PER CHI SUONA IL CAMPANILE
Loccupazione del campanile di piazza S. Marco da parte di un
commando di autodefinitasi "Armata Serenissima" combattente per
lindipendenza del Veneto ha riportato in evidenza, dopo i tanti proclami
secessionisti di Bossi, la questione delle possibili rivendicazioni di autodeterminazione
da parte di alcune aree o regioni italiane. Lazione dimostrativa compiuta a
Venezia è stata considerata poco più che una pagliacciata goliardica da alcuni, mentre
altri vi hanno visto i prodromi di un risorgente "terrorismo", questa
volta a matrice etnica. In ogni caso, sia da destra che da sinistra, è prevalsa
lunanime condanna non solo del gesto in quanto fuori dalla legalità (il che era
ovviamente prevedibile), ma anche dei suoi presupposti ideologici. Con lovvia
eccezione di Bossi, che in un primo tempo lha definita una provocazione contro la
Lega, salvo poi considerare tardivamente "patrioti veneti" gli arrestati
con qualche imbarazzo sul tipo di azione, unanime è stata la condanna di ogni ipotesi
secessionista qualunque retroterra politico avesse. Fuori dallaula bunker di Mestre,
dove si è svolto il processo agli otto assaltatori, giovani di centri sociali,
associazioni e gruppi di base dellarea veneta si sono scontrati con sostenitori
della Life (industriali locali, organizzati in unassociazione anti-fisco, compresi)
e della Liga Veneta, lì radunati per dimostrare solidarietà ai loro seppur ufficiosi
militanti. Proprio a Venezia un lungo elenco di associazioni sindacali, di base e
giovanili hanno organizzato una grande manifestazione "contro la secessione",
ma anche contro le logiche neoliberiste che la motivano, con la partecipazione, fra gli
altri, di alcuni militanti zapatisti arrivati per loccasione dal Chiapas. Una
settimana dopo anche i sindacati confederali hanno manifestato contro ogni ipotesi lesiva
dellunità nazionale. Il variegato schieramento di sinistra, da quella
governativa e liberista a quella che si definisce "antagonista",
ritiene in ogni caso, con tutta evidenza, lintangibilità del suolo patrio un valore
di per sé, mentre solo pochi entrano nel merito delle proposte di chi la mette in
discussione. Paradossalmente solo lultra riformista sindaco di Venezia, Massimo
Cacciari, ha mostrato di dare importanza, seppur con finalità del tutto strumentali e
normalizzatrici, alla specificità della situazione veneta, progettando, per le prossime
elezioni comunali, una lista sostanzialmente etnica e di ispirazione catalana,
cioè a spiccata caratterizzazione autonomista. Questa presa di posizione del tutto
omogenea di forze anche molto distanti dal punto di vista politico pone inevitabilmente
delle domande ed evidenzia delle contraddizioni forti in particolar modo rispetto a quelle
realtà, Centri sociali come alcune componenti di Rifondazione Comunista, che in altre
occasioni, anche saltuariamente, mostrano attenzione e rispetto per movimenti di
liberazione nazionale di matrice secessionista (ad esempio quello basco, quello irlandese
e quello corso, solo per rimanere in Europa). Ebbene anche gli autodefinentisi
rappresentanti del proletariato che non ha nazione riscoprono di fatto,
nazionalisticamente, il Tricolore, in ideale sintonia con i Fini, gli Scalfaro, i Cossiga,
la Confindustria, la Chiesa, la FIAT, ecc. Su scala minore, come evento, si ripete quanto
accadde per i partiti socialisti e socialdemocratici della II Internazionale allo scoppio
della prima guerra mondiale (primi i tedeschi e i francesi), quando votarono ai rispettivi
governi i crediti di guerra, liquidando anni e anni di rivendicazioni
antimilitariste, pacifiste ed internazionaliste. Ancora si confondono le bandiere
coloniali o imperialiste di Stati-nazione con quelle effettivamente nazionali, o
nazionalitarie.
