QUALE "GUERRA UMANITARIA" NEL XXI SECOLO

Spiegare nei termini economicistici del controllo delle risorse -e quindi anche delle sue vie di trasporto- perché gli Usa abbiano voluto la "piccola" guerra del Kosovo, significa, secondo noi, fornire una lettura non solo riduttiva e fuorviante delle finalità dell’unico imperialismo oggi esistente, quello degli Stati Uniti, ma anche inattuale rispetto alle caratteristiche di novità della presente epoca. Diciamo "unico imperialismo" perché quello presunto europeo, men che meno italiano, non solo rimane attualmente un’astratta elucubrazione ipotetica priva di serio fondamento ma, semmai avesse manifestato qualche velleità, da questa guerra uscirebbe comunque fortemente ridimensionato, meglio, annichilito. Ora che i bombardieri hanno smesso di sganciare i loro carichi di morte "umanitaria", ora che i loro motori sono spenti in attesa che anche questa guerra incubi le condizioni per la prossima -giusta e benedetta- contro il nuovo mostro di turno, è necessario fare il punto -qui sinteticamente- sulla situazione che si è determinata. Il che vuol dire interrogarsi sulle ripercussioni che si sono prodotte in questa parte periferica dell’impero, in Italia, e in relazione al processo di unificazione europeo. Significa di conseguenza prendere coscienza su un che fare all’altezza dei tempi e della posta in gioco. Significa scardinare pregiudizi e luoghi comuni sul nodo cruciale della questione nazionale, che è una questione anche italiana, e valorizzarne le intrinseche valenze rivoluzionarie: opposizione radicale alla colonizzazione culturale, economica, politica; indipendenza nazionale; autodeterminazione politica effettiva; costruzione di uno spazio nazionale e sociale liberato e solidale.
Le operazioni in Jugoslavia hanno evidenziato la straordinarietà delle capacità operative e dello stesso divario tecnologico tra le forze aeree degli Stati Uniti e quelle dei paesi europei a volerli considerare globalmente, includendo -seppur indebitamente- anche la Gran Bretagna che da anni si muove, sullo scacchiere mondiale, come se fosse il 51° Stato degli Usa. Questo dato non lo si scopre certo con la guerra del Kosovo, perché Washington, con l’implosione dell’Urss e la fine della cosiddetta guerra fredda, aveva già chiarito il proprio ruolo di padrone unico del Nuovo Ordine Mondiale costruendo l’Hitler di turno Saddam Hussein e scatenando l’aggressione -tuttora in corso- contro l’Iraq. In questo senso il Kosovo richiama un copione già visto, e cioè che la preparazione di un conflitto, la sua costruzione mediatica, la stessa conduzione politica e militare stanno saldamente sotto il controllo della Casa Bianca, con la sola novità che la drammatica recita ha avuto non casualmente uno scenario europeo. La guerra del Kosovo non è stata una guerra europea che ha coinvolto loro malgrado gli Stati Uniti. Il principale risultato strategico della guerra del Kosovo è stato quello di dimostrare che l’Europa dell’euro non è in condizioni di insidiare l’egemonia politica, economica e militare del dollaro, che essa è e rimane una provincia, un land, una Eurolandia appunto, tributaria dell’impero a stelle e strisce.
Sia chiaro: non è una constatazione che lamenta la subalternità europea ed auspica un ruolo di potenza concorrenziale a quello statunitense. Si tratta di focalizzare i termini essenziali della realtà per capire come si può fare la propria parte per una progettualità comunque anticapitalista e, eventualmente senza distinguo alcuno, antimperialista. Una progettualità che -ne siamo fermamente convinti- non è affatto detto che sia da libro dei sogni.
La straordinarietà delle capacità operative e lo stesso divario tecnologico di potenza militare tra gli Stati Uniti ed i paesi europei consentono dunque di formulare un’osservazione elementare: chi ha la forza, ha voce in capitolo. Imperialisticamente, gli Stati Uniti l’hanno in modo sfacciato e l’avranno saldamente per molto tempo ancora. A livello mondiale, in questa fase -ripetiamo: prolungata- c’è quindi uno Stato che ha il monopolio della forza. Il meccanismo di struttura e funzionamento Nato è stato concepito e progressivamente affinato in modo tale che oggi, a partire dai gruppi di forze interarma multinazionali (il cosiddetto concetto Cjtf) passando ai mezzi di trasporto e fino ad arrivare al cuore delle leve di comando e controllo, l’Europa non è in condizioni di condurre nessuna operazione militare di media complessità. Può arrivare a farlo in proprio su commissione, cioè sotto supervisione logistico/tecnologica del Pentagono, quindi sotto la tutela politica della Casa Bianca, ma nulla più.
Si dirà: eppure nei paesi europei, Italia compresa, si discute della necessità di potenziare i propri apparati militari e sono le stesse sinistre al governo a parlare di assunzione più diretta di responsabilità in nome della sicurezza nazionale. In tal senso giungono dichiarazioni e atti che starebbero ad indicare la "volontà europea" di dotarsi di una credibilità militare e di una politica estera unitaria autonoma rispetto al partner d’oltre Oceano.
