FUORI DALLA GABBIA DELL'EURO E DELL'UNIONE EUROPEA. PER LA SOVRANITÀ E LA LIBERAZIONE

 

E' stata definita «colpetto di Stato» la nomina a senatore di Mario Monti, nemmeno mai eletto, da parte del presidente di Italy-land, l'atlantista di ferro Giorgio Napolitano, pochissimi giorni prima di conferirgli l'incarico di governo. Il commissariamento euroatlantico dell'Italia si è cosi palesato in modo sfacciato, sostituendo un esecutivo di destra con un altro ancora più a destra quale quello guidato da Monti. Il punto di non ritorno nell'affidabilità sino a quel momento conferita, obtorto collo, a Berlusconi dai dominanti euroatlantici si ha con la lettera ultimatum del 5 agosto a firma Trichet-Draghi (Banca Centrale Europea – BCE). Questa missiva, non casualmente accompagnantesi con l'ondata di attacchi speculativi sul nostro paese, prescriveva al governo italiano ulteriori e ulteriormente più pesanti misure da prendere, fissandone perentoriamente anche i tempi («entro la fine di settembre 2011»). Quelle direttive oggi sono tutte nel programma di governo di Monti: piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali, attraverso privatizzazioni su larga scala, e dei servizi professionali; fine del contratto collettivo nazionale di lavoro, legando salari e condizioni di lavoro alle esigenze d'impresa; licenziamenti più facili; per il bilancio in pareggio nel 2013, tagli di spesa intervenendo «ulteriormente sul sistema pensionistico» e con una «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi»; clausola di riduzione automatica del deficit con «tagli orizzontali sulle spese discrezionali»; una «riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio»; una «revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese» e che diventi «sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione)»; «abolire o fondere alcuni strati amministrativi intermedi» (come le Province).

 

La non piena ottemperanza dell'esecutivo Berlusconi a tali direttive da lacrimogeni e sangue ha accelerato i tempi per il suo defenestramento. A quel punto si è fatta diretta la direzione politica euroatlantica, sotto parvenza 'tecnica' (economisti, banchieri, un ammiraglio della NATO a ministro della "Difesa", l’ex ambasciatore in USA ed Israele a ministro degli Esteri…). Con provvedimenti da ragionieri, questo governo peggiora la linea del predecessore. Tutta la declamata 'professorialità' di questi sedicenti "tecnici"? Tagli, balzelli e gabelle! Perché è questo che chiede in ultima istanza l'Europa: ragionieri che ratifichino decisioni oggettivamente anti-nazionali prese 'altrove', fuori dai luoghi di rappresentanza democratica di questo paese.

L'alternanza di ragionieri euroatlantici italoparlanti da vent'anni a questa parte ha mostrato che, al dunque, le oligarchie politiche e finanziarie di riferimento procedono tutte nella stessa direzione, salvo contendersi
anche ferocemente privilegi e rendite di posizione derivanti dall'essere figure di riferimento delle oligarchie dominanti di Bruxelles, Francoforte, Washington.
Se si sta dentro le linee d'indirizzo neoliberiste dell'asse USA-UE, se non ci si scrolla dalla condizione di commissariamento cui ci hanno portato decenni di politiche europeiste, qualunque esecutivo s'insedi a Palazzo Chigi non potrà che ridursi a fare conti da ragioniere conto terzi. In un'ottica esclusiva di tagli, di smantellamenti di diritti, di svuotamento e cessione dei residui pezzi di sovranità nazionali, di abbassamento progressivo ed in prospettiva radicale delle condizioni di vita, di una vita degna di essere vissuta.
E' il destino inevitabile di ogni paese che accetti/subisca la subalternità, la sudditanza, il commissariamento.

Il sistema sociale di tipo capitalistico, che ha contrassegnato l'Italia post bellica e che ha cominciato ad incrinarsi a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, è entrato in una dimensione capitalisticamente nuova man mano che, in concomitanza con l'implosione dell'URSS, il già avviato proceso integrazionista euroatlantico è stato fatto accelerare nelle dinamiche correlate di Unione Europea ed introduzione dell'euro. Stiamo sempre più entrando in una dimensione dei rapporti sociali e di (sotto)produzione di tipo americano, con la differenza in negativo e penalizzante di essere tra le sue periferie. L’orizzonte dei prossimi anni è la depressione.

