultura collettiva e i comportamenti delle
famiglie. «C’è un legame stretto tra aziende e psichiatri. Le prime
sponsorizzano gli esperimenti clinici, i secondi sono spesso riluttanti a
diffondere i risultati negativi per l’industria. Recentemente il ‘New
England Journal of Medicine’ ha pubblicato uno studio che dimostra come le
ricerche divulgate abbiano distorto o esagerato per 17 anni gli effetti di
certe medicine. Sto parlando di molte pillole per combattere depressione e
ansia». Farmaci dai molteplici effetti collaterali. «La Glaxo Smith
Kline, un’azienda britannica, ottenne l’approvazione del Paxil (in Europa
si chiama Seroxat), nel 1996, per ogni tipo di ‘ansia sociale’ (social
anxiety disorder). Si tratta di un farmaco che ha parecchi effetti
collaterali, crea dipendenza e può avere conseguenze gravi. È una
situazione assurda, perché ci sono milioni di persone che soffrono di
ansie limitate e che prendono un farmaco con effetti collaterali gravi,
inclusa l’ansia cronica». Lo scrittore si sofferma sulla timidezza
diagnosticata come “ansia sociale”. «Se si analizza la letteratura
psichiatrica si capisce che la distinzione tra questi due disturbi è quasi
impossibile da definire (...)È disonesto non sottolineare i possibili
effetti collaterali di certi farmaci utilizzati. A dicembre una bambina di
quattro anni del Massachusetts è morta per overdose psichatrica. Le erano
stati dati degli antipsicotici. L’ospedale ha avviato un’inchiesta e il
primario psichiatra ha dovuto ammettere con qualche imbarazzo di avere
sotto cura almeno 955 bambini sotto i sette anni che prendono lo stesso
farmaco di cui è morta quella bambina. Come siamo arrivati al punto in cui
così tanti bambini piccoli prendono farmaci psichiatrici così seri per
problemi che spesso sono normali comportamenti nella fase dello sviluppo?».
L’industria farmaceutica non intende comunque fermarsi qui. «Il
prossimo ‘Manuale di psichiatria’ dovrebbe essere pubblicato nel 2012. Ci
sono pressioni per introdurre nell’elenco delle patologie da curare anche
l’apatia, l’abuso di Internet, lo shopping eccessivo. Un’altra malattia
possibile è ‘l’infelicità cronica indifferenziata’ che si riferisce alle
persone che appaiono generalmente tristi e melanconiche. C’è stato persino
chi ha proposto ‘la malattia della lagnanza cronica’ (Chronic Complaint
Disorder) che riguarda chi passa il tempo a lamentarsi del tempo, delle
tasse e della propria squadra che ha perso. Per fortuna questa proposta è
stata respinta, ma già il fatto che sia stata discussa la dice lunga sul
clima culturale esistente. Siamo alla farsa».
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. Il capitalismo agro-alimentare contro la
sicurezza alimentare dei popoli. In un articolo pubblicato su www.globalresearch.ca e tradotto
da Megachip, Ian Angus ricerca le cause dell’attuale crisi alimentare e
propone alcune misure da adottare per la tutela della sovranità alimentare
dei popoli. Lo studioso parte da una constatazione: «attualmente non
esiste alcuna carenza di cibo nel mondo». Secondo quanto
risulta dai dati stessi dell’Organizzazione per l’Alimentazione e
l’Agricoltura (FAO) dell’ONU, nel mondo viene prodotto tanto cibo da
fornire più di 2000 calorie al giorno per persona, più del minimo
richiesto per una buona salute. Insomma, vi è cibo più che sufficiente per
dare da mangiare a tutti: «è l’abbondanza, non la scarsità, che meglio
descrive attualmente la disponibilità di cibo nel mondo». Il fatto che
ci sia già abbastanza cibo per nutrire il globo dimostra che la crisi
alimentare è un problema sociale e politico. Allora, visto che tanto cibo
è disponibile, perché esistono più di 850 milioni di persone affamate e
malnutrite? Perché muoiono di fame 18.000 bambini ogni giorno?
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. Per l’autore la colpa è del capitalismo
agro-alimentare. I motivi sono presto detti: «l’industria alimentare
globale non è organizzata per fornire cibo agli affamati; è organizzata
per generare profitti per le imprese del settore agro-alimentare. Ed
infatti, i giganti del settore agro-alimentare stanno acquisendo il loro
obiettivo. Quest’anno, i profitti delle compagnie agro-alimentari hanno
svettato ben sopra ai livelli dell’ultimo anno, mentre la gente affamata,
da Haiti all’Egitto e al Senegal, è scesa per le strade per protestare
contro l’aumento dei prezzi degli alimenti». Multinazionali
come Archer Daniels Midland (ADM), Cargill, Bunge (commercio delle
granaglie), Monsanto, Dupont Agriculture and Nutrition (sementi ed
erbicidi), Potash Corporation e Mosaic (fertilizzanti) hanno
realizzato profitti spaventosi vendendo e comprando prodotti per
l’agricoltura in tutto il mondo in regime di monopolio e di
quasi-monopolio. «ADM, Cargill e Bunge controllano il mercato mondiale
del grano, il che significa che loro, da sole, decidono quanto raccolto
annuale deve essere destinato alla produzione di etanolo, di dolcificanti,
di mangimi per animali o di cibo per gli uomini. Gli autori di
“Hungry for Profit – La fame di profitti” scrivono: “L’enorme potere
esercitato dalle più importanti corporations per la produzione di cibo
dall’agro-alimentare consente loro essenzialmente di controllare i costi
delle materie prime acquistate dagli agricoltori, ed allo stesso tempo di
mantenere i prezzi degli alimenti di uso generale a livelli abbastanza
elevati da assicurare loro larghi profitti».
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. È dunque la promozione degli interessi del
capitalismo agro-alimentare a dominanza USA la causa dell’odierna crisi.
Un blocco di interessi favoriti da politiche neoliberiste imposte da
organizzazioni sovranazionali e miranti alla distruzione dell’agricoltura
locale ed all’apertura dei mercati dei paesi poveri alle loro derrate
sovvenzionate. Un sistema in cui il WTO (l’Organizzazione Mondiale del
Commercio) gioca un ruolo chiave. Imponendo il libero commercio e
l’accesso ai mercati mondiali, si proibisce agli Stati di costituirsi
l’autosufficienza alimentare, tenere scorte e garantire l’esistenza alle
attività agricole proprie (ad esempio applicando dazi alle importazioni).
«Durante il corso degli ultimi tre decenni, le compagnie
agro-alimentari transnazionali hanno progettato una massiccia
ristrutturazione dell’agricoltura mondiale. Direttamente attraverso il
loro potere sui mercati, ed indirettamente mediante i governi, la Banca
Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale
del Commercio, hanno cambiato le modalità di produzione dei raccolti ad
uso alimentare e la loro distribuzione in tutto il mondo. Questi cambiamenti
hanno procurato effetti prodigiosi sui loro profitti, mentre nel contempo
sono stati la causa della fame peggiore al mondo e dell’inevitabile crisi
alimentare (…) L’interesse per una agricoltura di prodotti da esportazione
ha causato l’assurdo e tragico risultato che milioni di esseri umani
stanno patendo la fame nei paesi che esportano derrate alimentari».
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. In sostanza, i Paesi del cosiddetto “Terzo
mondo” sono stati costretti ad adottare politiche agricole volte alla
produzione di derrate da esportare, favorendo quell’agricoltura
monoculturale-estensiva basata sull’uso massiccio di acqua, fertilizzanti
e pesticidi. Ad essere penalizzata, la coltivazione di colture per il
consumo interno, attuata da piccole e medie aziende agricole, in gran
parte di tipo familiare, molto più produttive e di gran lunga meno
inquinanti dell’ambiente rispetto alle gigantesche aziende agricole di
natura industriale. Un paese come il Kenya, fino ad alcuni decenni fa
pressoché autosufficiente dal punto di vista alimentare, oggi importa
l’80% del suo bisogno alimentare. «Se lo scopo dell’agricoltura è
quello di dar da mangiare alla gente, i cambiamenti nell’agricoltura
mondiale degli ultimi 30 anni sono privi di senso. Le coltivazioni industriali
nel Terzo Mondo hanno prodotto quantitativi di cibo sempre crescenti, ma
al costo di allontanare milioni di individui dalla terra e di portarli a
vivere perennemente affamati —e al costo di avvelenare aria e acqua, e di
far diminuire in modo costante le potenzialità del suolo a fornirci il
nutrimento di cui abbiamo necessità (…) La gente che aveva un buon
rapporto con la terra è stata separata da essa e costretta ad affollare le
città; i suoi contadini sono rinchiusi in gigantesche industrie all’aperto,
che producono solo per esportare. Centinaia di milioni di persone ora
devono dipendere da cibo che viene prodotto migliaia di miglia lontano,
visto che la loro agricoltura casalinga è stata trasformata per incontrare
le necessità delle grandi compagnie dell’agro-alimentare».
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. In questo scenario, che fare allora? Occorre
riappropriarsi della sovranità alimentare. Angus giudica in tal senso
importante il lavoro dell’organuizzazione “Via Campesina”, che comprende
più di 120 organizzazioni di agricoltori e contadini di 56 paesil’impegno
sui consumi interni e sull’autosufficienza alimentare. “Via Campesina”
focalizza l’attenzione sull’autosufficienza alimentare (da non confondersi
con tesi autarchiche o di isolazionismo economico), sui consumi interni e
la protezione della terra. «Non è sufficiente il solo accesso al cibo,
quello che è necessario è l’accesso alla terra, all’acqua e alle materie
prime e la gente interessata a queste problematiche deve avere il diritto
di sapere e di decidere sulle politiche alimentari. Il cibo è troppo
importante per essere lasciato ai condizionamenti del mercato globale e
alle manipolazioni delle imprese del settore agro-industriale: la fame nel
mondo può avere termine solo con il reinsediamento di piccole e medie
aziende a conduzione famigliare, come elementi chiave della produzione di
derrate alimentari».
- Sovranità
alimentare. 3 giugno. Nell’appello per la sovranità alimentare del
1996 “Food Sovereignty: A Future Without Hunger (La sovranità alimentare:
un futuro senza fame)” (scaricabile al seguente indirizzo: www.voiceoftheturtle.org/library/1996%20Declaration%20of%20Food%20Sovereignty.pdf),
“Via Campesina” fissava alcuni principi, tra cui: «garantire ad ognuno
l’accesso al cibo sicuro, nutriente, e culturalmente appropriato, in
quantità e qualità sufficiente a sostenere una vita salubre in piena
dignità umana; fornire alle persone contadine e senza proprietà terriera
—specialmente alle donne— la proprietà e il controllo della terra che loro
lavorano (…) l’accesso diretto alla formulazione delle politiche agricole
a tutti i livelli (…) ed assicurare il ritorno alla terra ai popoli
indigeni; assicurare la protezione e l’uso delle risorse naturali,
specialmente della terra, dell’acqua e delle sementi. Mettere fine alla
dipendenza dai prodotti chimici, alle monoculture di prodotti agricoli
destinati alle esportazioni e alla produzione intensiva ed industrializzata;
fare opposizione alle politiche dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(WTO), della Banca Mondiale (World Bank) e del Fondo Monetario
Internazionale (FMI), che agevolano il controllo delle imprese
multinazionali sull’agricoltura». La sovranità alimentare sarà
una questione cruciale nel XXI secolo. Anche in questo campo emerge la
rilevanza della “questione nazionale”, da difendere anche attraverso lotte
portate internazionalmente come mostra l’esempio di “Via Campesina”.
- Politica
agraria / Sovranità alimentare. 6 giugno. Speculazione finanziaria,
interessi delle multinazionali agro-alimentari, liberalizzazione degli
scambi, promozione degli OGM. Qualcuno potrebbe pensare che il fatale mix
–tratteggiato sopra in questa rassegna– che sta portando alla fame il
“Terzo mondo” non ci riguardi affatto. Niente di più sbagliato. Attraverso
la Politica agraria comunitaria (PAC), lo scenario vissuto da diversi
paesi del “Terzo mondo” rischia purtroppo di concretarsi anche nelle
nostre lande. Il punto da cui partire è la costante diminuzione dei
terreni agricoli destinati ad uso alimentare, aggravata dalla decisione
europea di voler favorire la produzione degli agro-carburanti. L’Europa ha
3,5 milioni di ettari di terreni di prima qualità non coltivati: causa la
PAC, che paga i contadini perché li lascino incolti, in ossequio al dogma
liberista: la produzione agricola europea, fatta da lavoratori
decentemente pagati, non è “competitiva”. Ora che avanzano nel mondo i
rincari alimentari, un quotidiano come Le Monde asserisce che «è
urgente rimettere a cultura» questi terreni, che sono il 10% delle
terre fertili europee. Ma lo scenario che si prospetta è addirittura
opposto, se passerà l’accordo UE-WTO. «Nonostante gli sviluppi ultimi
sui mercati delle merci agricole, che sollevano gravi preoccupazioni sulla
sicurezza alimentare», ha detto Jeann-Michel Lemetayer, presidente del
Council of Agricoltural Producers (COPA), «il WTO sta andando verso un
accordo commerciale che avrà per effetto gravissimi tagli alla produzione
agricola UE. L’Unione Europea è già il più grande importatore del suo
fabbisogno alimentare. Ma diverrà ancora più dipendente dalle importazioni
per una serie di alimenti essenziali: carne bovina e suina, pollame,
burro, zucchero, frutta, uova e verdure. Solo per la carne di manzo, la
produzione UE dovrebbe calare di 800 mila tonnellate, pari alla produzione
totale di carne della Gran Bretagna».