Iniziamo con uninequivocabile premessa. La Liga Veneta, ed i suoi corollari più o
meno estremisti e illegali, ha, sin dalla sua nascita, manifestato un carattere nettamente
reazionario, pur avendo un connotato più marcatamente identitario rispetto ad
esempio alla sua sorella Lega Lombarda. Gli stessi documenti politici
(peraltro dal contenuto politico molto approssimativo e superficiale), ritrovati dopo il
blitz dei "Serenissimi", prospettano uno Stato veneto autoritario, con
marcate venature di integralismo di marca cattolica (comunque non più esasperato di
quello propugnato dallattuale pontefice romano), contrario ai matrimoni "misti"
e favorevole ad uno strettissimo controllo dellimmigrazione straniera. Per contro il
piano, va detto ai limiti del grottesco, di attacco alle basi NATO presenti
nella regione prefigurerebbe una sorta di difesa dellindipendenza nazionale che
certo non appartiene alla cultura del filo atlantico e reaganiano Bossi. Rispetto quindi
al progetto leghista di una Padania indipendente, il caso veneto ha delle peculiarità che
lo rendono non del tutto assimilabile a questultimo.
Le motivazioni che giustificano la richiesta dindipendenza hanno infatti una doppia
valenza. Il Veneto ricco, che lavora, si appella al solito armamentario della
protesta anti-fisco e xenofoba contro "Roma ladrona", gli immigrati ed i
meridionali che "rubano occupazione" e "portano delinquenza",
omologandosi totalmente ai più beceri argomenti utilizzati da Bossi per la sua propaganda
popolana, con in più il poco invidiabile primato della primogenitura, essendo la
polemica contro i "terùn" una vergognosa costante nei programmi politici
della Liga fin dal suo apparire sulla scena politica molti anni fa. Una protesta anti
centralista oltretutto con ben scarse giustificazioni visto che, dal dopoguerra a prima
del crollo della "Balena bianca" democristiana, il Veneto è stato uno
storico serbatoio di voti per lo scudo crociato, in cambio dei quali ha ottenuto
infrastrutture e servizi in misura certo non proporzionata al suo gettito fiscale. Che poi
questi risultino oggi al di sotto degli standard europei fa parte delle responsabilità di
quel sottobosco clientelar-politico che con il suo voto la regione ha contribuito a
mantenere al potere per oltre un quarantennio. Si tratta, tutto sommato, di ragioni che
hanno ben poco a che vedere con lidentità nazionale, sottintendendo, piuttosto, un
egoismo sociale di stampo neoliberista, direttamente sostenuto da un ceto imprenditoriale
che vuole entrare nellEuropa dei ricchi attraverso meccanismi di desolidarizzazione
con le aree più economicamente arretrate e meno competitive del paese. Parallelamente a
tutto ciò non è però possibile negare una tradizione, soprattutto dal punto di vista
culturale, legata allo studio e alla valorizzazione della realtà locale veneta,
fortemente identitaria, che poggia su basi storiche, al contrario di quanto si possa
sostenere parlando della fantomatica "Padania".
Ma diciamo di più. Anche lesistenza di unidentità nazionale, per quanto
enfatizzata strumentalmente per sganciarsi da un sistema economico-sociale che penalizza
uneconomia di area aggressiva e disposta a misurarsi nellarena del
mercato globale, pone comunque un interrogativo di non secondaria importanza. E cioè
quale posizione prenderebbe la sinistra antagonista se un movimento secessionista
allinterno dello Stato plurinazionale italiano avesse connotazioni marcatamente
avanzate e rivendicasse con forza, ad esempio, la liberazione dalle imponenti
servitù militari NATO e USA che costituiscono, ovunque, una presenza minacciosa ed
intimidatoria? E arrivasse a sostenere, sulla base di una lettura storica ed attuale dei
fatti, con un non irrilevante seguito nella propria nazione, che un futuro
culturale ed economico, anche e soprattutto su basi di socialismo radicale, libertario ed
egualitario, è inscindibile da una prospettiva indipendentista, separatista, dallo Stato
che opprime e/o marginalizza la propria terra? Non si tratta di una curiosità accademica
se ad esempio ci riferiamo alla Sardegna, dove la proposta politica della, per ora,
modesta (per quanto negli ultimi anni cresciuta) formazione Sardinia Natzione non
solo si richiama ad una nazionalità in sé (tanto è evidente quel complesso di
fattori culturali, linguistici, storici, territoriali che rendono tale la Sardegna), ma ha
le sue radici storico/politiche in un retroterra esplicitamente riferito al socialismo
libertario ed indipendentista, in sintonia con quello di Herri Batasuna in Euskadi, del
Sinn Fein irlandese o della Cuncolta Naziunalista corsa, e che, di là di qualche
discutibile istanza (ad esempio quella economica di zona franca, peraltro non da tutti
condivisa allinterno di questa organizzazione), risponde al bisogno oggettivo,
atavico, di rinascita di quella che a tuttoggi, alla luce di una lettura strutturale
e complessiva della sua storia, è da considerare una vera e propria colonia periferica e
marginalizzata dello Stato italiano. In estrema sintesi, i Serenissimi del
campanile di S. Marco ed i loro peraltro numerosi simpatizzanti vanno considerati
avversari politici in virtù delle idee forza del loro movimento, sicuramente compatibili,
quando non funzionali, ad un modello capitalista globalizzato, o perché le stesse
-avanzate con molta più circostanza di causa ad esempio dai sardi- possono in prospettiva
portare ad unimplosione o ad una più o meno radicale ridefinizione dello Stato
plurinazionale italiano?
