Italia. Ragioni dell’In/dipendenza
(Novembre-Dicembre 2005)
a)
Qual è
lo stato del sistema bancario e finanziario nell’epoca dell’Unione Europea e
dell’imperialismo USA? Svariate le notizie in merito. Si veda il 18 novembre per
delucidazioni sulla funzione della Borsa e sull’assetto proprietario «europeo» della
banca italo-tedesca Unicredit-Hypovereinsbank. Interessante pure il 19 dicembre (dimissioni di Antonio
Fazio dalla carica di Governatore della Banca d’Italia) ed il 29 dicembre
(nomina del successore Mario Draghi).
b)
Procura
di Milano e CIA: parla Francesco Cossiga (2 dicembre).
c)
Neoliberismo
e “declino economico”: un legame su cui le notizie del 12 dicembre forniscono
spunti di riflessione in merito. Il 17 novembre mostra invece la direzione di
“politica industriale” che i prossimi governi saranno chiamati ad
intraprendere.
Tra l’altro:
Finanza pubblica (10 novembre)
Centrosinistra (26 novembre)
Esteri (9 dicembre)
Aviano. Nucleare USA (23 dicembre)
- Esteri. 1 novembre. Lo Stato sionista desidera
un intervento diretto dell’Unione Europea nel controllo del valico di
Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. Lo ha detto il primo
ministro israeliano Ariel Sharon al vice presidente del Consiglio e
ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini, in visita a Gerusalemme.
- Esteri.
1 novembre. Dopo lo sgombero delle colonie israeliane dalla striscia
di Gaza, gli accordi con l’Autorità Nazionale Palestinese prevedono che il
valico di Rafah sia controllato dall’ANP stessa e dalle autorità egiziane.
Lo Stato sionista, però, data la crucialità del passaggio, da cui
sarebbero transitate armi per i gruppi della Resistenza palestinesi,
vorrebbe il coinvolgimento di un terzo soggetto reputato più “affidabile”.
«Israele è favorevole ad un impegno diretto dell’Unione europea»,
ha detto il capo della Farnesina dopo l’incontro con Sharon, «con
Javier Solana (alto rappresentante UE per la politica estera e la
sicurezza, ndr) si devono valutare le possibilità concrete di questo
eventuale coinvolgimento. Sharon», ha proseguito Fini, «ha affidato
a Shimon Peres (vice primo ministro, ndr) l’incarico di verificare
questa possibilità. Il compito è possibile, restano da definire le
modalità: si tratterà di un ruolo soltanto notarile o di un ruolo attivo
che comporti anche rimuovere eventuali cause di inadempienza degli accordi
di Sharm el-Sheik? L’UE deve interrogarsi su queste possibilità. Tra
osservatori e forze con compiti di polizia c’è una bella differenza». Fini
ha poi annunciato che da domani inizierà a «parlarne con i colleghi
della UE e con Solana».
- Esteri.
2 novembre. L’ambasciatore italiano Roberto Toscano è stato convocato
dal governo iraniano, da cui ha ricevuto una nota di protesta per la
manifestazione romana –organizzata dal quotidiano Il Foglio– alla
quale hanno aderito esponenti del governo e dell’opposizione contro le
parole di Ahmadinejad, cui è stato attribuito il progetto di voler «cancellare
lo Stato d’Israele». Un portavoce dell’ambasciata ha affermato che
l’Italia «vuole buone relazione con l’Iran e che Israele esista in un
ambiente sicuro», ma il ministro degli esteri Gianfranco Fini, in
continuità con gli strali lanciati ieri durante la sua visita a
Gerusalemme, ha rincarato la dose contro la presunta minaccia nucleare
dell’Iran: «abbiamo impartito al nostro ambasciatore le disposizioni
affinché spieghi al governo di quel paese perché in Italia c’è stata
indignazione e preoccupazione dopo le parole del presidente Ahmadinejad»,
ha detto Fini in una conferenza stampa congiunta con il presidente della Baviera
Edmund Stoiber. Fini ha poi ribadito che se l’Iran si dotasse della bomba
atomica, costituirebbe un minaccia non solo per Israele ma per tutta la
comunità internazionale e ha detto che lui e Stoiber sono d’accordo per
adottare una «linea della fermezza» verso Teheran.
- Università.
2 novembre. I Democratici di Sinistra molto peggio della Moratti? L’Associazione
nazionale docenti universitari ne è convinta, dopo aver preso visione del
documento elaborato dal senatore Luciano Modica e dal deputato Walter
Tocci (responsabile del settore universitario), scaricabile sul sito
www.dsonline.it/aree/universita/index.asp, in cui si prevede, di fatto, la
cancellazione del sistema nazionale e statale delle Università. Il
documento prevede infatti tra l’altro un’ulteriore accentuazione
dell’”autonomia” degli atenei sul piano della strutturazione interna dei
programmi di ricerca e corsi di studio e delle regole di reclutamento dei
docenti. Secondo l’Associazione nazionale docenti universitari, logiche
conseguenze di tali normative saranno un «progressivo affievolimento»
del valore legale dei titoli di studio e la «rimozione del vincolo
budgetario attualmente vigente sull’entità complessiva delle tasse e
contributi universitari stabiliti da ciascuna Università», aprendo la
strada per ulteriori aumenti delle tasse universitarie.
Università. 2 novembre. L’Associazione nazionale docenti
universitari denuncia gli effetti deleteri sul sistema nazionale
universitario derivanti da altri passaggi del documento, che prevede altresì
la nomina, da parte del Rettore, di un «Consiglio di ateneo non
elettivo» con compiti da «vero consiglio di amministrazione»,
con metà dei componenti scelti al di fuori dell’Università «come
rappresentanza dei portatori di interesse esterni» ed uno status
economico e giuridico privilegiato per quei professori ordinari «che
avranno raggiunto una notorietà internazionale». Secondo
l’Associazione nazionale docenti universitari, si scardina così il «Sistema
nazionale delle Università frantumandolo in Atenei diversi l’uno
dall’altro e resi del tutto (quasi) indipendenti dalla legge, e
naturalmente, per non “indebolire il ruolo del Ministero”, non si prevede
la costituzione di un Organo di autogoverno nazionale, non frammentato e
non corporativo, eletto direttamente da tutte le componenti
dell’Università; un Organo indispensabile per difendere l’autonomia
dell’Università dai poteri forti accademico-politici».
- Università.
2 novembre. «Se il progetto in discussione nei DS dovesse diventare
programma del nuovo Governo e se l’Università e il Paese non dovessero
riuscire ad impedirne la traduzione in leggi, si completerebbe l’opera di
demolizione dell’Università nazionale e statale, di qualità e di massa,
già iniziata nelle precedenti legislature e proseguita dall’attuale
Governo. È bene ricordare, ancora una volta, che la lobby accademica
trasversale, in poco più di un decennio, ha già imposto: l’ingestibile
riforma della didattica (il 3 + 2) che sta portando alla dequalificazione
della formazione universitaria; la costituzione di un precariato senza
precedenti per quantità (oltre 50mila precari) e per durata media (10-15
anni); l’introduzione dei finti concorsi locali, alimentando oltre ogni
limite il mercato dei concorsi e il controllo accademico e umano della carriera
dei docenti fin da dopo la laurea; la finta autonomia finanziaria per fare
gestire agli Atenei la progressiva riduzione dei fondi; la finta autonomia
statutaria per mantenere immutato l’assetto degli Atenei, lasciando che i
TAR ripristinassero l’”ordine costituito” quando richiesto dall’accademia
che conta; la controriforma del CUN per negare al mondo universitario un
Organo nazionale di rappresentanza democratica e di autogoverno. Consegnare
completamente le risorse pubbliche ai poteri forti accademici, di Ateneo e
nazionali, è l’obiettivo finale di un gruppo ristretto, ma potente e
trasversale, che controlla da sempre i Partiti, condiziona pesantemente il
Parlamento e ha esclusivo accesso ai “grandi” organi di informazione. Un
progetto insensibile ad ogni protesta, anche da quella espressa dal
grandissimo movimento che nell’Università si è ribellato all’imposizione
della controriforma sullo stato giuridico. Un movimento che vede ora
anche la straordinaria partecipazione degli studenti, che finalmente
tornano ad essere protagonisti e non più vittime passive di
controriforme-pasticcio imposte da chi, impregnato di “cultura
aziendalistica”, scimmiotta sistemi di altri Paesi. Un movimento che per
la prima volta nella storia vede l’unità di tutte le componenti
(professori, ricercatori, precari e studenti), degli Organi locali (SA,
CdA, CdF, ecc.) e nazionali (CRUI, Conferenze dei Presidi) e delle
Organizzazioni della docenza. Questo movimento non si farà
strumentalizzare da parte di quell’accademia che vuole imporre lo
smantellamento definitivo dell’Università statale. Lo ripetiamo ancora: è
indispensabile, nell’interesse dell’Università e del Paese, sconfiggere
subito, prima delle prossime elezioni, la lobby accademica trasversale che
ha sempre dominato sull’Università».
- Esteri.
3 novembre. I piani di attacco USA ed israeliani all’Iran, che
prevedono anche l’uso di armi nucleari, rischiano di innescare una
catastrofe di immani proporzioni ed una spirale di violenza che, secondo
Manlio Dinucci de il Manifesto, l’Italia potrebbe scongiurare
sostenendo la «Dichiarazione di Teheran del 21 ottobre 2003: essa
prevede da un lato l’impegno iraniano a sviluppare un nucleare
esclusivamente civile sotto controllo dell’Aiea, dall’altro l’impegno
dell’Europa a cooperare per la costituzione di una zona libera da armi di
distruzione di massa in Medio Oriente. Ma, per fare ciò, l’Europa dovrebbe
prendere ufficialmente atto che Israele possiede armi nucleari e chiederne
lo smantellamento». Centrodestra e centrosinistra nostrani sono invece
lontani da tale semplice buon senso, avendo di recente «stipulato con
Israele un memorandum d’intesa sulla cooperazione militare nel cui quadro
alte tecnologie italiane potranno essere usate anche per potenziare le
armi nucleari israeliane. L’accordo, approvato il 3 maggio 2005, è passato
a schiacciante maggioranza grazie al fatto che, al Senato, Democratici di
sinistra-L’Ulivo e Margherita-DL-L’Ulivo hanno votato a favore insieme al
centrodestra». Superfluo a questo punto constatare l’ipocrisia di
coloro che, dopo «aver fatto passare l’accordo militare si ritrovano
nella fiaccolata (organizzata da Il Foglio, ndr) per
riaffermare i “valori della civiltà, della convivenza e della pace”».
- Banche.
3 novembre. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) pretende
l’approvazione di una “legge sul risparmio” che ridimensioni i poteri
della Banca d’Italia ed apra ulteriormente il mercato finanziario italiano
all’accesso di investitori esteri. Così riporta il settimanale economico ItaliaOggi.
