EURO ED UNIONE EUROPEA. LE RAGIONI DI UN RIFIUTO

 

Che le condizioni economiche e sociali di chi abita in questo paese, da un decennio a questa parte, si siano considerevolmente aggravate, è oramai percezione diffusa. Lo è molto meno il fatto che ciò sia una conseguenza delle dinamiche a tutto campo innescate dall’aggressività delle ricette neoliberiste dettate dalla decisa riaffermazione di egemonia planetaria dell’imperialismo statunitense. Un neoliberismo che si esplica intaccando ulteriormente le sovranità statali e riducendo ogni ambito della vita individuale e collettiva a merce. Ciò viene veicolato principalmente tramite l’imposto processo di unificazione europea e servilmente recepito da centrosinistra e centrodestra con provvedimenti e scelte conseguenti di adeguamento assolutamente condivise nella sostanza, nel quadro di una competizione concorrenziale politicista, tra e dentro i due poli, per chi debba fungere da amministratore delegato dello spazio colonizzato italiano.

Prendiamo il nodo inflazione. Il forte aumento di prezzi verificatosi anche in Italia e ben più consistente delle irreali e, a conti fatti, manipolate cifre sul tasso d’inflazione fornite da istituti statistici italiani ed esteri, si inscrive pienamente tra gli effetti dell’introduzione dell’euro. È necessario aver chiaro, alla luce dei fatti, che detta introduzione non consiste semplicemente in una formale sostituzione di moneta, ma è funzionale all’imposizione coatta di tutta una serie di normative, volte a disciplinare le politiche economiche dei singoli Stati, privandoli di compiuta sovranità.

L’ideologia della sacralità dei vincoli di Maastricht ha l’obiettivo preciso di drenare quanta più liquidità possibile ed intaccare fortemente le sovranità statali trasferendone funzioni verso l’alto, a favore di istituzioni europee, e verso il basso, a favore di enti territoriali sottoposti a stringenti vincoli finanziari. Nell’ambito di tale processo si assiste ad una ridefinizione dei rapporti di classe nelle società degli indeboliti Stati che compongono l’Unione Europea. Più specificamente questa, recependo ed imponendo progressivamente a tutto campo (dal settore finanziario al lavoro, alla scuola, all’alimentazione, al costume, eccetera) la configurazione del modello capitalistico statunitense –quel che intendiamo per americanizzazione– e del relativo insieme di relazioni e regolazioni sociali, sta creando un terreno favorevole al consolidamento espansivo degli appetiti di oligarchie statunitensi la cui egemonia, scaturente dall’intreccio di interessi politico, militare, economico/finanziario, è sostanzialmente indiscussa.

Subalterna a questi, si colloca la competizione tra interessi capitalistici allocati in certi Stati in Europa per un miglior posizionamento all’interno della gerarchia del superStato comunitario in costruzione. Con una distinzione, gravida di conseguenze, tra pluralità di soggetti di capitalismo industriale, bisognosi del sostegno –e legati alle sorti– del proprio Stato di riferimento, e di capitalismo finanziario, disposti a servirsene ma con interessi sganciabili: questi ultimi soggetti, incorporandosi nel sistema speculativo/finanziario globale, predisposto e controllato da gruppi oligarchici e istituzioni made in USA, tendono ad allentare i propri legami con lo Stato d’origine, accentuandone la dipendenza –ed in ultima istanza la loro stessa– dalle classi dominanti statunitensi. Questa integrazione competitiva e internamente confliggente procede spedita, in evidente ed inevitabile cortocircuitazione con le aspettative e gli interessi popolari, che, diversamente declinati nelle diverse configurazioni capitalistiche statuali, ne risentono a seconda del posizionamento politico/economico dello Stato di riferimento nonché delle relative storie –lotte– e conseguenti, sia pur parziali, ‘conquiste’ sociali.

