Italia.
Ragioni dell’in/dipendenza (Gennaio/ Marzo 2005)
(Archivio)
- Economia (Finanza pubblica).
1 gennaio 2005. «La politica monetaria della Banca centrale europea
sta portando l’euro a quotazioni tali da distruggere le basi della
competitività delle merci prodotte in Europa e Italia». Lo dichiarava,
a novembre, a Il Sole 24Ore, Giorgio La Malfa. Questi si chiede
se sia «accettabile che la Banca centrale europea dichiari che la sua
rigidità in campo monetario e fiscale nasce dall’obiettivo di obbligare i
Governi europei ad adottare quelle misure di flessibilità dei mercati che
essa ritiene la sola via adatta a promuovere un più alto ritmo di sviluppo
economico», e rileva che i suoi poteri non sono stati sottoposti ad
alcuna legittimazione elettorale.
- Economia. 1 gennaio 2005. Il
sempre più frequente ricorso al credito al consumo al Sud per gli acquisti
di beni di consumo rischiano di rivelarsi «una bomba ad orologeria».
L’allarme è stato lanciato da Gianni De Luca, vice presidente nazionale di
Federconsumatori. I motivi sono due: «Prima di tutto, l’esiguità del
reddito procapite al Sud. Il secondo motivo è più tecnico: acquistare una
TV al plasma o un telefonino di ultima generazione pagando a rate,
iniziando a pagare molti mesi dopo l’acquisto, in alcune regioni
meridionali è un fatto del tutto nuovo, che si può far risalire a un anno,
due anni fa. In pratica, non si sa ancora se queste rate si
trasformeranno, fra un anno, in una montagna di protesti e sofferenze».
De Luca precisa ulteriormente il suo pensiero: «In tempi di congiuntura
favorevole e di sviluppo, è andato tutto bene. Ma oggi i lavoratori
dipendenti e i pensionati settentrionali, così come quelli meridionali,
non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, e quindi non risparmiano più
e non pagano nemmeno le rate».
- Economia. 1 gennaio 2005.
Il Sole 24 Ore «incoraggia i suoi lettori ricostruendo la storia del
Monte dei Pegni, quello del film “Ladri di biciclette” girato nel 1948. A
distanza di 56 anni e senza la guerra alle spalle, gli italiani ritornano
a portare gioielli, quadri e tappeti nella più antica istituzione
finanziaria. In Italia i Monte Pegni (il primo risale al 1462) sono
quaranta e, spiega il giornale, a frequentarli non sono solo le famiglie,
ma anche gli imprenditori e i professionisti. Così, mentre l’agitato
professor Brunetta
e il freddo professor Tremonti
spiegano la riduzione delle imposte, l’importo dei prestiti erogati a chi
sta per crollare è vicino ai 1200 miliardi di vecchie lire. E la coda dei
“nuovi miserabili” della “Penisola dei Famosi” è destinata ad allungarsi».
Dall’edizione del 16 dicembre scorso del sito Dagospia.
- Economia (Finanza pubblica).
1 gennaio 2005. Metà dei titoli del debito pubblico risultano in mano
di investitori esteri. Più precisamente, la quota in loro possesso è
passata dal 22% del 1997 al 49% del 2003. Il dato è contenuto nelle “Linee
guida della gestione del debito pubblico per il 2005” diramate dal
ministero dell’Economia. «Il fatto che una grossa fetta di debito sia
detenuto all’estero, espone maggiormente qualsiasi paese agli umori degli
investitori stranieri, tra l’altro più sensibili al rating»,
commenta Il Sole 24Ore.
- Economia (Finanza pubblica).
1 gennaio 2005. «La finanza locale è al collasso». L’ANCI
(Associazione nazionale dei comuni italiani) conferma l’allarme lanciato
dalla Corte dei Conti sulla mancanza di fondi negli enti locali ed il
conseguente aumento dell’indebitamento sui “mercati finanziari”. «Tra
patto di stabilità interno, tagli agli investimenti, riduzione dei
trasferimenti statali (tutte misure disposte per rispettare il vincolo
europeo del Deficit/PIL disciplinato dal Patto di stabilità, ndr),
blocco di addizionali e di capacità fiscale in genere, i bilanci degli
enti locali rischiano davvero il collasso», aveva scritto il 22 dicembre
Roberto Turno su Il Sole 24Ore, «soprattutto quelli di piccola e
media grandezza, che hanno ben scarsi margini di manovra e flessibilità. E
lo spazio per trovare le risorse necessarie a mantenere alta la guardia
nella qualità e nella quantità dei servizi continua a ridursi».
Da qui, spiega l’ANCI, il ricorso ai derivati «per far fronte ai
problemi di cassa. Gli amministratori locali si sono trovati a fare
una scelta drastica: tagliare e ridimensionare i servizi o accedere alla
finanza innovativa». Commenta Turno: «In poche parole: il
debito come strada senza uscita. Fino a che sarà ancora possibile
indebitarsi».
- Unione Europea. 1
gennaio. La ratifica del Trattato costituzionale europeo
non dovrà determinare «una riduzione delle garanzie relative ai diritti
dell’uomo e alle libertà fondamentali previste dalla Costituzione italiana».
È quanto sottolineava, alla vigilia di Natale, la commissione Giustizia
della Camera nel parere con il quale ha detto sì alla legge di ratifica,
sottolineando tuttavia la necessità di inserire nel provvedimento alcune
correzioni. Lo stesso organismo ritiene che con la ratifica del Trattato
diventa «improcrastinabile» dare piena attuazione ai principi del
giusto processo sanciti dalla nostra Costituzione. Nel dettaglio, viene
sottolineato «come il Trattato introduca un livello minimo di garanzie
che ogni Stato membro deve riconoscere ai propri cittadini, senza tuttavia
escluderne uno più elevato, per cui laddove sussistano garanzie
costituzionali interne di più alto profilo, queste non possono essere
ridotte allo standard minimo previsto dalla Costituzione per l’Europa».
Viene pertanto segnalata «la necessità di inserire nella legge di
ratifica una disposizione che specifichi che le disposizioni del Trattato
e delle leggi europee, che saranno emanate in futuro, non possono essere
interpretate nel senso di determinare una riduzione delle garanzie
relative ai diritti dell’uomo e alle libertà fondamentali previste dalla
Costituzione italiana».
- Banche. 9 gennaio. «C’è
molta irritazione presso le banche straniere che si vedono la strada
bloccata», dopo che Fazio e alcuni ambienti politici italiani si sono
espressi contro l’eventualità di una completa de-nazionalizzazione del
sistema bancario italiano. Lo sostiene il quotidiano la Repubblica,
nella pagine economiche del numero odierno. «Si dice, ad esempio,
che la spagnola Bbva, maggiore azionista di Bnl, starebbe addirittura
meditando di andare contro il divieto della Banca d’Italia (che le
impedisce di salire) e di ricorrere poi eventualmente a Bruxelles».