- Politica
agraria / Sovranità alimentare. 6 giugno. La Politica Agricola Comunitaria
venne istituita con gli obiettivi di garantire un prezzo minimo per i
prodotti agricoli, di «modernizzare»
l’agricoltura, ossia industrializzarla a danno delle piccole imprese contadine
familiari, di aumentare l’interdipendenza intra-europea con il sistema delle
quote, favorendo alcuni Stati (quelli dell’Europa continentale) a danno
di altri (il Sud Italia in particolare). Basti ricordare su quest’ultimo
punto le multe all’Italia perché produceva
“troppo” latte e che ancora oggi importa metà del fabbisogno di latte e
derivati. Il livello dei prezzi fu assicurato grazie ad apposite aziende
che si preoccupavano dell’acquisto delle eccedenze di produzione, in seguito
vendute a Paesi terzi con esportazioni sottocosto o addirittura distrutte.
Furono stabiliti dazi sulle merci in ingresso dai paesi extraeuropei, facendone
crescere il prezzo e scoraggiandone, quindi, l’importazione. Parallelamente,
le esportazioni verso i Paesi dell’area extracomunitaria furono incoraggiate
con sovvenzioni agli esportatori, che compensavano la differenza tra prezzi
comunitari più alti e prezzi esterni, più bassi. Particolarmente favorite
sono state le grandi imprese del settore. Ancora oggi, delle risorse attualmente
disponibili per l’agricoltura, più
dell’80% è assorbito dall’industria agro-alimentare e dalla Grande Distribuzione
Organizzata. Meno del 20% è destinato allo sviluppo rurale, con influenze
ovviamente sulla qualità del cibo destinato ai cittadini.
- UE /
Sovranità alimentare. 6 giugno. Dal 2000 in poi, la PAC ha cambiato
orientamento. Si è accelerata la politica di riduzione delle eccedenze con
la distruzione delle riserve, a detrimento delle esportazioni alimentari.
Invece di regolare i prezzi per il produttore, al fine di aiutarlo a
coprire i costi produttivi, furono introdotti dei pagamenti compensativi
affinché parte della terra fosse abbandonata (la cosiddetta politica del
“set-aside”). Si impose una riduzione dei prezzi che accelerò la tendenza
alla bancarotta delle aziende più piccole, che non avrebbero avuto più
soldi per acquistare e usare pesticidi e fertilizzanti. L’autosufficienza
alimentare (sia pur in ambito europeo, con i singoli Stati costretti a
tagliare quote di produzione interna e ad aprire i propri mercati alle
importazioni infraeuropee) non è più un obiettivo dell’Unione Europea.
Commissione UE e WTO hanno agito ad esempio per liquidare le scorte: ad
esempio il grano, dai 18 milioni di tonnellate del 2004, è stato ridotto a
zero nel 2006. L’eliminazione completa delle scorte di burro e latte in
polvere è stata ottenuta nel 2007. Di conseguenza l’UE non ha i mezzi per
intervenire nella crisi alimentare. A livello europeo ci sono comunque
Stati come la Francia che, sia pur per favorire proprie imprese, si
oppongono a tale indirizzo. Il ministro dell’agricoltura francese Michel
Barnier ha nel maggio scorso affermato che eliminare la PAC sarebbe un
errore politico e che «la sfida di fronte agli agricoltori nel mondo di
oggi è raddoppiare la produzione per sfamare 19 miliardi di individui nel
2050». Il cibo non può «essere lasciato solo nelle mani
degli speculatori finanziari, e sottostare agli standard infimi della
qualità, per la salute e per l’ambiente, che sono semplicemente in vigore
nei mercati». Replicando alle critiche in particolare del Financial
Times e dell’Economist, Barnier ha aggiunto che la Francia si
propone di usare la presidenza di turno dell’UE «per avviare un
dibattito sul futuro della PAC dopo il 2013», quando scadrà il regime
di finanziamento attualmente in vigore. Nel 1985 l’81% dei sussidi
comunitari andarono all’agricoltura, ma la UE ha deciso di ridurli al 37%
entro il 2013. Barnier ha commentato che «è troppo presto per dire»
se questa riduzione debba essere accettata.
- UE /
Sovranità alimentare. 6 giugno. Attenzione anche agli accordi con il
WTO, con il commissario UE al commercio Mandelson che intende demolire
l’agricoltura europea asserendo che la rinuncia al “protezionismo
agricolo” sfamerà le popolazioni più povere. «Pretendere che il futuro
delle popolazioni più povere del mondo dipenda dalla loro capacità di
esportare alle parti più ricche del mondo è una doppia negazione della
realtà». Secondo il ministro dell’agricoltura francese Michel Barnier,
«è proprio la scelta di un’agricoltura orientata all’export che ha
rovinato l’agricoltura di sussistenza e la produzione locale nei paesi più
poveri del mondo». Gli Stati del “terzo mondo” sono stati forzati ad
esportare monocolture a basso costo per ottenere valuta con cui pagare i
debiti esteri, a scapito della coltivazione di cibo per la propria popolazione.
Ma la rovina dell’agricoltura locale, della qualità del cibo e
dell’ambiente di cui parla Barnier riguarda pure gli Stati dell’Unione
Europea, con la caratteristica economia contadina familiare tipica del
sistema agricolo italiano messa a dura prova se non largamente incrinata
dagli orientamenti assunti nel tempo dalla PAC (non ultimo la produzione
degli agrocarburanti, impropriamente detti biocombustibili). L’attuale
sistema economico-commerciale, che spinge sempre di più verso una totale
dipendenza dei Paesi dalle importazioni (orientamento promosso dal WTO e
assunto dall’UE, che si propone pure la diffusione degli OGM), conduce
all’insicurezza alimentare.
- Economia.
8 giugno. Rapporto Istat: Italia in crisi economica. Il “Bel Paese”
vive un «momento di difficoltà economica con investimenti e consumi
delle famiglie fermi o in regresso», ha detto Luigi Biggeri,
presidente dell’Istat, presentando il «Rapporto annuale 2007» lo
scorso mese. Mentre il sistema delle imprese italiane tiene le proprie
posizioni nell’economia globale grazie al basso costo delle retribuzioni
e/o alle delocalizzazioni all’estero (favorite dall’euro forte) di parte
dei propri processi di produzione, la popolazione italiana «arranca».
Cresce la disuguaglianza tra cittadini e aree geografiche. Sul fronte del
lavoro, aumenta il numero di chi rinuncia a cercare un’occupazione, quella
che viene definita «occupazione scoraggiata»: circa 3 milioni di
persone, tra cui si stimano 1,213 milioni di persone –poco meno dei
disoccupati ufficiali– disposte ad accettare immediatamente un lavoro. La
mancanza di lavoro ha ridato slancio ai «movimenti migratori interni»:
tra il 2002 e il 2005 ci sono stati 1,3 milioni di trasferimenti l’anno,
destinazione i distretti industriali del Nord-Est, di parte del
Nord-Ovest, dell’Emilia e delle Marche. Le regioni dalle quali ci si
sposta di più sono le solite del Sud: Calabria, Campania, Puglia e
Sicilia. Cala infine il reddito pro capite nei confronti degli altri paesi
europei. Nel 2000 l’Italia aveva un reddito pro capite di quattro punti
superiore a quello della UE; 7 anni dopo, è sceso di oltre otto punti
sotto la media. E meno male che con l’entrata nell’euro la classe politica
ci annunciava un futuro radioso!
- Politica
economica. 8 giugno. In questo contesto, un governo che voglia un
minimo tutelare gli interessi nazionali dovrebbe provare quantomeno
a salvaguardare, se non ricostituire, il potere di acquisto delle
famiglie. I salari, in termini reali in calo nell’ultima decina d’anni,
dovrebbero aumentare corposamente (a tassi superiori all’inflazione),
mentre prezzi e tariffe (dalle case alle bollette, dall’energia agli
alimentari) dovrebbero scendere di valore in modo tale che, a parità di
salario, i beni diventino meno cari. Cosa fa invece il centrodestra?
Mentre si pronuncia contro aumenti salariali per i dipendenti, il governo
permetterà alla società Autostrade della famiglia Benetton di aumentare i
pedaggi. Fondi che serviranno alla famiglia trevigiana, secondo quanto
riporta la Repubblica (27 maggio), «anche a rimborsare il debito
di circa 8 miliardi con cui “Schemaventotto” (la finanziaria che fa capo
alla filiale lussemburghese del gruppo Benetton e che oggi detiene il
50,1%) ha acquistato attraverso l´Opa del 2003 un terzo delle azioni».
Gli automobilisti italiani sono dunque chiamati, con i loro pedaggi ed i
loro disagi per i mancati investimenti nella rete infrastrutturale, a
pagare i debiti dei Benetton contratti con il sistema finanziario italiano
e soprattutto estero.
- Politica
economica. 8 giugno. Dalle autostrade alle frequenze televisive, dalle
concessioni minerarie a quelle per la produzione di idrocarburi, il
patrimonio pubblico viene affidato in gestione a prezzi irrisori,
consentendo ai titolari uno sfruttamento a basso costo che produce lauti
ricavi. E mentre il cittadino paga benzina sempre più cara (grazie
alle accise) e biglietti autostradali salatissimi, Berlusconi continua a
tutelare i propri interessi (vedasi il decreto salva Rete 4) e a regalare
fondi ai “poteri forti”. Vedasi i 300 milioni di euro elargiti ad
Alitalia, per evitare un commissariamento che avrebbe fatto perdere alle
banche finanziatrici della compagnia aerea centinaia di milioni di
crediti. Si vedano anche le cosiddette “grandi opere”, inceneritori e
nucleare, che dreneranno immensi fondi dai cittadini (ad esempio
attraverso le bollette dell’ENEL) e favoriranno ancora una volta grandi
gruppi imprenditoriali (Impresilo e “cooperative rosse” in prima linea)
sostenuti dalle grandi banche. E così, mentre Tremonti parla di aumentare
le tasse a petrolieri e banche, il governo, anziché pensare ad una
politica che porti verso il basso tutte le tariffe (politica che comunque
scatenerebbe gli strali di Bruxelles), continua a tutelare gli utili
generati da rendite monopolistiche di grandi gruppi che dovrebbero invece
essere combattute. In campagna elettorale il centrodestra aveva promesso
di voler ridare potere d’acquisto alla popolazione e ridurre il potere dei
grandi monopoli e delle banche. I fatti mostrano che si procede in tutt’altra
direzione.
- Politica
economica. 8 giugno. Basti pensare alla tanto strombazzata “Robin
tax”, attraverso cui il centrodestra prova ad occultare il contenuto
anti-sociale ed anti-nazionale dei suoi provvedimenti dandosi una
riverniciata “anti poteri forti”. Questa tassa –un aumento del 5,5%
dell’imposta sui redditi per tutte le imprese che producono o vendono
energia elettrica– colpirà sia i “petrolieri” (tra cui l’ENI, con il
Tesoro italiano azionista principale) sia le aziende del settore elettrico,
elevando in ultima istanza i prezzi al consumo dell’energia elettrica, già
oggi piuttosto alti. È vero che il decreto legge vieta «agli operatori
(…) di traslare l’onere (…) sui prezzi al consumo», ma non predispone
i necessari strumenti di controllo. Afferma lo stesso decreto che «l’Autorità
per l’energia (…) vigila sulla puntuale osservanza della disposizione».
Ma l’Authority non dispone di alcun strumento d’intervento. Sui prezzi
della benzina, l’Authority non ha alcuna competenza. E se anche improvvisamente
si volesse tornare a un sistema di prezzi amministrati, a parte le
condanne che immediatamente pioverebbero dall’Unione Europea, sarà
giuridicamente difficile dimostrare che gli aumenti siano dovuti alla
traslazione dell’imposta e non, come argomenterebbero le imprese
dell’energia, dovuti a variazioni del prezzo del petrolio. Se anche
all’Authority venissero date competenze (e risorse) specifiche per tale
nuovo compito, è facile prevedere che le imprese del settore riuscirebbero
ad innalzare i prezzi ben prima che tali controlli divengano effettivi.
