CRISI FINANZIARIA, STATI E DOMINANZA IMPERIALE

 

Ci troviamo soltanto all’inizio di una crisi finanziaria, di cui il tracollo dei mutui ipotecari “subprime” costituisce unicamente il detonatore (tanti altri, dalle carte di credito ai credit default swaps, sono pronti ad esplodere) che produrrà effetti devastanti anche sulla “economia reale”, sia che sfoci nello spettro della deflazione – depressione, sia in un’altrettanto rovinosa iperinflazione. Una crisi generatasi negli USA, complice la politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse condotta negli ultimi decenni dalla Federal Reserve e la deregolamentazione dei mercati finanziari, fonti di speculazioni e creazione di “castelli di carta” finanziari –come avvenne prima della crisi del ’29– tanto che oggi buona parte degli utili delle banche statunitensi derivano dalla compravendita azionaria, obbligazionaria o nel settore delle materie prime con ricorso a forme sempre più complesse di “contratti derivati” dai valori inestinguibili per “l’economia reale”. Tramite il meccanismo nefasto delle cartolarizzazioni, le insolvenze dei mutui statunitensi sono giunte a coinvolgere anche le banche degli Stati europei, proprio quelle più “internazionalizzate”. Il che non solo apre più di un interrogativo sulle finalità del processo di concentrazione bancario infra europeo, ma rivela come l’analisi dei fattori economico-finanziari, essendo quest’ultimi condizionati e riflesso dei rapporti sociali sia tra classi dominanti e dominate che inter-dominanti all’interno di un dato Stato, sia tra classi dominanti di vari Stati per l’egemonia globale, necessita di essere inquadrata in un contesto più ampio di analisi politica e geopolitica.

Bisogna partire dall’egemonia del dollaro a livello globale, dal suo status di valuta di riserva, importante tassello della strategia imperialista di Washington di dominio sugli altri Stati e nazioni del globo. Poche volte si mette in evidenza il fatto che l’inizio dell’egemonia del dollaro, risalente alla conferenza di Bretton Woods (1944), riflette non tanto una preminenza economica-produttiva statunitense, pur sussistente all’epoca, quanto una supremazia politica e militare. La controprova la si ebbe nel 1971 con la dichiarazione di Nixon sull'inconvertibilità del dollaro in oro, che inaugurò quella che l’economista Henry Liu ha sinteticamente definito «una condizione strutturale nel commercio e nella finanza mondiali, per la quale gli Stati Uniti producono dollari e il resto del mondo beni che i dollari possono comprare». Washington ha promosso una divisione internazionale del lavoro che ha visto gli Stati asiatici produrre a basso costo e gli Stati Uniti comprare merci pagando in dollari ritornati negli States sotto forma di acquisti di attività finanziarie, dai titoli del Tesoro alle obbligazioni di istituti finanziari USA, fino a quelle sottostanti ai cosiddetti “mutui subprime”. Il commercio mondiale è stato ridotto ad un gioco nel quale il resto del mondo produce beni, servizi, materie prime e fonti energetiche espressi e comprati in dollari che Washington può stampare a piacimento. Si ha un bel dire che gli Stati Uniti siano dipendenti finanziariamente dai prestiti di Cina e Giappone! Le banche centrali di questi ed altri Paesi sono spinte all’acquisizione di dollari per evitare una rivalutazione delle loro valute, che penalizzerebbe le loro esportazioni in quello che rimane attualmente il più grande mercato mondiale. Ai creditori esteri degli USA non rimane altro che acquisire quote di minoranza in banche ed imprese degli States o investire nel mercato immobiliare, dato che Washington non concederebbe loro mai di scambiare questi dollari vendendo i propri settori strategici. Tale riciclaggio dei dollari da parte dei creditori esteri provoca tra l’altro tassi di interesse anormalmente bassi che hanno alimentato negli States le varie bolle borsistiche ed immobiliari degli ultimi decenni e sostenuto artificialmente in loco i livelli dei consumi, base dell’economia USA. È qui il cuore della questione. Ed intanto, mentre loro possono indebitarsi a loro piacimento, gli Stati Uniti impongono agli altri Stati, tramite FMI, Banca Mondiale, WTO (e Banca Centrale e Commissione Europea nel "nostro" continente), l’applicazione dei principi del “Washington Consensus”, le ricette di austerità dei bilanci pubblici, privatizzazioni e liberalizzazioni, fonte di strette di bilancio, disoccupazioni, riduzione di consumi ed investimenti, con Stati che diventano sempre più dipendenti dagli "aiuti" esterni.

 

Questa crisi finanziaria ci sta comunque dicendo anche qualcos'altro da cui si dovrebbero trarre debite conseguenze in termini di operatività politica. Proviamo a fissare, in sintesi, alcuni punti significativi.

