Italia. Ragioni dell’in/dipendenza (Gennaio/ Marzo 2005)

(Archivio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

·        Esteri (Afghanistan). 31 marzo. Con l’alzabandiera in una base superprotetta ad Herat, è formalmente cominciata ‘Praesidium’, la nuova missione italiana in Afghanistan. L’Italia subentra agli USA alla guida del Team di Ricostruzione Provinciale, con cui la NATO vuole estendere la missione ISAF. Sono 400 gli italiani coinvolti: del Prt faranno parte 120 militari, in gran parte dell’Esercito e alcuni esperti del Ministero degli Esteri. 230 uomini dell’Aeronautica si occuperanno del funzionamento della base aeroportuale a Herat.

 

·        Industria. 31 marzo. «Se le decisioni sono motivate da puri e semplici motivi di bilancio pubblico sono negative. Se invece c’è una ratio, una valutazione sull’efficacia del progetto, sarebbe bello che il ministero dell’Istruzione, università e ricerca producesse un documento». Sono le sconsolate parole di Stefano Breschi, docente di Economia industriale all’Università Bocconi di Milano, che commenta l’arretramento dell’Italia «dal quarto al nono posto per numero di progetti e dal secondo al quarto per entità dei finanziamenti nel programma internazionale di ricerca Eureka». Due decreti, uno del 2002 e un altro del 2004, hanno infatti tagliato drasticamente fondi per questo progetto ventennale che coinvolge vari paesi (non solo europei) nella ricerca farmacologica, biotecnologica e informatica. «I tagli a questi progetti sono apparentemente piccole cose che non vengono notate né dal grande pubblico né dagli addetti ai lavori. Non mi stupisce che vengano ristretti i fondi, fa parte di un andamento pluriennale», commenta Breschi, intervistato dall’agenzia APCOM. Ma il passaggio più significativo è con tutta probabilità il seguente: «I programmi di collaborazione hanno caratteristiche inerziali: chi è dentro ci resta, chi è fuori non entra. Questo vale soprattutto per le piccole e medie imprese, per cui Eureka è un canale alternativo e molto importante rispetto ai progetti quadro dell’Unione Europea, tipicamente appannaggio di università e grandi imprese» [sottolineatura nostra]. L’Italia, quindi, esce da uno dei pochi programmi alternativi a quanto deciso e diretto da Bruxelles, e da un programma diretto a quel settore piccolo/medio imprenditoriale che retoricamente si dice di voler valorizzare. Significativa anche la conclusione: «La scelta di tagliare i fondi per il programma è la conferma di un declino: le spese in ricerca e sviluppo, il numero di brevetti, le quote di commercio mondiale indicano un deciso arretramento del nostro Paese. Il punto che si scorda è che questo processo dura da una decina d’anni: i sintomi erano già chiari da tempo». Una decina d’anni. Cioè, per caso, l’epoca successiva all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht?