"FORCONI", UNIONE EUROPEA, SINISTRE E

LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

 

A partire da lunedì 9 dicembre l’Italia è stata scossa per diversi giorni dalla protesta del movimento dei cosiddetti “forconi”. Negozi chiusi, mercati disertati dagli ambulanti, blocchi stradali, manifestazioni e cortei spontanei hanno contrassegnato un po’ tutta la penisola, con alcuni importanti epicentri nel Meridione e a Torino, la città più impoverita del nord del Paese (sua infatti la ben poco invidiabile palma di capitale degli sfratti per morosità, nonché quella di maglia nera per numero di chiusure di attività commerciali). È stata una mobilitazione un po' fuori controllo e lontana dagli schemi usuali: parole d’ordine semplici, basilari, con uno spessore propositivo molto basso; una estraneità, se non radicata e rabbiosa ostilità, alla politica; un’adesione conseguita attraverso il passaparola in rete più che sulla capacità di organizzazione dei soggetti promotori e tanto meno dei tentativi di 'sovrapposizione' e strumentalizzazione di forze politiche; anche in conseguenza di tutto questo, una partecipazione molto eterogenea quanto a provenienza sociale e appartenenza politica. Al di là della partecipazione –tutt’altro che trascurabile– di componenti sociali avvezze a 'scendere in strada' (studenti, disoccupati, precari, spezzoni dello stesso antagonismo di sinistra, sia pure in modalità non ufficiali) è un insieme composito, per molti versi inedito, del ceto medio impoverito che si è messo in moto: piccoli commercianti a rischio chiusura del proprio esercizio (tra un crescendo di gabelle e tasse, un costo della vita sempre più difficilmente sostenibile, una domanda sociale sempre più asfittica), autotrasportatori (con il mutuo del mezzo da pagare e pochi soldi per coprire l’assicurazione), piccoli imprenditori, titolari ed ex titolari di partite IVA non più sostenibili, lavoratori autonomi, agricoltori, artigiani, ambulanti, eccetera. Insomma, i volti della nuova esasperazione sociale, della nuova povertà ormai aggregata a quella già esistente, che sta affondando a fronte del precipitare della crisi e delle strette finanziarie indotte dalle prescrizioni euroatlantiche. Una composita soggettività sociale che prevedibilmente, per le stesse ragioni, tornerà a farsi sentire, forse ancora ma non scontatamente con tutti i limiti dello spontaneismo protestatario.

 

A tale proposito, ha avuto un certo rilievo sul piano mediatico la partecipazione di gruppi riconducibili all’area neo-fascista, a dispetto di una presenza quantitativamente tutto sommato marginale. La ragione va ricercata in alcuni episodi di stampo intimidatorio principalmente verso negozianti e automobilisti. Ciò ha provocato reazioni di netta condanna, che hanno però sconfinato nel bollare l’intera protesta come populista e fascista. Non solo –come ampiamente prevedibile– da parte della “sinistra” governativa e liberista (PD e soci), ma anche da gran parte della sinistra cosiddetta radicale e antagonista, salvo qualche rara eccezione. Tuttavia ci sembra questo un giudizio sin troppo superficiale, che fa emergere una volta di più l’incapacità 'a sinistra' di comprendere e dialogare con la realtà sociale del paese, nonché la distanza sempre più profonda (tale da sfiorare quasi l’incomunicabilità) tra il cosiddetto “ceto medio riflessivo” (principale bacino di consenso delle sinistre variamente intese) e vasti strati popolari, in non pochi casi proletarizzati.