 

1. L'iniezione di liquidità ai propri gruppi e sistemi finanziari (con la variante interna dell'aiutare il tal gruppo bancario piuttosto che un altro, quale espressione della supremazia strategica di direzione politica dello Stato e/o del conflitto tra frazioni nello stesso), partita dal cuore dov'è scoppiata la crisi –gli USA–, sta vedendo attivi in un interventismo di tipo keynesiano sia l'amministrazione statunitense che l'ha attivata per prima, sia gli esecutivi di tutti quegli Stati che agli USA sono legati da un rapporto di sudditanza / subalternità anche in termini di speculazione finanziaria. È questo un altro aspetto della dipendenza, tanto più rilevante se pensiamo alle connessioni tra speculazione finanziaria ed effetti sull'economia reale (dalle piccole imprese sottoposte alle restrizioni di credito e/o affossate dai contratti derivati sino ai nuclei familiari impelagati con i mutui), che non può che essere parte integrante della ragion d'essere e della legittimità di qualsiasi movimento di liberazione nazionale.

 

Ne consegue una prima notazione. Il liberismo statalista, che è un'ideologia storicamente imposta da una potenza imperialista nella sua area di servitù (nell'Ottocento non a caso dall'Inghilterra), sa ben interagire, all'occorrenza, con politiche di tipo keynesiano. I fiumi di parole spesi dai liberisti contro gli aiuti e l'assistenzialismo di Stato, sul "libero" mercato, eccetera, si rivelano nient'altro che fumo ideologico di pura manipolazione delle coscienze per l'imposizione delle politiche anti-popolari e di classe che li connotano. Quella in atto, peraltro, è la peggiore forma di assistenzialismo, fornita ad oligarchie di speculatori parassitari che si ingrassano sul profitto di transazioni virtuali a danno del lavoro, delle aspirazioni di vita e della pelle stessa delle cittadinanze.

 

2. Chi da tempo ciancia di crisi degli Stati, del loro essere uno strumento in via di superamento, viene smentito dai fatti. Per capire chi decide, per verificare chi goda dell'effettiva sovranità, bisogna osservare "chi decide in stato d'eccezione". Se gli Stati hanno ancora una valenza –eccome– bisogna interrogarsi sui rapporti interstatuali, sulle dinamiche geopolitiche, su una nozione che frettolosamente a "sinistra" e nel pluriverso "comunista" molti tendono a cancellare: quella di imperialismo. Se questa nozione ha ancora un senso, e gli effetti di questa crisi ce lo ricordano andando a colpire maggiormente quei paesi esposti ai vincoli di dipendenza oltre Atlantico, e se gli Stati, pur nella gerarchia inter-statuale esistente, hanno al loro livello ancora una funzione per i gruppi grande-imprenditoriali di riferimento, di 'casa propria', in quest'epoca (sostanzialmente ancora) monocentrica dal punto di vista imperialista e policentrica dal punto di vista dei capitalismi concorrenti, ad avere sensatezza ed un potenziale enorme d'incidenza è l'idea-forza di una liberazione collettiva che non sia vaga ed eterea, ma assuma i contorni di massa (nazionale) e di qualità (di classe).

 

3. I costi sociali vengono fatti pagare dai diversi esecutivi di Stato alle 'proprie' collettività, mostrando –se ancora ce ne fosse bisogno...– la divaricazione tra la forma di Stato funzionale alla logica capitalistica e la fonte reale del potere sostanzialmente esautorata di sé (la nazione, il popolo, come collettività politica 'fonte' del potere) che paga due volte: per le politiche capitaliste e per sanare le sue crisi. Ne consegue, ancora una volta, che un movimento anticapitalista è autenticamente tale se fa propria la rivendicazione della liberazione e dell'indipendenza nazionali, se assume la portata nazionale dello scontro intesa come lotta sia agli interessi delle classi dominanti di 'casa nostra', che alle direttrici 'internazionalizzatrici' dell'imperialismo di turno (oggi quello statunitense). Se gli attuali Stati dominanti sono funzionali alla logica capitalistica in senso lato e subdominanti rispetto al centro imperialistico, la scelta della liberazione della nazione (anti-colonialismo e/o anti-imperialismo) e nella nazione (rivoluzione dei rapporti di produzione e della formazione sociale) diventa una scelta rivoluzionaria e strategica.

 

4. I soggetti sociali di questo processo? Può giovare ricordare quel che scriveva F. Gaja, consapevoli che si tratta di un'articolazione ancora d'approssimazione: "...tutti coloro che senza certezze di alcun genere impegnano contemporaneamente, in Italia, il proprio lavoro e le proprie risorse economiche e si dibattono in balìa delle conseguenze delle costrizioni del sistema economico mondiale, del suo caos permanente, degli effetti della concorrenza senza regole, dell’incertezza degli sbocchi esterni, delle difficoltà di finanziamento, dell’enormità del costo del denaro, dell’altalena incontrollata delle monete, della dittatura del dollaro. Qui si materializza l’essenza costituzionale della patria, l’idea moderna di Nazione" (in «Urge una nuova definizione della nozione di "interesse nazionale"», in Maquis/dossier, n. 1).

 

Indipendenza