Forse addirittura l’aumento di imposta lo stiamo già pagando.
- Politica
economica. 8 giugno. Lo stesso vale nell’elettricità. Intanto va
evidenziato che l’imposta grava sia su chi produce, sia su chi vende,
ovvero graverà sulla bolletta finale due volte. Anche qui i controlli
dell’Authority non possono essere gran che efficaci. I prezzi all’ingrosso
sono determinati liberamente dalle imprese da diversi anni (nel 2004 è
partita la borsa elettrica) e l’unico modo di effettuare questo controllo
sarebbe di chiudere il mercato all’ingrosso dell’energia elettrica,
sottoponendo il prezzo all’ingrosso a un regime di prezzi amministrati.
Altrimenti i prezzi aumenteranno a valle. E a valle accade che l’energia
elettrica viene ceduta ai venditori, che poi la rivendono ai consumatori
finali. E anche i venditori saranno soggetti alla medesima imposta che già
fa aumentare il prezzo all’ingrosso. Anche qui, attenzione, perché allo
stesso modo dei prezzi all’ingrosso, i prezzi al dettaglio sono pressoché
lasciati alla determinazione del mercato, così come prevedono apposite
direttive e normative europee. L’Authority potrebbe solo tutelare i
piccoli consumatori, continuando a fissare la tariffa massima di
riferimento ignorando l’aumento delle imposte. I piccoli consumatori
sarebbero protetti comunque solo in parte, perché la tariffa finale non
può comunque prescindere dal prezzo pagato all’ingrosso, quindi una parte
della “Robin tax” verrebbe comunque pagata dai consumatori.
- Politica
economica. 8 giugno. Un altro inganno astutamente massmediatizzato dal
centrodestra è l’accordo con le banche sui mutui. In pratica, ha spiegato
Tremonti presentando l’accordo Abi-Governo, si tratta di una «ristrutturazione
dei mutui sulla prima casa: le rate, per le famiglie che vorranno farlo,
potranno essere convertite dal tasso variabile al fisso», ai valori «del
2006, prima che i tassi di interesse aumentassero». Il provvedimento
prevede quindi, per i mutui contratti a tasso variabile a partire dal
2004, una loro conversione a rata fissa ma lunghezza variabile. La
convenzione banche-governo prevede che la differenza tra la rata fissa e
quella variabile venga accumulata in un conto a parte e restituita dal
cliente, con gli interessi, quando si sarà finito di pagare il mutuo. I
mutui saranno quindi gravati di ulteriori interessi e di un allungamento
del prestito: secondo le associazioni dei consumatori, per un mutuo
ventennale avremmo un aumento di almeno 3,5-4 anni a tassi vigenti. La
durata potrebbe poi ulteriomente aumentare se salirà il tasso
interbancario Euribor. Solo se i tassi nel frattempo scenderanno la banca
restituirà del denaro: uno scenario considerato irrealistico. Questa
rinegoziazione aumenta in ultima istanza i costi a carico dei sottoscrittori.
Fornisce solo l’illusione di abbassare la rata, ma quello che non si paga
oggi, si pagherà domani... con un prestito aggiuntivo alla banca al tasso
di interesse del 5,22%. Per avere un’idea, ogni anno di agevolazione
comporta circa 2 mesi e mezzo di allungamento del mutuo! Il governo di
centrodestra ha in sostanza attuato una sorta di “pannicello caldo” per le
famiglie di corta durata e di sostegno al sistema creditizio dalla corsa
al ribasso delle tariffe che la rinegoziazione (con eventuale cambio di
banca) dei mutui (la cosiddetta “portabilità”) avrebbe innescato. Se
Tremonti avesse veramente voluto calcare la mano sulle banche, avrebbe
predisposto i decreti attuativi previsti dalla Finanziaria 2008 che
consentirebbero a chi è in difficoltà una sospensione fino a 18 mesi del
pagamento delle rate. O avrebbe sostenuto ulteriormente il provvedimento
Bersani sui mutui, che prevedeva il trasferimento del mutuo ed il cambio
di banca senza costi. Legge su cui le banche hanno già pensato ad una contromossa:
poiché la legge stabiliva che questa operazione doveva attuarsi senza
costi aggiuntivi, le banche si sono messe d’accordo nell’aumentare i costi
d’istruzione del mutuo. L’Antitrust ha addirittura messo sotto inchiesta
dieci banche che si sarebbero messe segretamente d’accordo e avrebbero
fatto cartello per impedire la portabilità dei mutui. E così, con la
proposta Tremonti, le banche non solo non restituiscono nulla ai
consumatori indebitati a tasso variabile, ma ci guadagnano fidelizzando il
cliente con l’allungamento della vita residua del debito, incamerando
maggiori interessi e maggiori commissioni sulle rate. Che l’attacco alle
banche sia stato per ora rinviato, d’altronde, si evince anche da un’altra
scelta: il rinvio della misura che prevedeva di far restituire alle banche
i pingui regali fatti dal governo Prodi (ad esempio con il taglio
dell’aliquota fiscale delle imprese bancarie).
- Lavoro.
10 giugno. Vivere per lavorare: il Consiglio Europeo vota
l’allungamento della settimana lavorativa. Nello scandaloso silenzio dei
mezzi di comunicazione, i ministri del lavoro dei 27 Stati europei hanno
raggiunto un accordo sulla direttiva europea sull’orario di lavoro. Un
ulteriore passo del progetto dell’Unione Europea di brutalizzazione del
lavoro e della vita sociale. Il testo, che ora sarà sottoposto al
Parlamento europeo, lascia il limite massimo di lavoro settimanale a 48
ore –conquistate dall’Organizzazione internazionale dei lavoratori nel
1917, fino ad oggi ritenute un limite necessario per rendere efficace la
tutela di salute e sicurezza– stabilendo però la possibilità di derogare
se lo stesso lavoratore è “d’accordo” ad accettare ore aggiuntive, sabati
lavorativi, eccetera. Non è una novità che grandi stravolgimenti di
precedenti conquiste sociali vengano avviate a piccoli passi per poi
affermarsi come regole. L’orario di lavoro potrà arrivare fino a 60 ore
settimanali (65 per alcune categorie come i medici) medie per trimestre,
il che significa che nell’arco di un trimestre si potrebbero avere settimane
lavorative anche fino a 78 ore. Ha vinto così la linea a lungo perseguita
dalla Gran Bretagna, la cui legislazione dal 1993 prevede la possibilità
di avvalersi del diritto di “opting out”, attraverso cui singoli
lavoratori e imprese possono sottoscrivere accordi individuali in materia
di orario di lavoro con i propri datori di lavoro (con rapporti di forza
facilmente immaginabili). Il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi,
parlando della necessità di una «chirurgica deregulation del mercato
del lavoro», ha auspicato che «il parlamento europeo possa
ratificare rapidamente questo accordo e che esso trovi poi rapida
attuazione nella legislazione dei singoli paesi membri».
- Sovranità
alimentare. 10 giugno. Agricoltura, più è piccola l’azienda, maggiore
è il prodotto. Lo scrive sul proprio sito George Monbiot. La relazione
inversamente proporzionale tra grandezza del podere e quantità di raccolto
per ettaro, scoperta per prima nel 1962 dall’economista premio Nobel
Amartya Sen, è stata successivamente confermata da dozzine di studi.
Ultimo di questi, un’analisi sull’agricoltura in Turchia (ma la relazione
è stata riscontrata anche in India, Malesia, Filippine, Brasile, Colombia
e Paraguay), che ha portato alla scoperta che aziende più piccole di un
ettaro sono venti volte più produttive di aziende grandi più di dieci
ettari. Come spiegare questo apparente mistero, considerato inoltre il
fatto che i piccoli produttori sono meno propensi a possedere macchinari,
ad avere capitale o accesso al credito e ancor meno a conoscere le ultime
tecniche produttive? «La spiegazione più plausibile è che le piccole
aziende usino meno manodopera per ettaro rispetto alle grandi aziende
agricole. La loro forza lavoro è costituita in prevalenza da membri delle
stesse famiglie, ciò significa che il costo del lavoro risulta molto più
basso delle grandi aziende, non dovendo spendere soldi per assumere e
dirigere i lavoratori, mentre la qualità del lavoro è più alta. Con più
lavoro gli agricoltori possono coltivare il loro terreno in modo più
intensivo: spendono più tempo a terrazzare e costruire sistemi di
irrigazione; seminano nuovamente subito dopo il raccolto; possono
coltivare diversi tipi di piantagione nello stesso campo».
Secondo Monbiot, alla luce di questi studi, «se i governi mostrassero
serietà nei confronti della questione della fame nel mondo, dovrebbero
dividere i grandi possedimenti terrieri, ridistribuirli ai poveri e
concentrare le loro ricerche e finanziamenti in favore delle piccole
aziende».
- Sovranità alimentare. 10 giugno. La realtà è invece tutt’altra. «La
grande industria sta uccidendo le piccole aziende agricole. Estendendo i
diritti di proprietà intellettuale a tutti gli aspetti della produzione;
sviluppando piante che o non si producono in modo genuino o addirittura
non si riproducono del tutto, la grande industria si assicura che solo
coloro che hanno accesso al capitale possano coltivare (…) Nel momento in
cui i Paesi industrializzati spazzano via i mercati cittadini e le
bancarelle dei venditori ambulanti e li rimpiazzano con grandi magazzini
e luccicanti centri commerciali, gli agricoltori più produttivi perdono
i loro clienti e sono costretti alla svendita. Le nazioni ricche sostengono
questo processo chiedendo accesso alle loro imprese. I sussidi all’agricoltura
aiutano ancora le loro grandi aziende agricole a competere ingiustamente
con i piccoli produttori del mondo povero». Monbiot perora dunque la
causa del commercio equo e solidale, «che sta diventando uno dei pochi
mezzi attraverso il quale le piccole aziende agricole di nazioni povere
riescono a sopravvivere. Il passaggio dalle piccole alle grandi aziende
causerà una diminuzione nella produzione mondiale, proprio quando le
provviste alimentari si fanno scarse. Attualmente il commercio equo e
solidale potrebbe essere necessario non solo come mezzo di
re-distribuzione delle entrate ma anche per sfamare il mondo intero».
- Politica
interna / Iran. 11 giugno. I servizi segreti italiani coinvolti nei
piani USA di attacco all’Iran? Il presidente del Copasir (Comitato
parlamentare per la sicurezza della Repubblica) Francesco Rutelli ha
chiesto di avere informazioni dettagliate sull’ipotetico coinvolgimento
del SISMI in un piano statunitense per attaccare l’Iran. Secondo il
comunicato, nel suo intervento Rutelli ha citato una relazione di oltre 50
pagine fatta da una speciale commissione del Senato USA, che parlerebbe di
un coinvolgimento dei servizi segreti italiani. Palazzo Chigi ha smentito
qualsiasi ruolo italiano nell’operazione.
Politica economica. 12 giugno. La Banca Centrale Europea (BCE)
esige dal bilancio statale italiano ulteriori tagli alle spese ed
inasprimenti fiscali. In gergo economico, Roma ma anche Parigi, Atene e
Lisbona devono «accelerare gli sforzi di consolidamento». Secondo
il bollettino mensile della BCE, Italia, Francia, Grecia e Portogallo
devono attuare ulteriori poltiche restrittive di bilancio poiché «hanno
un margine di manovra scarso o nullo, essendo già prossimi al valore di
riferimento del 3% del PIL». Ma ad essere a rischio sono in generale i
conti pubblici dell’”Eurozona”: «Dopo i risultati di bilancio
relativamente favorevoli del 2007, le finanze pubbliche dell’area
dell’euro dovrebbero peggiorare nel 2008 e nel 2009», alla luce in
particolare della bassa crescita del PIL e delle entrate fiscali. La BCE
chiede quindi politiche di risanamento «molto più ambiziose» e
ricorda che tutti i Paesi con il bilancio in disavanzo si sono impegnati a
tagliarlo di almeno l’equivalente di mezzo punto di PIL l’anno.
