Ascarismo italiota e patriottismo di liberazione

 

La notizia (Milano Finanza, 9 settembre 2009) è passata fugace: la giapponese Nippon Oil si aggiudica la gara d'appalto per il giacimento di Nassiriya (Iraq); l'ENI, esclusa, s'indirizza sul campo di Zubayr. L'estromissione avviene nonostante l'impegno militare italiano, l'esborso di fondi ed il tributo di sangue in Iraq. Giacimenti, quelli di Nassiriya, già assegnati all'ENI da Saddam Hussein, non ratificati in tempo, però, per lo scoppio della guerra.

Premesso che non auspichiamo una vocazione 'indipendente' di potenza dell'Italia in senso imperialistico e nemmeno, in subordine, colonialistico –al contrario, la auspichiamo in senso indipendentistico, inter-nazionalista, di solidarismo attivo con i popoli in lotta per la liberazione e per una trasformazione socialista dei rapporti sociali– rileviamo che questa notizia smentisce ancora, nei fatti, quanti parlano (a sproposito) di "imperialismo italiano". Giacché l'individuazione di interessi economici capitalistici resta uno dei parametri di riferimento decisivi quale cartina al tornasole dell'esistenza di ogni possibile imperialismo, viene meno l'unica ragione di interesse significativo del capitale 'italiano' in Iraq... in conseguenza della perdita di una gara d'appalto! Il presunto imperialismo italiano –nei Balcani come in Afghanistan e a suo tempo in Somalia– si è manifestato mai di propria iniziativa e sempre al seguito o per conto (Albania) dell’alleato-padrone, come supporto politico/militare e logistico all’imperialismo statunitense. La tesi dell’operante o anche solo nascente imperialismo italiano è una analisi sballata della realtà, pericolosa perché indurrebbe a credere che l’Italia, sia pur in una direzione capitalistica, si stia rendendo autonoma dagli USA, falsificando i termini reali del rapporto di subordinazione imperialistica che vincola (anche) l'Italia oltre Atlantico. Fermo restando che la subalternità non attenua le responsabilità politiche del ceto politico di destra, di sinistra, di centro, è di tutta evidenza che un'analisi sballata dello stato di cose destina all'irrilevanza sostanziale ogni strategia di lotta che si vuole trasformativa in senso emancipativo dell'esistente. Trattasi di un ascarismo militare italiota dietro il quale non emergono né ragioni politiche, né interessi finanziari, commerciali, industriali. Niente, insomma, che possa almeno giustificare l’enormità delle risorse continuamente profuse. I ritorni, per quanto se ne sa, oscillano tra il modestissimo e l'inesistente.

 

Un interrogativo: non sarà che lo 'schiaffo' in Iraq sia anche effetto dell'irritazione che a Washington si ha per la partecipazione dell'ENI al gasdotto South Stream sponsorizzato (per finalità non economiche, bensì geopolitiche, per incunearsi nello scacchiere europeo) da Mosca, con relativo danno geopolitico agli USA che sponsorizzano il concorrente gasdotto Nabucco? Una punizione che saprebbe di avvertimento: un qualsiasi 'sgarro' alla superpotenza atlantica, dettato anche solo da ragioni affaristiche particolari, può vanificare anche anni e anni di spinto servilismo...

L'ENI, nel progetto South Stream, persegue 'autonomi' interessi capitalistici, forse anche poter contenere i costi energetici a beneficio soprattutto delle grandi imprese. Ma questo non significa che la scelta politica del governo Berlusconi di sostegno all'ENI esprima una tendenza allo sganciamento dagli USA. Lo sgarbo dell'ENI a Washington è di natura capitalistica e dettato dalle condizioni critiche in cui versa il sistema delle grandi imprese italiano, anche in conseguenza dei vincoli europei. A Washington non dimenticano e non perdonano. A tempo e luogo sanno tirare fuori i sassolini dalle scarpe. Il servile Berlusconi è avvertito. Del resto non è indispensabile. Altri, come e peggio di lui, sono già in anticamera...

La "classe dirigente" (fa senso chiamarla così...) di questo paese, il centrodestra, condivide con il suo antagonista formale, il centrosinistra, un'attitudine servile verso gli Stati Uniti. Questa è la realtà dei fatti. Il rafforzamento della presenza militare italiana in Afghanistan è l'indicatore estero più significativo. Obama chiede altre truppe agli “alleati”/subalterni NATO. Roma obbedisce. Al Corriere della Sera (3 dicembre 2009), il ministro della Difesa La Russa annuncia l’invio di circa 1.000 soldati(/ascari): «è cambiato l’atteggiamento americano: non siamo più esecutori ma partecipi di un’operazione comune». Insomma, da «esecutori» ascari a «partecipi» ascari. Muta la forma delle parole, non la sostanza dei fatti. La Russa ammette una subalternità dell'Italia. La politica estera è sempre la punta di un iceberg, la spia dello status interno di ogni paese.

