DENTRO LA CRISI DELLE SINISTRE

 

Il dato rilevante delle ultime elezioni politiche (aprile 2008) è stata l’esclusione dal Parlamento delle forze della cosiddetta “sinistra radicale”. Il suo elettorato potenziale ha preferito in gran parte astenersi, dare un "voto utile" al Partito Democratico (PD) contro Berlusconi e addirittura, in casi non irrilevanti, scegliere formazioni di destra come la Lega. Un’autentica implosione elettorale –senza precedenti nella storia della Repubblica e probabilmente non congiunturale– frutto di un progressivo sfaldamento teorico/culturale e di una profonda crisi politica, riflessa nell’incapacità –ben percepita, nel vissuto sociale, da chi quelle forze avrebbe potuto votare– di incidere pressoché in nulla rispetto alle stesse rivendicazioni, a ben vedere misurate, che detti partiti hanno posto come condizione per stare al governo.

 

Nonostante dalle elezioni 2006 fosse scaturito un numero di seggi tale da condizionare e «spostare a sinistra» l’asse politico della coalizione, alla prova dei fatti Verdi, PdCI e PRC hanno sostenuto –«folklore» protestatario ad uso e consumo del proprio elettorato a parte– le politiche neoliberiste filo-USA del governo Prodi. Altro che “discontinuità” con il precedente governo Berlusconi. In politica estera si è finiti con il votare l’aumento delle spese militari e la proroga delle missioni militari all’estero –permanenza nel teatro di guerra iracheno sotto altre vesti e guerra in Afghanistan, in primis, con un aumento in uomini e mezzi– e ad accettare gli accordi governativi per lo “scudo antimissilistico” USA in Italia e l’impianto di una nuova base USA a Vicenza (aeroporto Dal Molin). In politica economica, mentre concorreva con le ultime due Finanziarie a regalare a banche e “grandi imprese” svariati miliardi di euro, la “sinistra radicale”, in nome della mistificante “lotta all’evasione fiscale”, faceva la sua parte per contrapporre al popolo delle partite IVA –penalizzato da liberalizzazioni e normative fiscali varie– pensionati e lavoro dipendente. Anche quest'ultimi ulteriormente tosati –in termini materiali e di condizioni di vita– in particolare con il “protocollo sul Welfare” (sostanziale conferma della precarizzazione del lavoro, aumento dell’età pensionabile e riduzione degli assegni pensionistici futuri), con i tagli alla spesa e con gli inasprimenti fiscali attuati in nome dell’Europa.

 

Lo sbandierato miglioramento dei conti pubblici nel 2007 (spudorata menzogna sul preteso recupero di «almeno 20 miliardi di euro» dalla “lotta all’evasione”) è stato ottenuto essenzialmente grazie a tre operazioni: aumento dei contributi sociali, conferimento forzoso del TFR all’INPS e aumento selvaggio delle tasse locali. È stata bloccata la stessa crescita capitalistica ed acuito il disagio delle famiglie, sempre più costrette a ricorrere ai risparmi o ad indebitarsi per far quadrare i bilanci.

In politica industriale –non paghi delle deleterie privatizzazioni degli anni Novanta, che tra l’altro hanno consegnato remunerativi monopoli di Stato a “grandi famiglie” e fondi esteri, con relativa impennata di inefficienze e tariffe– dopo l’intesa Prodi-Zapatero si sono visti ENEL e Montepaschi acquisire a debito, per cifre astronomiche, rispettivamente Endesa ed Antonveneta (quest’ultima dalla banca spagnola Santander) e per quattro soldi la Telecom sempre più sotto il controllo di Telefonica. Se Prodi fosse ancora in carica, le forze della “sinistra radicale” avrebbero sostenuto ulteriori deleterie misure, sulla base della sottoscrizione servile dei «12 punti non negoziabili del governo Prodi». Presentati dopo le dimissioni governative seguite alla bocciatura in Senato di una mozione sulla politica estera (21 febbraio 2007), ed accettati incondizionatamente dalla “sinistra radicale” per evitare un “governo di grandi intese” o il ritorno alle urne, tali punti imponevano, tra le altre cose, l’obbedienza agli obblighi NATO e UE, la «rapida attuazione» di (inutili) “grandi opere” mangia denaro come «i corridoi europei (compresa la Torino-Lione)» ed i rigassificatori, la prosecuzione delle liberalizzazioni dei servizi pubblici e delle professioni, la «riduzione significativa della spesa pubblica», pensioni comprese.

 

In continuità con l’esperienza dei precedenti governi di centrosinistra (dal governo Prodi I del 1996), le “sinistre radicali”, ponendosi per quanto possibile a garanzia della pace sociale con la loro presenza al governo, hanno dunque contribuito a far passare nel paese l’invasività di Washington e del subordinato direttorio oligarchico europeo nella scrittura –e devastazione– della vita politica, economica, sociale ed ambientale del paese. Solo la prematura caduta del governo Prodi li ha risparmiati dall’essere corresponsabili della formalizzazione giuridica di questa invasività con la iattura del Trattato di Lisbona.