E' tutto da vedere se i referenti al governo che, su commissione esterna, hanno scoperchiato il vaso di Pandora del sistema di produzione e di relazioni sociali di questo paese abbiano ben chiaro dove stiano andando. Grandi turbolenze si prospettano all’orizzonte. Come però conferma il caso della Grecia, dove anche il più combattivo dei movimenti sindacali non riesce a strappare risultati significativi, il malcontento, più in generale la lotta sociale, ha bisogno di uno strumento politico, di una strategia politica, di obiettivi politici. Innanzitutto di una chiara ed esplicita rivendicazione della sovranità. Quindi di idee, di progetti di società che si articolino nel durante e nell'articolazione di rivendicazioni e lotte concrete. Consapevoli, però, che senza sovranità non ci sarà mai la possibilità di scegliere e decidere pienamente alcunché.

 

 

E' certo che l'Unione Europea e l'euro nascono come progetto di lunga data degli Stati Uniti (cfr. Unione Europea a stelle e strisce, n. 19-20 “Indipendenza”). Un progetto finalizzato (assieme al “Piano Marshall”, nel 1948-1952, e alla NATO dal 1949) ad ancorare politicamente, economicamente, culturalmente e militarmente agli USA gli Stati europei. Promotore dell’“ideale europeo” fu il Comitato Americano per l’Europa Unita (American Committee for United Europe, ACUE), creato nel 1948 e diretto da capi dei servizi segreti USA. L’ACUE fu il maggior finanziatore dei “padri fondatori dell’Europa” come Jean Monnet, Robert Schuman e Paul Henri Spaak, e del Movimento Europeo, una piattaforma di coordinamento di organizzazioni europeiste creata dopo il congresso di Hague del 7-11 maggio 1948 che, nelle risoluzioni finali, auspicò la formazione di «un’Unione Europea politica ed economica» connotata da liberalizzazione dei movimenti dei capitali, coordinazione delle politiche di bilancio e del credito, unificazione valutaria.

 

Le crisi in Irlanda, in Portogallo, in Grecia, in Spagna, in Italia hanno la funzione di spingere decisamente proprio verso quella centralizzazione delle politiche di bilancio e finanziarie (Trichet, ai primi di giugno scorso, ha proposto la creazione di un ministero ad hoc), sostenuta con forza anche dall’amministrazione Obama, nonché verso lo smantellamento dei residui strumenti e asset strategici di sovranità statuale.

Queste crisi hanno però convogliato appetiti speculativi che perseguono anche interessi congiunturali propri e a breve termine. Gli interessi della finanza non sono solo rivolti agli asset e patrimoni, ma si esplicano anche nel capitale che si può movimentare nei nanosecondi delle operazioni borsistiche e speculative telematiche a creare crisi e a lucrare su esse. Che i fondamentali dell'economia capitalistica siano guasti, lo prova comunque il fatto che, nello scenario dell'Unione Europea, l'imposizione dell'euro, con le politiche con cui si è accompagnato, ha rappresentato per l'Italia l'equivalente della politica di dollarizzazione, statalizzazione del debito privato e finanziarizzazione-internazionalizzazione del debito pubblico imposta dal "Washington Consensus" a paesi dell'America latina come Argentina, Ecuador, Perù, eccetera.

La cura-Monti ispirata ad un liberismo euroatlantico senza freni di spoliazione sociale e politiche recessive ci avvicina ad un crack di tipo greco, non ce ne allontana. Il rigore di bilancio/l’impoverimento generale in termini di risparmi, investimenti, produzione porterà magari ad una prima entrata di liquidità in cassa, ma poi inevitabilmente a un calo della crescita economica. Con relativo aumento del rapporto tassi d’interesse/crescita che, insieme al crollo dei redditi familiari e d’azienda (quindi calo del gettito fiscale in imposte e tasse), significano più deficit. Questo dimostra quindi che, dietro lo spauracchio del debito da pagare pena il default, si stanno facendo passare politiche che mirano ad abbassare drasticamente il tenore di vita della popolazione e a facilitare dismissioni, privatizzazioni di portata colossale. Una stangata che demolirà l'economia italiana, distruggerà lo Stato sociale e porterà alla svendita al grande capitale, in particolare estero, dei servizi pubblici e di quelli “professionali” e di tutto l'apparato industriale pubblico. Si gioca su un equivoco di fondo, perché se è possibile per un'azienda dichiarare fallimento e vedere i propri beni pignorati, altrettanto non vale per uno Stato. Questi può essere anche insolvente, ma non può fallire non essendo proponibile un corrispettivo internazionale del tribunale fallimentare contro degli Stati sovrani e di conseguenza non ci sono sigilli e non c'è pignoramento. Uno Stato può essere trattato come se fosse un'azienda fallita solo se le sue classi dirigenti sono conniventi nella dismissione di poteri sovrani ed allora un paese finisce sotto tutela, commissariato. Uno Stato sovrano può quindi decidere, come è successo nella Storia, di dichiarare default, sulla base di un calcolo costi-benefici.