- Politica
economica. 12 giugno. Francoforte contro l’aumento dei salari. Un
capitolo del rapporto della BCE è dedicato ai segnali di «forte
accelerazione» (così li definisce) nella crescita del salari per
l’anno corrente, espansione che «deve essere esaminata attentamente al
fine di valutare i possibili rischi di inflazione». Secondo la BCE, si
rischia di provocare spirali buste paga-inflazione che rischierebbero di
destabilizzare i prezzi in maniera prolungata. La BCE teme «l’esaurirsi
della passata moderazione salariale in alcuni Paesi o settori, in
particolare quello pubblico, e il venir meno delle misure tese a ridurre i
contributi previdenziali». Di fronte all’impennata dei prezzi agricoli
e del petrolio, niente ha da dire quella BCE che per statuto avrebbe come
obiettivo la “stabilità dei prezzi”. L’unica preoccupazione è solo per un
possibile incremento dei salari tra l’altro di gran lunga inferiore alla
reale impennata del costo della vita. «Incrementi moderati del costo
del lavoro sono particolarmente importanti nei paesi che hanno perso
competitività di prezzo nel corso degli ultimi anni», aggiunge poi la
BCE. L’autorità monetaria segnala così indirettamente che il futuro
capitalistico degli Stati europei non verterà sullo sviluppo di settori ad
alto contenuto tecnologico, che avrebbero bisogno di sostegni finanziari
impossibili in questo quadro economico-finanziario europeo, bensì sulla
concorrenza con paesi, come quelli del sud-est asiatico, per produzioni a
più basso valore aggiunto dove il costo del lavoro gioca un ruolo importante.
- Trattato
Europeo. 13 giugno. Vince il NO. L’Irlanda boccia (53,4% dei
voti) il referendum sul Trattato di Lisbona, una riproposizione della
Costituzione europea già respinta nel 2005 da francesi e olandesi.
Mancando l’unanimità, il documento non può entrare in vigore. Ma per José
Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, «il Trattato è
ancora vivo, non è morto». «C’è una responsabilità congiunta di
tutti i Paesi per fare fronte alla situazione», ha aggiunto Barroso,
secondo il quale il processo di ratifica degli altri Stati deve comunque
proseguire. Concorda con Barroso il presidente italiano Napoletano, che
avverte: «È l’ora di una scelta coraggiosa da parte di quanti
vogliono dare coerente sviluppo alla costruzione europea, lasciandone
fuori chi –nonostante impegni solennemente sottoscritti– minaccia di
bloccarli. Non si può pensare che la decisione di poco più della metà
degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione
dell’Unione possa arrestare l’indispensabile, e oramai non più
procrastinabile, processo di riforma».
- Trattato
Europeo. 13 giugno. L’approvazione del Trattato di Lisbona (una
riproposizione della Costituzione Europea, un malloppone di centinaia e
centinaia di pagine, altro che “versione semplificata” o “mini-Trattato”
come minimizzano i mass media), senza che i popoli abbiano la possibilità
di esprimersi in un referendum o anche solo conoscerne il contenuto
(illeggibili per i suoi giuridicismi le versioni scaricabili nei siti
dell’Unione Europea) conferirebbe ulteriori poteri alla Commissione
dell’Unione Europea in quasi tutti gli aspetti della vita dei cittadini,
soprattutto su questioni di politica economica e di difesa, privando il
nostro Paese della propria sovranità e vanificando in questo senso la
Costituzione italiana, articolo 1 in primis («la sovranità appartiene
al popolo»). La politica di difesa del Trattato prevede ad esempio,
oltre alle missioni di pace, anche missioni offensive, che violano l’Art.
11 della nostra Costituzione («L’Italia ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di
risoluzione delle controversie internazionali»). Si prevede poi la
subordinazione della politica di Difesa europea alla NATO.
- Trattato
di Europeo. 13 giugno. In politica economica aumenteranno gli effetti
nefasti della politica di rigore di Commissione e Banca Centrale Europea.
Grazie al Trattato di Lisbona, infatti, la Commissione potrà bocciare
qualunque misura decisa dai vari governi europei a fini di sostegno dei
redditi, dell’occupazione e dell’economia. Aumentano tra l’altro i poteri
della Commissione Europea. Ad esempio, nel caso della procedura di
infrazione del Patto di Stabilità, stabilita dall’art. 104, la Commissione
finora aveva solo il potere di notificare l’avvenuta infrazione al
Consiglio dei Ministri della UE, che poi decideva se avviare la procedura
o meno. Nella nuova versione, sono stati introdotti dei cambiamenti che
spostano quei poteri in seno alla Commissione. Il Trattato di Lisbona
introduce poi la pena di morte. Il Trattato europeo, attraverso il
richiamo alle “Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali”,
legittima la pena di morte e l’omicidio «per reprimere, in modo
conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione» e «per atti commessi
in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra» (ben 14
Stati dell’Unione Europea sono impegnati nella guerra in Iraq). Cosa mai
si intenderà per “sommossa” o “insurrezione”? Forse anche pur concitate
proteste popolari?
- Base
NATO di Sigonella (Catania). 14 giugno. Sigonella la base operativa
del sistema NATO di sorveglianza AGS? Il ministro della Difesa, La Russa,
ha candidato ieri Sigonella come base operativa per il sistema AGS
(Alliance Ground Surveilance), un nuovo programma NATO che prevede di
impiegare aerei con e senza pilota per le ricognizioni e la raccolta di
informazioni su Africa e Medio Oriente. Dopo un colloquio a quattr’occhi
tenuto a Bruxelles (dove si riunisce il Consiglio Atlantico della NATO)
con il segretario di Stato alla Difesa USA, Robert Gates, La Russa ha
“chiesto” il sostegno USA alla candidatura di Sigonella come base del
nuovo sistema integrato NATO di sorveglianza del territorio da lanciare
nei prossimi mesi. L’AGS sarà il primo sistema integrato a livello di
Alleanza per la sorveglianza del territorio dei 26 Stati membri, e si
avvarrà di radar e velivoli, sia con, sia senza piloti (droni). Oltre
all’Italia, sono in lizza la Germania (che con l’Italia ha le chance
maggiori), la Spagna, la Polonia e la Turchia.
- Base
NATO di Sigonella (Catania). 14 giugno. Per Antonello Mangano (www.terrelibere.org), tale annuncio
è un ulteriore segnale di sudditanza dell’Italia alle strategie
imperialiste di Washington. «Uno dei punti di forza di questa politica
è la base di Sigonella, la cui posizione al centro del Mediterraneo è
ideale sia per le proiezioni contro il Medio Oriente (Afghanistan, Iraq,
Iran) sia per possibili obiettivi africani (Sudan, Somalia), oltre che per
il controllo sui paesi arabi del Nord Africa». Mangano sostiene che
tale misura militarizzerà ulteriormente il territorio siciliano e rileva
che «le nuove guerre si basano sull’innovazione tecnologica, in
particolare l’automazione e la sostituzione dell’elemento umano. Gli aerei
senza pilota sono uno dei punti cardine di tutti i nuovi piani, nonostante
da più parti sia stata sottolineata la loro incompatibilità con il
traffico civile, specie in presenza di trafficati aeroporti nelle
vicinanze (Sigonella si trova a due passi da Fontanarossa, terzo scalo
italiano per volume di traffico, e già ne ospita il radar). Se queste voci
non saranno ascoltate, prepariamoci ad una nuova Ustica teleguidata».
Secondo Silvana Pisa, membro della Commissione Difesa del Senato durante
lo scorso governo Prodi, «questa ulteriore concessione alla NATO della
possibilità di utilizzare la base di Sigonella, non concordata con il
Parlamento e in logica non difensiva, pone l’Italia in una posizione molto
pericolosa». Insomma, una mossa che posiziona l’Italia in prima linea
nelle nuove guerre statunitensi e pone interrogativi pesanti sull’uso del
territorio nazionale, tra l’altro creando ulteriori problemi di sicurezza
rispetto al traffico aereo civile.
- Base
NATO di Sigonella (Catania). 14 giugno. Il radar per la gestione degli
aerei senza pilota non è pensabile a Sigonella. Nel corso dell’ispezione
del 31 marzo 2008, tenuta dall’onorevole Cannavò, il comandante della base
Antonio Di Fiore aveva negato che vi sia il progetto di costruire a Sigonella
il MUOS (Mobile User Objective System), il radar pensato per la gestione
degli aerei senza pilota Global Hawk. «La gestione di quel tipo di
aerei non è compatibile con il traffico civile», aveva affermato De
Fiore. Studi di fonte USA hanno già ammesso la pericolosità del radar
all’interno di una base militare. Figuriamoci in prossimità di un
aeroporto civile! Va ricordato che il radar militare di Sigonella gestisce
il traffico civile Fontanarossa e gli aerei militari italiani ed USA. «Da
me dipende la vita di mille persone l’ora (…) Spesso capita di gestire
anche quattro velivoli insieme», affermava un responsabile della base
nel corso della succitata ispezione. Se Sigonella diverrà veramente la
base operativa del sistema NATO di sorveglianza AGS, crescerà il rischio
di una nuova Ustica, come ad Elmas, altro aeroporto civile con il radar in
mano ai militari di Decimomannu. Nel 2004 un aereo civile va a schiantarsi
sulle alture di Bacu Malu. Lo schianto sarebbe la conseguenza di un
Atlantique in esercitazione nell’ambito di manovre militari, che avrebbero
costretto il velivolo ad una fatale deviazione di rotta.
- Interni.
16 giugno. Gianni De Gennaro è il nuovo capo dei servizi segreti
italiani. Inquisito dalla procura di Genova per i gravi fatti del G8 2001,
essendo al tempo capo della polizia, è stato nominato con il consenso di
“destra” e “sinistra”. Gianni De Gennaro ha assunto due giorni fa la guida
dei servizi segreti italiani, come direttore del Dipartimento delle
Informazioni per la Sicurezza, organismo che dovrebbe avere, almeno sulla
carta, una funzione di coordinamento tra i due servizi, quello militare e
quello civile (Aisi e Aise, ex Sisde ed ex Sismi). Sarà l’unico
interlocutore del presidente del Consiglio. Ex “commissario all’emergenza
rifiuti”, subentra al generale Giuseppe Cucchi, considerato stretto
collaboratore dell’ex premier Romano Prodi, avendo la meglio su Gianni
Castellaneta, ambasciatore italiano negli Stati Uniti ed ex consigliere
diplomatico di Silvio Berlusconi nel 2001. Capo della polizia fino
all’inizio della scorsa estate, poi capo di gabinetto del ministro
Giuliano Amato, De Gennaro esordisce negli anni Ottanta occupandosi di
mafia (è lui a “portare a casa” il “pentito” Tommaso Buscetta), ed è
oggetto come funzionario della Criminalpol delle lettere anonime del
cosiddetto “corvo di Palermo”, che lo accusavano di aver gestito come un
killer di Stato il rientro segreto dagli USA di un altro “pentito”,
Totuccio Contorno. Molto vicino a Giovanni Falcone, sempre a De Gennaro
viene affidata la guida della neonata direzione investigativa antimafia
(DIA) all’indomani delle stragi di Capaci e via d’Amelio.
- Interni.
16 giugno. A destra il giornalista Lino Jannuzzi ha a più
riprese denunciato il forte legame tra De Gennaro ed il diessino Luciano
Violante, non capacitandosi di come il governo Berlusconi nel 1994 lo
abbia potuto promuovere a vicecapo della polizia e direttore centrale
della Criminalpol (fu poi Giuliano Amato, nel maggio del 2000, a nominarlo
capo della polizia su proposta dell’allora ministro dell’Interno Enzo
Bianco). Jannuzzi ha denunciato che De Gennaro, come capo della Direzione
investigativa antimafia, arruolò i pentiti per suggerirgli
le accuse nei processi contro Bruno Contrada e Giulio Andreotti; come capo
del Servizio centrale operativo (Sco), Jannuzzi lo ritiene coinvolto nella
faccenda delle bobine manomesse del bar Mandara (2 marzo 2006), quelle
della microspia che intercettava il giudice Squillante, e che furono usate
come prova nel processo “Toghe sporche” contro Previti; come capo della
Polizia, De Gennaro sarebbe responsabile di aver tolto la scorta all’ex
sindacalista Marco Biagi, poi assassinato dalle “nuove Brigate rosse”.
Senza entrare nel merito delle vicende richiamate, da cui il capo della
polizia ne è uscito senza conseguenze, resta l’interrogativo di Jannuzzi (Panorama,
11 luglio 2002): «che cosa ha in mano De Gennaro, che cosa custodisce
nei cassetti e negli armadi, che gli dà tanta forza e tanto potere?».
- Interni.
16 giugno. A sinistra si ricorda invece come Gianni De Gennaro
sia stato uno dei massimi responsabili della brutale repressione di Genova
e costituisca un vero “potere forte” all’interno degli apparati di Stato.
Gigi Malabarba, esponente di Rifondazione Comunista ed ex membro del
comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, rilevando come il
capo della polizia abbia fatto promuovere i poliziotti indagati nelle
bastonature di massa di Genova per garantire loro l’impunità, definì De
Gennaro il principale rappresentante in Italia di «un concetto di
pubblica sicurezza che rappresenta in realtà una sorta di fronte interno
della guerra globale contro il terrorismo di diretta derivazione USA, per
cui è in atto un durissimo scontro tra apparati in Italia, con conseguenze
devastanti anche sull’organizzazione della Polizia di Stato».
