"PARTITO DEMOCRATICO", "COSA ROSSA" E RIFORMA ELETTORALE. DAL PALAZZO D'INVERNO A PALAZZO CHIGI

L'elemento che balza evidente agli occhi riguarda i sommovimenti che stanno caratterizzando il panorama politico partitico-parlamentare. Non vi sono progettualità che si confrontano. In gioco c'è per alcune forze solo la sopravvivenza di se stesse, per altre l'affermazione di sé senza scomodi alleati, il tutto in una cornice ideologica sistemica di fatto condivisa. Forse fa eccezione qualche individualità, il cui agire si perde nella struttura partitica in cui è inserito. A dare la stura a questo processo, che potrebbe modificare nel breve periodo il paesaggio partitico conosciuto in questi anni ed anche correlate identità politiche, è stata la costituzione del Partito Democratico –sponsorizzata da influenti personalità statunitensi come Soros ed Al Gore– e le susseguenti grandi manovre in corso per il varo di una riforma elettorale, le cui prospettate linee stanno determinando una fibrillazione generalizzata con scomposizione e ricomposizioni sia a sinistra, sia a destra. Pd e Pdl (Partito Democratico e Partito delle Libertà) sono la concretazione del primo passo per questo accordo tra i due partiti più grandi. Berlusconi intende ridimensionare alleati riottosi e sempre più smarcati dalla Casa delle Libertà (Udc di Casini) o insofferenti e ambiziosi (An di Fini). Veltroni intende ridimensionare la già docile "sinistra radicale". A quasi due anni da una campagna elettorale condotta tra toni apocalittici, i leader dei due più grandi partiti si mostrano disponibili ad inciuciare su riforme di fondo.

Dietro le quinte, a spingere per una ridefinizione del quadro partitico-parlamentare, e quindi della stessa composizione e ruolo del parlamento e degli esecutivi, ci sono interessi dominanti soprattutto statunitensi che premono per una più celere attuazione delle direttive strategiche (liberalizzazioni, tagli allo Stato sociale, flessibilità del lavoro, riforme delle forze armate e dei servizi segreti, eccetera) concepite a Washington e veicolate dalla Commissione Europea. I domestici poteri forti sono in tal senso anch'esso accodati per tutelare i propri interessi subalterni, che siano in ambito finanziario (per un consolidamento in vista dei processi di concentrazione bancaria in Europa) o in ambito imprenditoriale (alla ricerca di relativamente sicure e redditizie nicchie di mercato, in particolare negli ex servizi pubblici). Si naviga a vista e la marcescenza della situazione (politica ed economica) in cui versa il nostro paese è tale che chi formalmente è al governo (in realtà svolgendo funzioni amministrativo-esecutive di quanto prescritto a Washington e a Bruxelles) mostra di non volere e sapere che fare. Questa estrema fragilità ed instabilità della situazione è instradata su un crinale che ragionevolmente non può protrarsi a lungo.

L'assenza di idee e di capacità decisionali effettivamente autonome, indipendenti, su materie di politica interna o internazionale da parte di qualunque compagine al governo, è talmente evidente e sconcertante da aver da tempo sconfinato nel grottesco. L'alternanza, il possibile ricambio di maggioranza, non risolverebbe alcunché, perché l'andazzo è quello della pura e semplice gestione e conservazione di posizioni di potere per conto di altri. Lo si sostiene da tempo, alla riprova continua dei fatti, che l'idea di ricercare e sostenere il “meno peggio” si risolve poi, in modo fattivo, a delineare un "ulteriormente peggio". L’equivalenza (non l'eguaglianza) tra il centrismo di destra ed il centrismo di sinistra è lì a ricordarcelo su una pluralità di questioni, sempre le stesse, importanti e decisive: dall'accettazione dei vincoli del Patto di stabilità europeo all'incremento della spesa militare (aerei e fregate da combattimento, satelliti spia militari, missioni all'estero, ecc.) al servizio del dispositivo militare-strategico di Washington; dal pacchetto welfare al pacchetto sicurezza; dai tagli alla spesa pubblica e sociale alla politica sull'immigrazione (si veda il recente rifinanziamento dei "Centri di Permanenza Temporanea", veri e propri lager per immigrati); dalle opere pubbliche anti-ambiente ai consistenti trasferimenti pubblici e sgravi fiscali alle grandi imprese e alle banche, con l'aggiunta per i governi di centrosinistra di una serie di provvedimenti che, ammantati di slogan su "liberalizzazioni" e "lotta all'evasione fiscale", vanno a penalizzare ulteriormente il "lavoro autonomo" e le piccole imprese. La "sinistra radicale" (oggi "la Sinistra - l’Arcobaleno", che comprende Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra Democratica), smentendo le parole in senso contrario solitamente sparse fuori dalle aule parlamentari, condivide pienamente con i fatti tale indirizzo liberista. La tesi di utilizzare la pressione dei movimenti sociali per condizionare il governo si è rivelata priva di fondamento, ed addirittura sono stati avallati provvedimenti peggiori di quelli adottati dal governo di centrodestra. Si è manifestato contro le guerre e l’imperialismo e contro il precariato (17 febbraio, 9 giugno e 20 ottobre 2007) per poi votare a favore del rifinanziamento delle "missioni all'estero", della nuova base USA a Vicenza e del pacchetto welfare. Con aria afflitta e sofferente i menopeggisti della "sinistra radicale" raccontano sempre che vorrebbero un altro indirizzo economico-sociale; poi dicono di essere costretti a votare per questo governo al fine di scongiurare il pericolo delle destre, salvo rimangiarsi tutto quando un Bertinotti indica nello stesso Cavaliere nero (Berlusconi) l'architrave della "necessaria" riforma elettorale.