Ciò non significa che non ci siano conseguenze e costi. Significa solo che la drammatizzazione che viene dispensata a pieno regime serve a legittimare la necessità di un certo indirizzo di politica economica e sociale oggi sostenuto dall’asse Draghi-Napolitano-Monti-Bersani-Berlusconi.

Le oscillazioni dello spread, il differenziale tra rendimento dei Btp italiani e bund tedesco, ora in calo ora in impennata senza freni, comunicano il messaggio che siamo alla mercé dell'estrema destra sovranazionale imperiale euroatlantista Tesoro USA-FMI-BCE-UE. Che non pone limiti alla spoliazione sociale e di beni e asset di Stato su cui mettere le mani, ad ulteriori salassi finanziari e macellerie sociali, con un debito che ciò nonostante è continuato a crescere. La Bestia, ora che le è stato consentito di scatenarsi, non ha alcuna intenzione di fermarsi. Vuole tutto, costi quel che costi. E Monti e chi lo sostiene hanno la sfacciataggine di parlare agli italiani, dicendo di agire in nome degli "interessi nazionali"...

 

Siamo in un passaggio storico. L'euro ha ingessato le economie dei paesi europei e creato squilibri, condizionamenti, dipendenze, di cui ora stanno facendo le spese i “debiti sovrani”. Dal 13 dicembre è già entrato in vigore il cosiddetto “Six Pack”, pacchetto di misure sulla “governance economica europea”, che prevede multe pesantissime per i Paesi che non rispettino la regola del deficit annuale al 3% e non abbattano il debito pubblico al 60% del PIL (l'Italia è circa al 120%). Chi ha portato il paese in queste condizioni ha in serbo solamente un futuro di sacrifici e sofferenze.

Dalle fibrillazioni si arriverà agli sconvolgimenti. Questione di tempi. Questa costruzione geopolitica euroatlantica, barcollando, produrrà conflitti sociali e rovesciamenti di regime e anche vuoti politici che saranno occupati.

 

L'alternativa allora è non indirizzare questi sacrifici al "pagamento del debito", che è pensato per essere insanabile, bensì fare come l'Argentina nel 2001 che, in condizioni analoghe alle nostre, senza nemmeno rivoluzionari mutamenti sociali interni, decise di uscire dal sistema di dollarizzazione e del debito estero, affrontò durissimi sacrifici ma dopo due anni si era già rilanciata nella sua crescita capitalistica anche grazie ad una ridefinizione delle alleanze di politica estera. Saldando nel 2006 i loro debiti con il FMI. In altri termini è sempre più urgente porre al centro dell'agenda politica un cambiamento di rotta: riconquistare la sovranità monetaria; ridiscutere il debito (dalla necessità di tutelare il piccolo risparmio alla corretta valutazione di tutti gli effetti economici del default, al non sottostare al diktat del pagamento del debito e dei suoi interessi ai grandi investitori stranieri che hanno attualmente in mano intorno alla metà dei titoli del debito pubblico italiano); mettere in campo misure protezionistiche in campo finanziario (ad es. forme di controllo diretto sul credito e barriere amministrative al movimento di capitali verso l'estero e regolamentazioni sui movimenti di capitali in entrata) e commerciale; nazionalizzazione e/o ri-regolamentazione, per finalità realmente nazionali, della Banca d’Italia, del sistema bancario e assicurativo, delle grandi imprese e settori strategici; difendere gli interessi sociali delle classi e delle categorie sociali di questo paese vessate e dominate; rifiuto delle guerre euroamericane, nuove linee di politica estera (interessi nazionali su basi di cooperazione paritaria) e di politica economica e sociale (fuoriuscita dal liberismo). Senza riprenderci la sovranità, non si vede come se ne possa uscire, come si possano ricostruire le condizioni per permettere una nuova politica sociale in materia di previdenza, sanità, scuola, eccetera. E questo vuol dire uscire dall'Unione Europea, anticipando una tendenza che si rivelerà inevitabile, quella della disgregazione dell’Unione monetaria. Sacrifici per sacrifici, che siano per la nostra Patria, per una prospettiva di liberazione, per nuovi rapporti sociali e di produzione, non per un'oligarchica Unione Europea destinata al fallimento. Aprendo opportunità per un cambiamento dei modi di funzionamento di questa società.

 

Indipendenza
26 dicembre 2011