«Sarebbe proprio ora che l’Italia si decidesse a varare la legge di
riforma sul risparmio e anche a procedere alla riforma della Banca
d’Italia, che va effettuata integrandovi tutte le indicazioni giunte dalla
Banca Centrale Europea», ha intimato Alessandro Leipold, capo missione
del FMI durante una conferenza stampa congiunta con il ministro
dell’Economia Giulio Tremonti, che si è detto d’accordo con Leipold. Singolare
questa concordanza d’intenti tra il FMI, istituzione finanziaria
internazionale dominata dagli USA, e la Banca Centrale Europea. Il FMI
pretende un rafforzamento delle misure inserite nel provvedimento sul
“risparmio” attualmente all’esame della Camera estendendo anche al
direttorio della Banca d’Italia il mandato a termine.
- Esteri.
5 novembre. Durante l’incontro col ministro degli esteri Gianfranco
Fini, il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha espresso disappunto per
l’incontro avuto nei giorni scorsi a Beirut dall’ambasciatore d’Italia,
Franco Mistretta, col ministro libanese dell’Energia e delle risorse
idriche, Mohammed Fneih, esponente del movimento sciita di liberazione
nazionale libanese Hezbollah, la cui lotta di resistenza costrinse Israele
ad abbandonare il Libano del Sud nel maggio 2000, a 18 anni dall’invasione
del giugno 1982. A quanto si è appreso da una nota, il capo del governo
sionista ha ricordato che, in occasione della precedente visita di Fini in
Israele, aveva chiesto al responsabile della Farnesina di adoperarsi
affinché Hezbollah venisse messa nella lista nera dell’Unione Europea come
organizzazione terrorista. «Invece di lavorare per questo
obiettivo, vi incontrate coi rappresentanti di Hezbollah (…) Dobbiamo
lavorare per disarmare Hezbollah e ottenere che l’esercito israeliano si
schieri lungo la frontiera con Israele», ha puntualizzato il “boia di
Sabra e Chatila”, i campi profughi palestinesi nel Libano teatro di
indicibili massacri. Fini ha ribadito il sostegno della politica
italiana ad Israele, asserendo che l’incontro dell’ambasciatore Mistretta
con il ministro libanese «non ha alcun valore per quanto concerne i
buoni rapporti fra Israele e l’Italia, né il nostro atteggiamento deciso
contro il terrorismo».
- Economia.
6 novembre. Sull’edizione odierna del Corriere della Sera,
Massimo Mucchetti ritorna sulla vicenda dell’acquisto del 15%
dell’Autostrada Milano-Serravalle (quella che collega Milano con Genova),
effettuato dalla Provincia di Milano guidata dal diessino Filippo Penati e
sostenuta anche da Rifondazione Comunista. Un’operazione, come si usa dire
oggi, del tutto “fuori mercato”. La Provincia ha aggiunto al suo 38% il
15% in mano a Marcellino Gavio, costruttore e proprietario di autostrade
varie, con amicizie politiche trasversali a destra e sinistra
(finanziatore nel 2001 di Forza Italia, amico di Bruno Tabacci dell’UDC,
del banchiere legato alla margherita Fabrizio Palenzona, vicepresidente di
Unicredit e consigliere di Mediobanca, di Bersani dei DS). La Provincia di
Milano ha sborsato 238 milioni per rilevare quel 15% e conseguire così la
maggioranza assoluta. Ogni azione è stata valutata 8,83 euro. Sono numeri
da capogiro se si pensa che solo tre mesi prima la Provincia aveva
comprato azioni Serravalle al prezzo già record di 4,85 euro per azione, e
Gavio aveva acquisito due anni prima azioni Serravalle pagandole 2,91 euro
ciascuna. Insomma, Gavio ha realizzato una plusvalenza da capogiro di 175
milioni di euro, di poco successiva al suo ingresso nelle scalate di
Fiorani all’Antonveneta e di Consorte & co. alla BNL, mentre la
Provincia si è dissanguata –ricorrendo ad un prestito di Banca Intesa del
prodiano Bazoli, che così allarga sempre più la propria sfera di potere–
per comprarsi la maggioranza di una società che di fatto già controllava. Superfluo
aggiungere poi che i cittadini della provincia e gli automobilisti,
tramite aumento della pressione fiscale o riduzione della spesa pubblica
da un lato, i pedaggi dall’altro, saranno chiamati a ripagare la scalata.
- Economia.
6 novembre. Nel suo articolo, comunque, Mucchetti non si sofferma su
queste considerazioni. Prova anzi a difendere la validità finanziaria
dell’operazione, asserendo che il debito sia sostenibile anche a
parità di tariffe, e lancia una stoccata al sindaco di Milano del
centrodestra, Gabriele Albertini. Mucchetti infatti gli fa rilevare che il
300% di plusvalenza conseguito da Gavio non è così impressionante «se
si pensa che lo stesso Albertini aveva venduto il 49% di AEM (energia) nel
luglio del 1998 a un quarto del valore raggiunto raggiunto dalla ex
municipalizzata 30 mesi dopo». Della serie: chi è senza peccato…. In
conclusione dell’articolo, seppur con linguaggio un po’ criptico,
Mucchetti fa rilevare due punti importanti. Primo: sulla funzione della
Borsa nel sistema economico, «che è servita solo a rimescolare i
diritti di proprietà, non a sostenere gli investimenti che vengono
finanziati in altro modo». Secondo: l’intreccio tra poteri pubblici ed
imprenditori privati, se si pensa che «la Serravalle ha una società di
costruzioni, la Valdata, dove Gavio ha il 20%».
- Interni.
8 novembre. Grande coalizione? Il giornalista Enrico Cisnetto,
presidente di Società aperta, appoggia su Il Riformista la proposta
lanciata in un’intervista a la Repubblica da Giulio Tremonti.
Secondo Cisnetto, l’intera Europa è attesa da scelte epocali, che
concernono il cambiamento di modello capitalistico ed un rivolgimento
dello Stato sociale. In sostanza, decisioni che, «soprattutto nel breve
termine, comportano prezzi salati da pagare: farle è difficile (…)
Soprattutto occorre un alto tasso di consenso senza il quale le spinte (…)
degli interessi e dei diritti acquisiti (non di banche e grandi
imprese, bensì di lavoratori autonomi e dipendenti, ndr) finiscono con
il prevalere». Per arrivare a questo bisogna, per Cisnetto,
rivoluzionare il sistema politico, porre fine alla logica bipolare che «raccatta
tutti, dai comunisti ai fascisti doc, creando coalizioni eterogenee e in
perenne contrapposizione ideologica tra loro», incapaci di portare a
compimento quelle riforme che i “poteri forti” ‘nazionali’ e soprattutto
esteri richiedono. Dal punto di vista politico-elettorale, Cisnetto
auspica «un sano proporzionale (sbarramento al 5% e sfiducia
costruttiva) o un compiuto maggioritario (doppio turno)» che in
sostanza riduca il numero dei partiti in Parlamento ma consenta la formazione
di governi più stabili a scapito della loro effettiva rappresentatività
del corpo elettorale.
- Interni.
8 novembre. A chi argomenta come il clima odierno di contrapposizione
tra i due poli, quantomeno di fronte agli elettori, non consenta una
soluzione di tal genere, ribatte Cisnetto: «oggi non ci sono le
condizioni, ma domani sarà la forza travolgente dei problemi irrisolti a
imporre un passaggio di sedicente “unità nazionale”. Probabilmente
a partire dalla stessa Finanziaria 2007, quando si dovrà fare una manovra
superiore a quella dei 92mila miliardi di lire del governo Amato del 1992.
Come si vede, quindi, non parlo della Grande Coalizione come conseguenza
del risultato elettorale, ma delle condizioni politiche di impasse che
deriveranno dal voto», preconizza Cisnetto, che ammonisce: «la
disintegrazione del sistema avverrà comunque». Il giornalista però
deplora la mancanza di «un’offerta politica capace di raccogliere alle
prossime elezioni la crescente domanda di chi non vuole stare “né con
Prodi né con Berlusconi”, e che nei suoi propositi «accorcerebbe i
tempi di una transizione che dura da tredici anni. La verità è che siamo
all’agonia finale della Seconda Repubblica, ma la Terza è tutta da
costruire».
- Finanza
pubblica. 10 novembre. Ultimatum della Banca Centrale Europea al
debito pubblico italiano. Francoforte intima di non essere disposta ad
accettare l’emissione di titoli di Stato «da parte di quei paesi che
abbiano almeno una valutazione A- da una o più delle principali agenzie di
rating». Il Riformista rileva che l’agenzia di rating
USA (che valuterebbero la solvibilità dei debiti) Standard & Poor’s ha
classificato il debito pubblico italiano con una AA-, così come il
Portogallo: un ulteriore declassamento ad A- da parte dell’agenzia USA significherebbe
innescare un’ondata di vendite di titoli di Stato sui mercati
internazionali, dove è collocata ben la metà del debito pubblico italiano.
Al di là degli effetti del monito di Francoforte sull’economia e la
politica italiana, da rilevare, ancora una volta, le convergenze tra la
politica della Banca Centrale Europea e settori finanziari USA.
Significativo il commento del quotidiano diretto da Antonio Polito: «trasformare
le agenzie di rating in guardiane delle virtù finanziarie dei singoli
paesi rappresenta un passo ulteriore verso una politica monetaria
orientata al mercato», dove sarà la finanza USA a decidere della
politica economica ed industriale dei vari paesi, dei settori da
finanziare, delle spese da tagliare, eccetera.
- Finanza
pubblica. 11 novembre. 50 miliardi di euro: sono i numeri della
Finanziaria 2007 che Enrico Cisnetto stila su Il Foglio. Il
presidente di “Società aperta” parte dall’ipotizzare “ottimisticamente”
che il rapporto deficit annuale di bilancio/PIL si fermi al 3,8%, e che
dunque, per rientrare sotto il limite del 3% fissato dal Patto di
stabilità europeo, sia necessario tagliare la spesa di “solo” lo 0,8% del
PIL: «si tratterebbe di un taglio pari a 11.9 miliardi di euro».
Tutto ciò, però, a conti pubblici invariati. Qui sta il bello: Cisnetto
prevede, anche sulla scorta delle analisi del FMI, un’ulteriore caduta del
PIL ed un emergere di un “deficit sommerso”: «sanità fuori controllo,
contratti rinviati, finanza creativa degli enti locali che presenta il
conto, una tantum che esauriscono il loro effetto». In base ai dati
del FMI, Cisnetto ne ricava che ai 12 miliardi di prima bisognerà
aggiungerne altri 30: in tutto siamo a 42. «E non abbiamo ancora messo
in conto tre cose. La necessità di intervenire, e in modo drastico, sul
debito. Il pareggio di bilancio (imposto dall’Europa, ndr) entro il
2010, cioè entro le prossime 4 Finanziarie. Ma soprattutto un
rialzo dei tassi», che aggraverà la spesa per interessi sul bilancio
dello Stato. Per Cisnetto, il tutto assomma ad almeno 50 miliardi di euro.