La riforma elettorale, che ci si appresta a varare, mira a taroccare, a dopare, ancor più di quanto non sia adesso, il consenso di chi la sta sponsorizzando. Insomma, la particolare funzione dell'ideologia democratica rappresentativa (un sistema di minoranze organizzate, di oligarchie mascherate, politiche ed economiche, anche in confliggenza fra loro) sembra essere quella di mantenere l'illusione della libertà. L'obiettivo è la ricerca di coalizioni stabili e durature per accelerare sulle succitate “riforme”. Le modifiche di questi ultimi anni verso il maggioritario hanno fatto attecchire il bipolarismo, ma questo, basato su coalizioni non omogenee di partiti, pur nel suo tendenziale grado di stabilità dei governi, continua a rendere faticosa l’approvazione di ogni provvedimento legislativo per i contrasti fra i partiti nello stesso polo e, nello scenario attuale, per il risicato scarto di seggi in Senato fra i due poli. Non si sa ancora quale forma assumerà il nuovo sistema elettorale, ferma restando l’incognita del referendum in senso ultramaggioritario sulla cui ammissibilità a fine gennaio prossimo si esprimerà la Corte Costituzionale. Se le forze politiche trovassero prima l’accordo su un testo di riforma del sistema elettorale, è prevedibile che, su un impianto apparentemente proporzionale, siano innestati forti correttivi (ad es. con il ridisegno delle circoscrizioni elettorali con una soglia de facto di sbarramento ben più alta di quella ufficiale che sarà dichiarata) da cui trarrebbero beneficio esclusivamente i grandi partiti e quelli a forte radicamento territoriale, come la Lega Nord. Dal "bipolarismo" si passerebbe ad un "bipartitismo" in cui due grosse formazioni si scontrerebbero elettoralmente senza dovere previamente stringere alleanze con partiti in grado di rallentarne, poi, l’azione di governo.

Questo probabile scenario è la ragione delle spinte aggregative in atto da parte di alcuni partiti. E questo ci porta alla "Cosa Rossa". L'unificazione della cosiddetta "sinistra radicale" ne "la Sinistra - l’Arcobaleno" è una scelta indotta, forzata, per ragioni di sopravvivenza. Un’operazione di vertice, tra burocrazie di partito, con una sostanziale assenza di progettualità comune (o comunque condivisa) e di coinvolgimento dei rispettivi corpi militanti. La sua nascita appare già debole, quindi, come scelta opportunistica di ripiego per garantirsi una sopravvivenza elettorale e, strategicamente, un trampolino per ricontrattare, volta a volta, da posizioni di (relativa) forza le alleanze con il Partito Democratico. Attorno a questo "la Sinistra - l’Arcobaleno" rimarrà ad orbitare e dalla sua moderazione non potrà né politicamente, né culturalmente prescindere. La legge elettorale che sarà varata, poi, indurrà a sempre più miti consigli.

In questo scenario la regressione sociale complessiva sul fronte della precarietà del lavoro, del reddito, della casa, dell’istruzione, dei diritti civili, delle servili politiche guerrafondaie, ecc., viene agitata dai soggetti costituenti "la Sinistra - l’Arcobaleno" come bandiera per legittimare la ditta, non certo per organizzare seriamente le lotte e, tanto per cominciare, i settori sociali coinvolti. Quei temi sono ormai, quando va bene, oggetto di convegni, interrogazioni parlamentari, articoli di giornale. Paradossale, alla fine, che il governo più impopolare degli ultimi venti anni veda al governo la sinistra e addirittura due partiti comunisti. Le scissioni ancora in atto dentro partiti della "sinistra radicale" ci paiono riflettere disorientamento quanto a percorsi politici e a strategie da perseguire, pur in un comprensibile e nobile atteggiamento a non rassegnarsi al ruolo di ruota di scorta sinistra dei dominanti. Non ci pare sensato attestarsi su una posizione difensivistica, identitaria, di principio, intorno alla parola "comunismo", senza dare un significato di senso ad una prospettiva di società che realisticamente si voglia determinare innanzitutto intorno ai principi di liberazione e giustizia. A nostro avviso, la mancata assunzione della questione nazionale, come snodo di un rivoluzionamento dei rapporti di dominio e sociali, si paga in questo paese, in termini di impasse e di marcescenza a tutti i livelli. Una decisa presa in considerazione strutturale, materiale, dei nodi che la dipendenza pone, riteniamo possa risultare aggregante e decisiva connettendola ad una comprensione e consapevolezza della natura sistemica dominante, delle dinamiche geopolitiche mondiali, dei nodi teorici e pratici di un diverso modo di produzione e di formazione sociale, di una imprescindibile nuova cultura anticapitalista da riformulare, fondata sull’analisi concreta del capitalismo reale, dell'esistente, e capace di vedere non solo la sfera economica. Anche la conoscenza di esperienze internazionali di liberazione nazionale, del passato e del presente, potrebbero concorrere ad aprire prospettive e scenari impensabili. Dal nostro punto di vista, alternative a tutto ciò non ne vediamo.

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