PERCHÉ DICIAMO "BENVENUTO, ABDULLAH OCALAN"
Cè una domanda che sulla vicenda Ocalan è stata posta in modo
ricorrente, coniugando ragion di Stato e sentire qualunquistico, sostanzialmente in questi
termini: perché lItalia dovrebbe concedere lasilo politico ad un "terrorista",
accollandosi problemi che non la riguardano, vedendo danneggiate dal boicottaggio prodotti
ed imprese italiane in Turchia ed esponendosi al rischio di "diventare
ricettacolo dei terrorismi di mezzo mondo"? Sono argomentazioni di una certa
presa, ammantate di ragionevolezza, addirittura -è stato fatto notare-
pertinenti ad un interesse nazionale italiano. Tesi che il Polo ha alimentato e sulle
quali, a ben vedere, si riconosce anche il governo tanto da ricercare, nelle scorse
settimane, un tentativo di sistemazione con le cancellerie internazionali, particolarmente
a Bonn e a Mosca, pur di scaricare un problema avvertito come imbarazzante e
gravoso. Del resto, è stato ripetuto da autorevoli esponenti del governo di Roma, si è
proceduto allarresto del "terrorista" Ocalan sulla base di un
mandato di cattura internazionale a fini estradizionali. Un atto dovuto sul piano
giudiziario. Punto e basta, quindi; quel che cè dietro non ci interessa.
Lasilo politico ad Abdullah Ocalan -lo diciamo preliminarmente e con chiarezza- è
il riconoscimento minimo che un governo anche timidamente democratico
dovrebbe tributare ad una figura-simbolo di uneffettiva lotta di liberazione
nazionale qual è quella kurda. È evidente che Ocalan arriva a Roma non come fuggiasco,
ma per rilanciare con la sua presenza una proposta -condivisibile o meno che sia- di
soluzione negoziata allannoso conflitto turco/kurdo avanzata già da alcuni
mesi dal PKK. Certamente -e non è un caso che sia una lotta di liberazione
nazionale a determinarli- lasilo politico ad Ocalan innescherebbe effetti politici
significativi ben oltre la questione kurda. Potrebbe rimettere in discussione lo status
quo di equilibri e assetti regionali tracciati a tavolino sulla base di interessi
imperialistici mondiali, secondo linee profondamente diverse da quelle di Washington che,
per rimanere sulla questione kurda, punta semmai, come dimostra il recente accordo con le
componenti di fatto filostatunitensi kurde, ad uno statarello kurdo fantoccio, da far
nascere sotto i suoi auspici a spese dellIraq. Darebbe un impulso ulteriore alle
insorgenze nazionalitarie già allordine del giorno nella stessa Europa, in
Irlanda e nei Paesi Baschi. Potrebbe favorire la presa di coscienza del risveglio
nazionalitario anche allinterno degli Stati-nazioni dominanti,
risveglio che si può prefigurare come ulteriore, necessario, possibile e potenzialmente
dirompente riposizionamento di una lotta che voglia e sappia coniugare istanze identitarie
-perciò plurali ed eguali tra loro- con una radicale progettualità anticapitalistica ed
antimperialista ancora da elaborare, per uneffettiva rimessa in causa degli assetti
di dominio esistenti.
Per questo, per ragioni specifiche e più generali, è bene non farsi illusioni
sullasilo politico ad Ocalan. La posta in gioco è più alta di quel che appare. Lo
diciamo consapevoli dello stato delle cose in Italia. Lo squilibrio di forze e le
pressioni di interessi economici e militari anche sovranazionali in cui il governo
italiano è pienamente inserito sta facendo strada sempre più ad un diverso scenario:
processo o espulsione. Lasilo politico ad Ocalan, che pure sembrava profilarsi sotto
la pressione di migliaia e migliaia di kurdi giunti da ogni dove a Roma,
uniniziativa senza precedenti per analoghe lotte di liberazione, non è mai stata
uneffettiva convinzione del governo che intende lavarsi le mani della imbarazzante e
ingombrante questione nazionale kurda. Processare o cacciare Ocalan significa processare o
cacciare i diritti nazionali del popolo kurdo in Turchia, avallare il genocidio in corso
di un popolo.
La posizione del governo DAlema che, in assoluta continuità con tutti quelli che
lhanno preceduto dal dopoguerra ad oggi, esprime servilismo e subalternità
nellaccettazione delle compatibilità sovranazionali imposte, fa così il paio con
lignobile speculazione scatenata dal Polo che, non sapendo a cosa appigliarsi visto
che la sua politica è fatta propria dal centrosinistra, riempie limbarazzo
ed il suo vuoto propositivo con un continuo battage polemico di bassissimo profilo
con il suo avversario dialettico.