Nell’ottobre 2005, Malabarba denunciava: «con il combinato disposto di
promozioni e pensionamenti anticipati, De Gennaro sta allontanando quadri
formatisi nel movimento democratico di Pubblica Sicurezza, oggi ritenuti
incompatibili con il nuovo corso. Così facendo, ed è un dato inquietante,
si sguarniscono anche le possibilità di contrasto di fronte a possibili
attentati». Malabarba ricorda pure i fatti di Genova, con le sevizie
alla scuola Diaz e le torture e le sevizie a Bolzaneto. Mentre si
consumava il pestaggio di chi dormiva nella scuola, Malabarba provò,
assieme ad altri deputati, a superare il cordone di polizia e carabinieri
che impediva l’accesso al portone della scuola. Nonostante le urla e le
grida di dolore che si udivano distintamente al di fuori, ne fu impedito
l’accesso. Seguì poi la sequela di feriti –tutti arrestati per poi essere
tutti prosciolti dai giudici– portati in barella fuori dalla scuola e
trasferiti in carcere. Quando alla fine fu consentito l’ingresso, la scena
che si presentò era quella di un vero mattatoio con sangue ovunque: sui
muri, sui sacchi a pelo, nei bagni, sulle scale. Un crimine che rischia di
passare impunito anche perché chi vi entrò lo fece occultando il volto e
le forze di polizia in Italia non hanno sulla divisa alcun numero di
riconoscimento.
- Interni.
16 giugno. Per Malabarba, Gianni De Gennaro sarebbe un «capace
interprete» di John Negroponte, “zar” dei servizi segreti statunitensi
ed organizzatore degli squadroni della morte in America Latina. Su la
Rinascita della sinistra (7 luglio 2005), Malabarba affermava: «Noi
siamo al centro di una guerra durissima di vari apparati in vista di una
riorganizzazione. Ci sono in corso dei disegni di legge che puntano ad una
riunificazione dei servizi sotto un’unica direzione (...). Un’esigenza di
razionalizzazione, dato che ad esempio non è più pensabile ad una
distinzione netta fra la repressione di attività definite terroristiche
all’interno di un paese e quelle all’esterno, il tutto quando c’è
un’interdipendenza del fenomeno riconosciuta su scala internazionale
(...). Negli Stati Uniti, questa filosofia ha visto saltare molte teste
della CIA ed affermarsi un uomo come Negroponte, con tutto il suo
curriculum. Oggi Negroponte ha uomini fidati in tutto il mondo. In Italia
questa filosofia è interpretata dal capo della Polizia, Gianni De Gennaro.
Lui interpreta la capacità di gestire il fronte interno della guerra
globale e preventiva dell’amministrazione Bush. La repressione dei no-global
a Genova nel 2001 e il teatro di guerra in Iraq sono tutte parti di una
organizzazione che deve avere un coordinamento internazionale».
- Interni.
16 giugno. Di certo i legami con gli USA di De Gennaro –che in
un’interrogazione parlamentare del novembre 2007 il Senatore a vita
Cossiga qualificava come «manutengolo della FBI»– sono di
tutto rispetto. L’8 dicembre 2006 De Gennaro viene premiato negli USA
ricevendo la FBI Medal for Meritorius Achivement, la massima onorificenza
dell’FBI: pubblico tributo mai conferito prima d’allora a non cittadini
statunitensi. La cerimonia solenne s’è svolta nella sede centrale del
Federal Bureau of Investigation, davanti a diversi fra i più noti
poliziotti e magistrati statunitensi: dall’attuale direttore del Bureau
Bob Mueller al suo predecessore Louis Freeh, da Rudolph Giuliani al
giudice della Corte suprema Antonino Scalia. De Gennaro ha definito «una
fortuna» l’aver «conosciuto e apprezzato i metodi di lavoro, le
capacità organizzative e l’ efficienza operativa dei miei colleghi del
FBI, da cui ho avuto la possibilità di imparare molte cose»,
agigungendo: «ho risposto da parte mia ricambiando la loro amicizia con
la mia lealtà, sempre e in ogni circostanza».
- Interni.
16 giugno. Per il capo dell’FBI Mueller, De Gennaro «è stato uno
dei primi a capire che la miglior risposta al crimine ormai senza confini
era quello di una cooperazione senza confini tra le forze di polizia. Oggi
quelle strategie create per combattere Cosa nostra vengono utilizzate
anche nella lotta al terrorismo (…) Per più di tre decenni ha servito come
consulente informale per diversi ambasciatori degli Stati Uniti in Italia
in materia di sicurezza, e di altre questioni attinenti all’applicazione
della legge, ha contribuito ad ottenere l’appoggio dei suoi omologhi
europei in materia di lavoro con l’FBI. Il suo rapporto è servito come
modello per i rapporti con le altre agenzie internazionali di polizia, ma
ha anche contribuito a rafforzare l’FBI, modellando gli aspetti della
struttura investigativa dell’FBI».
- NATO-USA.
18 giugno. «Kabul. Tornado allo studio del governo». È lo
stringatissimo comunicato dell’ANSA. Il centrodestra obbedisce dunque alle
richieste NATO di aumentare contingente e dotazioni militari in
Afghanistan, mossa che farà lievitare ulteriormente il bilancio per la
difesa. La faccenda dei cacciabombardieri Panavia Tornado sarà affrontata
dallo stesso Berlusconi con il Segretario Generale della NATO, De
Scheffer, entro il mese corrente. Anche in questo campo è evidentissima la
continuità tra centrodestra e centrosinistra. Già il governo Prodi, dal
maggio 2006 al marzo 2008, aveva aumentato il numero di militari in
Afghanistan da 1.526 a 2.853 militari dotando, tra l’altro, il cosiddetto
P.R.T di Herat di nuovi strumenti di sorveglianza, di attacco aereo e
terrestre come UAV Predator, elicotteri A 129 Mangusta e corazzati Dardo.
Ora il ministro La Russa annuncia la possibilità di inviare a Kabul 4-5
Tornado per «compiti di copertura missione». Ma cosa sono i
Tornado? Il Panavia Tornado IDS è un sofisticato aereo da attacco al suolo
a lungo raggio. L’aereo è già stato usato, su input di D’Alema, nel 1999
su Serbia e Kosovo e, prima ancora, sugli aeroporti dell’Iraq nel 1991,
senza molto successo (si ricorderà la cattura dell’allora maggiore pilota
Bellini e del capitano navigatore Cocciolone, abbattuti in volo).
L’espressione “copertura missioni” vuole nascondere dunque ad
un’opinione pubblica trasversalmente e massicciamente schierata contro le
“operazioni di pace” –che costano miliardi di dollari ogni anno–
l’appoggio strategico che i Tornado porteranno sul campo di battaglia per
la distruzione dei “target” via via fissati dal Pentagono. In Afghanistan
i cacciabombardieri d’attacco in forza sono oltre 70. Ciò nonostante, gli
“Alleati” sono ben lontani dalla vittoria contro i “ribelli”.
- Politica
economica. 19 giugno. Il vincolo preso con l’Unione Europea di
raggiungere il pareggio di bilancio nel 2011 «non è eludibile. È un
impegno preso dalla Repubblica italiana» e non solo dal governo
precedente. Lo afferma il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel
corso della conferenza stampa che segue il Consiglio dei ministri che ha
dato il via libera alla manovra economica. Per rispettare i diktat
dell’Unione Europea, il governo di centrodestra si prefigge di rastrellare
34.8 miliardi in tre anni (13.1 nel 2009). Obiettivo finale, il pareggio
di bilancio entro il 2011. Così come è stato assicurato all’Unione Europea
e così come si prefiggeva il centrosinistra.
- Politica
estera. 19 giugno. L’assassino di Calipari non potrà essere giudicato
in Italia. La Corte suprema USA ha respinto la richiesta della Procura di
Roma di poter processare il soldato USA Mario Lozano, che il 4 marzo 2005
uccise, presso un posto di blocco in prossimità dell’aereoporto di Baghdad,
il funzionario del Sismi Calipari, in circostanze e per motivi rimasti non
ancora chiariti. La Corte ha motivato la decisione affermando che l’Italia
«non ha giurisdizione» per questo caso.
- Base USA
“Dal Molin” (Vicenza). 20 giugno. «E’ clamoroso quanto emerge dai
documenti depositati oggi al Consiglio di Stato relativamente alla vicenda
della base USA di Vicenza». Così il Codacons. L’associazione dei
consumatori parla di «accordi segreti» e definisce la lettera del
commissario straordinario Paolo Costa all’allora ministro della Difesa
Arturo Parisi (governo Prodi, ndr) «un piano finalizzato ad abbattere
le opposizioni locali e pacifiste e ingannare la popolazione vicentina».
Secondo il Codacons, «Costa e l’allora Governo hanno svenduto
l’ambiente e la sicurezza dei cittadini in cambio di un pacchetto che
avrebbe dovuto soddisfare i vicentini». «E ancor più grave»,
afferma il Codacons, «il tentativo andato in porto di evitare la
Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) sul progetto». Tutto questo,
sottolinea l’associazione, «mentre il presidente Romano Prodi scriveva
al “carissimo George” per confermare la decisione del suo governo di dare
il proprio assenso all’allargamento della base USA di Vicenza prima ancora
che si esprimesse la popolazione, la Regione e il Comune».
- Base USA
“Dal Molin” (Vicenza). 20 giugno. Il Tar emette la sospensiva sul
progetto Dal Molin. Accolti il ricorso di Codacons e Coordinamento
Comitati. Per ora ciò significa lo stop ai lavori della nuova base USA che
si vuole imporre a Vicenza, senza democrazia e senza una valutazione
dell’impatto ambientale. Il tribunale amministrativo (Tar) ha rilevato
tutta una serie di illegalità di Stati Uniti (irregolare il bando di gara
per l’assegnazione dell’appalto), governo italiano (il cui consenso è
definito dal tribunale amministrativo “extra ordinem”), Regione Veneto
(quantomeno delle perplessità sulla Valutazione d’Impatto Ambientale). I
giudici sottolineano l’impatto «del consistente insediamento (e della
connessa antropizzazione) sulla situazione ambientale, del traffico,
dell’incremento dell’inquinamento e in ordine al rischio di danneggiamento
e alterazione delle falde acquifere». Nessuna traccia documentale di
supporto «è stata riscontrata» sull’atto di consenso «presentato
dal Governo Italiano a quello degli Stati Uniti d’America, espresso
verbalmente nelle forme e nelle sedi istituzionali». Nel procedimento
per l’ampliamento della base USA di Vicenza sussistono anche «altri
profili di illegittimità, alla luce della normativa nazionale ed europea».
Il Tar rileva ancora che manca ogni riscontro «di avvenuta
consultazione della popolazione interessata». Insomma, per il Tar si è
calpestata la democrazia e sono a rischio falda acquifera e territorio e
pertanto ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti «inibendo nei
confronti di chicchessia l’inizio di ogni attività diretta a realizzare
l’intervento», ovvero ad aprire i cantieri per il Dal Molin. I
comitati (e non solo) esultano ed annunciano: «Proprio perché il Tar ci
dà pienamente ragione, la nostra mobilitazione non si ferma; questa
sentenza deve essere rispettata e a nessuno deve saltare in mente di fare
scherzi o di cercare cavilli per raggirarla. Per questo continueremo la
nostra mobilitazione: saremo in piazza il 26 giugno, quando il Consiglio
comunale si esprimerà in merito, e il 30 giugno manifesteremo fino ai
cancelli del Dal Molin: cancelli che dovranno restare chiusi alle ruspe
statunitensi».
- Base USA
“Dal Molin” (Vicenza). 20 giugno. I comitati “no Dal Molin” chiedono
le dimissioni del commissario Costa. La sentenza del Tar, dicono, mette a
nudo le responsabilità del delegato del Governo che, «per la vicenda
Dal Molin, ha mentito ai cittadini nascondendo i rischi legati alla
realizzazione della nuova base USA e dichiarando che tutto era
perfettamente in regola». Nella lettera, datata 17 settembre ed
indirizzata all’allora Ministro della Difesa Arturo Parisi, il commissario
Costa esprime la volontà di «eliminare alla radice le componenti locali
del dissenso», nonostante poggino su «motivi ragionevoli» e «cause
fondate». Suggerisce anche di adottare una delibera del consiglio dei
ministri (pur avvertendo delle «conseguenti lacerazioni che in un
momento come questo penso sia preferibile evitare») che dichiari il
Dal Molin tra le «opere destinate alla difesa nazionale» (alle
quali sono assimilate le infrastrutture finanziate con fondi NATO e da
utenti “alleati”) per le quali è esclusa la VIA (Valutazione d’Impatto
Ambientale), impedendo così, per via amministrativa, «un’insidia (l’istituzione
del procedimento di VIA, appunto, che serve a tutelare il territorio e le
risorse da progetti impattanti come quello del Dal Molin, ndr) fin
troppo evidente alle possibilità di procedere in tempi definiti e capace
addirittura di compromettere la decisione finale». Aggiungeva quindi
di elargire possibilmente qualcosa, a ben vedere per comprare coscienze e
compiacenze. Eccolo quindi suggerire di «ricompensare Vicenza per
questo suo sacrificio» e avanzare anche proposte: «completamento
della tangenziale a nord della città e eventuali altri interventi in tema
di università e di sanità».