Ebbene, il punto è proprio questo: i discorsi e gli atti sull’ammodernamento militare parleranno pure europeo ma sono made in Usa. Ancora al vertice Nato di Washington, nell’aprile scorso, la Casa Bianca ha posto agli alleati, con più energia di quanto faccia da anni, due questioni strettamente connesse: 1. I paesi europei della Nato devono incrementare i propri bilanci della difesa anche per acquistare -si badi bene: acquistare- materiale militare made in Usa o comunque progettato, si trattasse complementarmente di altro "made in ...", per integrarsi in modo compatibile e operativo ai sistemi in uso alle forze armate statunitensi. Al vantaggio logistico/operativo si aggiunge una pesante sudditanza industriale e tecnologica nei confronti dell’alleato/padrone. 2. L’aumento delle spese militari deve adattarsi al "nuovo concetto strategico", indicato dagli Usa all’indomani dell’implosione dell’Urss, che esige per la Nato funzioni più ampie, più "estese" rispetto all’originarietà (fittiziamente, secondo noi) difensiva del Trattato. Nuove funzioni che Washington non ha nemmeno discusso con gli alleati, ma ha posto, nel Golfo e ancor più sfacciatamente in Bosnia, con la politica del fatto compiuto. Estendere le funzioni Nato significa voler essere operativi ovunque, pronti anche ad operazioni in simultanea su più fronti. E su quest’ultimo passaggio, per la Casa Bianca, si è di fatto ai nastri di partenza. Molto materialmente la morale della favola dice che agli Usa servono maggiori fondi ed interessa socializzare i costi, rastrellando risorse consistenti nelle proprie province. Un’esigenza che include un ulteriore vantaggio strategico: legare le economie concorrenti a spese di guerre produttive solo per l’economia statunitense.
Nello specifico, poi, la guerra del Kosovo non lascia solo morti e macerie, ma anche un salasso di costi e di effetti di lunga durata legati al mantenimento di centinaia di migliaia di profughi e alla ricostruzione e decollo economico di tutta l’area balcanica. La stretta creditizia voluta da Bruxelles con la fluttuazione di un’euro più caro sta lì a dimostrare il salasso tutto europeo che si riverbera nei singoli paesi membri.
Insomma, la libera concorrenza tra vassalli, per come sapranno essere in scia della potenza egemone in termini di apporto dato al conseguimento dei suoi obiettivi, è aperta.
In questo contesto si inscrive lo stesso passaggio delle Forze Armate al modello del volontariato integrale, che è progressivo in tutti i paesi europei, Italia compresa. Chi vede un attacco al principio della difesa popolare del territorio nazionale afferma una mezza verità. Innanzitutto, ma non è questa la sede, questo principio andrebbe calato nel contesto storico/politico della formazione strutturale di uno stato capitalista per analizzare di cosa effettivamente si tratti. Ma quel che qui ora conta è il punto sulla convenienza economica, che si vorrebbe surrettiziamente far passare. È vero esattamente il contrario. I costi a carico del bilancio della Difesa non si riducono ma si incrementano. Lo Stato, ogni Stato che voglia professionalizzare le proprie forze armate, è chiamato a farsi carico di un onere maggiore che presuppone una sua autorità anche nell’imposizione e prelievo di risorse. Altro che retorica sul venir meno delle funzioni degli Stati e delle frontiere, come si vorrebbe far credere con il concetto ideologicamente imperialistico della "globalizzazione". La bandiera della globalizzazione imperialistica a stelle e strisce reca una scritta che già sventola sul mondo: diritti umani. È la bandiera di sempre che giustifica aggressioni e massacri. Aggiungiamo di più: oggi l’appartenenza alla Nato non è più una scelta di campo ideologica essendo il quadro rimondializzatosi in termini capitalistici, ma è la garanzia migliore per coprire la violazione di diritti umani, sociali, nazionali, come illustra bene il caso dei kurdi.
In questo ambito l’Italia mantiene agli occhi Usa un’importanza fondamentale per ragioni geostrategiche. La sua collocazione geografica di crocevia di culture e di interessi ne fa un punto di riferimento logistico essenziale per l’estrema vicinanza ai potenziali fronti ‘caldi’ che si affacciano sul Mediterraneo o che sono comunque a ridosso. Washington ha quindi interesse che in Italia permanga questa struttura socio-economica-culturale quale garanzia di una stabilità funzionale alle sue direttrici. Dentro la Nato o quella bilateralità "nuova" nei rapporti tra Usa e Italia che taluni auspicano, l’elemento caratterizzante resta nei termini di una condizione di subalternità.
Oggi la contraddizione principale è tra una riscrittura radicale, anticapitalista, di liberazione degli interessi nazionali e la valorizzazione del capitale anche nella sua veste imperialistica. Quella lavoro salariato/capitale può avere un senso solo in quell’ambito, altrimenti rimarrà legata ad una richiesta di maggiore integrazione, di maggiori possibilità di reddito all’interno dell’ambito totalitario capitalistico. La cruna dell’ago resta quindi necessariamente la stessa. Senza l’assunzione di una prospettiva nazionalitaria, in termini di liberazione e di indipendenza effettive, qualunque discorso anticapitalista è condannato al velleitarismo. Prenderne coscienza è la premessa all’unica "guerra umanitaria" che val la pena combattere nel secolo che si sta aprendo.

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