La recente spaccatura del movimento in merito alla manifestazione di Roma del 18 dicembre e il rientrare della protesta sembrerebbero dar ragione a chi –correttamente peraltro– sottolineava che senza una chiara prospettiva politica non si danno rivoluzioni ma soltanto rivolte che poco o nulla riescono a spostare in termini di assetti economici, sociali, politici. E tuttavia giova precisare che se per una rivoluzione occorre una prospettiva ed una direzione politica, senza un forte radicamento sociale questa è condannata a rimanere confinata nell’alveo delle discussioni salottiere. Da qui la domanda cruciale: come sperare di radicarsi nella società se si criminalizza ogni risposta spontanea che scaturisce da essa, bollandola magari come intrinsecamente fascista? A che titolo si condanna la strumentalizzazione di queste proteste che determinati soggetti politici hanno messo in atto (o tentato di farlo), quando fin dal principio si è lasciato loro campo libero? E in questo caso il campo libero glielo si è lasciato da sempre, dal momento che i ceti sociali protagonisti delle proteste sono spesso stati, nel corso degli anni, letteralmente “spinti” tra le braccia delle destre. Questo a causa dell’atteggiamento di larga parte della sinistra (non solo quella maggioritaria liberista, ma anche quella cosiddetta “radicale”, la quale si è dimostrata spesso subalterna alla prima, andando di fatto a rimorchio) che ha preferito cercare un’intesa tra il suo tradizionale bacino di riferimento (lavoro salariato, pubblico impiego) da un lato e settori di classi dominanti (grandi gruppi industriali e finanziari, banche, quadri dirigenziali delle grandi aziende, ceto intellettuale), oligarchie corporative e parassitarie dall'altro. Gli esiti disastrosi sono sotto gli occhi di tutti: oggi centro-destra e centro-sinistra rappresentano nominalmente interessi compositi e inter-classisti, con il minimo comune denominatore che in entrambi i casi i settori più popolari sono totalmente subalterni rispetto agli interessi delle frazioni di classi sub/dominanti dei rispettivi schieramenti, non traendo quindi alcun beneficio reale dall’eventuale “vittoria” elettorale della propria fazione.

 

L’unica via d’uscita a questo stato di cose sarebbe rappresentata dalla rottura di questi blocchi verticali e dalla ricomposizione di un blocco sociale orizzontale che comprenda le classi a vario titolo dominate, un vero e proprio fronte di liberazione nazionale. A tal fine si renderebbe però necessario rompere con i pregiudizi consolidati di una sinistra che, lungi ormai dal concepirsi come espressione degli interessi dei più umili, da tempo si autorappresenta come espressione dell’Italia migliore, quella più colta, riflessiva ed onesta, in contrapposizione alla cosiddetta “Italietta” dei furbi e degli ignoranti.

Non deve peraltro sfuggire che la piega sin qui descritta non è certo il frutto di una presunta miopia politica da parte dei ceti politici, tutt’altro: il bipolarismo applicato al liberismo assolve proprio la funzione di neutralizzare ogni spinta verso un cambiamento reale a livello di sistema, imbrigliando ogni rivendicazione all’interno dei due grandi contenitori politici (centro-destra e centro-sinistra), la cui alternanza al potere è il più compiuto fattore di stabilità di un sistema da entrambe le fazioni sposato senza riserva alcuna. Ciò che quindi dovrebbe essere messo pesantemente in discussione è l’acquiescenza di larghi strati dominati alle suddette gabbie politico-culturali. È questa forse la lezione più immediata che dovremmo trarre dagli eventi del dicembre 2013.

Occorre riconoscere che quella vastissima componente sociale formata da lavoratori autonomi e piccole e medie imprese costituisce l’ossatura del sistema produttivo di questo paese e che da anni è oggetto degli attacchi dei ceti grande imprenditoriali e finanziari, nell’ambito di un’autentica lotta di classe tra frazioni della cosiddetta borghesia (anche se –va detto– tra autonomi e partite IVA spesso si annidano sacche di lavoro dipendente mascherato). In tal senso il regime fiscale vessatorio per queste categorie costituisce una realtà, soprattutto se paragonato al trattamento di cui beneficiano grandi aziende, banche, centri commerciali, e non può quindi essere derubricato a semplice lamentela di una categoria composta esclusivamente o quasi da evasori, come certi luoghi comuni tendono ad accreditare.