L’Europa, quindi, come mezzo per scardinare ogni forma di controllo sul
sistema bancario e finanziario italiano. E la Repubblica sembra
notarlo con soddisfazione, dato che Berlusconi, forse un po’ a sorpresa,
sembra in questa vicenda allineato sulle posizioni del Governatore di
Bankitalia. «Per ora, come si è detto all’inizio, queste sono solo voci
(e, forse, in parte speranze), ma nella finanza milanese circola appunto
la convinzione che il 2005 sarà l’anno delle banche. Questo mondo rimasto
troppo a lungo immobile e ingessato e oggi è certamente una delle componenti
della società italiane dove circola meno aria fresca. E quindi, si dice,
in un modo o nell’altro, la situazione andrà sbloccata. Se non lo farà la
Banca d’Italia, cambiando i propri comportamenti e togliendo un po’ di
vincoli assurdi, molto probabilmente ci penserà il mercato, muovendosi
liberamente e strascinando [sic] poi la Banca d’Italia, se si opporrà,
davanti ai tribunali e alle autorità per la concorrenza di Bruxelles».
- Banche. 15 gennaio. «Altolà
alle ambizioni espansionistiche delle banche straniere in Italia».
Così il Gazzettino riassume il discorso di Antonio Fazio,
governatore di Bankitalia, che si è incontrato a Roma col presidente del
Consiglio Silvio Berlusconi, il ministro dell’Economia Domenico
Siniscalco, e gli esponenti di Forza Italia Gianni Letta e Luigi Grillo
(Commissione per i Lavori pubblici). «Tutto in un clima di grande
cordialità e di ritrovato feeling fra Bankitalia e governo, suggellato
dalla decisione di non inserire nel disegno di legge sul risparmio le
norme che prevedono il mandato a termine per il numero uno di Bankitalia.
In particolare, il premier Berlusconi e il Governatore hanno registrato
una piena sintonia sulla difesa dell’italianità dei nostri istituti di
credito. In un momento molto delicato, in cui si è rimesso in moto il
risiko bancario, dalla Bnl alla Popolare Antonveneta, tra forti pressioni
da parte di alcune banche estere (gli spagnoli del Bilbao e gli olandesi
di Abn Amro) decise a giocare ruoli di primo piano nel riassetto del
sistema creditizio». La spiegazione di questa mossa, riporta il
quotidiano, è stata così articolata dal senatore Grillo: «Nel nostro
sistema ci sono partecipazioni di gruppi stranieri, che però non devono
trasformarsi in partecipazioni di controllo. D’altra parte, spagnoli e
tedeschi stanno dicendo la stessa cosa. Allora non si vede perché tedeschi
e spagnoli possano difendere le loro banche e noi dovremmo invece
abbassare la guardia».
- Ricerca. 24 gennaio. «Ricerca?
Dal governo solo parole». Sferzanti, le dichiarazioni al Corriere
Economia di Adriano De Maio, rettore della LUISS (Università
controllata da Confindustria) ed ex commissario del CNR (Centro Nazionale
per la Ricerca). «Spendiamo poco e male, non c’è valutazione, non c’è
meritocrazia. Si parla e basta. Nessuno ha ritenuto negli ultimi tempi che
la ricerca sia una leva per migliorare la situazione del paese. Punto».
De Maio, che ha appena lasciato l’incarico al CNR, non va per il sottile.
L’Istituto italiano di tecnologia (IIT), creato due anni fa, è da lui
definito «un obbrobrio», e chi lo ha ideato «non ha neppure idea
di cosa sia la ricerca in Italia». Afferma poi De Maio: «Il buon
Dio non ci obbliga a fare ricerca. Ci si può anche limitare all’innovazione».
Come? In pratica, “parassitando” la ricerca scientifico/tecnologica
altrui, prendendone in prestito gli esiti ed aggiungendovi la genialità
creatrice... «in parte, questo è stato alla base del successo del made
in Italy». Ma in conclusione, «se qualcosa si può fare, è al
livello regionale, bypassando ministeri e burocrazia».
- Ricerca. 24 gennaio. «Qui
in Francia si decidono le priorità. In Italia no». Lo afferma,
parlando della propria esperienza personale di ricercatore in campo
informatico, l’italiano Stefano Cerri, nuovo direttore del LIRMM
(Laboratorio d’informatica, robotica e microelettronica) di Montpellier.
Cerri, che «ha fatto più carriera in 5 anni in Francia che in 20 in
Italia», come riporta Chiara Sottocorona sul Corriere Economia di
oggi, afferma che «in Italia ci sono competenze individuali ed équipe
di ricerca straordinarie, ma non si è ancora capito quali sono le priorità
nazionali». Al contrario che in Francia, dove Jacques Chirac
sostiene di aver stipulato «un nuovo contratto di fiducia tra la
nazione e i suoi ricercatori», dopo aver deciso di innalzare la
percentuale del PIL destinata alla ricerca a «livelli giapponesi»
(3%) entro il 2010. Cerri se lo spiega così: «Secondo me, il motivo è
che l’indipendenza tecnologica, strategica e militare della Francia
è la prima preoccupazione del Paese [...]. Ciò implica un’organizzazione
pubblica del sistema di ricerca che possa garantire gli obiettivi».
- Unione Europea. 25 gennaio. L’Aula della Camera ha approvato la ratifica della Costituzione
europea. Hanno votato “no” la Lega e il PRC. Il testo ora passa al Senato.
I “sì” sono stati 436, 28 i “no”, 5 gli astenuti. Dopo il voto, tutta
l’Aula si è alzata a applaudire. «Consentitemi il compiacimento per questo voto storico», ha detto
Casini. «Questo Trattato è un passo avanti verso la costruzione
di un’Europa più unita e solida. È importante che questo passo l’abbia
fatto l’Italia tra i primi», ha detto Follini. La presidenza della Camera aveva dichiarato
inammissibili tutti gli emendamenti presentati al disegno di legge di
ratifica della Costituzione europea. Argomentando la decisione, il
vicepresidente di turno Clemente Mastella ha spiegato che le richieste di
modifica del testo non sono ammissibili «né sotto il
profilo procedurale né sotto quello sostanziale».
- Italia. 25 gennaio 2005. Via libera definitivo del Senato al decreto legge che detta le regole
per la coesistenza tra agricoltura transgenica, convenzionale e biologica.