- Industria.
17 novembre. «Il treno è passato. Per quanto ambizioso voglia
essere, il centrosinistra antideclinista non può certo proporre che
l’Italia diventi un concorrente degli USA. Se non altro perché il paese
è ormai integrato nell’Unione Europea. Semmai deve cercare il proprio
modello di specializzazione, il proprio spazio nazionale dentro lo spazio
comune europeo. La stessa grande industria, quel poco che rimane, avrà un
futuro solo in una dimensione quantomeno continentale. E potrà
raggiungerla soltanto con alleanze, fusioni, integrazioni in entità
multinazionali. Ciò vale per il manifatturiero, ma anche per servizi di
massa (dalle telecomunicazioni alle banche alla grande distribuzione)».
Così il quotidiano il Riformista recensisce un’opera di
Bonaccorsi e Granelli, “L’Intelligenza s’industria”, pubblicata da Il
Mulino, e che presenta una prefazione di Enrico Letta, responsabile
economico della Margherita.
- Industria.
17 novembre. Le frasi del quotidiano ora diretto da Stefano Cingolani
ribadiscono la direzione di cosiddetta politica industriale espressa
alcuni mesi fa pure dall’influente Tommaso Padoa Schioppa, ex membro
dell’esecutivo della Banca Centrale Europea. L’Italia deve rinunciare a
qualsiasi velleità foss’anche di sviluppo capitalistico autonomo, ed è
chiamata ad integrarsi nella realtà organica europea. Per le
rimanenti grandi imprese (vedasi anche ENEL ed ENI) si prevedono fusioni
interstatali, mentre le piccole e medie imprese andranno sempre più
derubricate a produttori contoterzisti. Sul Corriere della Sera (13
marzo 2005), lo stesso Padoa Schioppa, in riferimento a cosa l’Italia
dovrebbe produrre, affermava che non bisogna parlare di settori, «come
nei vecchi manuali di politica industriale. Piuttosto, alcuni indirizzi
generali di specializzazione: più che in settori, in livelli di qualità;
più che in cicli produttivi, in fasi della produzione; più che in prodotti
finiti, in parti del prodotto finale». Padoa Schioppa propone di
abbandonare «il metro dell’autosufficienza, posta al servizio della
sicurezza nazionale», chiamando queste ed altre indicazioni “nuovo
patriottismo economico”.
- Banche.
18 novembre. La Borsa non ha la funzione di fornire capitali alle
imprese, bensì al contrario di drenarne risorse. È una delle conclusioni
di Fulvio Coltorti, funzionario dell’Ufficio Studi di Mediobanca, espresse
in un saggio pubblicato sulla rivista bocconiana Economia e politica
industriale, richiamata da Massimo Mucchetti nell’edizione odierna del
Corriere della Sera. «La Borsa di oggi non è organizzata per
dare capitali allo sviluppo, bensì per trasferire rischi di iniziative già
consolidate, distribuire le rendite dei servizi finanziari e delle public
utilities (servizi pubblici, ndr) e, di fatto, per smontare le
grandi imprese. Basti il valore dei dividendi del 2004, circa 22 miliardi
di euro, che supera abbondantemente gli aumenti di capitale richiesti
dalle imprese produttive». Coltorti lamenta inoltre che le banche non
svolgono quella funzione di controllo dei progetti e della solvibilità
delle imprese e di intermediazione tra queste ed i risparmiatori tanto
descritta sui manuali di economia. Le banche odierne hanno trasferito «ingenuamente»,
scrive Coltorti, «lo scrutinio del cliente-impresa a revisori, agenzie
di rating, analisti, investitori istituzionali», tra cui ha gran peso
la finanza statunitense.
- Banche.
18 novembre. Le considerazioni di Coltorti confermano indirettamente
due questioni. Primo: la finanza USA, cui sono da ricondurre la gran parte
dei «revisori, agenzie di rating, analisti, investitori istituzionali»
richiamati da Coltorti, decide sempre più, dietro le quinte, quali
soggetti imprenditoriali vanno tenuti a galla ed in quali settori.
Secondo: l’ottica dei mercati finanziari borsistici del profitto nel breve
periodo non è affatto funzionale allo sviluppo impenditoriale, bensì ai
rapaci appetiti di istituzioni finanziarie speculative. Il drenaggio di
profitti da queste effettuate assolve poi finalità non solo di guadagno
economico, ma anche di controllo politico sull’evoluzione di un sistema
produttivo, dato che di fatto si limita l’accantonamento di fondi da
destinare ad investimenti. Basti vedere la politica di ENI ed ENEL, che
riscuotono sì imponenti dividendi a beneficio dei fondi d’investimento presenti
nel loro azionariato, ma anche a scapito di investimenti nel tessuto
industriale che anzi si taglieggia ad esempio con alte tariffe per
l’elettricità. Non bisogna dimenticare, d’altronde, che un influente fondo
d’investimento come il Carlyle Group vede la partecipazione persino
della famiglia Bush, oltre che di responsabili di rilievo di precedenti
amministrazioni (governi) USA.
- Banche.
18 novembre. «Assieme all’ENI, l’UniCredit avrà l’azionariato più
pluralista e multinazionale. Gli italiani avranno attorno al 30%, i fondi
americani il 27-28%, i soci tedeschi stabili il 20%, anche se la Munich Re
sarà probabilmente il primo singolo azionista con circa il 6%». Così
Alessandro Profumo, amministratore delegato di UniCredit, in un’intervista
rilasciata al settimanale l’Espresso. Il nuovo gruppo derivante
dalla fusione tra la banca italiana UniCredit e la tedesca Hypovereinsbank
sarà, spiega ancora Profumo, «una vera banca europea, con 19 mercati
domestici, con il maggior numero di clienti in Turchia, seguita
dalla Polonia e dall’Italia». Frasi significative, che rivelano
indirettamente il legame tra le operazioni di fusioni bancarie in Europa e
la crescita, nell’azionariato delle banche transfrontaliere, dei
fondi statunitensi.
- Banche.
18 novembre. La formazione di banche europee, in sostanza, è un passo
fondamentale in direzione di quel mercato finanziario globale
dominato dalla finanza USA. Non a caso, le grandi banche d’affari USA si
ritrovano costantemente come consulenti ben remunerati in tutte le
operazioni di fusione ed acquisizioni bancarie, ultime quelle della Abn
Amro su Antonveneta e del Banco di Bilbao sulla Banca Nazionale del
Lavoro. Secondo alcuni dirigenti delle stesse banche d’affari USA,
l’obiettivo è creare gruppi bancari dalle maggiori economie di scala e più
“efficienti”, remunerativi per gli investitori USA e pronti per essere
acquisiti dalle grandi banche d’affari USA, come aveva lasciato intendere
un dirigente di Citigroup in un’intervista a Il Sole 24Ore. Lo
stesso Profumo sottolinea che «è importante che arrivino le banche
straniere da noi».
- Banche.
18 novembre. Ricorda il settimanale l’Espresso che Profumo ha
lavorato nella influente società di consulenza USA McKinsey (così
come altri protagonisti del mondo finanziario italiano, tipo gli
amministratori delegati di Banca Intesa e Capitalia, Corrado Passera e
Matteo Arpe), fa parte del Consiglio europeo dell’Università di Harvard. È
anche membro del gruppo italiano della Commissione Trilaterale,
cenacolo sotto l’egida statunitense fondato nel luglio 1973 dall’influente
David Rockefeller, e concepito come organismo di concertazione e
diffusione delle strategie politiche ed economiche USA tra l’élite
politica ed economica (dirigenti di multinazionali, banchieri, uomini
politici, giornalisti, esperti di politica internazionale e docenti
universitari) del capitalismo USA e di quello degli Stati europei e del
Giappone.
- Federalismo.
19 novembre. «Delle due l’una: o spendono eccessivamente perché i
trasferimenti che ricevono dallo Stato centrale sono molto generosi;
oppure hanno bisogno di molti trasferimenti perché hanno spese troppo
elevate. Una cosa, comunque, è certa: con il federalismo fiscale e la
riduzione dei trasferimenti, le Regioni del sud rischiano di trovarsi in
grave difficolta». Questo il primo commento di Giuseppe Bortolussi,
segretario della CGIA di Mestre, sulla base di una recente elaborazione
del proprio Ufficio Studi. Le regioni, in cui la spesa corrente (ovvero
stipendi, costi fissi, oneri finanziari eccetera) rispetto al PIL
regionale è più elevata –Calabria (15%), Basilicata (14,6%), Puglia
(13,9%), Campania (13,4%) e Molise (12,1%)– sono quelle in cui il peso
delle entrate da trasferimenti statali sul totale delle entrate regionali
è decisamente più alto. Prima in questa graduatoria, la Basilicata, dove
il 51,1% del totale delle entrate giunge proprio dai trasferimenti
statali, seguita da Calabria (49,1%), Molise (42,9%), Campania (38,4%) e
Puglia (37,4%). Ecco perché la CGIA di Mestre si mostra preoccupata quando
si parla di federalismo fiscale e di Mezzogiorno. Gli esperti
dell’associazione artigiani mestrina analizzano poi il peso della spesa
corrente rispetto al PIL regionale. Il livello più basso è stato rilevato
in Lombardia (8,1%), seguito dall’Emilia Romagna (8,2%), dal Veneto
(8,8%), dal Piemonte (9%) e dal Lazio (9,5%): queste sono anche le regioni
in cui l’incidenza delle entrate da trasferimenti statali è di piccola
entità se confrontata con le proprie entrate correnti: questa particolare
classifica è capitanata dalle Marche, con appena il 7,3% delle entrate
statali, seguita dalla Toscana (9,5%), dal Lazio (10%), dalla Lombardia
(10,6%), dal Veneto (11%), dall’Emilia Romagna (12,2%) e dal Piemonte
(17,7%). «Insomma, con la riduzione dei trasferimenti che la riforma
federale dello Stato imporrà nei prossimi anni, sarà difficile compensare
le minori entrate con il gettito prodotto sul proprio territorio dal
sistema economico locale», conclude Giuseppe Bortolussi.