E se è la più sensata prima ipotesi a prevalere, non è forse arrivato il momento di
iniziare a fare dei distinguo quando si condanna ogni proposta secessionista bollandola
come intrinsecamente reazionaria?
Non operare tali distinzioni di metodo significa porsi in ritardo, dal punto di
vista politico, addirittura rispetto ad un Tony Blair, campione di una sinistra talmente
edulcorata nei suoi principi di base da non essere da tempo più definibile tale e ormai
approdata nella sua deriva nel moderno capitalismo, che considera lipotesi di
unautonomia forte della Scozia (e del Galles) talmente normale da avere
incluso un referendum popolare su tale argomento addirittura nel suo vincente programma
elettorale.Il caso scozzese è interessante perché da sempre la regione, o meglio la
nazione, visto che lo è a tutti gli effetti, è un serbatoio di voti laburisti e, dagli
anni 80, ferocemente anti tatcheriani. Questo ha fatto sì che allo Scottish
National Party siano andate le simpatie anche della sinistra italiana più nettamente
antinazionalista, come quella che fa riferimento a il Manifesto, la stessa che al
solo sentir parlare di secessione nel nostro paese scivola spesso nel livore patriottardo.
Un precedente che rischia oltre tutto di diventare imbarazzante, oggi che anche Bossi cita
il caso scozzese per giustificare la richiesta di un referendum
sullautodeterminazione o meno della fantomatica nazione padana, e addirittura
il quotidiano della Lega, "la Padania", esalta i successi politici del
Sinn Fein o di Herri Batasuna.
Tornando al caso del commando Serenissimo certo non si può invocare, per
condannare senza appello la liceità etica del gesto, che era evidentemente a carattere
dimostrativo-propagandistico, lillegalità dei mezzi utilizzati, nel momento in cui,
ed a ragione, luso della violenza come dolorosa estrema ratio, viene
quantomeno giustificato nel caso ad esempio della lotta di liberazione nazionale in
Irlanda del Nord. Perché allora non dire chiaramente che se è un diritto inalienabile
dei popoli quello di chiedere la propria autodeterminazione politica è altrettanto un
diritto (e dovere) quello di opporsi a dei movimenti o partiti che si propongono di
arrivare alla creazione di realtà statali in cui si riproducono condizioni del tutto
compatibili e funzionali allimperante Ordine Mondiale? Questo sgombrerebbe da una
parte il campo da accuse, risibili nel caso della Padania, ma in altri certamente no, di
colonialismo interno; dallaltra ribadirebbe la necessità di non considerare gli
attuali confini statali come sacri e intoccabili e la loro messa in discussione come una
proposta reazionaria di per se stessa. Sarebbe soprattutto unopportunità -meglio,
una necessità - epocale, peraltro non ulteriormente differibile, per interrogarsi con
serietà sul piano politico (e culturale) sui fondamenti della nazione. Tanto per le
entità non statuali (Sardegna, Tirolo, Corsica, Bretagna, Occitania, Euskadi, Catalogna,
Galizia, Irlanda, ecc.), quanto per quelle statualistiche, da ridefinire nazionalmente,
come Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, ecc. (solo per limitarci ad una parte
dellEuropa). Riconsiderare, insomma, in una prospettiva radicalmente e
complessivamente liberatoria, la categoria di nazionalità e le relazioni (non
necessariamente in termini esclusivi di indipendenza statuale) tra la pluralità di
nazionalità esistenti, nellepoca dellimperialismo, per dispiegare in ogni
dove una potenzialmente vincente conflittualità anticapitalistica. Anche per
non portarsi dietro, nella costruzione possibile di un socialismo libertario o, a
prescindere da come la si voglia definire, di una società liberata e libera,
nodi irrisolti non meno rilevanti -e separabili- di quelli di classe.