- Ambiente. 27 gennaio 2005. Oltre 6 milioni gli ettari sottratti all’attività agricola negli
ultimi 40 anni. È quanto afferma la Coldiretti. Nel dichiarare il proprio
sostegno alla campagna di Italia Nostra per la valorizzazione del
paesaggio rurale, la Coldiretti sostiene che bisogna difendere
dall’urbanizzazione selvaggia una risorsa del Paese così determinante dal
punto di ambientale, economico, turistico e sociale.
Economia. 28 gennaio 2005. «La situazione del nostro Paese non è
particolarmente rosea: l’economia è in affanno, l’industria in grande
difficoltà, la perdita di competitività è sotto gli occhi di tutti, il
calo della produzione generalizzato». È il succo di un’indagine
Eurispes su economia e demografia in Italia, che sta sollevando non poche
polemiche. Risponde, seccato, Maurizio Sacconi, sottosegretario al Lavoro
e alle politiche sociali. «L’Eurispes ci regala ancora una volta dati
strampalati in assoluta controtendenza rispetto a tutti i rapporti
istituzionali», secondo il sottosegretario, che poi aggiunge: «è un
esercizio inutilmente faticoso il confronto di merito con il rapporto
Eurispes, la cui unica chiave di lettura è la sua pregiudiziale scelta di
campo politico». Ma la polemica politica innescata da Sacconi non
cancella alcuni dati allarmanti, rilevati peraltro non solo da Eurispes:
il 96,7% della popolazione ha percepito un aumento dei prezzi. «Stiamo
vivendo una fase di “reflazione”, caratterizzata da inflazione più
recessione», i cui effetti sono devastanti: «in Italia oltre 4
milioni 700 mila famiglie, il 22% del totale, e oltre 14 milioni di individui
sono sicuramente poveri o quasi poveri e a rischio sono proprio i ceti
medi. Il 32,1% dei nuclei famigliari ha un reddito inferiore a 17.500
euro, mentre il 29,9% ha un reddito superiore ai 35 mila euro». A ciò
si aggiunge un malessere profondo: l’Italia sarebbe un «paese senza
progetto», risultato di impoverimento e invecchiamento della
popolazione (che porta il nostro paese a essere il più anziano, in media,
nella UE). Ci sarebbe da domandarsi, sulla base di questi dati, a cosa sia
servito il sacrificio politico ed economico in termini di sovranità, spesa
sociale, ecc. richiesto dall’integrazione europea, presentato negli anni
scorsi come “obiettivo vitale”, e conditio sine qua non della
sopravvivenza dell’Italia nel ventunesimo secolo...
- Esteri (Iraq). 1 febbraio
2005. «Una grande lezione per tutti noi» che dovrebbe «servire
da monito per tutti gli avversari della guerra». Questo è il risultato
delle elezioni tenute in Iraq il 30 gennaio secondo Alberto Asor Rosa, che
poche settimane prima aveva chiamato a raccolta la cosiddetta “sinistra
radicale”. Invita alla «autocritica», il professore, facendo
riferimento a una non meglio precisata «complessità» del contesto
iracheno. Una complessità che la “sinistra radicale” ostile alla guerra non
avrebbe considerato. Due i punti che, secondo l’accademico italiano,
dovrebbero risaltare agli occhi degli oppositori alla guerra dopo il voto:
in primo luogo, «l’ostilità al regime di Saddam era profonda»,
fatto non abbastanza compreso da sinistra e pacifisti; in secondo luogo,
proprio per questo «una migliore azione diplomatica» avrebbe
permesso di sfruttare le falle nel consenso per il sistema baathista,
rovesciandolo «senza carri armati». Come a dire: lo scopo
fondamentale dell’azione USA era quello di portare la democrazia liberale
al popolo iracheno oppresso dal dittatore, e noi (“sinistra radicale”) non
ce ne eravamo accorti. Tant’è che per Asor Rosa «molti, forse,
sfilavano contro la guerra per protestare contro la politica
espansionistica degli Stati Uniti. Ma ormai...». Ormai? «Riprendere
il discorso sulle vie della guerra e della pace con toni e in termini più
maturi, credo che potrà aiutare ala coalizione a trovare punti in comune
che, fino a due giorni fa, neppure si potevano intravedere». Insomma:
il professore non s’era accorto che la data delle elezioni era fissata da
tempo, e –accortosi con stupore che le elezioni sono state tenute pur
senza analizzarne il dato (geo)politico e mediatico– ora invita il “popolo
della pace” a collaborare con l’invasore.
- Economia (Politica
industriale). 8 febbraio 2005. «Azienda Italia in vendita: è il
titolo di un articolo del sociologo e docente universitario Luciano
Gallino su la Repubblica di oggi. Gallino denuncia senza mezzi
termini la crescente colonizzazione dell’apparato industriale in Italia, «il
solo paese europeo in cui quasi la metà dell’industria chimica, della
farmaceutica, dell’alimentare, dell’elettrotecnica di gamma alta, degli
elettrodomestici, della telefonia mobile, eccetera, è controllata da
aziende estere. Il sociologo torinese si sofferma sulle vicende che
hanno interessato in questi giorni il settore siderurgico: la cessione ai
russi della Severstal del Gruppo Lucchini, «forzata a vendere per un
debito di qualche centinaio di milioni di euro e la chiusura
all’Acciai Speciali di Terni, ex azienda del gruppo IRI ora in mano della
multinazionale tedesca Thyssen Krupp, «di un reparto che produce acciai
di qualità.
- Economia (Politica
industriale). 8 febbraio 2005. Il fatto che più colpisce il professore
torinese è che tali vicende (la prima da ricondurre al mancato appoggio
del sistema bancario, la seconda effetto di lungo termine di una
privatizzazione e della correlativa «dipendenza da soggetti economici
lontani e irresponsabili») interessano un settore, quello siderurgico,
«in cui la domanda di acciaio nel mondo ha preso fortemente a crescere.
Nessuno dei maggiori paesi produttori riesce a soddisfare la propria
domanda interna. Domanda che cresce più della produzione vuol dire prezzi
che salgono, fino al 40% nell’ultimo anno». In tale scenario
internazionale «l’Italia parrebbe ben piazzata. Con quasi 27 milioni di
tonnellate d’acciaio prodotte nel 2003, si colloca al secondo posto
nell’Unione Europea, sopravanzando di gran lunga Francia e Gran Bretagna»,
rileva Gallino. Senza considerare che, oltre alla domanda esterna, «l’Italia
è anche una grande consumatrice di prodotti siderurgici, grazie all’auto,
agli elettrodomestici, all’industria delle costruzioni». Insomma,
storia di ordinario autolesionismo dalla colonia Italia…
- Banche. 9 febbraio 2005. «Alcuni
gruppi stranieri si muovono con ostinazione per fagocitare il sistema
bancario italiano. Siamo in presenza di una strategia mirata». Così
Luigi Grillo, senatore di Forza Italia, presidente della Commissione
Lavori pubblici e fedelissimo di Antonio Fazio, commenta la lettera del
Commissario europeo alla concorrenza, Charlie McCreevy, spedita al
governatore della Banca d’Italia in cui s’invita in sostanza ad aprire
ulteriormente il sistema bancario italiano a gruppi esteri.
