SPECULAZIONE FINANZIARIA, DEBITO ESTERO, SUDDITANZA ATLANTICA:

BANCAROTTA O USCIRE DALL'EURO E DALL'EUROPA?

 

La scaglionatura della manovra finanziaria («perché l'Italia non finisca come la Grecia», minacciano i monetaristi euroatlantici e riecheggiano i servi 'bipolari' nostrani con annessi gazzettieri) taglia poco nel biennio 2011-2012 e concentra il grosso nel biennio 2013-2014. Una scelta dettata da ragioni di tenuta interna del governo (con l'asse Berlusconi-Lega che prevale sulla linea ultraeuropeista e ultraliberista di Tremonti) e di opportunismo pre-elettorale, non certo da contrarietà e tantomeno opposizione alla catena di comando estera (euroatlantica) che condiziona la vita nazionale e sociale (anche) di questo paese. L'ondata di attacchi speculativi abbattutasi sul paese è stata la risposta dei cosiddetti "mercati", che ha indotto ad una convergenza trasversale dell'apparato (politico, istituzionale, sindacale, ecc.), con il deciso intervento dell'atlantico Napolitano, nell'adozione immediata di una manovra nell'insieme pesante e ad un suo rafforzamento su tutto il quadriennio, ispirata ai desiderata dell'asse euroatlantico Banca Centrale Europea – Fondo Monetario Internazionale (BCE-FMI). Per evitare turbative sociali si tace che, dal 2015 in poi, saranno necessarie ulteriori manovre di tagli&affini nell'ordine di parecchie decine di miliardi ogni anno. Già si prevede una mega operazione di ulteriori privatizzazioni (Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e migliaia e migliaia di aziende municipalizzate), che il centrosinistra ha già detto di essere pronto a sostenere con grande gioia della speculazione. Con tassi di interesse in salita e gli scarsi livelli di crescita, il loro risanamento del bilancio è impossibile entro la data fissata del 2014, e non si vede come si possa realizzarlo anche in anni futuri, considerando sia la prospettiva delle misure da rientro del debito del nuovo patto di stabilità ("Euro plus") dell’Unione Europea deciso a marzo, che prevede cure da strozzini, sia il pieno dispiegarsi del federalismo. Dal 2012 ci si troverà di fronte ad una macelleria sociale di dimensioni mai viste e protratte nel tempo.

A fine giugno la stessa Corte dei Conti ha affermato che in Italia la spesa pubblica è ormai stata già tagliata al limite delle possibilità di funzionamento del sistema. Insomma, l'Italia è sull'orlo della bancarotta finanziaria del suo sistema economico e i rischi che si finisca come la Grecia sono alti. A questo si sta arrivando grazie all'euro, ai diktat di BCE-FMI, alla speculazione e alle "agenzie di rating" (principalmente americane, del paese più indebitato del mondo che giudica il debito altrui) che, quando tagliano con i loro "outlook" (previsioni) il "rating" (solvibilità) di uno Stato, accrescono il tasso di interesse richiesto dagli attori finanziari per acquistare titoli del debito pubblico di quello stesso Stato, ne accrescono l'instabilità e in tal modo il rischio di bancarotta, fungendo da apripista ed essendo anche tra i beneficiari dei profitti speculativi. Segnalano alla speculazione dove colpire e all'occorrenza 'proteggono', come nel caso del fallimento della Enron o di Lehman Brother's, quando le valutazioni sino alla vigilia del "crack" erano di altissima affidabilità.

 

Alla bancarotta si sta arrivando anche per responsabilità del ceto politico ed istituzionale di questo paese che ha concorso nel tempo a svendere la sovranità nazionale.