 

A tale proposito è bene prendere atto della mutazione genetica della questione fiscale. Il crescente indirizzamento del denaro pubblico verso il pagamento di un debito estero sul quale ci si dovrebbe interrogare quanto a natura e genesi, che cresce inarrestabile da molti anni nonostante salassi sociali e privatizzazioni/svendite, che non solo appare inestinguibile, ma viene di continuo alimentato da inaccettabili meccanismi vincolistici europei, è qualcosa di immorale e politicamente inaccettabile. Il prelievo –taglieggiamento– fiscale è ormai connotato come fonte di drenaggio a vantaggio della speculazione finanziaria e sta immiserendo strati sempre più estesi di popolazione. Chi oggi parla di lotta all'evasione fiscale prescindendo da questo contesto agisce di fatto come agente contoterzista degli interessi speculativi del mondo della grande finanza.
Né può avere cittadinanza l’argomento che queste categorie sarebbero corresponsabili dell’attuale stato di cose in quanto costituirebbero il tradizionale bacino di voti di Lega e Berlusconi. In primo luogo chi ancora pensa che il profondo sfacelo economico, politico e sociale in cui è immerso il nostro paese possa essere semplicemente spiegato con 20 anni di berlusconismo dovrebbe chiedersi il perché la stessa situazione (in certuni casi anche peggiore) è vissuta da molti altri paesi europei, non solo i cosiddetti PIIGS ma anche molti della zona orientale del continente. In secondo luogo da questa considerazione dovrebbe apparire evidente la corresponsabilità di tutti i governi che si sono avvicendati al potere negli ultimi decenni, i quali hanno attuato politiche dello stesso segno, contribuendo ciascuno per la sua parte in direzione di un liberismo sempre più spinto e di una cessione sempre più consistente di sovranità economica e monetaria all’Unione Europea. Il che non deve peraltro sorprendere, vista la natura del bipolarismo liberista cui si accennava sopra. Dato che quindi le forze politiche di centro-sinistra non sono meno colpevoli della situazione attuale rispetto a quelle di centro-destra, lo stesso discorso deve pertanto valere –se proprio ha un senso farlo– in riferimento ai rispettivi elettorati.

 

Merita infine di essere sottolineato il fatto che il blocco sociale più coinvolto in queste proteste sia costitutivamente poco ideologizzato, nel senso che tende a votare in maniera molto pragmatica, sulla base di considerazioni pratiche. Ciò mette pesantemente in dubbio l’idea stereotipata che si tratti di categorie “non spostabili” sul piano politico, sebbene anni e anni di snobismo culturale da parte della sinistra non possano non avere lasciato scorie e conseguenze. A proposito di snobismo, andrebbe fatta una seria riflessione anche in merito a un atteggiamento diffuso in base al quale le risposte –sbagliate, discutibili e inadeguate quanto si vuole– al malessere sociale, che vengono di volta in volta messe in campo in ambito politico, diventino agli occhi di gran parte del cosiddetto “popolo di sinistra” il vero nemico principale. Prima dei forconi è accaduto ad esempio al Movimento 5 Stelle, bollato anch’esso come fascista senza troppi problemi. Le conseguenze di questo approccio sono evidenti nella loro perniciosità: all’ora del dunque ci si schiera sistematicamente con i rappresentanti degli interessi economici e finanziari che si dovrebbero invece combattere (leggi PD e soci), per fare quadrato di fronte al pericolo del “populismo” di turno. A tale riguardo ci si dovrebbe semmai chiedere perché la sinistra “antagonista” o “radicale” non si riveli mai in grado di offrire un’alternativa credibile in grado di aggregare le fasce di malcontento, tanto più in fasi di crisi acuta come questa.

 

Siamo quindi di fronte a un compito tanto difficile quanto necessario: spezzare le barriere (culturali e antropologiche, prima ancora che politiche) che dividono le classi a vario titolo dominate di questo paese e, allo stesso tempo, spezzare i legami che legano le stesse a quelle frazioni di classi dominanti che fanno riferimento alle due grandi famiglie politiche sistemiche del centro-destra e del centro-sinistra. Il terreno comune dovrebbe essere quello della liberazione nazionale, della rivendicazione della sovranità e dell’indipendenza, fuori dalla subalternità al capitalismo atlantico. Che tutto ciò non sia distorto dalle destre incanalandolo in atteggiamenti sciovinisti e razzisti dipende da se e quanto la sinistra anticapitalista e antimperialista si spenderà per quest’obiettivo, liberandosi da tutta una serie di scorie e dogmatismi incapacitanti. “Indipendenza” è da tempo già attiva in tal senso nel fare la propria parte.

 

Indipendenza

(23 dicembre 2013)