- Giustizia. 20 novembre. «Mi trovi uno Stato che abbia il
coraggio di incriminare Bush, il capo del Pentagono e un certo numero di
altissimi ufficiali». Con queste
parole Danilo Zolo, docente a Firenze di Filosofia del Diritto,
intervistato dal quotidiano Liberazione, smonta la sola idea di
vedere l’amministrazione Bush accusata e condannata per i suoi crimini di
aggressione. La Convenzione di Ginevra del 1949 per i crimini di guerra e
contro l’umanità è come se non esistesse: «in
questa situazione di rapporti di forza, è semplicemente ridicolo pensare
che qualche Stato ne applichi la giurisdizione universale», afferma Zolo, «perché il diritto internazionale
funzioni minimamente occorre che tra gli attori ci sia un certo equilibrio». Non è certo la situazione
odierna: «oggi le diseguaglianze
sono tali che è pura illusione normativistica che il diritto
internazionale possa funzionare. Alcune potenze si considerano legibus
solutae, al di sopra della legge, e tali sono considerate dalla comunità
internazionale. Anche la vicenda della prigione di Guantanamo è una
violazione gravissima della convenzione di Ginevra perché crea una figura
di nemico combattente che non esiste. E lo fa per non applicare agli
sconfitti, in gran parte militari afgani, le garanzie previste dalle
convenzioni». E gli
odierni processi? Zolo è perentorio: «in
questo momento solo la guerra persa è un crimine internazionale». Zolo evidenzia infatti che, ieri con
Milosevic ed oggi con Saddam, «vanno
alla sbarra solo i leader sconfitti, già deboli e già emarginati». Insomma, la legge del più forte batte
il diritto internazionale con punteggio tennistico.
- Lavoro.
23 novembre. Sono gli italiani i più frustrati d’Europa: stressati,
disillusi, addirittura delusi dal posto di lavoro. Tra le cause principali
d’insoddisfazione in ambito lavorativo ci sono la scarsa retribuzione e il
poco tempo che resta a disposizione per la vita privata. È il risultato
della ricerca Barometre Accor Services, il primo studio sul
benessere e sul grado di coinvolgimento dei dipendenti sul luogo di
lavoro, realizzato da Accor Services in collaborazione con l’Istituto di
Studi Ipsos. Secondo la ricerca, altri motivi di frustrazione sarebbero le
difficili prospettive di carriera, la scarsa formazione e il rapporto
gerarchico all’interno dell’ufficio che determina un ambiente di lavoro
troppo rigido e formale. Il grado di coinvolgimento all’interno
dell’azienda è invece piuttosto alto, persino più alto di paesi come
l’Inghilterra. Ciò che pesa di più ai lavoratori italiani è proprio la
sovrapposizione tra ufficio e vita privata, che causa problemi in
famiglia, mancanza di tempo per i figli, oltre ad oggettive difficoltà di
trasporto per andare e tornare dall’ufficio. L’insoddisfazione degli
italiani è quindi tra le più alte d’Europa e cresce insieme con il
desiderio di cambiare lavoro ma senza la possibilità di poterlo fare a
causa della scarsa aspettativa di trovare alternative.
- Lavoro.
23 novembre. Ma da che dipende la felicità in ufficio per i lavoratori
della Penisola? Questa sembra essere legata alla realizzazione e al maggior
bilanciamento possibile tra sfera lavorativa e vita privata. Più tempo per
sé, insomma, e maggiori stimoli professionali determinerebbero una
condizione di benessere sul posto di lavoro. Ma le esigenze dei lavoratori
italiani, sempre secondo la ricerca di Accor Services, sono diverse. E
crescono le aspettative nei confronti dalle aziende, cui viene chiesto un
intervento diretto. Tra le esigenze più sentite ci sono quelle relative
alla formazione personale (61%), all’accesso a cure sanitarie (39%) e al
completo riassetto della pausa pranzo (37%). Il 34% vorrebbe poi un aiuto
in merito al risparmio salariale e ai piani pensione, mentre il 27% un
aiuto per il trasporto, esigenza sempre più gravosa soprattutto nelle
grandi città. Infine uno su quattro vorrebbe una mano concreta da parte
dell’azienda per l’assistenza ai figli e il sostegno scolastico (25%).
- Centrosinistra.
26 novembre. «Occorre una gigantesca operazione di ristrutturazione
dell’apparato produttivo, milioni di persone che dovranno cambiare lavoro
e forse casa». Le dichiarazioni choc sono di Franco De Benedetti,
senatore dei DS e fratello del più noto finanziere Carlo De Benedetti.
Sull’edizione odierna de La Stampa, De Benedetti, che afferma di
non aver capito le ragioni dello sciopero proposto ieri dai sindacati,
definisce dura la medicina che dovrà proporre il centrosinistra, da basare
anche su più flessibilità nei contratti di lavoro e liberalizzazione dei
servizi pubblici, degli ordini e delle professioni.
- Economia
(borghesia compradora). 27 novembre. Marco De Benedetti, figlio
dell’editore di Repubblica ed influente finanziere Carlo De
Benedetti, entra a far parte della squadra europea del fondo
USA Carlyle Group. Lo comunica Dagospia, che scrive: «Carlyle
Group è una corazzata di poteri forti, fondata nel 1987 nell’hotel Carlyle
di New York, che fattura 30mila miliardi in 13 Paesi, e dove convergono
gli interessi di personaggi come i Bush, James Baker, Dick Cheney, John
Major, George Soros e Frank Carlucci, che della società è presidente. Del
board hanno fatto parte pochi italiani: Letizia Moratti, Carletto De
Benedetti e, fino a poco tempo fa, Chicco Testa (fatto fuori
dall’Ingegnere, dicono). La fantasia dell’Ingegnere corre veloce e c’è chi
pensa che l’ingresso del figlio Marco non sia casuale. Per la lobby che ha
incrociato anche gli interessi di Bin Laden, di prede italiane ce ne sono
molte. Ci sono le banche e, soprattutto, c’è quella Telecom Italia che
Marco De Benedetti, 43 anni e un’esperienza nell’87 alla Wesserstein
Perrella di New York, ha lasciato il 26 settembre. Il ragazzo è svelto, ha
ottimi rapporti con Gasparri e La Russa e Berlusconi, e si trova in
famiglia i canali Rete A e All Music (acquisiti con lungimiranza da Marco
Benedetto, amministratore delegato del Gruppo Espresso), quindi la
convergenza tra i telefonini di TIM e i contenuti digitali non sarebbe
impossibile. Alla convergenza “politica” ci pensa papà».
- Interni.
27 novembre. Dalle colonne de il Giornale, Geronimo-Pomicino
chiede alle forze che appoggiano Rita Borsellino in Sicilia «se
conoscono i guai di quella gestione dei pentiti fatta negli anni Novanta
che ha fatto uscire dal carcere mafiosi del calibro di Salvatore Cancemi,
Giovanni Battista Ferrante, Francesco Onorato, Calogero Ganci, Gaspare
Mutolo e via di questo passo con decine di nomi eccellenti tutti
condannati a pene da vent’anni all’ergastolo». Fra questi, «c’è
anche uno dei killer della strage di Capaci, Mario Santo Di Matteo»,
in cui morì quel Giovanni Falcone a suo tempo «osteggiato da quella
sinistra giudiziaria e politica che oggi sostiene la candidatura di Rita
Borsellino».
- Centrosinistra.
28 novembre. «Siamo pronti anche a riforme impopolari (…)
Valorizziamo i marchi dei partiti, ma il governo deve poter fare delle
scelte se necessario dolorose (…) riforme forti, profonde, che potranno
colpire anche gli interessi di nostri lettori». Sono le parole,
riportate da La Stampa, del candidato primo ministro del
centrosinistra, Romano Prodi alla due giorni programmatica della
Margherita ribattezzata all’inglese “big talk 2”.
- Interni. 2 dicembre. «Negli
ambienti diplomatico-consolari americani si afferma che sia stata e sia
prassi costante che i magistrati della Procura della Repubblica di Milano
e ufficiali di polizia giudiziaria abbiano mantenuto e mantengano costanti
ed impropri rapporti non solo estremamente amicali, ma anche di
illegittima collaborazione investigativa, con la stazione della CIA in
Milano, ed in passato con il Console Generale americano in Milano, oggi
inquisito, capo di detta stazione sotto copertura consolare, ma il cui
vero ruolo era ben noto, bypassando il CESIS e le direzioni dei
servizi di informazione e sicurezza, soli autorizzati a mantenere rapporti
di collaborazione con i servizi di informazione e di sicurezza esteri». Le clamorose affermazioni sulla stretta
collaborazione tra Procura di Milano e il servizio segreto USA sono di
Francesco Cossiga, estensore di un disegno di legge per la istituzione di
una Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la “esfiltrazione
clandestina” del cittadino egiziano Abu Omar da parte di agenti
della CIA.
- Interni. 2 dicembre. «Se
i fatti contestati ai cittadini statunitensi sono veri, si
tratterebbe di una grave violazione non solo della legge penale, ma della
stessa sovranità dello Stato italiano»,
ha scritto l’ex presidente della Repubblica nella presentazione del
disegno di legge. «Si aggiunga
che gli agenti sembra abbiano agito in base ad una legge del Congresso ed
a un Executive Order (Military Order) del Presidente degli USA (…) In
forza di questi atti di legge degli Stati Uniti, le Forze armate ed i
servizi di intelligence possono compiere (…) fuori del territorio federale
operazioni ed atti anche in contrasto con le leggi internazionali e con i
trattati ed accordi liberamente stipulati, ed in particolare possono
procedere (…) a sequestri di persona per sottoporla ad indagini o
consegnarla a Stati terzi (…) Grave è il quesito che è stato posto, se
l’operazione di così detta ‘extraordinary rendetion’ sia stata mai
autorizzata dal Governo (come è avvenuto in altri Paesi europei nei quali
però l’azione penale non è obbligatoria e nell’interesse dello Stato essa
può non essere esercitata od anche ritirata), o se esso ne sia stato
comunque informato o se, come viene fatto trapelare da ambienti della
Procura della Repubblica di Milano e chiaramente traspare dal modo del suo
procedere, dell’operazione sarebbe stato informato il SISMI, che forse
avrebbe anche collaborato ad essa (…) Si tratta di fatti di estrema
gravità e possono essere accertati, anche per i loro delicati profili di
politica estera, non certo dalla Procura della Repubblica di Milano, che
potrebbe anche essere implicata in alcuni di essi». È un ampio stralcio del disegno di
legge presentato da Francesco Cossiga.