- Difesa.
9 febbraio 2005. L’Unione nazionale arma
carabinieri (UNAC) accusa di “depistaggio” ed “insabbiamento” i massimi
vertici militari. Antonio Savino, presidente dell’UNAC interpellato da il
Manifesto, così giudica gli “sbianchettamenti” delle “missioni” in
Bosnia e Kosovo dai fogli matricolari di alcuni militari colpiti o
deceduti a causa del linfoma di Hodgkin. Linfoma la cui insorgenza l’UNAC
–che a tal proposito sta preparando un libro bianco– riconduce alla contaminazione
da uranio impoverito contratta nei fronti di guerra della ex Jugoslavia, e
che «i vertici militari tentano di nascondere e sminuire nella sua
entità». Secondo Savino, l’UNAC viene
contattato da diversi carabinieri che però, «di fronte al rischio di essere
“congedati” senza stipendio né pensione, preferiscono poi non denunciare»,
dice ancora Savino. E «ora cominciano ad arrivare quelli di ritorno
dall’Iraq, che ai primi sintomi sono terrorizzati. Anche perché non sono
state diffuse le mappe delle zone in cui sono stati utilizzati i
proiettili all’uranio impoverito, e ci chiedono informazioni sulle zone in
cui hanno prestato servizio. È assurdo che i carabinieri continuino a
partire senza protezione e senza alcuna informazione».
- Difesa. 10 febbraio 2005. «L’Italia
scopre di avere 90 atomiche americane puntate contro Medio Oriente e
Russia». Così scrive Maurizio Molinari sull’edizione odierna de La
Stampa. Il dato è stato estrapolato dal rapporto Us Nuclear Weapons in
Europe (armi nucleari statunitensi in Europa) realizzato dal centro studi
di New York Natural Resources Defence Council sulla base di materiali
declassificati, foto satellitari, piani di guerra ed anche documenti
segreti ottenuti da fonti militari. Presenza ed uso di tali “armi di
distruzione di massa”, si legge nel rapporto, sono regolati da accordi
segreti tra i singoli Stati e gli Stati Uniti, inaccessibili persino per i
parlamentari. Delle 90 bombe citate, 50 si trovano nella base di Aviano e
40 a Ghedi di Torre. Il totale di ordigni USA presente nel “vecchio
continente” ammonta a 480: oltre all’Italia, 150 in Germania (130 nella
sola base di Ramstein), 110 in Gran Bretagna, 90 in Turchia, 20 in Belgio
e Olanda. «Per molti in Europa sarà una sorpresa scoprire quante
atomiche statunitensi si trovano nelle basi», afferma un comunicato
del centro studi, «ma il motivo è che queste armi sono probabilmente
puntate verso obiettivi in Iran, Siria ed anche Russia».
- Esteri. 10 febbraio 2005. L’espansione della “missione” NATO ad Ovest, in Afghanistan, si farà
e l’Italia sarà «Paese-guida»
(lead nation) della base di
Herat. Lo ha detto oggi il ministro della Difesa Martino precisando che il
nostro paese assumerà la guida della “Squadra di ricostruzione
provinciale” finora gestita dagli USA.
- Economia (Finanza pubblica).
10 febbraio 2005. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) pretende una
nuova “manovra-bis”. Così Il Sole 24 Ore commenta le dichiarazioni di
Carlo Cottarelli, “capo missione” del FMI in Italia. Secondo le stime del
FMI, il rapporto deficit annuale di bilancio/PIL sforerà il limite del 3%
stabilito a Maastricht. Bacchettate sul governo anche in merito alla
riforma fiscale: «le riduzioni d’imposta varate quest’anno avrebbero
dovuto essere legate a tagli di spesa corrispondenti, anzi maggiori, dato
che il deficit deve continuamente ridursi». Affermando inoltre che «il
decentramento fiscale dovrà essere accompagnato da maggior coordinamento»,
il FMI indica le misure da intraprendere: aumentare le tariffe sui servizi
pubblici ed i ticket sanitari; “contenere” gli stipendi del pubblico
impiego. Secondo Il Sole 24Ore, il FMI auspicherebbe anche un
rafforzamento dell’imposizione fiscale sui lavoratori autonomi.
- Banche. 10 febbraio 2005. FMI
e Commissione Europea concordi nel forzare il governatore della Banca
d’Italia, Antonio Fazio, ad estendere ulteriormente la presenza nel
sistema bancario di istituti esteri. «Il sistema creditizio italiano
può essere rafforzato da una maggiore partecipazione delle banche
straniere, anche se c’è già stato un netto miglioramento, come si vede dal
gran numero di filiali estere», riporta l’edizione odierna di la
Repubblica.
- Banche. 10 febbraio 2005. Il
quotidiano la Repubblica riporta in un grafico l’attuale presenza
di “capitale straniero nelle banche italiane”. Risulta così che gli
spagnoli Banco di Bilbao e Banco Santander controllano l’uno il 14% della
BNL, l’altro il 9,7% del San Paolo-IMI e l’1,4% di Mediobanca; il francese
Credite Agricole controlla il 18,4% di Banca Intesa; la tedesca
Commerzbank il 3,3% di Banca Intesa e l’1,8% di Mediobanca; l’istituto
assicurativo tedesco Allianz (attraverso la controllata RAS) il 5% di
Unicredito; il finanziere francese Bollorè il 5% di Mediobanca; l’olandese
Abn-Amro il 12,9% di Banca Antonveneta e il 9% di Capitalia.
- Interni. 10 febbraio 2005. «Bisogna
fermare la deriva tecnologica». Ad affermarlo, la relazione di Stefano
Rodotà, presidente dell’ufficio del Garante della “privacy”, che invita ad
introdurre un sistema «che certifichi la sicurezza di tutte le
tecnologie dell’informazione e della comunicazione» ed accusa i
ministeri di «non rispettare l’obbligo di consultare il Garante»,
nonostante «un terzo dei decreti attuativi toccano la privacy».
Come scrive la Repubblica, Rodotà denuncia «furti d’identità.
