In questi ultimi mesi, tre diversi accadimenti -la strage del Cermis,
il caso Ocalan e laggressione alla Repubblica Federale Jugoslava- hanno
riproposto in modo evidente il nodo dellirrisolta indipendenza e sovranità
nazionale dellItalia. Lo diciamo consapevolmente: hanno riproposto, non
posto, il nodo di una sua condizione spiccatamente subalterna. Come avviene in sostanziale
continuità dal secondo dopoguerra ad oggi, la Casa Bianca ha fatto ancora pesare la sua
lex coloniale, conformemente ai suoi interessi di dominio. E, ultimamente
appunto, lo ha fatto in maniera sfacciata tre volte.
La prima volta assolvendo i suoi piloti che, con i loro voli a bassa quota, ben noti da
tempo agli abitanti di quelle regioni che continueranno a vederne per altro tempo ancora,
operavano già in un contesto di prova generale per gli attacchi in
Jugoslavia. È proprio vero: per la giustizia nordamericana al Cermis sono
morti di freddo! La seconda volta ha indotto il governo italiano a fare precipitosa marcia
indietro rispetto alle iniziali aperture sulla concessione dellasilo politico ad
Ocalan. Lo ha fatto a difesa della stabilità del gendarme/alleato turco, che svolge una
funzione di salvaguardia degli interessi strategici Usa nella regione e pertanto il
governo italiano ha dovuto di fatto consegnare Ocalan nelle mani dei suoi
torturatori. Chi ha calato il sipario sul massacro quotidiano -e da svariati anni- dei
kurdi da parte della Turchia membro della Nato, su una specificità nazionale negata, su
decine di migliaia di morti, di torturati, di milioni di profughi, pretende di essere
credibile -e in che modo poi...- quando sul Kosovo giustifica e attua massacri per fermare
(presunti) massacri, quando versa lacrime di coccodrillo per i profughi e urla
paonazzo per tacitare chi osa mettere in discussione il copione già scritto della "guerra
giusta" voluta dagli Usa. Ecco la terza volta, la più evidente, in cui
Washington ha esercitato la sua sovranità sullItalia. Unaggressione con la
compiacenza servile di un governo privo di dignità nazionale, peraltro in linea con tutti
quelli che lhanno preceduto, ansioso di legittimazione, probabilmente non del tutto
affidabile ma utile strumento, le cui responsabilità non per questo sono sminuibili,
anzi. Un governo di centro/sinistra, guidato da un post-comunista e
significativamente allineato, come le altre compagini di sinistra e di centrosinistra in
Europa, con funzionalità strategiche alla guerra imperialista.
Sarebbe riduttivo ritenere che si tratti comunque solo di ambiti di politica
estera, come se questa non rappresenti, da tempo, la cartina al tornasole di una
condizionante ipoteca sugli assetti e sulle scelte di fondo in politica interna, come se,
in generale, abbia ancora significato, in questepoca, la divisione tra politica
interna e politica estera, come se sia casuale la simmetria tra la dipendenza nazionale e
certe scelte che riflettono lassetto politico/economico capitalistico dato. Si
tratta di aspetti più o meno evidenti, diversi e interconnessi, che rinviano in modo
eclatante ad una comune origine di sudditanza nazionale.
Sono quindi principalmente due gli aspetti da mettere in evidenza: ruolo della sinistra e
questione nazionale. Il limite evidente di chi si oppone alla guerra sta proprio
nellincapacità di leggere fino in fondo la natura profonda e sostanziale della
mutazione genetica (non ancora percepita integralmente a livello collettivo e perciò
funzionale) della sinistra (democratica, comunista, verde) in gran
parte al governo (e non solo in Italia, ma in tutta Europa), e la sottovalutazione, se non
una vera e propria rimozione, della questione nazionale italiana, nei termini propri di
indipendenza e sovranità effettive. Una questione che poniamo in casa, ma che
altrove altri dovrebbero porre a casa propria.
Si è detto, soprattutto nei primi giorni di bombardamenti ma poi, in linea generale, si
è lasciata cadere la cosa come fosse uninutile argomentazione polemica, che
la partecipazione italiana avviene contro e nonostante il dettato
costituzionale di questa Repubblica. Il governo di centrosinistra del post-comunista
DAlema entra in guerra, senza -forse- nemmeno volerlo convintamente, contro la
lettera e lo spirito della Costituzione (art.11), senza che il consiglio dei ministri
venga riunito, senza che il Parlamento abbia deliberato e preso provvedimenti (art. 78),
senza che nessuna delle figure preposte a capo di questo Stato abbia nulla da ridire su
modi e contenuti della partecipazione dellItalia ad una guerra daggressione.