Centrodestra e centrosinistra sono due facce, fittiziamente confliggenti, della stessa medaglia. L'essenza li accomuna: neoliberismo, servilismo all'asse monetarista-neoliberista BCE-FMI, bellicismo ascaro all'imperialismo dominante di Washington, con tutto quel che ne consegue, a tutto campo, in termini di negazione degli interessi realmente nazionali e di fattivo disinteresse delle stesse condizioni di vita delle categorie sociali dominate di questo paese. Ora, da molto tempo questi (sub)dominanti ascari nostrani stanno riecheggiando la voce dei padroni (anche) di questa nazione: sanare il debito, mettere i conti in ordine, arrivare al pareggio di bilancio.

 

La forzosa disciplina di bilancio, derivante dagli obblighi europei codificati nel Trattato di Maastricht, fu invocata e giustificata per frenare l’incontenibile impulso, anche per interessi personali e clientelari, all'aumento continuo della spesa pubblica.

Eppure, dopo anni e anni di profonde controriforme strutturali in tutti i principali campi della spesa sociale (dalla sanità alla previdenza, dall’assistenza alla scuola) ci ritroviamo con un debito pubblico ancora più elevato rispetto a quello del 1990. In nome del «risanamento» sono vent'anni che centrosinistra e centrodestra si sono alternati nel contrarre pesantemente il livello di protezione sociale dei cittadini, nell'operare gigantesche operazioni di dismissioni del patrimonio immobiliare degli Enti pubblici, nello smantellare progressivamente la presenza dello Stato nei settori produttivi, nel ridurre drasticamente i programmi di investimento pubblico nella realizzazione di infrastrutture, nell’ammodernamento tecnologico della pubblica amministrazione, nella riqualificazione ambientale del territorio, nelle politiche di sviluppo del Mezzogiorno, nel ridimensionare in modo significativo il numero dei dipendenti della Pubblica Amministrazione e le loro remunerazioni. Niente. Si sta peggio di pirma.

Se a questo aggiungiamo che, nell'arco di questo stesso tempo, lo Stato ha visto salire enormemente le entrate attraverso condoni di varia natura –ivi compreso il rientro dei capitali portati all’estero–, aumento della pressione fiscale, incremento crescente dei controlli della guardia di finanza per contrastare evasione ed elusione fiscale, e incassato attraverso il fisco molto di più di quanto ha speso per fornire beni e servizi di ogni tipo ai cittadini, perché il debito –anziché scendere, azzerarsi– è cresciuto e continua a crescere? Perché il problema sta non tanto nell'entità del debito pubblico quanto nella connessa spesa per interessi, inestinguibile, autentico buco nero alimentato dalle dinamiche fondomonetariste dell'euro e del processo d’integrazione europea. Un debito estero destinato a crescere sempre più e, allo stato, cinque volte superiore a quello della disastrata Grecia.

Di tutto questo però non si parla.

Come fumo agli occhi (chiamasi: propaganda) si punta il dito su sprechi, corruzione, assistenzialismo, clientelismo quali cause prime cui rimediare con duri sacrifici. Che esistono, ma sono epifenomeni, cause di superficie, consustanziali per eccellenza alla logica capitalista prima ancora che alla natura umana. Serve ad imbonire i dominati. A convincerli che la macelleria sociale è necessaria, altrimenti si spiana la strada per la speculazione, come quella che sta conoscendo l'Italia. Ma non è lì il cuore del problema. Del resto, se fossero semplicemente i deficit e le cattive amministrazioni pubbliche a spiegare gli attacchi della speculazione finanziaria, ci si dovrebbe chiedere come mai questa non colpisca gli Stati Uniti, il cui debito pubblico è ineguagliato, e come mai gli attacchi si dirigano contro l'Italia o la Grecia e non contro la California, uno stato americano in conclamata bancarotta da anni! Per capire perché e dinamiche, è necessario andare a vedere le politiche legate strutturalmente e permanentemente all'imposizione dell'euro, di cui il cosiddetto "Patto di Stabilità" è parte decisiva, ed il collegato meccanismo dell'impennamento del debito estero che la moneta unica europea ha innescato, a fini di inestinguibile permanenza e quindi di dipendenza (anche) finanziaria, con la logica combinata di prescrizioni politiche e di pagamenti degli interessi sul debito.