Non soltanto l’immagine scippata dalla camera di un videofonino, ma
profili commerciali dedotti dall’uso di tessere elettroniche, dai bancomat
alle carte di fidelizzazione distribuite nei supermercati con premio
fedeltà. L’uomo intercettato viene spiato dal suo telepass in autostrada,
dalla pay-tv con giochi interattivi, dall’etichetta “intelligente” di un
vestito che, con la tecnologia delle radiofrequenze, consente la
localizzazione di una persona». In relazione alle rilevazioni
biometriche (come iride ed impronte digitali sul passaporto, in
discussione alla Farnesina e al Viminale, ndr) o ai chip sottopelle anche
«per individuare i clienti in discoteca, come accade a Glasgow o
Barcellona» Rodotà denuncia di trovarci «alla vigilia di un
cambiamento della natura del corpo che, modificato tecnologicamente,
diventerebbe per ciò post-umano». Preoccupazioni anche per le
eccessive intercettazioni telefoniche e la mole di chiamate ed SMS
conservate.
- Difesa. 11 febbraio 2005. «L’Italia
è un cimitero di dinosauri nucleari. Nelle basi statunitensi di Aviano e
Ghedi Torre vi è un arsenale centinaia di volte più potente della bomba
che distrusse Hiroshima». Lo ha affermato, in un’intervista esclusiva
al quotidiano l’Unità William Arkin, considerato uno dei massimi esperti
statunitensi di armi nucleari. Arkin considera accurato e attendibile il
recente rapporto del centro studi di New York Natural Resources Defence
Council, aggiungendo tuttavia che «il numero 90 si riferisce all’ultimo
accordo tra Italia ed USA, che indica il numero di testate nucleari
autorizzate in ogni base», e che secondo le sue fonti si troverebbero attualmente
in Italia 50 ordigni (10 a Ghedi e 40 ad Aviano).
- Difesa. 11 febbraio 2005.
Stone Ax, Ascia di pietra, sarebbe il nome in codice «del
dispositivo tecnico per il dispiegamento delle armi atomiche in Italia.
Risale agli anni ‘50 ed è stato continuamente aggiornato», rivela
Arkin al quotidiano dei DS. Secondo Arkin, anche se «esiste un piano
strategico della NATO che destina le armi atomiche in Italia all’eventuale
uso contro paesi che si trovano nel raggio dei cacciabombardieri», la
presenza degli ordigni nucleari sul territorio italiano sarebbe però
legata «all’interesse dei “mandarini europei della NATO”, la burocrazia
civile e militare di paesi membri che vede nella condivisione negli
arsenali un modo per contare di più nell’Alleanza occupando un posto
accanto agli Stati Uniti nel consiglio di pianificazione nucleare della
NATO». A sostegno di tale tesi, Arkin cita l’esempio del governo greco
di Papandreu, la cui richiesta, effettuata nel 2001, di ritiro delle armi
nucleari, «è stata accolta, e la Grecia è ancora membro a pieno titolo della
NATO». Arkin conclude l’intervista affermando che «dal punto di
vista tecnico non sarebbe difficile ritirare le bombe se il governo
italiano lo richiedesse. Ma (…) è prevalsa l’idea che gli arsenali siano
qualcosa di intoccabile, al di fuori di ogni scelta politica». C’è da
chiedersi il perché… Prendendo poi per veritiera la tesi di Arkin, se ne
ricava comunque che la presenza degli ordigni nucleari ha la funzione di
“acquistare credibilità” nei confronti di Washington, che dunque, in fin
dei conti, non è del tutto indifferente ad una loro permanenza o meno…
- Economia. 11 febbraio 2005. La speculazione immobiliare «prospera
nell’Italia del declino», è la conclusione di un articolo di Roberta
Carlini su il Manifesto. A pagarne le spese, tutti coloro alle
prese con affitti sempre più insostenibili o «le migliaia di sfrattati di
ogni parte d’Italia», come ci ricorda la giornalista. La composizione
sociale dei speculatori è variegata: banche e grandi imprese su tutti, ma
anche, come nota la Carlini, «il medio imprenditore del made in Italy
che chiude la fabbrichetta e lucra sul capannone o sul terreno» oppure
«il piccolo investitore fai-da-te, che accende un mutuo per comprare
quattro mura che poi affitterà per ripagare col canone il mutuo e
nel frattempo veder crescere il valore dell’investimento». Il gioco
potrebbe però farsi pericoloso. Un bollettino della Banca centrale europea
rileva come «la combinazione di elevata liquidità, basso costo del
denaro e alti valori delle case ha dato luogo a una vera e propria bolla
immobiliare». In sostanza, «la domanda di immobili cresce, i
prezzi salgono e salgono, e la speculazione si autoalimenta. C’è il
rischio che la bolla scoppi appena il gioco si ferma». Le conseguenze
non sarebbero di poco conto. Per quanto riguarda il presente, le
conseguenze sono ben descritte nell’ultimo rapporto del Censis: «il
ritorno della rendita (…) i grandi patrimoni vengono dirottati sul mattone
(…) la bolla immobiliare assorbe denaro, risorse, liquidità».
- Cultura. 14 febbraio 2005. L’Unione
Europea vuole imporre una tassa sulla lettura. Lo scrive Alessandro
Caprettini su il Giornale. Bruxelles «ha già condannato il
Belgio lo scorso 16 gennaio e ha deciso di aprire un procedimento
d’infrazione contro Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo ed
Irlanda. Paesi in cui si prevedeva la gratuità del prestito pubblico e ai
quali oggi si reclama una modifica di regolamenti e di legislazioni (…)
L’Unione Europea chiede che tutti e 25 soci prevedano leggi che obblighino
a un pagamento per i volumi presi a prestito». Caprettini, rilevando
come già dal 1992 sia stata varata una direttiva della Commissione europea
in materia, evidenzia come una tale regola «mette a rischio la
sopravvivenza stessa delle biblioteche pubbliche (…) Senza contare che
proprio le biblioteche erano divenute col tempo anche una sorta di
tabernacolo per quei libri che non sono divenuti best-seller e di cui non
si ristampavano copie proprio perché non rendevano utili».