 

L’esempio –soprattutto italiano– dei notevoli aumenti nel settore agro-alimentare è emblematico e significativo per la rilevanza sociale, e quindi anche economica, del settore. Oltre a scontare problemi congiunturali, tali aumenti sono anche riflesso da un lato della dipendenza dalla grande distribuzione e dalle grosse multinazionali estere –cui le normative europee hanno spianato la strada–, dall’altro del progressivo taglio di sussidi comunitari per gli agricoltori –già ridottissimi, a differenza di quelli per le grandi imprese agro-alimentari, le vere beneficiarie del protezionismo agricolo europeo– prevista dalla riforma della Politica agraria comunitaria. Riforma che va incontro ai desiderata degli Stati Uniti, da sempre desiderosi di aprire alla propria produzione agricola il mercato dei paesi europei, in vista di quell’allargamento ad Est dell’Unione Europea tanto sollecitato dagli Stati Uniti stessi, al fine di appesantire l’Unione con referenti ancor più vincolati a sé, perché più deboli.

La mano dell’Europa è presente anche nell’incremento, particolarmente negli ultimi anni, delle tassazioni di Regioni, Province e Comuni. Incremento in gran parte dovuto al contestuale rispetto degli obblighi dettati dal patto di stabilità interno –che impone agli enti territoriali il raggiungimento di un determinato saldo finanziario tra spese correnti (da ridurre) ed entrate proprie (da aumentare tramite dismissioni immobiliari, innalzamento delle tariffe di servizi pubblici, ecc.)– ed alla riduzione dei trasferimenti statali. Misure, queste, istituite per rispettare i vincoli finanziari del Patto di stabilità europeo, che sta accrescendo l’indebitamento degli enti territoriali, in particolare verso capitali privati esteri. Un indebitamento sotto tiro delle agenzie di rating (che valutano la solvibilità dei debiti) statunitensi, concordi nel dire che “se l’Italia non saprà gestire l’impatto della devolution, rischierà di finire come l’Argentina (La Repubblica, 7 novembre 2003)”. Dichiarazioni che si commentano da sé.

Frutto delle direttive comunitarie sono anche le liberalizzazioni dei servizi pubblici, sia quelli in precedenza forniti esclusivamente dal settore statale (energia elettrica, gas), sia quelli forniti dal settore privato (assicurazione auto). Liberalizzazioni che hanno provocato da un lato il progressivo peggioramento dei servizi, dall’altro l’aumento esponenziale delle tariffe che, così come per le tassazioni, si ripercuotono fortemente sul costo al dettaglio di beni e servizi. Risulta dunque manipolatorio e volutamente fuorviante addebitare il forte aumento dei prezzi alle sole speculazioni di taluni commercianti. Solo a titolo di esempio, si pensi al settore dei pubblici esercizi dove, in pochissimi anni, si sono registrati tassi d’inflazione a due cifre per tassa sui rifiuti, imposta sulla pubblicità, occupazione di suolo pubblico, spese per la “sicurezza alimentare”, bollette di luce ed acqua, eccetera.

Si potrebbe continuare, ma è già da sé evidente che le direttive europee stanno svolgendo un ruolo fattivo nel peggioramento delle condizioni di vita e del potere d’acquisto delle famiglie.

È in nome dell’Unione Europea che si giustifica l’indebolimento e lo smantellamento dello Stato sociale, al più concedendo alla “mano pubblica” servizi rivolti ai cittadini più poveri, in una concezione da Stato sociale residuale che sta scardinando ogni teorica garanzia precedente dei fondamentali diritti sociali per tutti i cittadini. È in nome dell’Unione Europea che ci si apre alla globalizzazione neoliberista made in USA. È in nome dell’Unione Europea che questo ruolino di marcia viene efficacemente perseguito in virtù dei vincoli che impone. È ormai evidente che, non un cambiamento radicale di rotta, ma nemmeno alcuna politica di redistribuzione del reddito e di lotta alla diseguaglianza, né alcuno di quei pur parziali –perché innervati in una logica capitalistica– obiettivi di riformismo sociale (piena occupazione, difesa e sviluppo dello Stato sociale, eccetera) può essere perseguito ed ottenuto nel quadro dell’Europa.