- Sovranità
alimentare. 20 giugno. La produzione di agro-combustibili, sostenuta
anche dall’Unione Europea, ha avuto un ruolo «significativo»
nell’impennata globale dei prezzi del generi alimentari. Lo sostiene uno
studio commissionato dal governo britannico, parte del quale è stato
pubblicato dal The Guardian, in sintonia addirittura con
organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, che durante la
recente conferenza della FAO, a dispetto delle stime delle multinazionali
agroalimentari, ha parlato di un impatto sui prezzi del 20-30%. Lo studio
auspica un ripensamento a 360° della politica di sostegno dei carburanti
di origine vegetale –etanolo tratto dalla canna da zucchero, dal mais o
dalla barbabietola, diesel prodotto da palma da olio o soia– attuata
dall’Unione Europea. Usati miscelati ai carburanti classici, sono stati
propagandati come mezzo per diminuire le emissioni inquinanti e la
dipendenza dal petrolio. Diverse organizzazioni del mondo ambientalista e
contadino –dal movimento Sem Terra del Brasile alle campagne per la «giustizia
ecologica» in Indonesia, allarmati dall’accelerazione della corsa a
deforestare per piantare palma o canna da zucchero– da tempo però rilevano
le drastiche conseguenze sulla sicurezza alimentare dei popoli. Alla Fao,
Stati Uniti e Brasile (i due grandi produttori di etanolo e agro-diesel)
hanno fatto fuoco e fiamme per impedire che i documenti finali
raccomandassero una moratoria sui «bio» carburanti. Eppure in gioco
è la sicurezza alimentare del pianeta.
- Sovranità
alimentare. 20 giugno. Gli agrocombustibili sono un «crimine contro
l’umanità», ha detto lo scorso settembre Jean Ziegler, relatore
speciale dell’ONU per il diritto all’alimentazione (che in una conferenza
stampa del 28 aprile ha dichiarato che l’operato della WTO, che si avvia a
concludere i negoziati di Doha per la liberalizzazione del commercio, «va
completamente contro gli interessi della gente che è vittima della fame»).
Eppure l’Unione Europea va avanti nella loro promozione, prefissandosi
l’obiettivo di introdurre il 5% di carburante di origine vegetale nella
miscela di benzine e diesel in commercio entro il 2010. Nella Gran
Bretagna di Brown, dal primo aprile tutta la benzina in vendita nel paese
contiene, per legge, almeno il 2,5% di agrocarburante. Già oggi, intanto,
metà della produzione di oli vegetali nell’UE è destinato al diesel
(mentre negli USA un terzo del mais prodotto è destinato per l’etanolo).
L’impatto economico ed ambientale di tale provvedimento è stato
analizzato, su incarico del ministero dei trasporti, da un gruppo di
esperti presieduto al professor Ed Gallagher, capo dell’Agenzia per le
energie rinnovabili del governo britannico. Secondo il rapporto anticipato
dal quotidiano britannico, il governo deve indagare molto di più l’impatto
degli agrocarburanti sull’uso delle terre e la produzione alimentare. Il
rapporto distingue tra i carburanti chiamati «di prima generazione»
–che trasformano derrate coltivate come cibo: canna da zucchero, soia,
mais e così via, dunque mettendo in competizione uso alimentare e benzina–
e quelli di «seconda generazione», per ora sperimentali, con il
tentativo di trasformare in carburante piante non alimentari e coltivabili
su terre marginali, dunque in teoria non in concorrenza con la produzione
di cibo.
- Sovranità
alimentare. 20 giugno. Il sostegno degli agrocarburanti, promosso in
particolare dagli USA a fini di controllo della produzione alimentare del
pianeta e di diffusione degli OGM, e seguite supinamente dall’Unione
Europea, hanno risvolti anche in Italia. Il 7 giugno si è tenuta una
manifestazione a Rivalta Scrivia (frazione di Tortona, provincia di
Alessandria) per protestare contro il progetto di costruire il più grande
impianto europeo per la produzione di bioetanolo da mais. Un progetto
sostenuto in Italia da Ghisolfi (potente imprenditore alessandrino e
dirigente di spicco del Partito Democratico) e Gavio, socio della
famigerata Impregilo, coinvolto in grandi opere come il ponte sullo
stretto di Messina e la TAV in Val di Susa. L’impianto dovrebbe produrre
200.000 tonnellate di bioetanolo all’anno, sorgere su una superficie di
20.000 metri quadrati e scaricare annualmente nell’aria 2 milioni di
quintali di anidride carbonica. Fin dal luglio 2007, quando il consiglio
comunale approvò in segreto il cambio di destinazione d’uso da agricolo a
industriale del terreno su cui dovrebbe sorgere l’impianto, la comunità
locale è insorta organizzandosi nel comitato civico per “Rivalta vivibile”
(www.nobioetanolo.it). Alla manifestazione degli scorsi giorni ha
partecipato un migliaio di donne, uomini, anziani e bambini (un ottimo
risultato se si considera che nella piccola frazione di Tortona abitano
800 persone), con il sostegno di altri comitati in lotta per la difesa del
territorio nazionale come quelli della Val Susa, di Vicenza e di Chiaiano.
Il comitato alessandrino rileva che l’impianto da costruire è obsoleto
(Austria e Germania hanno già bloccato la costruzione di impianti simili)
e totalmente inutile (non riduce la dipendenza dal petrolio, non fa
diminuire i gas serra, non è economicamente conveniente), profittevole
solamente a chi, grazie ai contributi erogati dall’Unione Europea nel
contesto delle strategie imperialiste USA, si occuperà di costruirlo. Il
territorio di Rivalta Scrivia, dove si parla tra l’altro di costruire un
inceneritore, è già duramente provato dall’insediamento di fabbricati
pericolosi (una fabbrica di esplosivi, un grosso deposito di fitofarmaci),
dalle cave e dall’interporto, con centinaia di camion che transitano sulla
strada provinciale che taglia in due il paese.
- Nucleare.
21 giugno. Nelle basi europee dell’aviazione militare USA non vengono
rispettate le procedure previste per la sicurezza dell’arsenale nucleare.
Lo rivela un rapporto dello scorso febbraio della US Air Force,
ottenuto ora in versione declassificata dalla Federation of American
Scientists. Tra le basi in questione, anche quella italiana di Ghedi
Torre, in provincia di Brescia. L’indagine interna dell’Air Force è
scattata dopo che un B52 trasportò per errore sei testate atomiche
sorvolando gli Stati Uniti. Una commissione di 30 esperti ha viaggiato per
tutta l’Europa, constatando gravi mancanze. Nel rapporto si legge: «problemi
di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e
ai sistemi di sicurezza; a guardia delle basi vi sono soldati di leva con
pochi mesi di addestramento». In Europa sarebbero presenti da 200 a
350 ordigni nucleari, dislocati in Gran Bretagna, Olanda, Germania,
Belgio, Italia e Turchia.
- Nucleare.
21 giugno. In Italia sono presenti 70-90 bombe nucleari made in
USA. Secondo lo studio della Federation of American Scientists (www.nrdc.org/nuclear/euro/euro.pdf)
ci sono 90 ordigni nucleari statunitensi B 61 nelle basi di Ghedi Torre –
Brescia (20-40) e di Aviano – Pordenone (50). Potenza distruttiva pari a
900 volte Hiroshima. Scrive Beppe Grillo sul suo blog: «In questa situazione
di emergenza nazionale (che cosa è infatti emergenza se non la possibile
scomparsa dalla cartina geografica dell’Italia?) La Russa e l’ambasciatore
USA Ronald Spogli insistono perché sia allargata la base di Vicenza. Nonostante
la sospensione dei lavori a seguito dell’ordinanza del Tar del Veneto, La
Russa: “Questa decisione non ci turba. Gli impegni con gli alleati saranno
mantenuti”. Spogli: “Le truppe USA di ritorno dalle missioni in Afghanistan
si eserciteranno a Vicenza con i soldati italiani che si preparano a intervenire
nello stesso teatro”.Perché siamo in Afghanistan? Perché abbiamo novanta
bombe atomiche americani sotto il culo? I discendenti di Mussolini sono
i primi ad aver abdicato alla sovranità nazionale. I leghisti vogliono essere
padroni a casa loro, ma con le bombe e le basi degli altri e l’esercito
per le strade. Fuori le bombe atomiche dall’Italia. Fuori gli italiani dalla
guerra in Afghanistan. A ottobre ci sarà un referendum a Vicenza contro
l’allargamento della base. Io ci sarò».
- Nucleare.
21 giugno. Italia contro il Trattato di proliferazione nucleare. Lisa
Clark, esponente di “Beati i costruttori di pace” e coordinatrice della
campagna contro le armi nucleari in Italia (www.unfuturosenzatomiche.org),
ha ricordato come la presenza di questi ordigni costituisca una violazione
del Trattato di non proliferazione (TNP), aggiungendo come il segreto di
Pulcinella delle testate nucleari in Italia venga continuamente svelato.
Il “Trattato di non proliferazione nucleare” fu firmato nel 1968, con i
cinque Paesi dotati di armi nucleari che si impegnarono a smantellare i
propri arsenali nucleari e non aiutare alcun altro Stato a dotarsi della
stessa tipologia di armi. In cambio tutti gli altri Stati garantirono di
non dotarsi mai di armi atomiche, di non produrne né di accettarne sul
proprio territorio. Tutte le installazioni per il nucleare “pacifico”,
cioè la produzione di energia a scopi civili degli Stati non-nucleari,
vennero poste sotto lo stretto controllo della AIEA (Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica). L’Italia ratificò il trattato nel
1975, come Stato non dotato di armamenti nucleari. Col passare degli anni
quasi tutti gli Stati del mondo ratificarono il TNP, rendendolo il più
universale di tutti gli accordi internazionali per il disarmo. Rimangono
fuori dal TNP solo India, Pakistan e Israele, i tre Stati che si sono
creati un arsenale nucleare, considerato illecito secondo il diritto
internazionale, ma con il beneplacito statunitense. Anche la Corea del
Nord si è ritirata dal trattato nel 2006.
- Nucleare.
21 giugno. Il rapporto Fas ha suscitato forti reazioni soprattutto in
Germania. Guido Westerwelle, portavoce dei Liberali, afferma che «le
armi atomiche in Germania sono un avanzo della Guerra Fredda». E
quindi «devono essere rimosse». Anche uno dei partiti della
coalizione al governo, la Spd, per bocca del responsabile esteri Niels
Annen, crede che il ritiro di queste armi è auspicabile, «segnerebbe un
grande passo verso il disarmo nucleare». Niente di questi pur minimi
segni di protesta si sono registrati in Italia, dove è presente alla
commissione Affari esteri della Camera una proposta di legge d’iniziativa
popolare, promossa dalla campagna contro le atomiche in Italia, per far
dichiarare il nostro paese «libero da armi nucleari».
- Politica
economica. 22 giugno. È la Banca Centrale Europea a decidere il tasso
di incremento di salari e stipendi. Il ministro dell’Economia, Giulio
Tremonti, rispondendo alle contestazioni dei sindacati sul dato
dell’inflazione programmata (base per il rinnovo di molti contratti di
lavoro) inserito dal governo nel DPEF, nella giornata conclusiva della
Festa nazionale della CISL dichiara: «Se volete sapere perché
l’inflazione programmata è stata fissata all’1,7%, vi dò un numero di
telefono: componetelo, vi risponderà la BCE, e vi spiegherà qual è il
motivo tecnico per cui ci chiede di inserire nei documenti di finanza
pubblica questa indicazione». Per il segretario generale della CGIL,
Guglielmo Epifani, «il governo fa una scelta chiara, quella di
abbassare esplicitamente il potere di acquisto di lavoratori e pensionati».
Peccato che però non si risponda alla dichiarazione di Tremonti,
esemplificativa degli effetti della dipendenza del nostro paese
dall’Unione Europea.
- Politica
economica. 22 giugno. «La lotta all’inflazione è un bene pubblico».
Lo sostiene il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione,
Renato Brunetta, nell’intervista a la Stampa pubblicata oggi.
