PREPARARSI AI NUOVI SCENARI

 

Il peggioramento pressoché costante degli indicatori macro-economici e delle condizioni di vita di larghi strati della popolazione, con il conseguente malessere e malcontento verso «l’Europa», in crescita trasversale (anche) nella società italiana, fa sì che il passaggio dall’euro ad una valuta nazionale sia parte di scenari già oggetto di analisi in circoli politici, grande imprenditoriali e finanziari dentro e soprattutto fuori Italia. Analisi che cominciano ad investire tardivamente –ed in larghissima parte opportunisticamente, gattopardescamente– forze politiche e grandi mezzi di informazione.

 

Le elezioni regionali in Emila-Romagna e in Calabria hanno accentuato una tendenza già manifestatasi in altre tornate amministrative e ancor prima alle europee del maggio scorso: la delegittimazione politica, con il non voto (significativo in Emilia-Romagna), di larga parte della popolazione verso i partiti esistenti, determinando una forbice senza precedenti nella storia repubblicana. Quattro osservazioni: 1. la crescita percentuale del PD ostentata da Renzi è artificiale, effetto del fortissimo astensionismo; in termini di voti il PD arretra vistosamente e l'elettorato di centro sembra restare all'ombra di Renzi, pur dividendosi tra PD e propaggini di centrodestra ex berlusconiano. Il profilo smart e compulsivo di Renzi, allo stato, sembra arenarsi di fronte ad un disincanto di consensi; 2. il M5S registra flessioni anche vistose e complessivamente non cresce, non intercetta l’accresciuta area del non voto. La linea di tendenza pare essere quella dell’esaurimento della spinta propulsiva del Movimento (per effetto di una mancata crescita politica sul piano dei contenuti, dell’organizzazione, del radicamento effettivo nella società ed una certa involuzione sul piano comunicativo e delle dinamiche interne). Un ridimensionamento di consensi non (ancora, perlomeno) indicativo di un declino o tantomeno di un’implosione; 3. l'elettorato di centrodestra solleticato prima dalla 'rabbia' grillina, poi dal decisionismo renziano, mostra ora uno spostamento (più) a destra verso il lepenista Salvini. La Lega Nord, con il suo sovranismo liberista, svolta su posizioni no-euro seppure in modo superficiale e confuso, in tal senso direzionando il tutto in termini prevalentemente anti-immigrazione. L’investitura di Salvini come «il nostro goleador», da parte di Berlusconi, che dello stesso come possibile «leader» del centrodestra si candida ad essere «regista», potrebbe anticipare un gattopardesco riposizionamento anche su questo versante in vista della nuova fase che si va ad aprire; 4. l'elettorato di sinistra in parte si sposta anch'esso verso la Lega, in parte (maggiore) si astiene. È questo l'esito di una riconfermata sfiducia verso le sue potenziali rappresentanze che, scollate dalla realtà, lontane anni luce dalla comprensione delle cause sottostanti le politiche di «austerity» imposte dalla filiera euroatlantica UE-BCE-FMI, mostrano tutta la loro inadeguatezza ed insensatezza politica. Si oscilla, in maniera incomprensibile ai più, tra un’evocata disobbedienza ai Trattati e visioni oniriche alter-europeiste di Stato continentale, con entrambi i poli privi di una chiara ed incisiva indicazione di una tabella di marcia, surrogata da elucubrazioni astratte ed inconcludenti. Non stupiscono quindi la modesta aggregazione di consensi e la marginalità politica, nonostante una crisi conclamata e aggravantesi offra potenziali enormi spazi.

 

Sulla questione decisiva dell’Unione Europea e dell’euro, questione dirimente rispetto a tutto il resto, è evidente che l’acuirsi della crisi indotta sta determinando riposizionamenti. Sul versante sociale vi sono segnali di una radicalizzazione a destra di settori crescenti a reddito medio e basso nonché di piccola e media imprenditoria che dal vecchio blocco berlusconiano si stanno aggregando a quello ancor più aggressivo e liberista rappresentato dalla Lega. Il perdurare della crisi, in assenza di un’offerta politica ‘altra’, non potrà che accentuare questa linea di tendenza. Rivendicare solo l’uscita dall’euro significa farlo da posizioni neoliberiste e spezzare una saldatura sociale più ampia, allontanare settori sociali di cui sopra da un fronte sovranista e indipendentista democratico e indirizzarlo su un binario morto. Un’uscita neoliberista dall’euro, peraltro, non è percorribile per via autonoma, ergo significherà aggregarsi al carro tedesco o, più prevedibilmente, a quello statunitense, per il pervasivo dominio esercitato a tutto campo da decenni nel nostro Paese. Sul versante politico, il gattopardismo investe non solo la Lega, ma anche Renzi e Berlusconi. Lo stesso M5S, con la raccolta firme in vista di un referendum consultivo sull’euro, sembra cerchi un riposizionamento non ancora chiaro e conseguente, però sulle questioni di cui sopra.

Ora, un’uscita neoliberistica dall’euro e così, per giunta, permanendo la subalternità atlantica, significa che nulla cambierà. Proseguirà la flessibilizzazione del mercato del lavoro, il contenimento e la svalutazione di stipendi, salari e pensioni, l’invasività dei mercati finanziari e delle multinazionali.

Serve un’uscita non purchessia, ma un certo tipo di uscita. O su questo s’investe da subito, o un’uscita finta rischia di farci precipitare in un baratro sostanzialmente analogo. Serve un’uscita che implichi un riorientamento dell’indirizzo politico ed una grande alleanza sociale in vista di ben diversi rapporti di società. Per questo un ritorno alla sovranità monetaria comporta non solo l’uscita dalla UE, la rescissione di tutti i Trattati europei, ad esempio per mettere da subito sotto controllo di Stato i movimenti di capitale e delle merci e avviare un processo di nazionalizzazione dei comparti strategici (reti energetiche e idriche, ricerca, industria, farmaceutica, comunicazioni, trasporti, viabilità, rifiuti, ecc.), ma anche l’adozione di misure di emergenza che caratterizzino già il tipo di società che si prefigura. Quindi, ad esempio, introduzione di meccanismi di protezione dei redditi (indicizzazione di salari e pensioni; amministrazione di alcuni prezzi base, ecc.), diritto sociale al lavoro e alla casa, rilancio delle politiche sociali, riscrittura dei rapporti di lavoro, con ripristino dei contratti collettivi, riqualificazione del settore lavorativo pubblico, eccetera. Insomma, un approccio anti-neoliberista ed un recupero effettivo della Costituzione italiana del 1948.

Per questa prospettiva di Italia sovrana ed indipendente, con relazioni internazionali da ridefinire e riorientare, Indipendenza sta facendo la sua parte e chiama al sostegno e alla militanza politica.

 

Indipendenza

20 dicembre 2014