Non è il solo indicatore. Sempre per restare in ambito militare, c'è l'acquisto di 131 cacciabombardieri di attacco (in grado di trasportare anche ordigni nucleari) Joint Strike Fighter (l'F-35) che, con una spesa di quasi 17 miliardi di euro (peraltro destinata a lievitare ulteriormente...), impegneranno il nostro paese tra il 2009 e il 2026. Per giunta in un periodo di grave crisi economica, in cui non si trovano risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e si tagliano finanziamenti pubblici a scuola, università, politiche sociali, e non se ne trovano (così vien detto...) per la prevenzione ambientale (da qui le tragedie a L'Aquila e Messina, ad esempio), ecc.

 

La sudditanza, quindi, incide pesantemente anche sulle tasche. La spesa militare non conosce restrizioni. Diversi miliardi di euro l’anno vengono impiegati per le operazioni di "ascarismo militare all'estero" e per sistemi d’arma (F-35, Eurofighter…). Finanziano la 'Difesa' anche ministeri come quello per l'Istruzione, Università e Ricerca (e si continua a tagliare nella scuola, i ricercatori fuggono dall'Italia...). Parte dei rientri di capitale dello scudo fiscale verranno destinati alle "missioni di pace". La Stampa (27 novembre 2009) riferisce che la missione in Afghanistan brucia oltre 500 milioni di euro l’anno, per giunta al netto di stipendi e usura dei mezzi. Guarda caso, 500 milioni di euro sono l’entità dei tagli alla scuola del governo Berlusconi. Si taglia dunque l’istruzione per servire gli USA in Afghanistan?

 

Quando si passa dalle spese militari a quelle sociali, allora la musica cambia. Largo ai tagli, che però non migliorano affatto i conti pubblici, anzi nel governo di centrodestra si paventa addirittura il default. «La riforma della scuola ci salva dal fallimento» (Brunetta, Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2009). «L'Europa ci impone dei vincoli (…) [c’è la] possibilità che non ci siano risposte alla emissione di nostri titoli pubblici, se il nostro debito aumenta» (Berlusconi, Corriere della Sera, 1 marzo 2009). «La bancarotta dello Stato, un’ipotesi improbabile ma comunque possibile (…) non possiamo permetterci neanche lontanamente che vada deserta un’asta pubblica di titoli di Stato. Ci sarebbe una carenza di liquidità per pagare pensioni e stipendi e faremmo la fine dell’Argentina» (Sacconi, Economix, 3 dicembre 2008). “Rischio Argentina” a parte, il messaggio che il governo vuole far passare ai cittadini è chiaro: o si accetta il taglio alla spesa sociale, ulteriori privatizzazioni e svendite del patrimonio statale, forse anche un aumento delle tasse, oppure stipendi e pensioni sono in pericolo.

 

Tremonti docet: il debito pubblico italiano, il terzo al mondo, metà del quale in mano ad investitori esteri, dovrà affrontare una sempre più serrata competizione per accaparrarsi la scarsa liquidità nei mercati finanziari. Il motivo? Le nuove emissioni di titoli di debito pubblico degli altri Stati “occidentali”, finalizzate prioritariamente a salvare i propri sistemi bancari. Maggior competizione significa anche più alti tassi d’interesse da pagare sui titoli di Stato, ancor più elevati se il Paese che li emette è percepito “a rischio”.

Sono questi i risultati di un trentennio di neoliberismo made in USA ed UE. L’aumento esponenziale del debito pubblico negli anni Ottanta, effetto anche dei vincoli dell’Atto Unico Europeo. Lo smantellamento di banche ed industrie di Stato anche in nome di imposizioni europee come l’Accordo Andreatta – Van Miert, che segna di fatto l’avvio delle privatizzazioni nella Penisola, decise dalle banche d’affari statunitensi. Il «cappio al collo» del Patto di stabilità europeo, monitorato pure dal FMI e dalle agenzie di rating statunitensi, che comporta consistenti contrazioni della spesa sociale –pensioni, salari, sanità…– di quella pubblica a finalità sociale (ricerca, manutenzione del territorio…) e persino di misure di sostegno per le piccole/medie imprese. La cessione della sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea e all’euro, il cui corso attuale premia le delocalizzazioni e penalizza le esportazioni delle piccole imprese dei distretti industriali, altresì soffocate dalla concorrenza cinese e dalle restrizioni al credito di grandi banche (sempre una direttiva europea li ha trasformati in imprese finalizzate al profitto a scapito dello sviluppo territoriale) solerti nel far sottoscrivere loro (ed agli Enti territoriali) contratti "derivati" di natura speculativa causa di disastrose perdite. Ecco adesso irrompere pure la crisi globale che –considerata la struttura del nostro sistema produttivo, come qualsiasi Stato colonizzato orientato più alle esportazioni che ai consumi ed investimenti interni– causa la caduta della domanda estera, contraendo drammaticamente le entrate fiscali e incrementando quindi il deficit.

 

Non c'è vera opposizione, su "queste" problematiche reali. Perché non si vede (non si vuole vedere...) la realtà della condizione coloniale dell'Italia. Si gira a vuoto sulle questioni essenziali continuando (da troppi decenni, ormai) ad eludere la necessità dell'assunzione di una rivendicazione patriottica di liberazione in questo paese. E' giunta l'ora di cominciare a muoversi significativamente in questa direzione.

 

"Indipendenza"

dicembre 2009