L'INDIPENDENTISMO, PER UN'ALTERNATIVA DI SOCIETÀ

 

L'esclusione dalla rappresentanza parlamentare dei partiti della sinistra e comunisti italiani alle elezioni europee del giugno scorso, nonostante il meccanismo proporzionale e con la possibilità quindi di una verifica diretta del bacino ideologico e d'opinione di riferimento, libero di manifestarsi sottraendosi agli appelli "ricattatorii" da "voto utile" rivolti agli elettori dal Partito Democratico, rende ancora più grave –perché più evidente– l'analoga batosta rimediata alle legislative dell’aprile 2008. Lo scollamento e la sconfessione del presunto blocco sociale di riferimento di sinistre e partiti comunisti ha ancor più evidenziato che la crisi era –ed è– non di natura estetico-romantica (assenza di falce e martello e della dizione "comunista" surrogati in una melassa "arcobalenica") ma più strutturale nelle sue ragioni. La sconfitta, se non il vero e proprio tracollo, matura su un retroterra, protrattosi nel tempo, di incapacità materialistica di queste forze di leggere (in termini di analisi effettiva dei processi sociali e di conseguente proposta politica) la "filiera di perché" che dal piano geopolitico delle conflittualità tra Stati e relativi gruppi dominanti arriva giù giù sino ai conflitti e alle vertenzialità interne ad ogni formazione sociale particolare. Le classi ed i ceti un tempo corposamente di riferimento guardano 'altrove', piuttosto 'altrove', anche a destra (Italia dei Valori e Lega), non ritenendo più utili quelle forze ai loro interessi e bisogni.

Questo sfaldamento sociologico dei tradizionali strati di riferimento è tanto più rilevante considerando la fase in cui si verifica –di virulenta crisi produttiva e di contrazione diffusa delle condizioni materiali di vita–, un contesto quindi ottimale, da manuale, per rivendicazionismi salariali redistributivi e per contestazioni anche solo sensatamente populistiche delle scelte politiche ('di classe') assunte dal governo. Questi partiti sono talmente percepiti come molto poco o nient'affatto interessanti e validi per lotte pur interne alle logiche riproduttive del Capitale da ricevere una sostanziale, sonora, bocciatura anche presso quei settori di attivismo sociale che hanno dato vita negli ultimi anni a lotte significative contro la guerra, nei territori a difesa di "beni comuni", nelle vertenzialità sindacali, eccetera. Né ha dimostrato di bastare l'assunzione tutta elettoralistica di una cornice di indirizzo "anticapitalista", peraltro poco indagato in sé nella sua concretezza di tempo (la presente fase) e di spazio (collocazione internazionale dell'Italia), per aggregare consensi. Le (re)azioni del giorno dopo, tutte volte a rivendicazioni d'orgoglio identitarie, con addirittura rilancio di un'offerta politica arcobalenica da parte di chi l'aveva criticata e sconfitta in sede congressuale di partito, sono indice quantomeno di un disorientamento analitico, teorico e progettuale che viene da lontano. Con in più, in gran parte, apparati partitici incapaci di pensarsi in un'ottica extraparlamentare, lontano dai riflettori mediatici, e quindi predisposti ad essere attratti gravitazionalmente nell'orbita del Partito Democratico ed in subordine dell'Italia dei Valori. Le premesse, insomma, ci sono tutte per ritenere che possa trasformarsi nella sua desertificazione la crisi attuale della sinistra italiana e di quanto residua come filiazione dal fu comunismo (novecentesco), valido per diversi aspetti nella sua epoca storica ma oggi ridotto a fumosa icona identitaria di relativo marketing politico. Chiusura di un ciclo storico quindi? Probabilmente no. Per i veri decisori (esterni) di questo paese e anche per le classi subdominanti, c'è consapevolezza che istanze di criticità –verso gli assetti politico/sociali dominanti– e quindi aneliti al cambiamento sono insopprimibili; ben visti quindi partiti che, percepiti come "anti-sistemici", si rivelino aree di sfogo e di parcheggio che rendano innocue quelle istanze di criticità, all'occorrenza servendosene per conflitti interni alle diverse frazioni di (sub)dominanti o aspiranti tali.