È innanzitutto necessario sgombrare il campo dal pregiudizio ideologico che comporta
luso disinvolto e strumentale della parola "terrorista". Siamo alle
solite. Legemonia di linguaggio e dei mezzi di comunicazione di massa consente di
stravolgere fatti e buon senso, per cui, solo rimanendo sul caso in questione, viene
definito terrorista chi si oppone anche con le armi ad un governo -come quello
turco- che nega lesistenza di una nazione e di un popolo, bombarda i villaggi kurdi,
massacra migliaia di persone, pratica la tortura, esercita in ogni modo la repressione. Terrorista
è quindi chi insorge contro questo stato di cose, non chi lo determina, il regime turco
appunto, partner Nato, bastione degli interessi occidentali nella
regione, prima o poi membro a tutti gli effetti dellUnione europea. Come mai, poi, i
kurdi sterminati da Saddam sono difendibili mentre quelli sterminati dal partner
turco della Nato no? Perché Saddam è il nuovo Hitler anche quando stermina i
kurdi che si difendono armati contro le truppe irakene, mentre i guerriglieri del PKK che
fanno lo stesso contro le truppe turche sono terroristi, collusi con la mafia e
smistatori nel traffico mondiale di droga? Perché il Dipartimento di Stato statunitense,
ripreso dalla totalità dei mezzi di comunicazione di massa mondiale, bolla in questi
termini il PKK, senza riscontri effettivi, e nulla dice delle frequenti e documentate
-anche da giornali turchi- denunce di collusioni degli apparati di governo e di polizia
turchi con apparati mafiosi, tali da coinvolgere, anche con dimissioni, ministri e capi di
governo locali? Non sarà che si solidarizza tra simili? Che dire, infatti, di quei
governi che legittimano quello turco, Washington in testa?
La storia poi è piena di terroristi diventati negoziatori di soluzioni politiche o
addirittura capi di Stato...
Risibile, poi, senza pudore di sconfinare nellipocrisia più sfacciata, è il
connubio tra interesse nazionale e interessi delle imprese che anche in questa vicenda
abbiamo sentito fare. Innanzitutto è surreale e grottesco il piagnucolamento degli
imprenditori italiani (Fiat, Pirelli, Benetton e altri) di fronte al boicottaggio turco,
come se il problema kurdo non esista, come se le vittime, i perseguitati, non siano i
kurdi ma loro ed il carnefice sia Ocalan. In secondo luogo, dovè il rispetto degli
interessi non diciamo nazionali ma genericamente umani da parte di imprese che in un
sistema politico/economico capitalistico di sfruttamento vigente anche in Turchia, non
solo restano indifferenti e sanno tollerare il genocidio quotidiano del popolo kurdo ma
soprattutto sanno apprezzare tutte quelle agevolazioni e condiscendenze, comprese in non
pochi casi quello dello sfruttamento del lavoro minorile come le cronache anche recenti
hanno richiamato coinvolgendo imprese italiane di spicco, preferendo
delocalizzare dove è garantita una maggiore accumulazione dei profitti e contribuendo ad
alzare il livello di disoccupazione in patria? Questo volendo rimanere su un
piano appena superficiale del problema.
Ancora. Le ondate immigratorie di kurdi in Italia sono una conseguenza dellirrisolta
questione nazionale kurda e dello sterminio sistematico operato da decenni dai vari
governi turchi. Non bisogna essere esperti della questione nazionale kurda per capirlo.
Perché, quindi, non affrontare alla radice le cause che determinano questi esodi? O si
preferisce completare il lavoro sporco di regimi oppressivi continuando ad affrontare
questi esodi in termini di criminalizzazione, manette e polizia?
Insomma, la questione del diritto dasilo politico ad Ocalan ha implicazioni
politiche ben oltre la sua persona e prescinde -lo ripetiamo- da una valutazione di merito
della proposta di soluzione negoziata di cui è latore. Ogni popolo si conquista da sé la
libertà di seguire le tattiche che preferisce con i mezzi che ritiene necessari per la
sua liberazione. È sulla prospettiva strategica, sulleffettività della liberazione
nazionale e sociale, di individui liberati in comunità solidali, che non si
ammettono cedimenti e rinunce. Ecco perché, per quanto ci riguarda, da nazionalitari
italiani, diciamo: benvenuto, Abdullah Ocalan!
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