- Interni / Giustizia. 2 dicembre. Non è la prima volta
che Francesco Cossiga, pur chissà per quali reconditi interessi, esprime
affermazioni così clamorose nei riguardi della Procura di Milano. In
un’intervista su Il Giornale del 14 febbraio 2002 rilasciata ad Arturo
Gismondi per la pubblicazione del libro della Bietti L’inverno della
giustizia, Cossiga non rinuncia a dire la sua sul colpo di Stato
politico-giudiziario denominato Mani Pulite, lanciando gravissime
affermazioni sui rapporti tra la Procura di Milano ed ambienti politici e
giudiziari USA. Cossiga afferma di ritenere Mani Pulite (e più in generale
gli eventi del 1992-1993) «non un
complotto, nel senso di una macchinazione a tavolino, ma semmai del punto
terminale di una serie di vicende e di spinte che hanno concorso a mettere
in moto quella valanga che ha sconvolto gli equilibri politici italiani
trasformando fra l’altro gli sconfitti della storia in vincitori (chiaro riferimento al PCI-PDS, ndr)». Nell’intervista,
Cossiga attribuisce il via «a quella che è stata definita la
rivoluzione dei giudici a una decisione, a un input, a un orientamento che
si concreta in modo fattivo attorno all’azione dei magistrati ma che ha
altre ispirazioni, fra le quali collocherei taluni ambienti economici e
finanziari italiani, i quali furono portati a ritenere, dopo il crollo del
Muro di Berlino, che fosse possibile un ricambio politico a loro
favorevole».
- Interni / Giustizia. 2 dicembre. «La struttura giudiziaria e quella
investigativa, servizi compresi, a livello federale degli Stati Uniti è
stata sempre molto legata alle strutture giudiziarie e alle diverse
strutture di polizia del nostro Paese. Non escludo che per questa via
possano esserci stati aiuti concreti, legami con gli inquirenti che si
muovevano sul nostro territorio».
Con queste parole Cossiga allude all’intervento degli Stati Uniti nel
cambiamento degli equilibri politici italiani. «Premetto
che nelle grandi decisioni, per gli Stati Uniti non ci sono democratici e
repubblicani (…) Nel 1992-93 c’erano i democratici, c’era Clinton, ed i
democratici sono stati i primi che hanno cominciato a chiedersi, ma già
negli anni ‘70 lo fecero, se per caso la sinistra comunista italiana non
fosse una forza su cui puntare. Poi ci fu, a dissuaderli, la vicenda dei
missili che rivelò i persistenti legami fra Berlinguer e l’URSS. Ma, una
volta venuta meno l’URSS, e con esso il pericolo di un grande partito
legato a una potenza straniera e nemica»,
la questione ritorna di attualità. «La
stampa era influenzata da un pregiudizio positivo nei confronti del
comunismo italiano (…) quasi coralmente ha salutato come rigeneratrice la
funzione di Mani Pulite e l’azione della magistratura. E anche qui per la
stampa non ci sono state eccezioni dagli Stati Uniti al mondo
anglosassone, e a tanta parte dell’Europa occidentale», ricorda Cossiga.
- Interni / Giustizia. 2 dicembre. «Gli uomini che potevano raccogliere attorno a loro una
resistenza in quegli anni erano Craxi ed Andreotti. E non meraviglia che
su di loro ci si sia accaniti con le accuse più gravi, e tali da metterli
fuori gioco. Ebbene quel che so è che ci fu verso Andreotti negli Stati
Uniti, parlo dell’amministrazione centrale, grande freddezza (…) Craxi
aveva amici i movimenti socialisti diciamo di liberazione, quelli
africani, o del Sud America, che lui aveva aiutato moltissimo, dal Cile al
Perù al Paraguay, anche finanziariamente. Allo stesso modo, e anzi molto
di più, gli rimase sempre vicino il movimento di liberazione palestinese
con Arafat, e Paesi come la Tunisia ed Algeria». Così Cossiga
in merito a Craxi ed Andreotti che, al di là del giudizio negativo che si
può esprimere su questi personaggi, sicuramente non erano ben visti negli
Stati Uniti.
- Interni / Giustizia. 2 dicembre. A Craxi, sotto
il cui governo pur si ebbe l’impianto a Comiso di missili diretti verso
l’URSS, non è stato mai perdonato l’”insubordinazione” di Sigonella,
quando proibì alle autorità USA di estradare il palestinese Abu Abbas, e
l’opposizione all’embargo contro la Libia. Inoltre, assieme ad Andreotti,
forti erano i legami con il mondo arabo, come testimoniano ad esempio gli
incontri segreti e l’appoggio dato negli anni Ottanta all’allora
“terrorista” Arafat. Politiche intollerabili per Washington. Dopo la
caduta del Muro di Berlino, abbiamo un riorientamento delle strategie USA,
di cui testimonia il Defence Policy Guidance 1992-1994 predisposto
da Paul Wolfowitz, in cui si afferma che, dopo il crollo dell’Unione
Sovietica, gli Stati Uniti devono «impedire a tutte le potenze ostili
di dominare regioni le cui risorse avrebbero permesso loro di accedere
allo status di grande potenza», «scoraggiare i paesi industriali
avanzati da qualsiasi tentativo mirante a sfidare la nostra leadership o a
rovesciare l’ordine politico ed economico stabilito» e «prevenire
l’emersione futura di qualsiasi concorrente globale». Sono questi i
motivi delle odierne guerre imperialiste in Iraq, Kosovo ed Afghanistan (e
della prossima in Iran, passando prima per il Libano), per affrontare le
quali Washington richiede “alleati” / servi ancor più allineati alle
proprie posizioni, da vincolare ancor più efficacemente con la “strategia
del debito” ed indebolendo i loro apparati industrial-finanziari. Su
questo versante, è il processo di unificazione europea a giocare un ruolo
fondamentale, come mostrano gli effetti recessivi dei parametri di
Maastricht e delle liberalizzazioni e privatizzazioni imposte dall’Unione
Europea, con l’ingresso in grande stile di banche d’affari e fondi USA
nell’azionariato di banche ed imprese in Italia ma anche Francia,
Germania, eccetera.
- Interni / Giustizia. 2 dicembre. «Buscetta era in un programma di
protezione del dipartimento di giustizia USA che agiva attraverso un corpo
speciale che si chiamava U.S Marshall Corps (…) Fra le amministrazioni
americane e quella italiana, in materia di sicurezza, e di giustizia, i
rapporti sono stati sempre stretti (…) Per come io conosco le maglie
strette dei programmi di protezione americani, Buscetta e Di Maggio non
potevano testimoniare contro Andreotti senza il permesso del dipartimento
di Giustizia». Così
Cossiga in conclusione dell’intervista, in cui rivela un’altra sostanziosa
indiscrezione. «Mi trovavo a New
York per una relazione presso la Columbia University. Alla fine della
conferenza, seppi che le TV USA e quelle italiane avevano dato notizia che
Buscetta aveva accusato non solo Andreotti ma anche Piersanti Mattarella
di mafia». Dopo aver pronunciato
dichiarazioni dure a riguardo, Cossiga prosegue dicendo: «non passarono 24 ore che Buscetta, che
era appunto sotto la protezione del governo federale, fece una
dichiarazione violentissima contro di me adombrando la mia responsabilità
nell’uccisione di Aldo Moro (…) Poi Di Maggio rivolse altre accuse nei
confronti di Piersanti Mattarella, e mi accusò di aver protetto la mafia
durante il terrorismo, o qualcosa del genere. Dopo di che io contattai le
autorità americane, dissi che questo doveva cessare, altrimenti io tornato
in Patria avrei fatto un’interrogazione al governo italiano per conoscere
la parte che i servizi segreti USA, a proposito di mafia, avevano avuto
per esempio, ma solo per esempio, per assicurarsi il silenzio e la
copertura negli espropri dei terreni per la base missilistica di Comiso. Da
quel momento io non sono stato più disturbato».
Ministeri, forze di sicurezza, uffici giudiziari, persino la mafia:
sembra proprio che gli Stati Uniti controllino tutto in questo povero
paese!
- Politica. 2 dicembre. Il Partito Democratico
nel futuro politico del Paese, con Veltroni e Rutelli alla guida. Lo
auspica il finanziere ed editore di la Repubblica e l’Espresso Carlo
De Benedetti intervistato dal Corriere della Sera. Per quanto
riguarda il candidato alla presidenza del Consiglio del centrosinistra
Romano Prodi, De Benedetti afferma che «dovrà comportarsi da amministratore
straordinario di un paese in difficoltà», chiamato a varare riforme
che «costano, anche in termini di consenso». Quello che alcuni
hanno definito “borghese illuminato” traccia pure un elenco di
provvedimenti da varare. Riforma del mercato del lavoro: «Treu ha
iniziato, la legge Biagi ha incrementato ma bisogna fare di più, molto di
più. Per riuscire bisogna intervenire pesantemente sugli ammortizzatori
sociali». Legge sul risparmio, «per riguadagnare un minimo di
credibilità sui mercati internazionali». Liberalizzazioni,
superando le resistenze degli enti locali. Riduzione del cosiddetto “cuneo
fiscale” per le imprese, addirittura di dieci punti percentuali (costo: 20
miliardi di euro), da finanziare combattendo l’evasione fiscale «e, al
limite, aumentando l’IVA».
- Politica/Finanza. 4
dicembre. Geronimo-Pomicino contro il progetto di Partito
Democratico sponsorizzato con forza dal direttore del Corriere della
Sera Paolo Mieli e da Carlo De Benedetti. «Il
partito democratico sarà solo il braccio armato di un potere economico e
finanziario senza anima e senza progetto (…) Chi negli anni Novanta attivò
e cavalcò il giustizialismo e quel vento dell’antipolitica (...) oggi
ritorna, con il partito democratico, allo stesso progetto, uguale negli
obiettivi (…) Fallì allora e crediamo fallirà rapidamente anche oggi. E di
questo dovrebbero tener conto quelle forze sociali sulle spalle delle
quali sarà posto il costo terribile di una gestione elitaria del Paese», scrive l’ex ministro del bilancio DC su il
Giornale.
- Industria.
7 dicembre. L’amministratore delegato della Fiat Sergio
Marchionne è in visita a New York per una serie d’incontri, organizzati
dalle banche d’affari USA JP Morgan Chase e Citigroup, per presentare le
strategie del gruppo torinese. Lo rende noto il sito Dagospia.
