DISINCANTO E RIORIENTAMENTO

 

 

Chi ha associato la caduta del governo Berlusconi ad un'aspettativa di cambiamento, se non addirittura ad un riorientamento di linea politica, se non ha proprio voglia di mettere la testa sotto la sabbia come lo struzzo, ha moltissimi motivi di ripensamento e di disillusione.

Basti solo pensare alla mancata cancellazione delle leggi sul precariato e sulla riforma della scuola, alla non chiusura dei lager per gli immigrati (i cosiddetti CPT istituiti dalla Legge Turco-Napolitano), alla recente Legge Finanziaria con i suoi effetti anche sullo stato sociale, allo scippo del TFR e all’annunciata nuova manomissione del sistema pensionistico e previdenziale, alla ripresa delle liberalizzazioni targate Bersani e alla prosecuzione delle “grandi opere” (TAV su tutte) per favorire grandi interessi economici, all’esorbitante aumento della pressione fiscale sul lavoro autonomo e sulla casa, all’incremento delle spese militari per le guerre dell’imperialismo a stelle e strisce (rifinanziamento della missione in Afghanistan in primo luogo), all’assenso alla decisione USA di istituire una nuova base militare a Vicenza, eccetera.

Due, insomma, sono gli assi lungo i quali ad oggi si è mosso il governo Prodi: un indirizzo economico rigorista (anti-sociale e filo grande capitale) in linea con i parametri neoliberisti made in USA veicolati da Bruxelles (l'Europa continua ad essere il grimaldello anche per scardinare diritti e conquiste sociali ottenuti con lotte prolungate all'interno dei singoli Stati) ed uno di subalternità bellica all'alleato/padrone statunitense.

Il primo condiziona e veicola la ristrutturazione del sistema capitalista in questo paese, con riscrittura dei rapporti di forza all'interno delle classi dominanti con punti di vantaggio, ovviamente, per quelle frazioni che si internazionalizzano, che si aprono cioè sempre più all'interferenza del capitale estero, particolarmente statunitense.

Il secondo indirizzo veicola gli interessi che l'insieme del grande capitale di questo paese (ovviamente con la discriminante di quali referenze di frazione sono alla guida politica) ritiene di poter tutelare ed anche allargare beneficiando della riconoscenza dell'alleato/padrone.

Questo quadro non è specifico soltanto del governo Prodi. Come esecutivo potrebbe cadere ed essere sostituito da un altro, di centrosinistra come anche di centrodestra. Cambierebbero il rapporto di forza ed il peso di queste o quelle frazioni produttivo/finanziarie del capitalismo di questo paese, ma non cambierebbero affatto l'indirizzo di politica estera, e nemmeno, data la pluridecennale subalternità atlantica di questo paese, l'atteggiamento di fondo nei confronti dell'Europa di Bruxelles.

 

Una modifica seria di questo quadro, nell'auspicabile direzione di un'inversione politica e sociale, è illusorio pensare possa avvenire dal suo interno. Possono avvenire spostamenti e cambiamenti nell'assetto dei rapporti di forza tra le frazioni della classe dominante, che è tale in questo paese mentre è subalterna e marginale fuori. Stante un approccio esclusivamente economicistico della critica sociale e politica, pensare che, dentro esecutivi di questa natura, si possano reindirizzare o almeno significativamente mutare le direttrici politiche complessive, cozza contro la logica e la fattualità.

In tal senso quando prendevamo atto, all'indomani delle ultime elezioni politiche, del peso numerico significativo acquisito in parlamento dall'insieme delle forze definibili di "sinistra radicale istituzionale", sostenevamo che si trattava di un'ottima occasione perché fosse possibile a chiunque, con un minimo di attenzione, verificare il grado dai numeri reso possibile di condizionamento nient'affatto marginale che era nelle possibilità dello scenario determinatosi.

Lo dicevamo, però, senza alcuna illusione o aspettativa, stante una lettura strutturale sia del quadro politico d'insieme non solo congiunturale, sia della natura di dette forze su cui erano converse aspettative di cambiamento e consensi.