 

Se i cittadini si indebitano con il proprio Stato, sottoscrivendo titoli statali (situazione vigente in Italia fino a qualche decennio fa), il debito pubblico è contemporaneamente un credito pubblico. La passività dello Stato diventa allo stesso tempo attività per tutti i “cittadini” –dal piccolo risparmiatore agli istituti industriali e finanziari– possessori di titoli di Stato. Il pericolo di bancarotta lascia il tempo che trova: non si è mai visto, infatti, uno Stato che va in fallimento nei confronti di propri cittadini od imprese. La pratica dei rimborsi di titoli pubblici ha mostrato che lo Stato si può in teoria indebitare all’infinito rinnovando ad ogni scadenza il debito con i propri “cittadini”. Utilizzando il ricavato derivante dall’emissione di nuovi titoli, può estinguere quelli vecchi. Se consideriamo poi che, emettendo titoli, ci si impegna semplicemente a rimborsare una determinata somma di denaro, la Banca Centrale può creare, stampare, il denaro occorrente. Questa creazione di moneta, ora vietata dalle normative di Maastricht, può causare inflazione, ma il rischio di bancarotta è escluso. Quindi, se i titoli di uno Stato effettivamente sovrano sono sottoscritti da suoi cittadini, il debito pubblico non è né un peso economico, né rappresenta un pericolo per l’economia nazionale. Il discorso cambia completamente se il debito pubblico viene contratto con investitori esteri. Questo si configura non più come credito pubblico, ma come debito estero.

 

La liberalizzazione dei movimenti di capitale, obiettivo fondamentale dei Trattati europei, oltre ad aver avviato la crescita esponenziale del rapporto Debito pubblico/PIL, ha aperto ampi spazi predatori agli investitori esteri, liberi di investire e disinvestire senza restrizioni. La posizione debitoria netta verso l'estero dell'Italia, praticamente nulla all'ingresso dell'Italia nello SME, è andata progressivamente crescendo proprio negli anni successivi. Le conseguenze derivanti dal processo d’unificazione europea sono analoghe a quelle scaturenti dai cosiddetti "programmi di aggiustamento strutturale" del Fondo Monetario Internazionale (FMI) negli Stati ad esempio dell’America Latina o del sud-est asiatico o dell'Africa. Programmi con cui tali Stati, costretti ad accedere ai prestiti-usurai del FMI, si sono visti rimodellare in profondità ed in peggio gli elementi portanti del proprio sistema economico.

Molte delle condizioni politico/economiche che il FMI –istituto fattivamente operante nel quadro degli interessi statunitensi– ha imposto con tali programmi, sono veicolate qui con il processo d’unificazione europea:

- imposizione di vincoli sul disavanzo di bilancio (comportanti anche il taglio degli investimenti pubblici, l’abolizione dei sussidi e delle sovvenzioni per le imprese statali e lo smantellamento dello Stato sociale);

- abolizione di controlli di Stato sull’economia;

- liberalizzazione dei movimenti dei capitali finanziari privati;

- “indipendenza” della Banca Centrale dalle autorità politiche;

- privatizzazioni dei servizi pubblici e dei settori strategici;

- deregolamentazione di prezzi e tariffe;

- libertà d’azione per le grandi multinazionali industriali e finanziarie estere.

 

La globalizzazione finanziaria, promossa dagli USA a partire dagli anni Settanta, ha trovato il suo canale di diffusione –e di infezione– in Eurolandia proprio grazie a quel processo di integrazione dei mercati finanziari internazionali e di ristrutturazione della governance delle grandi banche promosso dalle normative europee sotto gli auspici di Washington.

