RIVOLTE SOCIALI E INDIPENDENZA / SOVRANITÀ NAZIONALE

 

Le manifestazioni che si susseguono nel paese esprimono la disperazione di un'assenza di futuro, di una sensata prospettiva di vita, ben più che una semplice sfiducia di diffusi strati sociali, peraltro non solamente studenteschi. Il fatto che la carica protestataria sia connotata da un impasto di non chiarezza di progetti e di direzione è evidente. Ancor più la diffusa non consapevolezza dei nodi di fondo all'origine di questa crisi, che non è come tante altre, che è figlia delle dinamiche economico-finanziarie che rimandano alle prescrizioni euroatlantiche di Bruxelles, alle speculazioni finanziarie, alle condizioni che il modello anglosassone ha posto nella sua competizione globale.

Il valore di questo variegato movimento di protesta sociale, sostanzialmente privo di referenza o sponda politica istituzionale, è comunque in sé nonostante i suddetti limiti. Permarrà se acquisirà un profilo politico robusto e svilupperà un'autonomia che non lo renda strumento della frazione (interna al sistema) sedicente di sinistra, anti-berlusconiana per necessità formale di marketing, di auto-sponsorizzazione. In queste settimane non sono mancate spinte ad una strumentalizzazione in tal senso di certe lotte sociali e politiche con l'amaro, indignante paradosso di vederle utilizzate nel gioco di specchi di una delle due compagini fintamente (sulle questioni di fondo) contrapposta all'altra.

La risicata fiducia parlamentare ottenuta il 14 dicembre scorso dall'amministrazione Berlusconi, se consente al suo esecutivo di essere ancora di mano, di contrattare cioè da posizioni di limitato vantaggio un prolungamento di auto-sopravvivenza, amplifica però il dato, da tempo evidente, che il berlusconismo politico (non quello culturale sussunto dall'anti-berlusconismo che gli è uguale e contrario) è sempre più vicino al capolinea. Ciò nonostante, dall'altra parte, non si vede non si è mai vista una strategia alternativa. L'anti-berlusconismo è, dalle sue origini, assenza di una progettualità alternativa mascherata dall'essere contro qualcuno, con parole tanto più urlate quanto più il vuoto di contenuti è manifesto. Insomma, la quintessenza dell'americanizzazione della politica, con tutti gli effetti a cascata conseguenti. Vent'anni di avvicendamenti governativi hanno del resto sempre palesato, nei fatti, l'intercambiabilità su una comune e condivisa direttrice euroatlantica, subalterna ed antinazionale. Il berlusconismo, in voga da 20 anni, è un alibi per non individuare le contraddizioni sociali e politiche del mondo in cui viviamo. E questa è la stoccata mortale inferta dall'uscente (per ragioni politiche e anagrafiche) Berlusconi. Il berlusconismo è vergognoso, l'anti-berlusconismo lo è ancora di più, e non solo perché serve a concentrare il fuoco e gli interessi degli sciocchi verso la figura demodée di questo barzellettiere miliardario.

 

La mediocrità dei poli politici istituzionali è solo la parte subalterna del problema. Se l'insensatezza della non politica interna italiana spadroneggia e non perde occasione per manifestarsi, è sull'individuazione delle cause fondamentali e degli indirizzi politici da perseguire che sfuggono i più, tra chi vi si oppone con fondatezza di argomenti. La crisi indotta, strutturale, del nostro paese s'inscrive nella filiera della crisi altrettanto indotta che vede sprofondare la Grecia. La partita di giro strategica che si sta giocando si chiama governance economica europea, cioè il cosiddetto nuovo Patto di stabilità.

Dentro ci sta un rafforzamento dei poteri della Commissione Europea in sede di redazione dei conti pubblici nazionali; la ripresa in grande stile di liberalizzazioni e privatizzazioni, come indicato dal rapporto Monti del maggio scorso, per avanzare ulteriormente verso dinamiche più stringenti e restrittive di "mercato unico europeo"; l'istituzione di un Fondo europeo che si indebiti ("eurobond") in nome dell'Unione Europea; l'affidamento alla Commissione Europea, con il meccanismo del Fondo di stabilizzazione o altre misure, di maggiori fondi (mentre si tagliano i bilanci nazionali) da destinare a settori come infrastrutture (per legare a Bruxelles certi interessi grande imprenditoriali) o difesa (per meglio servire i diktat di Washington).

Si tratta di una sterzata che mira a ridurre ulteriormente, ed in modo significativo, certe velleità economiche statali. Da qui l'opposizione soprattutto e non da oggi della Germania, che preme per andare addirittura alla revisione dei trattati europei. Il che apre interrogativi sulle finalità del processo di integrazione europea. Chi lo reitera come progetto franco-tedesco, non spiega perché ad essere restia ad un'ulteriore centralizzazione di poteri in capo a Bruxelles sia proprio Berlino. Resta il quesito dalla non difficile soluzione: a chi giova l'Unione Europea?

Intanto la crisi dei "debiti sovrani" (spezzoni di debito ceduti ad altri Stati in cambio di contropartita) mostra cosa significhi in concreto la creazione di un sistema economico e finanziario che si propaganda infondatamente come "interdipendente". Se salta un tassello, rischia di esplodere tutto il meccanismo. In concreto, se Grecia o Irlanda sono insolventi, le banche tedesche esplodono. Un meccanismo che, come mostrato nello scritto sulla Grecia dello scorso numero, fa capo alla finanza statunitense (agenzie di rating, banche d'affari USA che manovrano i CDS, Credit Default Swap, sul mercato dei derivati; ecc.). Ad esserne penalizzati sono i margini di manovra degli Stati nazionali. A 'guadagnarne' è chi presiede, regola e direziona questo meccanismo.