Brunetta prende le difese di Tremonti, sostenendo che se questi avesse
accettato un dato di inflazione programmata più alto «avremmo fatto
ripartire la rincorsa salari-prezzi (…) Occorre senso di responsabilità da
parte di tutti». Lotta all’inflazione “bene pubblico”? Uno slogan
assolutamente considivisibile. Peccato che alle parole non seguano i
fatti. In un contesto dove l’inflazione reale è almeno il doppio di quel
3,6% rilevato fino a maggio dall’ISTAT, stabilire un tasso d’inflazione
programmata pari all’1,7% significa bloccare, ancora una volta, i salari e
il potere d’acquisto. Si dice che ciò venga fatto per tenere bassa
l’”inflazione collettiva”. In realtà salari così bassi, a prescindere
dalle condizioni economiche di base ad esempio tra piccola e grande
impresa, andranno a beneficio degli imprenditori. Il centrodestra
propaganda come proprio fiore all’occhiello la “Robin tax” (un aumento del
prelievo fiscale per le imprese petrolifere, che si vorrebbe anche
estendere a banche ed assicurazioni: alcuni analisti però paventano che
tale prelievo si scarichi sui prezzi finali), che dovrebbe finanziare una
“carta prepagata” destinata ad anziani e fasce disagiate per comprare
prodotti alimentari e ottenere uno sconto sulle bollette (insomma, dallo
“Stato sociale” alla “carità sociale”). Intanto, però, l’inflazione
programmata all’1,7% costituisce un bel regalo alle imprese nella
ricontrattazione di salari e stipendi. Ma se l’inflazione è un “bene
pubblico”, perché non attuare manovre di blocco del sistema tariffario
nazionale (dall’ENEL alla Telecom, dalle assicurazioni alle Banche)? È
evidente la disparità di trattamento tra dipendenti ed imprese, alcune
categorie delle quali hanno mano libera nell’alzare a proprio piacimento i
prezzi (specie per i beni di prima necessità e per l’energia) ed hanno
registrato considerevoli aumenti dei profitti destinati a remunerare
investitori finanziari (specie quelli esteri) a tutto discapito della
popolazione. Qual è allora in merito la politica del centrodestra? Un
segnale significativo lo si è visto con gli aumenti delle tariffe
autostradali concessi ai Benetton, legati questi non all’inflazione
programmata (1,7%), ma a quella registrata dall’ISTAT, ovvero il 4%. Non è
questa una palese contraddizione?
- Economia.
22 giugno. È la speculazione finanziaria condotta in particolare dalla
finanza USA la causa dell’inflazione. Secondo Tremonti, «di colpo la
speculazione si è mossa, passando dalle perdite sui mercati finanziari ai
tentati guadagni sui mercati delle materie prime». In tale contesto,
gli aumenti dei prezzi «non si spiegano più con la legge della domanda
e dell’offerta. È colpa della speculazione, la peste sociale di questo
secolo». Dall’inizio del 2008 i prezzi dei principali alimenti sono
saliti alle stelle in conseguenza della crisi tuttora in atto nel sistema
finanziario e monetario a dominanza USA. L’esplosione delle bolle
speculative (dai “mutui subprime” ai derivati finanziari) ha spinto il
capitale finanziario, in cerca disperata di alternative di fronte allo
sfascio del settore immobiliare e ai ribassi di altri settori, a
riversarsi sul petrolio (facilitato da ulteriori ribassi del dollaro),
sugli alimenti e sulle materie prime più importanti. I rialzi in settori
come la chimica si ripercuotono poi ulteriormente nel settore alimentare
per gli effetti su fertilizzanti ed impianti di irrigazione.
- Economia.
22 giugno. Federconsumatori: reddito fisso, meno 590 euro all’anno. Se
il tasso di inflazione programmata si manterrà all’1,7% per quest’anno e
all’1,5% per i prossimi «si rischiano perdite sul reddito fisso fino a
590 euro l’anno». A calcolarlo è la Federconsumatori, secondo cui «è
francamente difficile non condividere le proteste che si levano dalle
organizzazioni sindacali». «Anche noi auspicheremmo un tasso medio
di inflazione con questi valori ma è difficile se non risibile ipotizzare
un crollo dei prezzi delle materie prime e comunque il rientro, qualora si
verificasse questa ipotesi astratta, sarebbe lento e graduale»,
afferma il presidente Rosario Trefiletti. Secondo i calcoli
dell’associazione, dunque, «su queste basi e sul fatto che il tasso di
inflazione dell’Istat veleggia intorno al 3,6% e se i contratti dovessero
adeguarsi al tasso programmato e non a quello reale si avrebbe una
ulteriore caduta del potere di acquisto di 590 euro all’anno a famiglia,
pari a 49 euro al mese: che si inscriverebbe in un periodo in cui si
registra l’aumento dei prezzi di largo consumo quali quelli
agro-alimentari (+506 euro anno) e quelli energetici (+709 euro anno)».
- Economia.
23 giugno. La causa prima dell’impennata del prezzo del petrolio è la
speculazione finanziaria, con le banche d’affari USA Goldman Sachs e
Morgan Stanley le più attive sui mercati delle materie prime. È il
convincimento maturato alla conferenza di Jedda tra paesi produttori e
consumatori di greggio, convocata dall’Arabia Saudita e partecipata anche
dal ministro dell’energia USA, Samuel Bodman. I paesi produttori di
petrolio hanno sostenuto che sul mercato fisico non vi è alcuna carenza di
petrolio di greggio. Anzi, per alcune qualità di petrolio, quelle più
difficili da raffinare, addirittura non si trovano acquirenti. Nel
comunicato finale della conferenza si può leggere che «una migliore
trasparenza e una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari sono
necessari per arrivare ad una stabilizzazione del mercato del petrolio».
I sauditi hanno tuttavia voluto mostrare la loro disponibilità a frenare
la corsa del prezzo del greggio, annunciando che dalla settimana prossima
aumenteranno di 200mila barili al giorno la produzione di greggio. Ciò
nonostante non frena la corsa del prezzo del barile, salito a 134,62
dollari nonostante la decisione saudita fosse nota da alcuni giorni.
Secondo Mohammed Abudawood, importante finanziere saudita, addirittura «avremo
il barile a 200 dollari». Senza un intervento delle autorità
statunitensi sui mercati delle materie prime per «strangolare» la
speculazione finanziaria (ad esempio obbligando gli operatori a ritirare
il petrolio fisico alla scadenza di un contratto future), altri
miliardi e miliardi di dollari gestiti da banche e fondi di investimento di
vario genere si scaricheranno sul mercato delle materie prime e su quello
dei generi alimentari, spingendo al rialzo i prezzi. Perché? Semplicemente
sono gli unici mercati dove i prezzi si muovono chiaramente in una
direzione e dove la finanza può ancora sperare di guadagnare. La bolla è
dunque destinata ancora a gonfiarsi, così com’è certo che anche questa
bolla prima o poi scoppierà. Se il prezzo del petrolio dovesse
stabilizzarsi a queste cifre o addirittura salire, la prospettiva di una
imponente recessione dell’economia mondiale diverrebbe realtà.
- Politica
economica. 25 giugno. Spesa pubblica troppo alta in Italia. Lo
sostiene la Commissione Europea, che oggi presenta due documenti, il
Rapporto sulle finanze pubbliche 2008 e una Comunicazione sulla qualità
delle finanze pubbliche. Secondo la Commissione, il livello della spesa
pubblica in Italia «è incompatibile con il bisogno di ridurre
rapidamente il livello molto alto del debito pubblico», evidenziando
un «aumento costante», rispetto al PIL, della spesa pubblica al
netto degli interessi sul debito pubblico «dall’adozione dell’euro in
poi». Il rapporto punta il dito in particolare contro la spesa
pensionistica.
- Politica
economica. 25 giugno. Per la Commissione, gli Stati membri devono
proseguire e consolidare le loro politiche di rigore fiscale. Il rapporto
perora presunti vantaggi: «i benefici di sane politiche fiscali sono
chiari: ridurre deficit e debiti e in generale migliorare la qualità dei
bilanci consentirebbe agli Stati membri di liberare le necessarie risorse
per incoraggiare l’innovazione, gli investimenti, l’istruzione e
l’occupazione che, a loro volta, permetterebbero di affrontare con più
fiducia le sfide poste dalla globalizzazione e dall’invecchiamento della
popolazione». In realtà è vero il contrario: le politiche perorate
dall’Unione Europea, togliendo risorse agli operatori economici, stimolano
la caduta del PIL provocando a loro volta, come un cane che si morde la
coda, l’aumento del rapporto deficit pubblico/PIL monitorato da Bruxelles.
In nome del rigore finanziario, la Commissione domanda anche che venga
attuata «una revisione regolare sulla qualità delle finanze pubbliche
negli Stati membri condotta congiuntamente dal Comitato di politica
economica e la Commissione, in linea con metodi provati e testati di
collaborazione»: questo, secondo l’esecutivo europeo, «potrebbe
rafforzare il focus sulla qualità delle finanze pubbliche». Non basta
dunque alla Commissione Europea (nonché alla Banca Centrale) tormentare
gli Stati membri con il ritornello sulla riduzione del deficit. Bruxelles
richiede un’ulteriore azione congiunta ed un ruolo di maggior controllo
sui bilanci statali.
- Trattato
Europeo. 26 giugno. Referendum popolari sul Trattato Europeo? «Possono
essere ignorati». La democratica considerazione è di Valéry
Giscard d’Estaing, l’ex presidente di quella Convenzione Europea che
avrebbe redatto la Costituzione della UE respinta dal voto popolare di
Francia ed Olanda nel 2005 ma riproposta con il Trattato di Lisbona.
Secondo quanto riporta il quotidiano inglese Telegraph, Giscard
d’Estaing ha riferito all’Irish Times che la bocciatura del
referendum da parte dell’Irlanda non fermerà il Trattato, nonostante il
requisito legale dell’unanimità da parte di tutti e 27 gli Stati membri
della UE. «Stiamo operando verso l’introduzione del voto a maggioranza
perché finché esiste l’unanimità, non combineremo niente» ha detto. «È
impossibile operare ad unanimità con 27 membri. Questa volta è stata
l’Irlanda, la prossima sarà qualche altro (Paese, ndr). L’Irlanda è
l’1% della UE». Sì, è vero, però si tace la realtà che solo a quell’1%
è stato permesso di esprimersi sul Trattato e lo ha respinto. Se fossero
indetti referendum in ognuno dei 27 Stati membri e si informassero i
cittadini dei reali contenuti del Trattato, esiti analoghi si avrebbero
anche altrove…
- Trattato
Europeo. 26 giugno. Giscard d’Estaing ha anche ammesso che, a
differenza del suo Trattato sulla Costituzione originale, il Trattato di
Lisbona è stato confezionato ad arte per confondere il pubblico. «Quel
che abbiamo fatto con il Trattato [di Lisbona] è stato di mescolare
tutto, deliberatamente. Se ad esempio diamo uno sguardo ai passaggi sulle
istituzioni, [notiamo che] si trovano in sezioni diverse, in pagine
differenti», ha affermato. «Chi volesse provare a comprendere come
funzionano le cose, potrebbe farlo con il testo della Costituzione, ma non
con questo». Parole che non richiedono ulteriori commenti. Francia e
Germania stanno intanto facendo pressioni sull’Irlanda affinché si indica
un secondo referendum che consenta al trattato di Lisbona di entrare in
vigore prima delle elezioni europee del 4 giugno 2009. Giscard d’Estaing
ritiene che «non ci sono alternative» ad un secondo voto irlandese
(come dire: bisogna dire sì per forza), un punto di vista condiviso dal
Presidente francese Nicolas Sarkozy, che subentrerà nella presidenza della
UE la settimana prossima.
- Trattato
Europeo. 26 giugno. Ci sono comunque anche voci a sostegno dell’esito
democratico del voto irlandese. Václav Klaus, il presidente ceco, ha
insistito sul fatto che il Trattato di Lisbona «non può entrare in
vigore» dopo il voto irlandese. «La UE non può ignorare le sue
stesse norme: il Trattato di Lisbona è stato totalmente e democraticamente
bocciato dall’Irlanda, e perciò non può entrare in vigore», ha
affermato in un’intervista al giornale El Pais. «Ogni tentativo
di ignorare questo fatto facendo ricorso a pressioni e manipolazioni
politiche per portare avanti il Trattato avrebbe conseguenze disastrose».
Anche Mark François, il portavoce dei Conservatori per l’Europa, ha
insistito sul fatto che «è ora che i politici europei comincino a
rispettare il NO dell’Irlanda. Il popolo irlandese ha affermato un sonoro
NO al Trattato con un’affluenza record e sarebbe corretto da parte dei
politici di ogni Paese rispettare questa decisione democratica», ha
detto. «La questione ci è molto chiara qui in Gran Bretagna, dal
momento che gli irlandesi sono stati fortunati, essendogli stata fornita
l’opportunità di un referendum che invece a noi è stata negata dal nostro
governo». Anche in Germania il presidente federale Horst Köhler
dovrebbe congelare la firma della legge di ratifica già approvata dai due
rami del Parlamento in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sui
ricorsi presentati da Die Linke, il partito della sinistra radicale, e dal
deputato cristiano-sociale bavarese Peter Gauweiler, a titolo individuale.