La trasformazione delle banche da enti con finalità di sviluppo economico ad imprese con finalità di profitto; il passaggio da una finanza legata al territorio e caratterizzata nazionalmente, ad una “orientata al mercato”, acquirente e/o distributrice al pubblico di prodotti finanziari anche concepiti all'estero, ad alta redditività/rischio; la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la deregolamentazione finanziaria e lo smantellamento di controlli di politica valutaria e del credito (tra questi il ricorso alla leva delle svalutazioni competitive per alleviare lo stato dell'economia interna); l'affidamento della gestione delle aste di titoli di Stato alle grandi banche internazionali; la cessione della sovranità monetaria e le reciproche (inter)dipendenze finanziarie: sono tutti elementi –e tappe imposte dal processo d'integrazione europea– che non possono essere tralasciati nel capire come è maturata la "crisi" greca, e come (anche) in Italia potrebbe esplodere da un momento all'altro, ad arbitrio degli interessi politici e speculativi atlantici.

Non è dunque vero che ci vuole più Europa per fronteggiare i mercati; anzi sono state proprio le "regole" imposte dall'Europa che già c'è ad aver permesso lo scardinamento assoluto del sistema di protezioni degli Stati per mano degli speculatori d'oltre Oceano. Quale “insolvenza” rischia uno Stato indebitato nei confronti dei propri cittadini piuttosto che verso gli investitori esteri e dotato della facoltà di battere moneta emettendo credito sovrano per finanziare il proprio debito pubblico? Quale fallimento rischia uno Stato che utilizzi l’inflazione e la spesa in disavanzo, nei conti pubblici, per far fronte ai bisogni sociali, che ricorra alla svalutazione della propria moneta nei confronti delle altre al fine di rendere competitive le esportazioni? Quale bancarotta rischia uno Stato che abbia il controllo diretto del credito, i finanziamenti della sua Banca centrale e la capacità d'intervento sui movimenti di capitale, anche al fine di ridurre la spesa per interessi sul debito pubblico?

 

Con lo smantellamento di pezzi decisivi di sovranità economica e finanziaria, con il peggioramento drastico delle condizioni sociali di vita, avvitata in una spirale perversa di bassa crescita del PIL ed elevati disavanzi statali, l’Italia si ritrova sempre più tra le braccia di istituti finanziari esteri a dominanza statunitensi.

Scrollarsi di dosso anche le forme della dipendenza finanziaria ed economica è quindi parte ineludibile di un più ampio progetto nazionale di indipendenza politica da mettere all'ordine del giorno. Prendendo in tal senso esempio dall'Islanda che, in bancarotta nel 2008, con un referendum nel marzo 2010 ha visto il 93% degli islandesi dire no alla legge che prevedeva il rimborso del debito. Oggi l'Islanda si sta riprendendo dalla terribile crisi economica in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile: niente salvataggi da parte di BCE o FMI, niente cessione della propria sovranità, ma un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Non riconoscimento del debito, sospensione unilaterale del suo pagamento, uscita dalla UE e dall’euro: questi i punti che i fatti sempre più porranno all'attenzione di chi voglia cambiare lo stato di cose presenti. Il referendum del 12-13 giugno scorso, dopo una straordinaria campagna di sensibilizzazione sociale che ha attraversato ogni angolo dell’Italia, ha visto la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto esprimersi per l’uscita dell'acqua dalla logica dei profitti e della speculazione. In maniera dirompente, per la prima volta dopo decenni, si è registrata la prima vera sconfitta delle politiche liberiste in questo paese. La manovra finanziaria "europea", che la sudditanza all'asse euroatlantico BCE-FMI ha portato a ratificare, e quanto ancora di ulteriore e di pesante continuerà ad essere imposto lungo quella direttrice, ha bisogno della risposta di quella maggioranza, di un salto di qualità nell'elaborazione e nella pratica politica. L'alternativa che sempre più i fatti stanno ponendo in evidenza, con semplicità e chiarezza, è infatti: sudditanza (con tutto quel che ne consegue) o sovranità nazionale (con tutto quel che ne consegue)? Barbarie o socialismo?

 

Indipendenza

25 luglio 2011