Queste impossibilità sono reali, materiali, incorporati nella gabbia europea, non mascherabili dietro la cortina fumogena di questa o quell’Europa possibile, e sono la cartina al tornasole di una sudditanza nazionale che si intreccia indissolubilmente ad una sudditanza –e penalizzazione– sociale.

 

In questo contesto lo stesso assetto del capitalismo italiota è stato pesantemente colpito dagli effetti, determinatisi in concorso con le strategie politiche statunitensi, derivanti dal processo d’unificazione europea. Il passaggio valga, ovviamente, non come perorazione di suoi interessi, ma come descrizione dei processi in atto.

Risalgono infatti al colpo di Stato giudiziario di “Mani pulite” e alle privatizzazioni degli anni Novanta le origini del sempre più spinto processo di deindustrializzazione: dallo smantellamento dell’industria di Stato al forte declino e progressivo disinvestimento delle grandi imprese private, con in mezzo le piccole e medie imprese, messe in crisi dalla concorrenza di Stati come la Cina –si veda la diatriba sul protezionismo che meriterebbe ben altri alfieri e spessore– e sostanzialmente prive del sostegno del sistema paese. Il risultato finale è la svendita del paese ed il predominio del parassitario capitale finanziario (bancario + assicurativo), sotto mediazione e controllo di banche d’affari, fondi d’investimento ed agenzie di rating statunitensi.

Le privatizzazioni, assieme alle normative del processo d’unificazione europea, hanno infatti aperto l’Italia ai condizionamenti di istituzioni finanziarie statunitensi. Gli effetti non sono di poco conto. La Standard & Poor’s, una di queste agenzie di rating, ha svolto un ruolo non secondario nello spingere il centrodestra ad approntare la riforma delle pensioni, unitamente alle forti pressioni esercitate dall’esterno: dalla Banca Centrale alla Commissione Europea, al Fondo Monetario Internazionale. In virtù di accordi politici come quello di Basilea del 1988, incorporati in normative europee e relativi al funzionamento dei mercati finanziari internazionali, da un eventuale giudizio negativo delle agenzie di rating sul debito pubblico italiano ne conseguirebbe un aumento della spesa per interessi nel bilancio pubblico, a causa del maggior costo dei titoli statali. Oltre a ripercuotersi a cascata sul costo delle emissioni dei titoli obbligazionari delle imprese partecipate dallo Stato (tipo Eni, Enel, ecc.) e dei già ricordati enti territoriali, tale declassamento verrebbe infine sanzionato dalla Commissione Europea in caso di sforamento dei vincoli finanziari del Patto di stabilità. 

Segno di dipendenza sono pure le attese riposte su una “ripresa economica” dall’estero, in particolare dagli Stati Uniti –verso cui c’è chi rileva la forte dipendenza per le esportazioni– per superare l’attuale stagnazione capitalistica. Tutto ciò nel mentre la politica economica degli ultimi decenni (dalle misure di flessibilità di lavoro al progressivo smantellamento dello Stato sociale), attuata appunto sotto dettami europei e nel quadro delle nuove strategie neoliberiste di Washington, ha assottigliato quella domanda interna che in passato ha funto da imprescindibile base di partenza per la stessa Azienda Italia. E non solo in Italia, ma in tutta Europa, che resta la principale area di sbocco del made in Italy. La riduzione della domanda interna, unitamente alla rimozione delle residue barriere al commercio ed ai movimenti di capitale imposta da Trattati come l’Atto Unico europeo sottoscritto nel 1986, ha danneggiato persino una grande impresa privata come la Fiat che, nonostante il Mercato comune europeo, esercitava all’interno una condizione di quasi monopolio.