- Esteri. 9 dicembre. Rai News24 trasmette un
video su una battaglia del 6 agosto 2004 a Nassiriya. Alcuni stralci del
commento al video sono stati pubblicati dall’edizione odierna de il
Manifesto: «“Guarda come si muove ‘sto bastardo. Luca
annichiliscilo!”. Poi, forte, il rumore di uno sparo contro una persona
sdraiata a terra, i cui contorni si distinguono appena. È il video della
battaglia dei tre ponti a Nassiriya del 6 agosto 2004, la stessa finita al
centro di pesanti polemiche politiche perché il contingente italiano fu
accusato di aver sparato contro un’ambulanza che trasportava una donna
incinta. È la stessa su cui la magistratura militare lavora da oltre un
anno –nel registro degli indagati c’è il nome di un graduato– per capire
se il contingente italiano colpì cittadini inermi. Dando un occhiata al
video realizzato da un militare anonimo e consegnato all’Osservatorio
militare, a Sigfrido Ranucci di Rainews24 (lo stesso che un mese fa ha
scoperchiato lo scandalo del fosforo bianco contro Falluja) e alle Iene,
che dopo una lunga trattativa con Mediaset non l’hanno mandato in onda, si
capisce subito che quella cui partecipano gli italiani è una guerra vera e
propria. I primi minuti del video, che Ranucci ha deciso di mettere in
onda senza commenti, sono forse i più scioccanti. Mostrano un militare che
prende di mira la sagoma di un uomo a terra, probabilmente un nemico
ferito. “Lo vedo da dentro il trigicon (mirino ndr) –esclama il
militare, un carabiniere della Msu– guarda quanto è bellino là a terra, lo
vedi che muove la testa?”. E la risposta: “Guarda come si muove sto
bastardo: Luca annichiliscilo”. Qualche minuto dopo si saprà che “Luca
stasera non paga da bere, lo ha annichilito”. Ma che la regola sia sparare
alle persone lo si capisce anche più avanti quando qualcuno, probabilmente
un superiore, ordina al sottoposto che sta puntando un missile terra-terra
contro quella che potrebbe essere la postazione dei nemici: “Ascolta, nel
dubbio spara alla gente, capito? Tienili nel mirino” e quindi parte il
razzo». Ecco la realtà della “missione umanitaria” (con questa
espressione è stata approvata dal Parlamento italiano, per aggirare il
dettato costituzionale) dei “nostri” soldati all’estero, impegnati come
codazzo servile degli USA nell’aggressione in Iraq.
- Interni. 11 dicembre. La CIA ha ordinato un’inchiesta interna
per capire perché sono stati scoperti gli agenti coinvolti nel rapimento
dell’imam Abu Omar. Il rapimento avvenne in Italia nel 2003. Lo scrive il
settimanale Time nel numero in edicola domani. Il giornale ricorda
inoltre che «per distrarre gli italiani dalla pista giusta, la CIA ha
ripetutamente spiegato loro che Hassab Mustafa Osam Nasr (Abu Omar) era
scappato nei Balcani».
- Industria. 12 dicembre. La Borsa non è il motore dello
sviluppo, e le piccole imprese non crescono perché non conviene: bastano 4
anni perché quasi il 60% delle medie imprese divenute grandi sia assorbito
da altri gruppi (38% da altre imprese italiane, 19% da imprese estere). «Ed
il sesto senso dell’imprenditore che non vuole perdere la presa sulla sua
azienda consiglia prudenza». Questi dati si ritrovano in un articolo
di Massimo Mucchetti su CorrierEconomia. Il giornalista economico
rileva che alcuni dei prerequisiti del successo delle piccole imprese dei
distretti (come le periodiche svalutazioni della lira) sono venute meno a
causa dell’euro e della concorrenza di paesi come la Cina. «Il Paese
non si può permettere il lusso di lasciar esaurire nel nulla il modello
industriale che ha compensato il declino della grande impresa
manifatturiera», scrive Mucchetti. Tralasciando di entrare nel merito
di una politica di sostegno per piccole e medie imprese, da innestare a
nostro avviso in un quadro di valorizzazione degli interessi nazionali che
ad esempio contempli la tutela dei lavoratori in esse impiegati e si
analizzi i benefici collettivi derivanti dal sostenere determinate
produzioni, rimane inevaso il problema del come contrastare il
“declino”, considerato lo scenario globalizzato prodotto dall’estensione
del dominio della finanza USA e dalle normative dell’Unione Europea. Ad
esempio «la finanza ha poco da dire a chi non può pagare commissioni di
almeno un milione di euro (al massimo Unicredito propone i bond di
distretto per smobilizzare i prestiti)»: come dire che sulle banche immesse
nel mercato finanziario globale ed aventi la funzione di rendere profitti
ai propri azionisti, in cui cresce proprio la presenza dei fondi
d’investimento anglosassoni, non si può fare affidamento per il sostegno
delle piccole e medie imprese.
- Industria. 12 dicembre. Le piccole e medie imprese, inoltre,
operanti prevalentemente nell’arredo-casa, nella meccanica,
nell’alimentare, nella chimica e nella metallurgia, non hanno affatto
convenienza né industriale né finanziaria a diventare grandi. «Nelle
medie imprese italiane ricavi e margini crescono più rapidamente che nelle
grandi e hanno una struttura finanziaria più agile e, al tempo stesso, più
solida. Anche rispetto alle multinazionali europee. Hanno infatti minori
investimenti fissi e minori debiti a lungo termine». Questi ed
altri dati, secondo lo stesso Mucchetti, «minano alla radice uno dei
capisaldi teorici che hanno ispirato la legislazione finanziaria degli
anni Novanta e i discorsi degli opinion maker»: la diffusione del
capitalismo di borsa nel nostro paese, con la preminenza assegnata alla
finanza USA. «I fatti sono che in Italia, contrariamente al
pregiudizio, la Borsa non è il motore dello sviluppo industriale. Tra il
giugno 1995 e il giugno 2005 il saldo tra le nuove emissioni di azioni e
di obbligazioni convertibili a favore delle imprese e l’erogazione di
dividendi e le offerte pubbliche d’acquisto a favore degli azionisti è
negativo per ben 83 miliardi. In Borsa, insomma, gli azionisti hanno preso
dalle aziende, non hanno dato».
- Industria. 12 dicembre. «Diciamo la verità. Protetti
vincevamo». Nell’edizione odierna di CorrierEconomia,
Luciano Cafagna assesta un duro colpo agli assertori dell’apertura totale
dei mercati agli investimenti esteri ed al parallelo ridimensionamento
della sovranità statale, rivalutando addirittura quel protezionismo tanto
odiato dai numerosi liberisti presenti nelle Università e nella carta
stampata. «La vicenda del declino del capitalismo italiano non è altro
che la vicenda dello smantellamento del protezionismo italiano. Il
miracolo economico di 50 anni fa beneficiò di validi travi protezioniste.
Fu smantellato (e non interamente) solo uno dei pilastri complessi delle
fortezze protezionistiche: il sistema dei divieti e del clearing. Non i
dazi, cui lentamente tentò di applicarsi la politica comunitaria (avviata
nel 1956) ma lasciando sussistere (fino a Delors) forme occulte di
protezionismi amministrativi. Non l’importantissimo aiuto dello Stato a
quell’amplissimo settore di imprese a partecipazione statale, le quali
avevano un ruolo trainante sull’insieme dell’economia, non a caso, allora,
insistentemente chiamata “mista”, cioè in parte privata e in parte
pubblica: espressione in cui la misura non era solo nella proprietà degli
impianti complessivi ma anche nella legislazione».
- Industria. 12 dicembre. Per Cafagna, se il protezionismo è
stato il fondamento della crescita storica capitalistica nel nostro paese,
negativo è stato invece il ruolo dell’Europa, fin dall’istituzione del
Mercato comune. «La CEE (oggi UE) tentò, nei decenni, di smontare anche
questa macchina protezionistica, ma solo dopo Delors (presidente della
Commissione Europea a metà degli anni Ottanta, ndr) se ne cominciarono
a vedere gli effetti». Per Cafagna, il risultato per
l’industria italiana pubblica e privata sono stati solo «pugni in
faccia. Il protezionismo italiano, colpito da varie parti, tentò di
asserragliarsi in un ultimo fortilizio: quello delle svalutazioni
competitive (protezionismo valutario), un varco aperto dalla caduta degli
accordi di Bretton Woods e dal disordine succeduto all’inflazione
petrolifera (...) Poi Maastricht e l’ingresso della lira nel meccanismo
dell’euro bloccarono quest’ultima via di fuga (...) Non avevamo la sovranità
esclusiva per svalutare l’euro». E così, secondo lo storico, finito il
protezionismo inizia il declino. «Nessuno –industriali o
governo– riuscì a reagire in modo creativo: nessuno si rese conto che
eravamo passati –economicamente– da condizioni climatiche di serra a una
vita all’aperto con bufere, insetti e quant’altro», scrive Cafagna,
secondo cui bisognerebbe riacquistare la «libertà di proteggere».
- Banche. 12 dicembre. Le scalate bancarie dell’Antonveneta e
della BNL, in cui alla fine hanno trionfato rispettivamente l’olandese
Abn-Amro e la francese Bnp-Paribas, sono una sorta di revival
dell’Italia del dopo Congresso di Vienna del 1815, «quando i piccoli
Stati o staterelli italiani, veri vasi di coccio tra i vasi di ferro
dell’epoca, si rivolgevano alle potenze straniere (Francia, Spagna,
Austria-Ungheria) per essere puntellate nel proprio potere sul territorio
italico». Lo scrive Geronimo-Pomicino sulle colonne de il Giornale.
«Quello che duecento anni fa accadeva sul terreno politico-militare, si
ripete oggi sul terreno finanziario, con i francesi, gli spagnoli e gli
olandesi ormai fortemente presenti nei patti di controllo delle maggiori
banche italiane e nel capitale dell’unica multinazionale italiana», la
compagnia assicurativa Generali.
- Economia
(borghesia compradora). 13 dicembre. L’ex Commissario europeo alla
concorrenza, Mario Monti, entra a far parte della squadra di Goldman
Sachs. Il presidente dell’Università Bocconi è stato nominato advisor
(consulente) internazionale dell’influente banca d’affari USA Goldman
Sachs. Monti offrirà la propria consulenza su temi di politica pubblica a
livello europeo e globale e sarà inserito anche nel Research Advice
Council di Goldman Global Markets Institute, organismo che si occupa
dell’esame del ruolo dei mercati di capitali nella società. «Mario
porterà a Goldman Sachs il beneficio della sua considerevole esperienza»,
ha commentato in una nota Peter Sutherland, presidente di Goldman Sachs
International.
- Industria.
13 dicembre. La Fiat ha ceduto l’azienda di telecomunicazioni Atlanet
a British Telecom. Continua così la cessione di pezzi pregiati
dell’industria italiana all’estero, a dispetto di tutti i programmi di
“rilancio” sbandierati tra l’altro proprio dal presidente di Confindustria
e Fiat, Luca di Montezemolo. La cessione è stata annunciata dal gruppo
britannico, che ha precisato che l’acquisizione dell’azienda di
telecomunicazioni è stata chiusa a 80 milioni di euro in contanti.