- Politica. 14 febbraio 2005. «Silvio
Berlusconi sarebbe allarmato per l’ondata di scandali che da oltre
Atlantico (e non solo) potrebbe investire il governo nell’anno che precede
il voto politico del 2006. Un fenomeno che per certi versi ricorda gli
eventi “esterni” scatenatesi nel Bel Paese all’avvio del 1992, registrato
nella storia con il nome Tangentopoli. Oggi come allora, i Poteri Forti
statunitensi iniziano a dare segnali di insofferenza verso la governance
politica-economica del Bel Paese. La prima avvisaglia c’è stata nei giorni
scorsi –a un mese dalla legge antifumo– con le fotocopie degli assegni
americani che il ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, avrebbe incassato
in Svizzera da alcune case farmaceutiche. Poi è scoppiato l’affaire
Formigoni-Oil for food (inchiesta firmata, oltre che da Il Sole 24 Ore, dal Financial Times, “portavoce”
delle lobby anglo-statunitensi). Infine, ci sono stati i malumori dello
squalo australiano Rupert
Murdoch (che nei gironi scorsi ha incontrato il neo
proprietario di Rete A,
Rodolfo De Benedetti, figlio di Carlo De Benedetti) per il colpo basso
inferto da Mediaset
(calcio-digitale terrestre) alla sua Sky
Italia. Se negli USA sono le grandi lobby a puntare il dito
contro “l’inaffidabilità” del governo italiano (una legge anti-fumo non è
mai stata promulgata allorché i tabacchi erano Monopolio di Stato), non va
sottovalutata la protesta (montante) dell’Europa delle banche contro
l’autarchico governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio». Così un
articolo del sito Dagospia.
- Banche. 15 febbraio 2005. Corrado
Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, respinge le accuse di
chiusura del sistema bancario ad operatori esteri. A Bruxelles, al termine
di un incontro con il commissario europeo Charlie McCreevy, così parla
Passera: «Credo che nessuno ignori quanta
strada l’Italia abbia fatto negli ultimi dieci anni in termini di
privatizzazioni, di aumento di concorrenza e rafforzamenti patrimoniali
(…) se noi prendiamo ad esempio il mondo dell’investment banking (operazioni
come emissioni e collocamento di obbligazioni, fusioni ed acquisizioni,
eccetera, ndr), è dominato da operatori internazionali e, nel corporate
banking (mercato dei servizi per le imprese, ndr), io credo che una
quota di mercato superiore alla metà sia occupata da operatori non
italiani. Nel retail banking (operazioni svolte con famiglie e piccole
imprese, ndr) abbiamo molti operatori stranieri che hanno banche in
Italia ben visibili». In merito alla
presenza di istituti esteri nell’azionariato delle banche italiane,
Passera evidenzia come «nei grandi gruppi
italiani, in molti casi il principale, o uno dei principali azionisti, non
è italiano. È una situazione che, se confrontata con quella di altri paesi
europei, non ci vede come fanalino di coda».
La conclusione del manager scuola McKinsey (società di consulenza
statunitense nelle cui file si sono formati personaggi come Vittorio Colao
e Alessandro Profumo, rispettivamente amministratori delegati della
Rcs-Corriere della Sera e della banca Unicredito): «credo
sia opportuno guardare ai fatti, che sono di un paese dove sicuramente gli
operatori non italiani hanno un ruolo molto, molto importante».
- Sanità. 15 febbraio 2005. «Il
sistema farmaceutico europeo è orientato a favorire l’industria piuttosto
che gli ammalati». Lo ha dichiarato Silvio Garattini, farmacologo
dell’Istituto Mario Negri, in un articolo su Il Messaggero.
Garattini sottolinea come l’Emea, «l’organo europeo che approva i nuovi
farmaci validi per tutti gli attuali 25 paesi dell’Unione Europea, dipende
dal direttorato dell’industria della CEE in stridente contrasto con quanto
avviene nei paesi membri dove le Agenzie del Farmaco rispondono al
ministero della Sanità». Come se non bastasse, «la stessa Emea vive
con le quote che le industrie pagano per i servizi che ricevono»: il
che equivale a dire che la sanità nell’Unione Europea, anche formalmente,
non è funzionale alla tutela di interessi collettivi, ma a quelli di
profitto dell’industria farmaceutica. Garattini tra l’altro rileva che,
anche grazie «ad un’improvvida legge approvata dal Parlamento europeo
(…) non è richiesto che si facciano studi comparativi per stabilire se il
nuovo farmaco sia meglio o peggio di quelli già esistenti (…) Ciò
significa che il nuovo farmaco non ha lo scopo di rispondere alle
necessità dell’ammalato, ma solo alle spinte del mercato».
- Sanità. 15 febbraio 2005. Il
sistema sanitario italiano ed europeo non è affatto incentrato sulla tutela
dell’ammalato. Garattini apporta diversi esempi. Sul campo della ricerca
scientifica, ad esempio, «ogni giorno vengono dati annunci
trionfalistici: nuovi geni, nuovi farmaci più o meno biotecnologici (…)
Gli ammalati ed i loro familiari vengono illusi e col tempo scoprono che
non tutti i rimedi proposti risultano efficaci. Nel frattempo i mass media
hanno fatto audience (…) In realtà numerosi studi indicano come
l’innovazione non sia poi così frequente. Per ogni 100 farmaci che vengono
immessi sul mercato, si calcola che solo 15 presentino qualche elemento di
novità terapeutica». E non è tutto. «Molti di questi nuovi
farmaci hanno spesso vita breve e vengono tolti dal mercato perché si
riscontrano effetti tossici oppure non mantengono le promesse di un
favorevole rapporto beneficio-rischio. Una cosa tuttavia è certa: costano
sempre di più rispetto ai farmaci che già si trovano sul mercato con le
stesse indicazioni terapeutiche».
- Sanità. 15 febbraio 2005.
Il farmacologo nota con amarezza come «ogni giorno 30.000
informatori farmaceutici incontrano dagli 8 ai 10 medici ognuno, non certo
per metterli in guardia sugli effetti tossici dei farmaci, ma per
aumentarne le prescrizioni. Il prezzo del farmaco è determinato per circa
il 30% dai costi di propaganda necessari per competere sul mercato con i
concorrenti». Non è superfluo ricordare come questi costi si ripercuotano
anche sulla spesa farmaceutica a carico del Servizio Sanitario Nazionale,
che Garattini rileva «sia quasi triplicata in 10 anni», senza pressoché
benefici per la società, soprattutto se si considera come «5000
malattie rare attendano terapie e come per milioni di pazienti con
malattie tropicali la ricerca non è proporzionale ai bisogni».
