SUI FATTI DI NASSIRIYA
Noi ci sentiamo offesi. Offesi dell’offesa che si sta portando alla memoria e alla storia di libertà della nostra nazione partecipando ad una guerra d’aggressione. Non ci riconosciamo in nessuna occupazione e la memoria storica di questo paese è stata scritta, anche col sangue, per scrollarsi secoli di invasioni e di occupazioni. Dopo i fatti di Nassiriya, si è innescata un’accorta propaganda di guerra per compattare il paese, per far leva sui sentimenti ed evitare che si vada a fondo di ragioni, cause, responsabilità. Non di questo atto specifico. Di una politica. E non solo di questo governo. Di un sistema politico servile, quello italiota, che non da oggi (vedi Balcani, Kosovo, Afghanistan...) è al codazzo degli Stati Uniti e delle sue direttrici strategiche di interventismo imperialista nel mondo. Il dittatore Saddam, che pure non ci è mai stato “simpatico” politicamente –sostenuto piuttosto dagli USA quando faceva comodo, come ad esempio attaccare l’Iran nel 1979– non c’entra infatti proprio niente. Basta leggere documenti del Pentagono, della Casa Bianca o di altre istituzioni statunitensi, per rendersi conto che le vere ragioni dell’aggressione all’Iraq sono geopolitiche: impedire la messa in discussione della leadership mondiale USA, acquisire ulteriori aree di controllo e prevenire l’emergere di qualche potenziale antagonista imperialista. Il vero nemico non sta a Belgrado, a Kabul, a Baghdad, ma a Pechino, Mosca, Nuova Delhi, Parigi. Del resto è il Pentagono che fissa al 2017 la guerra con la Cina e ne preannuncia altre prima d’allora, su scala globale. L’Iraq è una tappa di avvicinamento, per il controllo delle risorse e per l’acquisizione di posizioni strategiche.
Siamo da sempre schierati contro qualsivoglia aggressione e, di
conseguenza, per il legittimo diritto di resistenza dei popoli a difendersi.
Rifiutiamo ogni tentativo strumentale ed
opportunistico di criminalizzare
resistenze di tal tipo. Fu legittima quella italiana contro l’occupazione
nazista (quantunque parziale, perché
avrebbe dovuto proseguire contro la successiva occupazione statunitense ancora
perdurante nel nostro paese). È legittima quella irachena. Achtung Banditen venivano definiti i partigiani. Briganti dicevano i soldati sabaudi
fucilando e massacrando nel Sud Italia anche interi villaggi, in nome di leggi speciali come quella Pica. Oggi impazza la qualifica di terrorista, sancita proprio da chi sparge terrore da decenni nel mondo
–talvolta riconoscendolo pubblicamente, come per Cile e Guatemala–,
direttamente o per interposto regime, in America Latina, in Africa, in Asia,
eccetera. Un manicheismo che serve per
giustificarsi, per mettersi dalla parte del Bene,
e nel contempo criminalizzare, delegittimandolo, chi si oppone o non è
in linea. La stessa Costituzione e lo Stato repubblicano
scaturiti dalla Resistenza hanno avuto il loro battesimo nella legittimità
della lotta armata contro l’occupazione. Non si può negare a chicchessia
l’esercizio legittimo di questo diritto naturale
di resistenza all’occupazione e all’oppressione, riconosciuto dalla stessa ONU.
Perché la Resistenza
italiana sì e quella irachena no? Ci sono invasioni e invasioni, oppressioni ed
oppressioni? Le forme di resistenza
adottate, le eventuali tragedie in
termini di morti civili, non inficiano la legittimità di ogni Resistenza all’oppressione. Le guerre, tutte le guerre, anche le relative “resistenze”, non sono mai tutte
pure ed incontaminate. Non esiste il Bene
tutto da una parte ed il Male tutto
dall’altra. Forse che la stessa Resistenza italiana è stata tutta “rose e
fiori”? Purtroppo ci furono atti
esecrabili avvenuti tra partigiani, contro civili sospettati di essere fascisti
e contro gli stessi “nemici”. Questo non toglie che vadano condannati, ma non
inficia assolutamente la legittimità della Resistenza partigiana.
La resistenza nazionale irachena, formata da varie forze accomunate dall’obiettivo (legittimo) di cacciare gli invasori USA e relativi codazzi degli alleati/subalterni, nel suo insieme mostra un radicamento diffuso ed una incisività in crescita esemplare di fronte alla superiorità di uomini e mezzi dell’occupante. Altro che fanatici seguaci di Saddam o dell’integralismo sunnita-wahabita di bin Laden, corrente a dir poco estranea in un Iraq tra l’altro sciita per oltre il 60%. Il Pentagono riferisce di decine di attacchi quotidiani. Giornalisti USA (e non solo) sul campo sovente ne smentiscono al rialzo il numero. Un rapporto della CIA, trasmesso a Washington il 12 novembre e riportato dal The Philadelphia Inquirer, descrive l’incapacità sia delle forze statunitensi a schiacciare gli insorgenti, sia delle istituzioni e degli esponenti iracheni collaborazionisti a governare il paese, nonché il sempre più consistente appoggio popolare alla resistenza. Come si fa a non notare che c’è un popolo che non ha accolto gli invasori come “liberatori”? Come si fa a non vedere che la resistenza non è affatto riducibile alle azioni della novella Spectre di Jamesbondiana memoria di Al Qaeda, ma regge, così protratta nel tempo, perché c’è una fierezza culturale alla non-sottomissione, nonché un vastissimo consenso popolare ed un sostegno logistico locale fatto di ospitalità in case, cibo, cura dei feriti, nascondigli? Una resistenza dall’importanza storica mondiale decisiva, di straordinaria portata per le istanze di liberazione e di indipendenza dei popoli nel mondo, sta costringendo per ora gli USA ad impantanare lì i propri piani di aggressione mirati a riscrivere non solo la mappa politica del Medioriente, ma volti anche in ultima istanza a chiudere spazi di espansione per i capitalismi rivali. Occorre dunque rivendicare, anche qui in Italia, l’immediato ritiro del collaborazionismo militare italiota per concorrere ad indebolire l’aggressione. Del resto, poi, cosa c’è di più terroristico di una guerra e per giunta d’aggressione? Come definire altrimenti, oltre al decennale embargo ed ai bombardamenti, quel che Dexter Filkins riferisce sull’Internation Herald Tribune dell’8 dicembre, ed altri osservatori, prima e dopo di lui: rastrellamenti che terrorizzano la popolazione nelle ore notturne; arresti di familiari (in primo luogo donne) di presunti militanti per costringerli a capitolare; interi villaggi circondati dal filo spinato e ridotti a “campi di concentramento”; sradicamento di coltivazioni come atti di punizione collettiva; distruzioni di case e palazzi e cannoneggiamenti di interi villaggi, questo ed altro per comunicare “ai comuni iracheni il costo della non cooperazione”. La stessa Amnesty International, poi, ha più volte denunciato che «in Iraq non passa giorno senza che altri civili siano uccisi o feriti dai soldati statunitensi nella più totale impunità».