Contestualmente, aggiunge British Telecom, la società britannica ha concluso
un accordo del valore di 450 milioni di euro in 5 anni per la fornitura di
servizi di telecomunicazioni alla casata torinese. L’intesa prevede la
gestione da parte di British Telecom dei servizi telecomunicazioni di Fiat
in 40 Paesi. «L’acquisizione di Atlanet rafforza ulteriormente la
posizione di British Telecom sul mercato italiano e consolida il rapporto,
peraltro già esistente, con Fiat (…) L’accordo dimostra ancora una volta
il nostro continuo successo e la nostra capacità di assicurarci contratti
su scala globale con aziende multinazionali leader nel mondo», recita
il comunicato di British Telecom.
- Politica Economica. 14 dicembre. Continua l’ingerenza dell’agenzia di rating USA
Standard & Poor’s nella politica e nell’economia (non solo) italiana.
Nel suo rapporto per l’Italia, Standard & Poor’s boccia l’operato del
governo Berlusconi, esprimendo al contempo perplessità su un eventuale
governo di centrosinistra. Nel documento, l’agenzia USA rimprovera il
governo Berlusconi di non essere stato in grado, «a
dispetto della solida maggioranza parlamentare, di mandare avanti l’agenda
di riforme fiscali e strutturali, a eccezione di alcune modeste
riforme di pensioni e mercato del lavoro».
L’agenzia USA si permette di esprimere giudizi anche sulla riforma
costituzionale, approvata dal parlamento a fine 2005, e quella elettorale,
entrambe viste come possibili portatrici di ostacoli a misure strutturali.
Stigmatizzando l’attuale assetto politico italiano, Standard & Poor’s
afferma che «una potenziale maggioranza
di centro-sinistra mancherà di coesione allo stesso modo del governo
Berlusconi e dovrebbe probabilmente avvalersi di Rifondazione comunista
come partner di coalizione. In breve, la frammentazione politica continua
a impedire la formulazione e l’attuazione delle politiche» neoliberiste, dichiara Standard &
Poor’s.
- Industria.
15 dicembre. «Il rilancio
dell’economia non passa più per le attività manifatturiere (…) E dunque è
inutile proteggere le imprese con sussidi, ma bisogna avere il coraggio di
reimpiegare il personale nei servizi, nel commercio, nel turismo». Piccole e medie imprese, ma anche i
lavoratori, sono avvisati. Sul Corriere della Sera Roger Abranavel,
direttore della McKinsey Italia, filiale di casa nostra dell’influente
società di consulenza USA (da cui sono usciti manager di primo piano come
gli amministratori delegati Passera di Intesa, Profumo di UniCredit,
Scaroni di Enel ed altri), il futuro del lavoro italiano è sempre più come
operatore nei call center, cameriere e commesso dei supermercati o
nel commercio ambulante. Abranavel propone pure di prevedere le manette
per gli evasori e suggerisce a Confindustria di cambiare nome in
“Confimprese”.
- Interni.
15 dicembre. «Carlo De Benedetti mi voleva ministro delle finanze
in Italia. Ma io ho preferito rimanere in Israele». Le clamorose
dichiarazioni sono di Benjamin Netanyahu, ex primo ministro israeliano
dell’ex partito di Ariel Sharon, il Likud. La notizia è stata riferita
dall’edizione online del quotidiano israeliano Yediot Aharonot ed è
stata data da Netanyahu nel corso di un forum della stampa israeliana.
Quale ministro delle Finanze nel governo di Ariel Sharon, Netanyahu ha
portato avanti una politica economica ultra-liberista. Si era poi dimesso
dall’incarico lo scorso agosto, in segno di protesta contro la decisione
unilaterale di Sharon sul cosiddeto “ritiro” dalla Striscia di Gaza.
Attualmente Netanyahu è uno dei candidati alla successione dello stesso
Sharon alla guida del Likud, il partito di destra israeliano che Sharon ha
lasciato per dar vita con l’ex laburista Shimon Peres alla formazione
politica Kadima in vista delle elezioni poliche anticipate del prossimo
marzo.
- Banche. 19 dicembre. Antonio Fazio
si dimette da Governatore della Banca d’Italia. Nel comunicato stampa
rilasciato da Banca d’Italia, si rivendica «l’opera
di ristrutturazione e di consolidamento» a
partire dalla metà degli anni Novanta «dalla
quale è emerso un sistema bancario ampiamente privatizzato, con
accresciute dimensioni degli intermediari, solidità economica e
patrimoniale, accentuata concorrenza. Incessante è stata la promozione
degli interessi nazionali, in coerenza con gli interessi europei, nel
rispetto della legge e con gli strumenti posti a disposizione
dell’ordinamento». Fazio era diventato Governatore
nel 1993, dopo le dimissioni del predecessore Carlo Azeglio Ciampi, allora
diventato Presidente del Consiglio.
·
Banche. 19 dicembre. Si può considerare il dimissionario Antonio Fazio un rappresentante
degli “interessi nazionali”, strenuamente difesi in occasione delle scalate
bancarie Antonveneta e Banca Nazionale del Lavoro, dove l’ex Governatore ha
appoggiato le cordate guidate rispettivamente da Fiorani (Banca Popolare di
Lodi) e Consorte (Unipol)? A nostro avviso no. Si potrebbe semmai affermare che
Fazio ha tentato di rappresentare interessi (sicuramente non riducibili alla
sua persona) del Vaticano e dell’Opus Dei, la “Prelatura personale della Chiesa
Cattolica” che Fazio degnava della sua presenza ogni 20 settembre, in occasione
della messa organizzata per commemorare i zuavi pontifici morti nel 1870
per “difendere” la Breccia di Porta Pia. Si scenderebbe
ancor più nel dettaglio ricordando che Fazio era il vigilante di un
sistema bancario privatizzato, dove le banche sono diventate in sostanza delle
“reti di vendita” di prodotti finanziari e servizi venduti a caro prezzo (esse
esercitano un dominio sul risparmio gestito) e spicca la presenza di banche
estere (nell’azionariato delle banche italiane, ma soprattutto nelle operazioni
di assistenza delle grandi imprese). Un sistema bancario formatosi sul solco
delle normative ed imposizioni europee e che, dai costi dei conti correnti alle
vicende Cirio e Parmalat alla destinazione dei finanziamenti, si presenta come
struttura conflittuale di potere non certo al servizio degli “interessi
collettivi”.
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Banche. 19 dicembre. Detto questo, non si può nascondere che Fazio rimane pur sempre una
vittima illustre dei processi di consolidamento dell’attuale fase
capitalistica, contraddistinta dal tentativo di affermazione dell’imperialismo
USA su scala globale e dal processo di integrazione europea, sempre più colonia
dell’impero a stelle e strisce. I progetti di fusioni
transfrontaliere tra banche in Europa, parte importante di quel processo di
formazione del mercato finanziario globale impresso dagli Stati Uniti,
si ripercuoteranno drasticamente sugli equilibri di potere interni al capitalismo
italiota. Dietro le vicende Antonveneta e BNL si è celato il tentativo,
finito impietosamente, di costruire delle “cordate nazionali” capaci di
resistere all’onda impetuosa di questa ristrutturazione globale. Non per
fermarla, bensì per frenarla, probabilmente per cercare di arrivare alle fusioni
transfrontaliere da maggiori posizioni di forza: un progetto che avrebbe comunque
fatto i conti con gli appoggi finanziari dati a Fiorani e Consorte da
preminenti banche estere.
·
Banche. 19 dicembre. È stato ampiamente messo in luce che il supporto dato da Antonio
Fazio a Fiorani, Consorte & Co su Antonveneta ed Unipol rispondeva
anche alla necessità di contare su preziosi sostegni politici. Sostenendo
Fiorani, si poteva contare sull’appoggio di Forza Italia (vedasi ad esempio le
intese tra Fiorani ed Ennio Doris, fondatore di
Mediolanum, gruppo assicurativo-bancario che controlla pariteticamente con
Berlusconi), e della Lega Nord, beneficiaria del salvataggio della
Credieuronord –la banca della Lega– da parte della Banca Popolare di Lodi. Lega
Nord che oltretutto vedeva con favore il progetto di Fiorani della Banca del
Nord, istituto con baricentro spostato sul lombardo-veneto e da connettere
alle esigenze dei distretti industriali. Sostenendo Consorte, si poteva
ovviamente contare sull’appoggio di buona parte dei DS, in particolare di
D’Alema. Se l’operazione fosse andata in porto, sarebbero state poste le
premesse per un capovolgimento dei rapporti di forza all’interno del capitalismo
italiota, con il vecchio establishment da ridurre a miti consigli:
lo hanno mostrato le manovre finanziarie sulla Rizzoli-Corriere della Sera e su
Mediobanca, con obiettivo finale magari le Generali, la terza compagnia
assicurativa d’Europa.
·
Banche. 19 dicembre. Lo scontro che si è verificato all’intero dei “poteri forti” va
però inquadrato nel tentativo di Fazio di arrocco del sistema economico,
da mettere al riparo dagli appetiti esteri. Uno sguardo alla struttura
proprietaria della Banca Popolare di Lodi e della compagnia assicurativa Unipol
è a questo punto decisivo. Nelle scalate bancarie, Fazio ha contrapposto
infatti agli stranieri due istituti con una struttura proprietaria chiusa che
le rende praticamente non contendibili. L’Unipol, infatti, pur essendo una società per azioni di diritto privato, è controllata in
maggioranza da società cooperative non scalabili. Anche il modello cooperativo
delle banche popolari, l’esistenza di normative come il voto capitario (una
testa, un voto), rende queste non contendibili, tant’è che da tempo figurano
nel mirino della Commissione Europea.
- Interni.
23 dicembre. «Non ho prove documentali», dice, «ma sufficienti
elementi politici per accusare l’ex ambasciatore USA in Iraq, John
Negroponte, di aver pianificato l’incidente in cui è stato ucciso Calipari
(alto responsabile del Sismi, servizio segreto italiano in Iraq, ndr) e
ferita Giuliana Sgrena (giornalista de il Manifesto sequestrata
e poi liberata dai suoi rapitori in Iraq)». Il senatore Gigi Malabarba
(PRC), che vuole «indagini anche sui mandanti» sostiene che non si
tratta di «dietrologia, ma riprova della volontà americana di imporre
anche con la forza ai propri alleati la linea della fermezza per la
liberazione degli ostaggi. Come con i voli segreti della CIA».
L’incriminazione da parte dei pm che indagano sull’omicidio Calipari di
Mario Lozano, mitragliere statunitense, per l’omicidio Nicola Calipari, è
«un atto di dignità della magistratura italiana».
- Interni.