 

Tutto ciò non rappresenta affatto la “fine della storia”. Anche perché, non per fare del sociologismo pietistico/caritatevole, continuano ad esempio a sussistere vite dentro condizioni materiali di esistenza, la cui domanda politica di tutela resta sostanzialmente inevasa da chi sostiene di rappresentarne le ragioni. Uno girare a vuoto destinato a perdurare fintantoché non si sarà in grado di capire che la difesa avulsa di certe "priorità", ad esempio 'laburiste', senza il necessario interessamento e coinvolgimento di altri ambiti rilevanti, condanna ad un rivendicazionismo sterile e di corto respiro se non considerano le cause e dinamiche più strutturali che le determinano e le relative conseguenze in termini di operatività politica in relazione alla fase storica che si attraversa. Dover difendere condizioni di vita e di lavoro delle categorie medio-basse della scala sociale, non solo quelle salariate, è ovviamente fuori discussione. Ma proprio in funzione del conseguimento del risultato, non si può essere indifferenti o superficiali  né riguardo il mutamento dei rapporti interconflittuali tra dominanti che avviene sul piano internazionale, né si può prescindere dal necessario sganciamento strategico da servitù internazionali, se queste sussistono come nel caso italiano, giacché tutto ciò si riverbera, si ripercuote, in termini di fatti sociali ed economici interni alle singole formazioni sociali e spiega i posizionamenti che al loro interno assumono le frazioni dei ceti subdominanti anche nella ri-definizione dei loro conflitti interni.

 

Nello scenario italiano –il che vale per qualsiasi realtà sottoposta ad analogo stato di sudditanza e servitù– un movimento che voglia essere seriamente e conseguentemente anticapitalista non può non assumere la necessità dell'erosione continua e progressiva delle condizioni della dipendenza e non può non avere di vista la costruzione delle condizioni di sganciamento a tutto campo da detto status. Il recupero della sovranità nazionale, dopo decenni di subordinazione agli USA, è la conditio sine qua non per una necessaria trasformazione sociale complessiva. Un blocco sociale –tutto da costruire– di alleanza del lavoro (non solo operaio e salariato) se volesse davvero perseguire finalità rivendicative di diritti e condizioni, e non ritrovarsi, al più, a marciare sul posto, ha come sua necessità vitale quella di comprendere le dinamiche geopolitiche della fase in cui si muove, gli interessi delle componenti tra loro anche confliggenti dei subdominanti 'nostrani' che con i decisori esterni (Stati Uniti e sua cinghia di trasmissione europea) della vita di questa nazione si relazionano, rifiutando di farsi manovrare –da alcuna di queste parti in causa– nei loro screzi o guerre di frazione. Quindi cercare il raccordo con altre forze nazionali intanto sulla base di un insieme di punti significativi che, rispecchiando i principali ed immediati 'nodi' di questa dipendenza, renda i contenuti stessi il "soggetto politico" attorno a cui costruire percorso, aggregazione sociale, organizzazione. Questo ci pare decisivo. Dei "contenuti" non qualunque, quindi, non pur che siano. Non servirebbero allo scopo. Non si tratta di parcellizzare delle problematiche e delle istanze a fini di corto respiro rivendicativo. Di queste ce ne sono a volontà e di tutti i tipi. Quantunque legittime, condivisibili, giuste, sono alla fin fine molto limitate, sostanzialmente destinate ad essere eluse, sconfitte, se non sono concepite e perseguite per almeno erodere in qualche modo e a qualsiasi livello i lacci e lacciuoli della subordinazione internazionale d'ordine economico, finanziario, politico e militare che sono il vero impedimento al materializzarsi di alcunché di significativamente 'altro' –in termini di rivoluzionamento dei rapporti sociali e di re-indirizzamento degli assetti di società e politici– in questo paese. Una prospettiva  indipendentista rivendicata apertamente e seriamente articolata non può che essere la chiave di volta, la cornice inclusiva e strategica, di istanze altrimenti condannate alla sconfitta nel loro essere parcellizzate e avulse –a ben vedere– da una prospettiva d'insieme.

 

L'alternativa altrimenti, nella migliore –si fa per dire– delle ipotesi, è ben esemplificata e mirabilmente rappresentata, come da copione, dall'impasse cui più volte si è assistito di stucchevoli comparsate sulla scena di soggetti movimentistici o partitici dell'effimero politico, con annesse ed estenuanti giaculatorie su chi rappresenta chi, su processi costituenti di rifondazione di questa o quella vera sinistra o vero partito comunista, rigorosamente dal basso e con intendimenti altrettanto rigorosamente "unitari" (anche se reduci e attori di qualche scissione...), con triti e ritriti riferimenti/appelli a categorie, ceti, classi da rappresentare e coinvolgere. Soggetti movimentistici o partitici che poi non di rado o vivono una splendida schizofrenia autarchica o ritroviamo gravitazionalmente ac-cordati con la frazione di centrosinistra nel conflitto tra nostrani subdominanti (oggi sostanzialmente berluscones contro anti-berluscones) per l'alternanza all'amministrazione fondamentalmente contoterzista del paese.

Su tutto questo non è mai tardi aprire un indispensabile e ragionevole confronto.

 

Indipendenza