Sul fronte sociale l'Europa non prospetta più nemmeno illusioni. È un susseguirsi di manovre finanziarie restrittive, di lacrime e sangue senza prospettiva d'uscita. Gli Stati implodono come conseguenza delle misure neoliberiste imposte da Bruxelles e Washington dagli anni Ottanta e soprattutto Novanta, con effetti recessivi sul mondo produttivo e connivente sostegno alla speculazione finanziaria. La liberalizzazione dei movimenti di capitale è lo scenario di fondo in cui analizzare le devastazioni economiche dei nostri giorni. In cui l'Italia, in condizioni analoghe a quelle greche, pur già sottoposta a bastonate non indifferenti, può risvegliarsi ancor più drammaticamente da un giorno all'altro.

 

A questo quadro materiale di condizioni è necessario rapportarsi, meglio comprendendolo nelle sue interconnessioni e dinamiche di fondo ai fini della costruzione di una politica di contrasto adeguata. Del resto non è un caso che, a partire dal caso greco, i diversi governi a vario grado subalterni stiano adottando provvedimenti fortemente restrittivi e antisociali da "Washington Consensus" con inevitabili rivolte un po' in tutta Europa. Non è un caso che in Irlanda, su pressioni di Fondo Monetario Internazionale e Commissione Europea, dopo aver salvato sistema bancario irlandese e suoi creditori accollandolo al debito pubblico irlandese, si è spinto Dublino ad accettare il ricorso al fondo di stabilizzazione che da un lato drenerà risorse dagli altri Stati membri dell'Unione Europea, dall'altro legherà la popolazione irlandese ad un futuro immediato di ulteriori lacrime e sangue.  Insomma, dopo la Grecia, l'Irlanda e già sono evidenti segnali d'attacco al Portogallo. La volta dell'Italia non è parte della sfera del se, ma di quella del quando. Per questo insieme di dati di fatto è da superare il genericismo rivendicativo massimalistico-velleitario e chiedersi, tanto per cominciare, se non sia da porre all'ordine del giorno una ridiscussione dell'impianto generale che sta presiedendo alla macelleria sociale in corso, cioè il quadro europeo che è, per meglio dire, euroatlantico. In termini più espliciti: uscire dall'Unione Europea, riconquistare la sovranità nazionale e quella monetaria. Il consenso sociale si costruirebbe attraverso una battaglia politica di acquisizione di massa delle ragioni di impedimento e spoliazione che rappresentano la quintessenza di questa struttura oligarchica, autoreferenziale, prevaricatrice, senza nemmeno una formale e manipolata legittimazione democratica. Rifiutare l'Europa significherebbe respingere questo asse ideologico in nome del quale, a colpi di mannaia, si consumano privatizzazioni/svendite, licenziamenti, contrazioni dei servizi, abbassamento del tenore e della qualità di vita, e l'altra grande mistificazione ideologica che è il debito (permanente) pubblico da sanare. Si tratta, in altri termini, di una dipendenza a tutto campo che, non sussistendo la necessità del dispiegamento di forze armate d'occupazione, trova i suoi punti di forza nel servilismo dei ceti politici di subdominanza, nella manipolazione de/formativa delle coscienze, nelle dinamiche spoliatrici connesse al meccanismo autoriproduttivo del debito. Già basta e non sarebbe tutto. Certo, al riguardo la scelta dell'insolvenza significherebbe aprire un contenzioso politico, prima ancora che economico, con i padroni di questa nazione, ma, appunto, questa battaglia politica si vince lungo una filiera di lotte e di ragioni sostanziali su cui creare aggregazione di massa. Dando coscienza e forza politica a quei livelli di sfiducia e di antieuropeismo che tutti gli indicatori danno in crescita.

Il collante incisivo di tante istanze rivendicative, oggi scollegate e disorganizzate, risiede nella rivendicazione della sovranità, di un'emancipazione dalla sudditanza coloniale/imperiale dei dominanti esterni e dei sub/dominanti interni. Consapevoli che l'Unione Europea è prolungamento d'interesse egemonico USA, ma ha subdominanze interne conniventi ad esso come referenza e come perseguimento in scia di interessi propri. Certo, precisando, analizzando, circostanziando, elaborando progetto politico, ma a partire da questo assunto strategico di fondo, per costruire le condizioni che diano sostanza ed incisività alle lotte per i diritti sociali e di liberazione. Tutte le lotte, non solo quelle del lavoro, vanno viste nella loro realtà d'insieme, alla luce delle plurali segmentazioni e stratificazioni sociali, e relativi interessi, di gran parte della popolazione italiana vessata e dominata. Altrimenti, senza riguardo alla questione dell’indipendenza nazionale, si condannano quelle lotte, come già è, a sfogatoi impotenti svuotati di qualsiasi carattere progressivo, di avanzamento di processi liberatori (anche dallo sfruttamento). L'interconnessione di cui sopra è quindi da ritenere un obiettivo rigorosamente primario. E non è un caso che questa consapevolezza rivendicativa primaria si stia facendo strada nei volantini, nei documenti, nelle dichiarazioni dei movimenti popolari che si oppongono alle politiche europee nei paesi finora maggiormente colpiti (Grecia, Irlanda, Portogallo). Non c'è tempo da perdere.

 

Indipendenza

21 dicembre 2010