Gli ultimi congressi di Verdi, PdCI e PRC, seguiti al crollo elettorale, avrebbero dovuto costituire un momento di riflessione e radicale revisione dell’esperienza del centrosinistra. La loro celebrazione ha invece riproposto la subalternità ad USA ed UE e quindi al PD. Le stucchevoli lotte intestine, di potere, all’interno dei ceti dirigenti di quei partiti si sono associate all'assenza di progettualità strategica, malamente coperta dal richiamo ad un elenco di buoni propositi sociali e di intenti di lotte per dare un senso alla ragion d’essere delle rispettive baracche. A sipario calato, lo scenario che caratterizzerà non solo questi tre partiti, ma anche tutti gli altri partitini comunisti, continuerà comunque a ruotare attorno al rapporto più o meno stretto, più o meno satellitare, da tenere con il PD di Veltroni. Chi punta sull’identità comunista senza fare i conti con il nodo irrisolto, assolutamente decisivo, del sussistere o meno di sovranità in questo paese e quindi su quale capacità effettiva di incidere si possa avere al governo, con il tempo finirà con il rifluire nell’orbita del PD o con il consacrarsi a presenza testimoniale e irrilevante nella società. Per quel tessuto di militanti di valore –umano e politico– presenti in tali partiti sarà necessario interrogarsi sull’indirizzo e la sensatezza del proprio impegno politico.

Sia che si ritenga di cambiare lo stato di cose esistente (in senso emancipativo ed egualitario, s’intende) accedendo al governo, sia che si ritenga di farlo fuori dalle istituzioni, fermo restando per tutti la questione di come procedere, ci si scontra con un preliminare nodo di fondo: questo paese gode o no di una sua sovranità? Si "governa" (a prescindere da giudizi di merito) o si amministra per conto terzi? Come mai (che a gestire il Paese sia il centrosinistra o il centrodestra, pur nelle loro conflittualità di interessi di frazioni, di gruppi, di oligarchie) alla fine, per i provvedimenti sociali, economici, politici che contano –nonostante la Costituzione, contro la Costituzione– è sempre alle direttive di Washington ed al subalterno neoliberismo europeo di Bruxelles e Francoforte che ci si subordina? È così difficile vedere i legami di dipendenza economica, finanziaria, militare che fanno di questo Stato un paese “sovrano” solo in ciò che gli compete nella sua subalternità e dipendenza?

 

La crisi, ma meglio sarebbe dire lo svuotamento della sinistra, dei partiti di sinistra, dei partiti che non si definiscono di sinistra ma comunisti, va ricercata dentro il relativo svuotamento teorico e culturale. Il vuoto politico, che ne è seguito, è emblematicamente riassumibile nella rimozione della centralità della questione dell'in/dipendenza e della sovranità nazionale. L’antiberlusconismo è in tal senso un allucinogeno ideologico che svia dalla dislocazione dei veri poteri e dei veri decisori in questo paese. Le aspettative sociali di cambiamento sono candidate ad un destino di illusorietà e a determinare impotenza, frustrazione, se, nell’indicazione anche condividibile di una serie di ambiti e tematiche di lotta da rilanciare, si elude questo nodo, che è anche la vera questione morale e di democrazia di questo paese. Non sono a tal fine sufficienti le timide aperture alla resistenza, all'indipendenza e alla sovranità nazionali emerse in qualcuno dei suddetti congressi, essendo inscritte in contesti anche contraddittori e non prefigurando strumenti, modalità, passaggi strategici per un progetto credibile di liberazione che tenga conto della vigente condizione coloniale del sistema Italia.

La forza dei fatti obbligherà a prendere consapevolezza di questi nodi, da porre, spiegare, articolare, diffondere, far diventare coscienza e possibilmente azione, in qualunque partito “di sinistra” o comunista si intenda stare. E anche guardando oltre, a strati sociali e generazioni che questi mondi “identitari” percepiscono sempre più lontani e inutili. Occorre prendere atto della funzione –da tempo e per i più– elusiva, rassicurante ed auto-consolatoria di certe categorie ideologiche identitarie, che ha fatto smarrire la necessità dell’interrogarsi a fondo su dove andare, su come andarci ed anche sul contenuto di ciò che si fa o si può / si deve fare. Piuttosto che esibire la propria categoria identitaria di appartenenza (comunista, socialista, anarchica, ambientalista, con relative varianti interne), risulterebbe più proficuo viverla dentro le situazioni, in termini di contributi di idee, di conoscenze, di esperienze, di spirito di non sottomissione, di aperture a rivoluzionamenti già nel proprio vivere –compito impegnativo in una società pervasivamente capitalista, consumista, individualista e competitiva. Mettendola sempre in discussione attraverso un approccio dialettico nella realtà e con gli altri, nell’ottica di un processo di liberazione di lunga durata.

L’evidenza impone la presa d’atto che sovranità ed autodeterminazione nazionale e tematiche/problematiche economiche e sociali sono assolutamente intrecciate e correlate. Nessun cambiamento sociale significativo è possibile senza la conquista dell’indipendenza nazionale. L’alternativa, altrimenti, sarà l’irrilevanza politica, anche per forze che accedano al formale governo del paese.

Indipendenza