Spicca, dunque, la rilevante funzione svolta dal processo di unificazione europea nel deprimere gli stessi capitalismi dei relativi Stati. Nel mentre gli Stati Uniti, liberi da vincoli di ogni sorta, ricorrono ampiamente al deficit dei conti pubblici per sostenere le proprie grandi imprese, nel continente europeo a dettar legge sono obblighi come quelli del Patto di stabilità –i cui vincoli finanziari hanno provocato tagli consistenti non soltanto alla spesa sociale, ma agli stessi investimenti statali per infrastrutture, ricerca e “sviluppo”, eccetera– e la disciplina sugli “aiuti di Stato”, normativa in sé utilizzabile a discrezione, nel cui nome è stato avviato lo smantellamento dello stesso gruppo statale IRI. Senza contare gli effetti derivanti dalla mancanza di sovranità monetaria, con l’impossibilità, ad esempio, di sostenere le esportazioni delle piccole e medie imprese italiote svalutando autonomamente il tasso di cambio.

 

Di fronte a tali vincoli, le “grandi famiglie” italiote hanno risposto fuggendo dall’industria e cercando di riciclarsi parassitariamente, scendendo a compromessi con il grande capitale estero, e con l’indispensabile appoggio del ‘nostrano’ capitale finanziario, nel business dei servizi pubblici: dagli aeroporti ai telefoni, dalle autostrade all’energia. Settori che mantengono, al momento, una condizione semimonopolistica. All’orizzonte, sotto pressione dell’Unione Europea, a sua volta impegnata nel veicolare accordi come quello GATS sulla mercificazione dei servizi pubblici, stipulati da quell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) istituita su impulso degli interessi liberoscambisti statunitensi, si prospettano altre liberalizzazioni. In particolare, quella dei servizi pubblici locali (dall’acqua alla raccolta rifiuti, dalle farmacie ai cimiteri, ecc.), parzialmente frenata dai Comuni –che non vogliono cederne il controllo per non perdere una fonte di ricchezza e di clientelismo–, si sta concretando nella trasformazione in società per azioni (Spa) e ad accorpamenti delle aziende municipalizzate, al fine di aprirle agli investimenti del grande capitale anche estero e dotarle di una struttura produttiva adeguata alla quotazione in borsa. Pensiamo agli ordini e alle professioni intellettuali, che si vorrebbero parificate a merce, ed aperte agli investimenti del grande capitale, in particolare quello estero, con la creazione di potenti società di servizi professionali per imprese e persone che aggraverebbero comunque costi e qualità delle prestazioni intellettuali. O pensiamo anche all’effettivo compimento della liberalizzazione delle licenze e degli orari delle attività commerciali –varata dal centrosinistra ma bloccata principalmente dalle Regioni e dai Comuni– da aprire ulteriormente alla grande distribuzione e nel contempo finalizzata a dare liberistico ed illusorio sfogo all’aumento della disoccupazione. Insomma, la deindustrializzazione ed il disinvestimento industriale si accompagnano al dominio di un parassitario neo capitalismo delle bollette, delle parcelle, ecc.

 

Dal punto di vista del centrodestra al governo, tutti questi vincoli di dipendenza hanno determinato un quadro di stagnazione e comportato il prosciugamento delle risorse finanziarie interne. L’agognato progetto di circolo virtuoso di maggiori investimenti e magnifiche dinamiche conseguenti non è affatto decollato. Mancano i fondi per attuare la riforma fiscale –volta anche ad eliminare agevolazioni e meccanismi fiscali elaborati dal centrosinistra per favorire certe grandi imprese– e realizzare dannose opere infrastrutturali. Si fanno sempre più consistenti gli oneri coloniali da sborsare per sostenere le strategie militari di Washington –dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, l’Italia è il terzo Stato al mondo per “contributo complessivo” a cosiddette “missioni di pace” all’estero– sperando che la condiscendenza del padrone permetta di tutelare in scia immediati e marginali interessi economici e politici.