- Esteri. 25 febbraio 2005. Noi
della Margherita «non siamo e non saremo mai antiamericani». È
vero, «siamo stati critici verso l’amministrazione Bush», ma ora «è
possibile che ci sia un nuovo inizio, su basi nuove». Anche perché con
la visita del presidente USA in Europa «il clima è un po’ cambiato, si
è ricominciato a parlare di dialogo». Così si è espresso Francesco
Rutelli, leader del partito, al termine della prima giornata del convegno
su “Come ricostruire le relazioni transatlantiche”, a cui hanno
partecipato diversi esponenti del Partito democratico statunitense. I
quali, riferisce Rutelli, hanno sottoscritto una «alleanza fra i
democratici statunitensi e i democratici europei, tramite la costituzione
di un segretariato permanente di consultazione». «L’incontro di oggi»,
ha spiegato Rutelli «rappresenta un messaggio molto forte: non vogliamo
solo collaborare ma vogliamo cambiare l’agenda» della politica
internazionale «sui temi della sicurezza, dell’ambiente, della
collaborazione tra Europa e America, della costruzione della democrazia
del mondo», così da «far ripartire l’alleanza tra l’Europa e
l’America su basi nuove». «Le forze democratiche», ha concluso
il leader della Margherita, «non possono più limitarsi a criticare
quello che ha fatto l’amministrazione americana, ma debbono fare delle
proposte. Oggi noi abbiamo cominciato, con un’agenda molto seria e rivolta
al futuro».
- Industria. 1 marzo. «Declino
industriale o solo un errore strategico?». Lo chiede al ministro del
Lavoro, in un’interrogazione parlamentare, l’esponente della
Margherita Rino Piscitello, a proposito della chiusura degli stabilimenti
palermitani da parte della multinazionale italo-francese dell’elettronica
STM Microelectronics. «La strategia aziendale, espressa in più
occasioni dal suo presidente, è stata quella di investire gran parte delle
risorse di STM in ricerca e sviluppo creando, anche in periodi d
contrazione del mercato, centri di eccellenza che hanno consentito
all’azienda di rimanere leader nel proprio campo. [...] Piena
espressione di questa strategia è il Centro di Progettazione di Palermo
che crea innovazione nello sviluppo di memorie per PC e telefoni
portatili. Con le sue 48 figure altamente specializzate e la stretta
sinergia con l’Università di Palermo, il Centro rappresenta una delle
poche realtà di alta tecnologia della Sicilia», afferma Piscitello,
che ricorda anche «l’altissimo livello di professionalità»
raggiunto dai dipendenti del centro palermitano. E continua: «i
successi del Centro di ricerca palermitano si rispecchiano anche negli
ultimi piani aziendali che prevedevano per Palermo l’inserimento di circa
150 unità fra neolaureati e neodiplomati nei prossimi due otre anni».
Ne consegue che la decisione di chiudere gli stabilimenti risulta «inaspettata»,
per non dire inspiegabile. Se si parla continuamente di efficienza e di
competitività, per quale motivo chiudere un centro che aveva dimostrato di
avere tali qualità? Domande che aspettano ancora risposte.
- Economia (Finanza pubblica).
1 marzo 2005. Ben 831 enti locali (il 10% del totale) hanno
sottoscritto con il sistema bancario, dal 2001 ad oggi, «pericolosi
contratti ad alta speculazione finanziaria».
Il dato è riportato dal quotidiano Milano Finanza, che cita analisi
del ministero dell’Economia. «Si tratta di strumenti tutti legati alla
copertura dall’aumento dei tassi d’interesse e del livello di cambio, che
generalmente gli enti locali sottoscrivono proprio per evitare di sfondare
il livello di indebitamento fissato dai parametri del patto di stabilità
interno», spiega il quotidiano finanziario,
che aggiunge: «tra due-tre anni potrebbe crearsi nei conti della
pubblica amministrazione un buco da 4,6 miliardi di euro qualora i
contratti presentino un valore di mercato negativo».
Ricapitoliamo dunque: per non superare il limite del 3% del rapporto
Deficit/PIL prescritto dal Patto di stabilità europeo, il governo, col
Patto di stabilità interno, impone una «cura
dimagrante» agli enti territoriali. I
fondi però non bastano per finanziare servizi sociali, investimenti ma
anche affari. Ecco così ricorrere al sistema bancario, soprattutto
quello estero. Il Patto di stabilità europeo, così stringente nei
confronti dell’indebitamento pubblico, appare indifferente o persino
compiacente di fronte all’aumento dell’indebitamento verso il sistema
finanziario privato, soprattutto quello estero, che rischia di generare
ben più gravi «instabilità» finanziarie,
come ha mostrato di recente il caso Parmalat.
- Economia (“borghesia” compradora). 1 marzo 2005. Luca di Montezemolo risulta membro
dell’International advisory board della statunitense Citigroup, primo
colosso bancario al mondo. L’ennesima scoperta di intrecci ad alto livello
tra oligarchie economico/finanziarie statunitensi e quelle italiote è del
sito Dagospia, in una breve dedicata alle cariche del presidente di
Confindustria e Fiat. Per la cronaca, Montezemolo risulta presente anche
al vertice «della Ferrari, della Maserati,
della Fiera di Bologna, dell’Università Luiss. Di Ferrari e Maserati è anche amministratore
delegato, mentre come consigliere d’amministrazione siede nel consiglio di
amministrazione de La Stampa, della multinazionale della moda francese
PPR, della Tod’s di Della Valle, della Merloni elettrodomestici, Campari e
del Bologna Calcio. In più, l’infaticabile Luca è fondatore del fondo
Charme, con cui nel 2003 ha acquisito Poltrona Frau e nel 2004 Ballantyne.
Per questo sostituire Franzo Grande Stevens nel patto di sindacato di Rcs
Mediagroup (la società che controlla il Corriere della Sera, ndr) non
lo spaventa».
- Economia (“borghesia”
compradora). 1 marzo 2005. Così un’altra breve di Dagospia, stavolta
incentrata sul futuro dell’amministratore delegato di Banca Intesa di scuola McKinsey Corrado Passera: «Nei circoli finanziari che contano, c’è chi lo dà
ministro dell’Economia in un eventuale governo Prodi e chi, invece,
suggerisce di guardare ad una nomina più ravvicinata: il vertice dell’ENI.
Passera, forte dell’appoggio di alcuni fondi americani, potrebbe essere un
outsider che può certamente vantare capacità manageriali e una solidissima
rete di relazioni. Di sicuro in primavera Passera incasserà ricche stock
option: lo aiuteranno a decidere in serenità».
Dal che si evincono due cose. Primo: le solide relazioni di Passera con
ambienti finanziari statunitensi. Secondo: un’ulteriore conferma
dell’influenza dei fondi statunitensi, che controllano il 40% dell’ENI.
- Economia (Finanza pubblica).
8 marzo 2005. L’agenzia di rating statunitense Standard
& Poor’s minaccia di “declassare” la valutazione del debito degli
Stati membri dell’Unione Europea se «dovessero
cadere nella trappola della compiacenza provocata da un allentamento del
Patto di stabilità». Il rapporto
dell’agenzia statunitense, commentato da Il Sole24Ore, è l’ennesimo
segnale di convergenza tra vincoli europei ed interessi capitalistici
statunitensi. Secondo la Standard & Poor’s, «un
rilassamento delle regole attuali, proprio quando il Patto è chiamato
ad affrontare la sua vera prima prova (a quale prova si riferisce
l’agenzia di rating? Forse alle difficoltà di paesi come Francia,
Germania ed Italia a conciliare “pace sociale”, rilancio capitalistico e
rispetto degli obblighi finanziari europei, ndr?), potrebbe essere un
segnale della riluttanza dei Paesi membri a perseguire in maniera costante
le politiche mirate ad aumentare la flessibilità fiscale.