Un vero salto di qualità -in termini di affidabilità per i padroni di questa nazione-
per chi fino a ieri ciarlava di rispetto delle regole e amenità del genere. Non un
governo di centrodestra o fascista, non Berlusconi o Fini ci portano in guerra -cosa che
non avrebbero avuto problemi a fare con la stessa normalità- bensì un governo di
centrosinistra, infarcito di post-comunisti, di comunisti doc, di ambientalisti (sarà una
guerra ecologicamente compatibile?). Questa piena illegalità costituzionale viene attuata
addirittura quando bastava far notare che anche la stessa aggressione Nato avveniva contro
il suo stesso trattato che agli artt. 3-4-5-6 prescrive il carattere difensivo, e
notoriamente la Jugoslavia, attenendoci a dati formali, è uno Stato sovrano, membro
dellOnu, il cui governo -e lo stesso Milosevic- è stato eletto in maniera
democratica, che non ha compiuto nessun atto di aggressione contro alcun paese membro
della Nato, né alcuno Stato in genere. Ovviamente si tratta di qualcosa di ben più serio
di puro formalismo giuridico. Siamo in presenza di un atto di una notevolissima gravità
che vede tutti gli organi di questo Stato violare la propria stessa carta costitutiva.
Quel che altrove avrebbe legittimamente -e giustamente- fatto gridare al golpe, sciamare
la sinistra per le strade e addirittura avrebbe potuto giustificare una sollevazione e una
resistenza armata, qui, ora, viene soltanto da qualcuno e senza troppa convinzione
denunciato come passaggio polemico. Tutto ciò fa quel "paese normale",
evocato a suo tempo da DAlema, che è piuttosto il paese normalizzato dove,
in nome della sinistra finalmente al governo e dellantifascismo, si attua una forma
peggiore di fascismo, di "nuovo fascismo", che è lideale
condizione per una gestione tranquilla di qualunque tipo di affari delle frazioni
dominanti del grande capitale monopolistico e che dimostra lacquiescenza nei
confronti dellalleato/padrone statunitense e del suo imperialismo.
Questo ci porta al punto essenziale, e cioè che non basta schierarsi contro la guerra.
Chi in queste settimane è sceso per le strade manifestando contro la guerra
daggressione della Nato, cioè degli Usa, e contro il governo italiano la cui
sudditanza corresponsabile comporta anche la piena illegalità costituzionale in
corso, è bene che si prenda sul serio, che assuma in pieno e convintamente il
senso di quanto dice e tragga le conclusioni sulla portata effettiva, reale,
della posta in gioco. Che è ben più che un semplice confronto tra guerra sì e guerra
no, ben più di una guerra yankee evidentemente divergente, se non contraria, agli
interessi (pur sempre capitalisti) europei. La posta in gioco, assolutamente decisiva, è
il futuro della nazione italiana, se essa debba essere o meno una dependance Usa.
Sia chiaro, respingiamo tanto un ruolo subalterno nel fronte imperialistico dominante e
dominato dagli Usa, tanto un ruolo di primo piano che taluni vorrebbero che lItalia
ricoprisse in un fronte imperialistico europeo attualmente inesistente,
certamente in formazione, forse rintuzzato in modo decisivo con lintervento
Usa nei Balcani. Respingiamo, insomma, limperialismo in quanto tale. Il che
significa assumere pienamente e convintamente la rivendicazione dellindipendenza e
della sovranità effettive di qualunque nazione ad esso soggetta, Italia inclusa quindi.
Senza lindividuazione e larticolazione della scelta nazionalitaria come asse
strategico ineludibile per una prefigurazione possibile di un percorso di liberazione
anche in questo paese, senza una interconnessione tra istanze di emancipazione individuali
e di classe che siano raccordate in una piattaforma comune di liberazione nazionale, non
cè e non ci sarà alcuna possibilità di cambiare radicalmente le dinamiche
sociali e di produzione del capitalismo, né di sottrarsi al dominio imperialista. Diciamo
di più: perde di credibilità, perché inattuabile in partenza, qualunque ipotesi di
messa in discussione radicale del sistema di dominio che ignori o sottovaluti una seria
articolazione nazionalitaria e le sue radicali potenzialità. Del resto, laver eluso
e rimosso da decenni tale ineludibile nodo è limpedimento formidabile -un vero e
proprio blocco- che ha portato in larghissima parte alle conseguenze che sono sotto gli
occhi di tutti. Listanza nazionalitaria da articolare e perseguire strategicamente
in ogni settore è il valore aggiunto e la condizionante premessa alla possibilità di una
riscrittura autonoma di un progetto di società e di un modo di produzione
differente da quello capitalistico. Luno non sarà dato senza laltro. È
questa la vera posta in gioco sotto il fuoco dei bombardamenti. Operare in questa
direzione non riuscirà a fermare questa guerra, ma servirà a preparare il terreno per
scendere più attrezzati a contrastare un futuro di guerre prossime venture che
limperialismo ha necessità di scatenare. E, potenzialmente, a fare anche di più.
Indipendenza