A Nassiriya si è inteso colpire
il quartier generale del comando militare di un contingente
subalterno agli USA. La Casa Bianca sta cercando di ‘sganciarsi’ dall’onere di
sangue e soldi che sta costando l’occupazione e vuole scaricarlo sugli
alleati/subalterni. È chiaro che l’obiettivo di Nassiriya ha inteso
lanciare un messaggio dal forte impatto comunicativo, diretto non solo a chi è
stato preso di mira: andatevene!! Chi è responsabile, quindi, della morte di
questi soldati italiani volontari? Chi si difende da un’occupazione o chi ce
l’ha mandati! “Portavano l’acqua, la
luce, la pace”. “Ricostruiscono”,
ci vien detto. Già. Ma da quando in qua, anziché idraulici, elettricisti e
muratori, si inviano bersaglieri, carabinieri e incursori? E del resto, chi ha
tolto l’acqua, la luce, la pace? Chi ha distrutto? Chi ha portato morte e
distruzione? Chi continua a farlo? Perché, quindi, essere partecipi di
un’operazione che addirittura vìola lo spirito e la lettera della Costituzione
di questo stesso Stato? Se nostri “concittadini”, per le ragioni che siano,
consapevolmente o meno, concorrono a pacificare
lo stato di occupazione, a stabilizzare la situazione, ad essere quindi
funzionali di fatto alle strategie di dominio dell’imperialismo USA, ci spiace,
ma noi non sentiamo di avere nulla a che spartire con il significato della loro
azione.
Non ci è difficile comprendere l’amore che altri portano alla propria terra e alla propria nazione, perché ci sentiamo fieri di essere nati in questa terra, della cultura che ci ha formato, della nostra appartenenza nazionalitaria. Ci sentiamo vicini a chi soffre, a chi è oppresso, a chi muore. Non riusciamo ad esserlo per chi, foss’anche non pienamente consapevole, è causa o complice di sofferenza, oppressione e morte. Non ci seduce, insomma, il colonialismo “buonista” funzionale all’imperialismo a stelle e strisce, quello che stanno propagandando in questi mesi, con i “nostri ragazzi” che distribuiscono “nutelle, merendine e caramelle” ai bambini iracheni e pagano gli stipendi. Tutto ciò ovviamente non toglie il dolore alle famiglie dei morti. Pietà dunque per loro e comprensione per i familiari dei caduti. Ma non lutto. Il lutto implica intimità, partecipazione, vicinanza, condivisione ideale ed affettiva. Quando si muore si è tutti uguali, ma prima di morire non lo si è. Tra un uomo che opprime ed uno che è oppresso, proprio in nome del rispetto dei diritti e della dignità dell’Uomo, non ci può essere equidistanza. Una considerazione che non è disgiunta dall’indignazione di constatare, peraltro, come la prodotta condizione di colonialismo interno che attanaglia la popolazione del Sud –si veda la preponderante maggioranza di carabinieri meridionali uccisi– venga utilizzata da questo Stato per dotarsi di carne da macello da gettare al servizio dei dominanti statunitensi.
Chi parla di Patria e di presunti
interessi nazionali da ‘difendere’
aggredendo, contraddice già di per sé
la legittima difesa di ogni Patria e
di ogni nazione. Il che non muta se
ciò avviene al seguito di un qualche alleato/padrone, in questa fase storica lo
Stato (mono)imperialista USA, o se fosse
fatto in proprio. È necessario lanciare un messaggio chiaro e forte contro
chi snatura l’idea comunistica di
nazione per coprire interessi
capitalistici e imperialistici. Per questo, simbolicamente, che 10-100-1000
Tricolori sventolino nelle manifestazioni anti-imperialiste e contro la guerra.
Se ha un senso bruciare un Tricolore in Iraq, perché lì rappresenta uno Stato (quello italiota) co-occupante, quantunque vassallo e subalterno, qui, in Italia, il Tricolore sarebbe un
messaggio simbolicamente chiaro e forte che perlomeno una parte di questa nazione non si riconosce nelle scelte di
questo Stato. Assunto nelle sue
conseguenze materiali sarebbe solo un
inizio. Di emancipazione. Tenendo presente che non c’è anti-imperialismo senza
resistenza nazionale, ma che non c’è
liberazione nazionale effettiva senza liberazione delle classi subalterne.