Nel mentre serpeggiano timori per un possibile rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, che farebbe aumentare spesa per interessi e dunque il disavanzo pubblico monitorato dal Patto di stabilità europeo, i costi del rispetto di questo vengono principalmente accollati agli enti territoriali –con conseguente aumento della tassazione o drastica riduzione di vari servizi. Il centrodestra si affanna insomma sul come incassare, stando nello stesso tempo attento a non deprimere ulteriormente i consumi. Ecco così spiegato il continuo ricorso, nelle finanziarie governative, a misure cosiddette una tantum –comunque deleterie per gli interessi collettivi– come concordati, condoni, “scudo fiscale” per il rientro dei capitali e cartolarizzazioni.

 

L’incancrenirsi delle difficoltà e la mancanza di fondi acuiscono i conflitti all’interno del sistema politico ed economico e sono all’origine delle forti frizioni nella compagine governativa. Qui si inscrivono strutturalmente il conflitto Fazio-Tremonti e anche, trasversalmente a questo, l’intento di AN ed UDC di rompere l’asse Berlusconi-Bossi-Tremonti. Il fatto che, di fronte ai vincoli esterni, tale asse insista per un certo scenario di sviluppo di piccole e medie imprese, con un ruolo dirigista assegnato al ministero dell’economia, non piace al capitale finanziario di cui è riferimento proprio Fazio –governatore di quella società per azioni che è la Banca d’Italia, che ha per azionisti quelle stesse banche su cui Fazio dovrebbe vigilare– che vorrebbe dettare la linea. Sull’andamento e direzione di tali conflitti, un ruolo fondamentale lo giocherà, ancora una volta, l’ambito giudiziario/giurisdizionale, apparentemente neutrale e super partes, in realtà ambito di registrazione di rapporti di forza: si pensi alle diversificate inchieste di varie Procure sul caso Cirio o agli attesi pronunciamenti della Corte Costituzionale. Secondo D’Alema (intervista Panorama 2 ottobre 2003) questa, a fattiva maggioranza di centrosinistra, andrebbe a “demolire pezzo dopo pezzo (…), come ha già fatto per la riforma Tremonti sulle fondazioni bancarie”, diversi dei provvedimenti più significativi (e dannosi) varati dal centrodestra: dalla Legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo al condono edilizio, dal lodo Maccanico-Schifani (la legge che sancisce l’improcedibilità e la sospensione di ogni processo contro le cinque più alte cariche dello Stato, per tutta la durata del mandato) alla legge obiettivo per facilitare le opere infrastrutturali scardinando norme di tutela ambientale.

Comunque si illude chi crede, con un eventuale governo di centrosinistra, ad un mutamento significativo di indirizzo politico, più attento alle istanze sociali. La scelta di astenersi, nel referendum del giugno scorso, sull’estensione dell’art. 18, ha mostrato ancora una volta le referenze cui è sensibile il centrosinistra, la sua attitudine a neutralizzare i conflitti sociali e a fungere da garante della stabilità sociale. Ripetuti pronunciamenti di suoi esponenti come Bersani, Treu, eccetera, ci mostrano infatti come su questioni decisive, ad esempio la riforma delle pensioni, il centrosinistra sia fautore di un liberismo ancora più spinto di quello del centrodestra. In politica estera, alla luce delle guerre di aggressione in Kosovo e Afghanistan, ci pare chiaro che la contrarietà di gran parte della sinistra istituzionale alla seconda guerra in Iraq, oltre a voler cavalcare dall’opposizione i diffusi sentimenti pacifisti espressi dall’opinione pubblica, può anche aver coinciso con un’opposizione all’unilateralismo USA –si veda l’enfatizzazione sul ruolo multilaterale dell’ONU– finalizzata però ad allargare gli spicchi di prebende ottenibili nelle condizioni oggettive, date, di subalternità al (mono)imperialismo egemone.

Anche in questo ambito la comunanza strategica servile dei due poli è convergente nella sostanza e divergente nelle forme con cui si mira a trarre benefici di scia.

Insomma, tra due mali (centrodestra e centrosinistra) è imbarazzante, se non addirittura fuorviante, anche attestarsi sulla scelta del minore. L’unica prospettiva credibile, avendo chiari i nodi sul tappeto, è costruire una politica indipendente. Nelle idee e nei fatti.