Gruppi e partitini, che già gongolano pensando di sfruttare quest'onda di disillusione ed occupare dei vuoti riproponendo lo stesso indirizzo politico, culturale e teorico di fondo di quei partiti in crisi (Rifondazione Comunista in primis, ma anche PdCi e Verdi), sono destinati, nella migliore delle ipotesi, a riproporre analoghi esiti. È un deja vu, un già visto nelle cronache politiche di questi decenni.

 

 

Le condizioni minime, di partenza, per pensare di incidere e (determinare le premesse per) cambiare si riducono all'ingrosso a due:

1. è necessario avere una forza nella società e non solo, al limite, anche in parlamento. Una forza nella società che non sia solo numerica, ma che anche se minoranza sia significativa, attiva, politicamente in grado di incidere, di esercitare forme di contropotere, anche solo di frenare o invalidare scelte di governo. Comunque in grado di poter catalizzare energie e candidarsi a salti di qualità progressivi. Questo presuppone sia un lavoro politico nel sociale che, in senso generale, sta venendo sempre meno, tolte lodevoli sacche di resistenza e di interessante irruzione di novità d'azione, pensiamo alle mobilitazioni "No Tav", "No Dal Molin" ed altri comitati, che trascresceranno anche a beneficio delle specifiche problematiche solo se sapranno nazionalizzare la contraddizione reale, incompatibile, non risolvibile dentro la gabbia capitalista e della dipendenza di cui sono di fatto espressione, sul territorio, con il loro rifiuto;

2. avere consapevolezza e renderla sociale, molto più di quanto qua e là affiora sull'onda emotiva di svariati eventi, che se si ignora o si sottovaluta il quadro complessivo di dipendenza nazionale, con tutti i suoi conseguenti corollari (economici, finanziari, militari, ecc.), ed in relazione a questo non si tarano possibilità e modalità di intervento, la speranza o le aspettative di ogni idea di cambiamento di questo paese sfociano inevitabilmente ed immancabilmente in una spirale ciclica di nuovi soggetti senza spina dorsale che nascono sul fallimento di altri e che risultano portatori, alla lunga, solo di illusorietà.

 

Ogni progettualità teorica e politica di assetti di società radicalmente differenti da quelli attuali, e che abbia di vista l'insieme, dalla centralità del fatto nazionale non può prescindere.

Nel quadro di una dipendenza è possibile negoziare, sia pur entro certi limiti, condizioni di natura contrattuale o di altro di parziale. È possibile trarre accomodamenti circoscritti al proprio vissuto esistenziale. Ma in ultima istanza non solo non si modifica il quadro generale, ma gli effetti negativi che scaturiscono da un paese senza praticamente più sovranità effettiva rientrano, per altre vie, nelle case e nelle vite di ognuno, nella stratificazione di classe in cui di fatto ci si trova.

A chi pensa che comunque è sempre meglio poco che niente, lo invitiamo a riflettere: in un contesto politico quale quello attuale di dipendenza, il "poco" di oggi viene messo in discussione domani. Quanti diritti, quante conquiste sociali sono state erose progressivamente in questi anni, ora con punte di accelerazione, ora di decelerazione? Nulla, meglio del titolo del primo editoriale de il Manifesto sulla finanziaria ("Poteva essere peggio"), è in tal senso significativo. Con questa "cultura", ci si scuserà la franchezza, non si va sicuramente da nessuna parte. È la logica della sinistra neogovernativa e sindacale che accetta un quadro collaborativo di sistema e che, pronta al peggio, saluta sempre il "meno peggio" come un successo. Salvo il risultare, poi, scenari e fatti alla mano, che non è nemmeno così, anzi. È un dato di fatto sui cui effetti i sostenitori del menopeggismo paiono strutturalmente incapaci di confrontarsi. Prenderne coscienza non basta. Occorre percorrere veramente altre strade, con ben altre idee ed orizzonti.

 

Indipendenza