Al quotidiano Saarbrücker, il deputato della CSU ha affermato che «ciò
che Bruxelles intende mettere in atto non è compatibile con i nostri
principi democratici e la nostra Costituzione».
- Politica
economica. 27 giugno. Critiche “da destra” ai provvedimenti economici
del governo Berlusconi. Per Geronimo-Cirino Pomicino (Il Giornale,
25 giugno) la manovra economica del governo è inadeguata a risolvere i
problemi del paese. L’ex ministro del Bilancio della DC, dopo aver
plaudito alle nefaste liberalizzazioni dei servizi pubblici locali che il
centrodestra intende attuare, ritiene tuttavia che la politica economica
del centrodestra non riuscirà a sollevare i bassi tassi di crescita
capitalistica. «Da molto tempo sosteniamo che la vera emergenza che ci
sta di fronte è la bassa crescita che affligge il Paese ormai dal 1995.
Anche quest’anno se tutto va bene l’Italia crescerà solo dello 0,4-0,5%, a
fronte dell’1,5% dei Paesi della zona euro. Di questa emergenza sembra,
però, che la manovra economica si interessi poco o niente a guardare gli
obiettivi programmatici che il governo si pone in termini di crescita,
pressione fiscale e risanamento della finanza pubblica». Per
Pomicino, i livelli di crescita che il governo si prefigge di raggiungere
–lo 0,9% per il 2009, l’1,5% per il 2011– non soltanto non consentiranno
di disporre di risorse a fini di rilancio dell’economia, ma risulteranno
altresì insufficienti per realizzare gli obiettivi di finanza pubblica
imposti dall’Europa, «primo fra tutti il pareggio di bilancio nel 2011».
- Politica
economica. 27 giugno. Per rilanciare la crescita capitalistica, invece
dei tagli alle spese e del blocco dei salari, occorre «un rafforzamento
della domanda pubblica e privata e una successiva nuova politica
dell’offerta», dato che «ogni taglio di spesa dà un input recessivo
che a sua volta innesca un circuito perverso di ulteriore rallentamento
della crescita, di una caduta del gettito tributario e quindi di una
maggiore difficoltà nelle politiche di risanamento». Qui però Geronimo
non è pienamente conseguente, dato che i suoi auspici di rilancio della
domanda e di revisione dell’offerta industriale e di servizi è nei fatti
impraticabile, stante i vincoli europei. Perché Geronimo non punta il dito
contro la politica neoliberista dell’Unione Europea? Condivisibili sono
invece le critiche all’elemosina governativa a favore delle fasce deboli
in quanto si possono distribuire ad «un milione e duecentomila italiani
indigenti 400 euro l’anno per il cibo e le bollette» senza «mortificarli
con la carta della povertà», semplicemente aumentando le pensioni
mensili di 40 euro. Infine, una bastonata alla cosiddetta “Robin Hood
Tax”. Per Geronimo, «senza intervenire sulla pressione fiscale della
benzina e del gasolio per ridurre il prezzo alla pompa, finiremmo per
avere un effetto paradosso: più aumenta il prezzo dell’oro nero, più
aumentano gli incassi dello Stato per l’Iva; più aumenta l’Ires sugli
utili dei petrolieri, più aumenta il gettito tributario del settore senza,
però, che a famiglie e imprese venga restituito qualcosa con una riduzione
del prezzo».
- USA /
Europa / Italia. 28 giugno. Le mani di Washington sui dati privati dei
cittadini europei. Frutto di negoziati iniziati nel 2003, Stati Uniti ed
Unione Europea sarebbero vicini a un accordo che amplierebbe i poteri dei
servizi segreti e delle agenzie private USA nell’ottenere dati sensibili
dei cittadini europei come quelli sui movimenti delle carte di credito, i
viaggi aerei effettuati e persino dati relativi alla navigazione in
Internet. Secondo il New York Times, entrato in possesso di un
dossier interno del ministero per la Sicurezza nazionale, di quello della
Giustizia e del Dipartimento di Stato, USA ed UE hanno stilato una
dichiarazione congiunta in cui si dice che «la lotta contro il crimine
transnazionale e il terrorismo impongono la necessità di condividere dati
personali per motivi di sicurezza». Se l’accordo andasse in porto,
come sottolinea il New York Times, si tratterebbe di una svolta
diplomatica per le agenzie che si occupano di strategie contro il
“terrorismo”, che hanno più volte chiesto all’Unione Europea di
ammorbidire leggi sulla tutela dei dati personali attualmente molto
severe. I negoziati, in corso dal febbraio 2007, potrebbero appunto
portare a un documento che autorizzerebbe il trasferimento di dati
personali dall’UE agli Stati Uniti. Secondo il quotidiano newyorkese
resterebbero ancora molti i punti su cui non è ancora stato trovato un
compromesso, per esempio sulla possibilità dei cittadini europei di
intentare causa contro il governo statunitense in caso di utilizzo
scorretto delle informazioni personali, dato che la legislazione USA non
consente agli stranieri di far causa per danni al governo in questi casi.
- USA /
Europa / Italia. 28 giugno. Dal 5 marzo 2003, le autorità degli Stati
Uniti hanno accesso alla maggior parte dei database dei passeggeri delle
compagnie aeree europee. Secondo quell’accordo, la Commissione Europea ha
dato agli USA accesso online ai dati dei passeggeri (passenger name record
– PNR) di tutte le compagnie aeree che viaggiano verso, da o attraverso
gli USA. I dati PNR contengono tutte le informazioni rilevanti in merito
ad un volo passeggeri: partenza e arrivo dei voli, coincidenze, servizi
speciali richiesti a bordo del volo (pasti tipo kosher o halal),
informazioni sui pagamenti (come il numero di carta di credito usato per
acquistare il biglietto) ed indirizzo e-mail. La maggior parte dei
passeggeri, quando acquista un volo per gli USA, non è a conoscenza del
fatto che i propri dati, compreso il proprio indirizzo e-mail, possa poi
capitare nelle mani dell’FBI e della CIA. Ma perché, per “proteggersi dal
terrorismo”, le autorità USA necessiterebbero della posta elettronica dei
passeggeri? Sebbene l’accordo fra gli USA e la UE sia stato ratificato nel
2003, i dettagli su quali informazioni potessero essere richieste dagli
USA alle compagnie aeree sono stati siglati solo nell’ottobre 2006 e sono
venuti alla luce di recente grazie ad un articolo del Daily Telegraph del
gennaio 2007.
- USA /
Europa / Italia. 28 giugno. Ecco le informazioni che le autorità
statunitensi richiedono alla compagnie aeree che portano i passeggeri
dalla UE verso gli USA. 1) Informazioni sul passeggero: nome, indirizzo,
data di nascita, numero del passaporto, cittadinanza, sesso, nazione di
residenza, numero di visto per gli USA (con data e luogo di emissione),
indirizzo di riferimento per gli USA, numeri di telefono, indirizzo
e-mail, miglia volate come “frequent flyer”; indirizzo dell’account come
frequent flyer; la cronologia dei voli ai quali il passeggero non si è
presentato. 2) Informazioni sulla prenotazione del biglietto: data di
prenotazione; data del viaggio; data di rilascio del biglietto; agenzia di
viaggio; indirizzo fatturazione; come il biglietto è stato pagato (incluso
il numero di carta di credito); numero del biglietto, quale organizzazione
ha emesso il biglietto; se il passeggero ha comprato il biglietto in
aeroporto poco prima di partire; se il passeggero ha definito una data o è
in lista d’attesa; informazioni sul prezzo; un numero univoco sul server
in cui transitano le prenotazioni; la storia di eventuali cambiamenti
nella prenotazione. 3) Informazioni sul volo: numero di posto a sedere;
informazioni sul posto a sedere (es. corridoio o finestra); numero di tag
della valigia; volo di sola andata o a/r; richieste particolari, come
pasti specifici, sedia a rotelle o aiuto per un minore non accompagnato.
4) Informazioni sull’itinerario del passeggero: altri voli acquistati
separatamente, o dati su prenotazioni di hotel, affitto auto, biglietti
ferroviari o tour. 5) Informazioni su altre persone: il gruppo con il
quale il passeggero sta viaggiando; la persona che ha prenotato il
biglietto.
- Interni.
29 giugno. La strage Bologna? Opera di servizi segreti USA ed
israeliani. Lo ha affermato il venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, più noto
come “Carlos”, capo negli anni ‘70 e ‘80 dell’organizzazione “Separat”,
noto soprattutto per l’assalto condotto al quartier generale dell’OPEC nel
1975, per il quale si guadagnò il titolo di super-ricercato a livello
internazionale per diversi anni. “Carlos” ha risposto così, nel carcere
parigino di Poissy, ad una domanda dell’ANSA sulla strage di Bologna,
portatagli dal suo avvocato difensore. “Carlos” prese il nome di
“Sciacallo” dalla stampa quando una copia del racconto di Frederick
Forsyth “Il giorno dello sciacallo” fu trovata tra i suoi beni personali.
Sebbene il libro non fosse suo, il nome gli rimase.
- Interni.
29 giugno. Già in precedenza (cfr. Corriere della Sera,
23 novembre 2005), Carlos aveva affermato che «a Bologna a colpire
furono CIA e Mossad», con l’intento di punire e ammonire l’Italia per
i suoi rapporti di fiducia reciproca con l’OLP di Arafat, che si era
segretamente impegnato a non colpire l’Italia in cambio di una certa
protezione. Il massacro, secondo Sanchez, fu non solo «eseguito da
giovani neofascisti», ma «organizzato da CIA e Mossad» per «punire
e piegare Roma». «Siamo sempre stati convinti che sia stata
organizzata dai servizi americani e israeliani: i veri “padroni del
terrore nero” in Italia». In seguito Sanchez ha ribadito il punto
dichiarando che «l’attentato contro il popolo italiano alla stazione di
Bologna “rossa”, costruita dal Duce, non ha potuto essere opera dei
fascisti e ancora meno dei comunisti. Ciò è opera dei servizi yankee, dei
sionisti e delle strutture della Gladio».
- Interni.
29 giugno. Funzionari anti NATO tentarono di salvare Moro. In
un’intervista nel carcere parigino, Sanchez ha parlato anche di un ultimo
tentativo, fallito, di salvare Aldo Moro tentato da una fazione del Sismi.
Questa fazione, con l’aiuto dei palestinesi del Fplp (l’ala marxista della
resistenza palestinese vicina alla RAF tedesca), si prefiggeva di portare
dei brigatisti italiani dal carcere in un Paese arabo. A far da garanti
c’erano proprio dei palestinesi che agivano sotto la protezione dell’ala
del Sismi che faceva capo al colonnello Stefano Giovannone, uomo vicino a
Moro. Sanchez ha pure parlato di «patrioti anti-NATO, compresi molti
generali, che erano partiti per aspettare il rilascio dei prigionieri e
per salvare la vita di Moro e l’indipendenza dell’Italia».
Dichiarazioni che troverebbero conferma nella vasta epurazione nei servizi
segreti italiani dopo la morte di Moro. Secondo Sanchez, «i
sovietici avevano interesse a salvare Moro, gli yankees e gli israeliani
erano contro e quindi se vi fosse stato un intervento di uno Stato
straniero si sarebbe trattato della NATO e non del Patto di Varsavia».
A conclusione dell’intervista, Sanchez afferma: «perché 65 anni dopo
l’invasione dell’Italia, rimangono tuttora 113 basi e strutture militari
yankee nella patria di Garibaldi, di Mussolini, di Gramsci, di Togliatti e
di Moro?».
- Base USA
“Dal Molin” (Vicenza). 30 giugno. Notte davanti ai cancelli per i “No
Dal Molin”. Questa la decisione dei cittadini di Vicenza al termine del
corteo di almeno 1500 persone (tante le famiglie con i bambini) che,
sfidando un temporale con pioggia e grandine, ieri sera hanno raggiunto
l’ingresso militare dell’aeroporto vicentino. Al termine del corteo, la
decisione di non tornare a casa: una cinquantina di persone sono restate a
presidiare l’ingresso dell’aeroporto per evitare brutte sorprese. Il 1
luglio, infatti, l’area potrebbe passare nelle mani degli statunitensi
nonostante la sentenza del Tar del Veneto. Nel frattempo, in giornata, si
svolgerà la prima udienza presso il Consiglio di Stato; una rapidità
inconsueta per il ricorso dell’Avvocatura di Stato che getta più di
qualche ombra su quanto sta avvenendo.