23 dicembre. A distanza si replica con irritazione. «Il caso è
chiuso», dicono al Pentagono e al Dipartimento di Stato. L’ultima
parola l’ha detta il rapporto della commissione Vanjel, benché «non
sottoscritto dalle autorità italiane», ha sostenuto il portavoce del
Dipartimento di Stato, costretto a dedicare a Calipari buona parte del suo
briefing quotidiano con la stampa. Ma la sostanza è quella: «La
materia, per quanto tragica, è chiusa». E si scatena il Pentagono: «Nell’ambiente
militare», raccontano le agenzie di stampa, «c’è evidente
irritazione di fronte alla notizia che un soldato americano è sotto
inchiesta per omicidio, in un paese alleato, per un’operazione avvenuta in
zona di guerra».
- Aviano.
Nucleare USA. 23 dicembre. Aviano, atomiche illegali. Un gruppo di
pacifisti di Pordenone ha presentato ieri al tribunale della città
friulana una denuncia nei confronti del governo degli Stati Uniti. L’atto
di citazione chiede al giudice di dichiarare che la presenza delle armi
nucleari nella base di Aviano è illecita e dannosa, e conseguentemente
ordinare agli USA di rimuovere tutte le bombe nucleari dalla base. Il
documento, elaborato da uno staff di avvocati appartenenti alla Ialana
(Associazione Internazionale Giuristi Contro le Armi Nucleari,
www.ialana.net) si richiama al Trattato di Non Proliferazione Nucleare
(TNP), sottoscritto e ratificato dall’Italia. Il TNP infatti sancisce
l’obbligo per il nostro paese di non ospitare ordigni nucleari mentre alle
potenze atomiche (come Stati Uniti) di non dispiegare tali armamenti al di
fuori del proprio territorio nazionale. La prima udienza è stata fissata,
su richiesta dei promotori, il prossimo 7 luglio, alla vigilia del
decennale di un’importante sentenza della Corte Internazionale di
Giustizia secondo la quale l’uso (o anche la semplice minaccia dell’uso)
di armi nucleari è in contrasto con il diritto internazionale, e che
ribadisce che gli Stati hanno l’obbligo giuridico di condurre negoziati in
buona fede che conducano al completo smantellamento di tutte le armi
nucleari. Una sentenza rimasta lettera morta.
Aviano. Nucleare USA. 23 dicembre. Intanto, al fine di risolvere «lo
stridente contrasto tra dettato statutario e questione nucleare in Friuli
Venezia Giulia», la Tavola regionale della Pace ha invitato Riccardo
Illy a rinunciare, quale presidente della Regione, alla carica di
Comandante onorario del 31.mo stormo Usaf di Aviano (Pordenone) e ad
intervenire alla tradizionale Marcia della Pace, che si svolgerà il primo
gennaio 2006 a Trieste. Nel corso di un incontro avvenuto ieri tra i
rappresentanti della Tavola della pace ed i capigruppo di Intesa
democratica in Regione, è stato sottolineato che il nuovo Statuto
approvato dal Consiglio regionale «persegue una politica di pace»,
mentre per quanto riguarda il territorio regionale, «in palese
violazione del Trattato di non-proliferazione nucleare», non è mai
stata smentita «la presenza di 50 bombe nella base Usaf di Aviano».
- Banche.
24 dicembre. «Caduto il tiranno, si deve combattere la tirannia».
Dalle colonne de il Riformista, Alessandro Penati si fa fautore di
un’apertura ai mercati esteri del sistema bancario e di proposte di
riforma della Banca d’Italia. Penati saluta con favore il mandato a termine
del Governatore, auspica che le competenze di Banca d’Italia sulla
concorrenza vengano affidate all’Antitrust e che venga abolito quel regime
dell’approvazione preventiva di Banca d’Italia per le acquisizioni
bancarie con cui, «in nome della stabilità bancaria, si è di fatto
eretto un muro ai capitali stranieri».
- Banche.
24 dicembre. Un fautore di una maggiore influenza della finanza estera
si può ovviamente permettere delle ‘simpatiche’ critiche al capitalismo
nostrano. Penati afferma che il sistema capitalistico italiano rimane
troppo imperniato sulle banche, «azioniste stabili di controllo del
primo quotidiano italiano (Corriere della Sera)», e che sotto Fazio «hanno
determinato il destino del controllo dei maggiori gruppi industriali
italiani (Ferruzzi-Montedison, Pirelli-Olivetti-Telecom, Gemina, Fiat),
spesso mettendo in secondo piano i diritti del mercato e danneggiando i
loro stessi azionisti di minoranza (il convertendo Fiat, Parmalat e il
gruppo Gemina sono solo gli ultimi esempi (…) E nessuno si è scomposto
quando la Banca d’Italia ha utilizzato i propri immensi poteri per aiutare
la Consob a impedire che una banca partecipasse a un’azione di concerto
per scalare una società, evadendo l’obbligo OPA (prima di Antonveneta,
Mediobanca con SAI nella scalata a Fondiaria); o addirittura li ha
utilizzati per promuovere quella di più banche su Generali, per portare
alla rimozione di Maranghi. O quando ha permesso a Capitalia, in chiaro
deficit di patrimonio e redditività, di fagocitarsi una banca dietro
l’altra (ultima, Bipop)».
- Banche. 29 dicembre. Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di oggi la
“legge sul risparmio”, che si occupa, tra l’altro, dei poteri della Banca
d’Italia e contiene anche, fra le parti più discusse, una nuova lettura
delle norme sul falso in bilancio, riallargando le maglie delle sanzioni.
La Banca d’Italia diventa un soggetto pubblico, vale a dire che le attuali
partecipazioni da parte di banche italiane vengono cedute allo Stato,
prevedendo al contempo una moratoria di tre anni per il passaggio in mano
pubblica della proprietà delle banche. Il mandato del Governatore della
Banca d’Italia è a termine, di 6 anni, rinnovabili una sola volta. La
nomina e la revoca sono decise con un decreto del capo dello Stato, su
proposta del governo, sentito il parere del Consiglio superiore della
Banca d’Italia. Per le deliberazioni, sono introdotti principi di
collegialità che prevedono motivazione e forma scritta degli atti,
deliberazioni del Direttorio a maggioranza (i cui membri durano in carica
anch’essi 6 anni ed al quale partecipa naturalmente anche il Governatore;
in caso di parità prevale il voto del governatore), la comunicazione
semestrale al Parlamento. Riguardo le competenze sulla “concorrenza” nel
settore bancario, vengono sottratti alcuni poteri a Banca d’Italia e
assegnati all’Antitrust, mentre le autorizzazioni sulle acquisizioni
bancarie vengono ora rilasciate dall’esame congiunto della Banca d’Italia
e dell’Antitrust. È poi fissato al 30% del possesso azionario il limite
del diritti di voto delle Fondazioni bancarie nelle assemblee delle
banche. Dal primo gennaio 2006 le Fondazioni non potranno esercitare il
diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie delle banche per
le azioni eccedenti il 30% del capitale votante nelle stesse assemblee.
Sull’intreccio banche-imprese, sarà la Banca d’Italia, e non la legge con
una normativa generale, a decidere, a seconda dei casi e della
partecipazione detenuta, il livello di indebitamento che gli azionisti di
una banca o i sottoscrittori di patti di sindacato possono detenere nei
confronti della banca stessa.
- Banche. 29 dicembre. Mario Draghi è
il successore di Antonio Fazio alla carica di Governatore della Banca
d’Italia. La sua nomina è, a nostro avviso, il segnale che la strada è
spianata per la nuova fase di colonizzazione economica dell’Italia, in
particolare il settore bancario. Draghi è stato soprannominato “Mister
Britannia” per aver partecipato il 2 giugno 1992, da Direttore generale
del Tesoro (1991-2001, fra l’alternarsi di 10 governi), alla “crociera”
sul panfilo della Regina Elisabetta d’Inghilterra con politici, banchieri
e “borghesi di Stato” italiani ed esponenti delle grosse banche d’affari
anglosassoni. In quella riunione si discusse, stando ad indiscrezioni che trovano
conferma nei successivi sviluppi, di come stravolgere “l’economia mista”
italiana, smantellando il sistema delle partecipazioni statali ed aprendo
il sistema economico italiano all’influenza dominante della finanza
estera, che avrebbe preso il sopravvento sull’industria e sulla politica
facendo leva specialmente sulle privatizzazioni. Sul “Britannia” Draghi
avrebbe tenuto un discorso in cui disse esplicitamente che il principale
ostacolo ad una “riforma” del sistema finanziario in Italia era rappresentato
dal sistema politico. Sta di fatto, che dopo la crociera sul Britannia,
qualche mese dopo avvenne l’attacco speculativo contro la lira (settembre
1992), condotto da Soros & Co ed innescato dal declassamento
del debito pubblico italiano dell’agenzia di rating USA Moody’s: la
svalutazione della lira del 30% circa avrebbe poi consentito di effettuare
le privatizzazioni a prezzi ancor più di saldo. La “difesa” della Lira
approntata dall’allora Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio
Ciampi, prosciugò le riserve valutarie per ben 100mila miliardi di lire.
Il colpo di Stato giudiziario di “Mani Pulite” avrebbe poi abbattuto il
sistema politico imperniato su DC e PSI.
- Banche. 29 dicembre. Negli anni
successivi, Draghi fu l’esecutore di tutte le privatizzazioni, che secondo
stime di alcuni hanno visto i soli anglo-americani accaparrarsi
quasi il 50% delle aziende italiane finite in mano straniera. Dal 1993 al
2001, Draghi è anche presidente del Comitato Privatizzazioni. Attraverso
le privatizzazioni, furono smantellati settori trainanti dell’economia
italiana: il settore agro-alimentare già dell’IRI, il Nuovo Pignone
dell’ENI, la siderurgia di Stato, l’Italtel, l’IMI, eccetera. Furono inoltre privatizzate Telecom, Enel, ENI, le banche, poi
liquidato l’IRI. Nel 1998 Draghi firma il testo unico sulla finanza, noto
anche come legge Draghi (Decreto Legge 24 febbraio 1998 n. 58, entrato in
vigore a luglio 1998), che introduce la normativa per l’Offerta pubblica
di acquisto e la scalata delle società quotate in borsa. Telecom Italia
sarà la prima società oggetto di OPA, scalata poi da Roberto Colaninno.
Dal 2002 al 2005, Draghi è vicepresidente per l’Europa, con incarichi
operativi, di Goldman Sachs, potentissima banca d’affari USA, che sotto
Draghi giocò un ruolo determinante come “consulente” (advisor) nelle
privatizzazioni in particolare delle banche (vedi il Credito italiano);
tramite il fondo Whitehall acquisì nel 2000 l’ingente patrimonio
immobiliare dell’ENI di San Donato Milanese, oltre agli immobili della
Fondazione Cariplo e, assieme alla Morgan Stanley quelli della UNIM, RAS e
Toro. Dati i precedenti, è facile prevedere che con Draghi in via
Nazionale ci sarà il disco verde per un’ulteriore avanzata delle
banche internazionali e dei fondi speculativi nel comparto bancario
italiano.