Deficit/PIL sopra il 3% potrebbero diventare occorrenze regolari», ammonisce il rapporto: un’eventualità che
l’agenzia statunitense critica senza riserbo.
- Economia (Finanza pubblica).
8 marzo 2005. L’agenzia di rating statunitense Fitch esprime
scetticismo sul rispetto, da parte dei conti pubblici italiani, del
vincolo europeo Deficit/PIL sotto il 3%. Secondo Fitch, la crescita
del PIL risulterà inferiore alle previsioni governative, e prevede una
nuova manovra aggiuntiva o «misure temporanee
una tantum» (condoni,
cartolarizzazioni, eccetera) per rispettare i vincoli di bilancio per il
2005. Tra le righe, l’agenzia statunitense “sconsiglia” l’esecutivo del
centrodestra dall’effettuare nuovi tagli alle imposte o dall’aumentare la
spesa pubblica per acchiappare consensi in vista delle prossime tornate
elettorali. Anche il ricorso a misure una tantum per ridurre il
deficit annuale di bilancio viene biasimato: si richiedono maggiori
“riforme strutturali” (sanità, pensioni, eccetera).
- Esteri. 15 marzo 2005. Nessuna responsabilità penale nei confronti dei militari italiani per
le torture inflitte da altri ai detenuti iracheni. Lo ha stabilito la
procura militare della Repubblica di Roma. Viene così archiviata
l’inchiesta avviata l’anno scorso quando la vedova di un carabiniere morto
a Nassirya disse di aver saputo dal marito che i militari italiani erano a
conoscenza delle sevizie ai detenuti nelle carceri affidate ai loro
controlli. L’indagine non ha evidenziato responsabilità.
- Esteri. 19 marzo 2005. Una proposta di legge di iniziativa popolare che vieti le missioni
militari all’estero senza esplicito mandato ONU. O le missioni senza
comando diretto delle Nazioni Unite e soprattutto niente quelle di
“imposizione della pace” (peace enforcing), come nei Balcani o a
Timor est. La proposta è in discussione in commissione Esteri della Camera
e sarà votata dopo le regionali. La proposta ha l’appoggio dei gruppi
parlamentari pacifisti, ma non dell’Ulivo e della Casa della Libertà.
- Economia. 24 marzo. «Più armi, meno asili». È il titolo di un
articolo del Manifesto di oggi, che illustra il declino della spesa
per l’educazione in Italia. Un fenomeno da mettere in diretta correlazione
con le maggiori risorse destinate al «comparto militar-industriale».
Casi del tutto analoghi sono riscontrabili per i tagli alla spesa sociale
in materia di sanità e altri servizi. L’associazione Sbilanciamoci,
citata nell’articolo di Angelo Mastrandrea, ritiene che un contromodello
basato su «partecipazione, promozione delle reti della società civile e
dell’economia solidale» sia l’unica progettualità da contrapporre alla
politica del governo. Un punto di vista che suscita tuttavia alcune
domande, soprattutto quelle sulla logica di dipendenza che lega la
politica estera italiana agli obiettivi di potenza statunitensi. Lo scorso
anno, ad esempio, il ministro Letizia Moratti liquidò una manifestazione
di ricercatori universitari precari tirando in ballo la necessità di
destinare maggiori risorse finanziarie al mantenimento di truppe italiane
in Iraq e Afghanistan.
·
Esteri (Afghanistan). 31 marzo. Con l’alzabandiera in una base superprotetta ad Herat, è formalmente
cominciata ‘Praesidium’, la nuova missione italiana in Afghanistan. L’Italia
subentra agli USA alla guida del Team di Ricostruzione Provinciale, con cui la
NATO vuole estendere la missione ISAF. Sono 400 gli italiani coinvolti: del Prt
faranno parte 120 militari, in gran parte dell’Esercito e alcuni esperti del
Ministero degli Esteri. 230 uomini dell’Aeronautica si occuperanno del funzionamento
della base aeroportuale a Herat.
·
Industria. 31 marzo. «Se
le decisioni sono motivate da puri e semplici motivi di bilancio pubblico sono
negative. Se invece c’è una ratio, una valutazione sull’efficacia del
progetto, sarebbe bello che il ministero dell’Istruzione, università e ricerca
producesse un documento». Sono le sconsolate parole di Stefano
Breschi, docente di Economia industriale all’Università Bocconi di Milano, che
commenta l’arretramento dell’Italia «dal quarto al nono posto per numero di progetti e dal
secondo al quarto per entità dei finanziamenti nel programma internazionale di
ricerca Eureka». Due decreti, uno del
2002 e un altro del 2004, hanno infatti tagliato drasticamente fondi per questo
progetto ventennale che coinvolge vari paesi (non solo europei) nella ricerca
farmacologica, biotecnologica e informatica. «I tagli a questi progetti sono apparentemente piccole
cose che non vengono notate né dal grande pubblico né dagli addetti ai lavori.
Non mi stupisce che vengano ristretti i fondi, fa parte di un andamento
pluriennale», commenta Breschi, intervistato dall’agenzia APCOM. Ma
il passaggio più significativo è con tutta probabilità il seguente: «I programmi di collaborazione hanno caratteristiche
inerziali: chi è dentro ci resta, chi è fuori non entra. Questo vale
soprattutto per le piccole e medie imprese, per cui Eureka è un canale
alternativo e molto importante rispetto ai progetti quadro dell’Unione Europea,
tipicamente appannaggio di università e grandi imprese»
[sottolineatura nostra]. L’Italia, quindi, esce da uno dei pochi programmi alternativi
a quanto deciso e diretto da Bruxelles, e da un programma diretto a quel
settore piccolo/medio imprenditoriale che retoricamente si dice di voler
valorizzare. Significativa anche la conclusione: «La
scelta di tagliare i fondi per il programma è la conferma di un declino: le
spese in ricerca e sviluppo, il numero di brevetti, le quote di commercio
mondiale indicano un deciso arretramento del nostro Paese. Il punto che si
scorda è che questo processo dura da una decina d’anni: i sintomi erano già
chiari da tempo». Una decina d’anni. Cioè, per caso, l’epoca
successiva all’entrata in vigore del Trattato di Maastricht?