CONSIDERAZIONI DA UNA CRISI ANNUNCIATA
Salutiamo positivamente lo smottamento provocato
dallesito delle elezioni regionali, anche se non bisogna farsi illusioni: le
dimissioni di DAlema non segnano purtroppo la sconfitta di un disegno politico che
travalica le comparse governative di turno.
La prima considerazione che ci viene da fare, infatti, è che la sostituzione con Amato è
qualcosa di più e di diverso di un abbarbicamento alle poltrone o della pur
evidente necessità di recuperare consenso prima delle elezioni politiche del 2001.
Siamo ad una sorta di regolamento interno di conti negli equilibri della coalizione
dominante, per una accentuazione di linea politica che rimane sostanzialmente la stessa
ma a conduzione centrista. Se ridimensiona il peso politico, non
esaurisce affatto la funzione della sinistra al governo che è e rimane strategica per gli
interessi di questa fase del grande capitale (interno e transnazionale) e del suo
cuore politico-economico-militare (gli Stati Uniti). Insomma, il ceto politico
dominante ha un corpo in gran parte di sinistra e la testa ritorna ad una
figura tecnocratica di centro. Con un elemento aggiuntivo: è pronto il
terreno, per "battere le destre", alla riedizione della desistenza con
Rifondazione Comunista. Centrodestra e centrosinistra, lo affermiamo da anni, sono degli
artifizi concettuali, politici e sociologici. Benché formalmente contrapposte, sono in
sostanza due facce della stessa medaglia, due compagini di una sorta di partito unico,
indistinguibili per opzioni politiche di fondo o scelte ideali. Un fatto amplificato sia
dallingessatura progressiva del sistema politico e delle sue stesse modalità di
formazione della rappresentanza, sia dalla speciosità ed infimo livello delle
argomentazioni massmediali con cui ci si becca rimproverandosi le stesse cose
e demonizzando lavversario. Nonostante distinguo ininfluenti e contrasti contingenti
di interesse al loro stesso interno, sul proscenio americanizzato di personalizzazione
della politica entrambe le compagini con/dividono lattuale indirizzo liberista del
capitalismo e la leadership imperiale statunitense che ne controlla le dinamiche a livello
planetario. Queste diverse cordate di gruppi di potere non si configurano purtroppo come
degli epifenomeni nella vita politica italiana ma come veicoli di manipolazione delle
coscienze e dello spazio politico. Lessere due facce della stessa medaglia -è
questo un punto da tenere chiaro- non significa che, sul mercato dellofferta
politica del sistema istituzionale capitalistico, siano intercambiabili in ogni momento.
Quanto detto fa discendere una prima conseguenza, che è anche un obiettivo tattico:
battersi per la sconfitta della sinistra, di questa sinistra, del suo ceto politico
in tutte le sue varianti. Non essendo fautori del "tanto peggio, tanto meglio",
riteniamo che sia lì il peggio da battere perché attuale referente preferenziale
del grande capitale, per nulla inquieto dei "comunisti al potere". Battere queste
sinistre significherebbe scardinare un progetto politico/economico liberista
internazionale che vede oggi gli eredi del PCI in un ruolo di garante sociale
analogo a quello che ebbe la Democrazia Cristiana. Alla funzione di perno e cerniera
svolta (principalmente) dalla Dc nella fase capitalistica, cosiddetta keynesiana,
di controllo ed erogazione di fondi pubblici -in deficit di bilancio- a fini
"sociali", la necessità di rivedere tutta una serie di acquisizioni sociali fa
sì che, in questa fase liberista di competizione molto accelerata, il perno non possa che
essere rappresentato dalla "sinistra plurale". Contrastare questo progetto
significa contrastare la logica imperialista degli Stati Uniti, nella cui scia si
pongono gli interessi dei gruppi grande-imprenditoriali e lItalia come supporto
logistico/strategico, ed operare fattivamente per liberare la nazione dal rapporto di
sudditanza che la lega. Nessuna prospettiva di cambiamento radicale può passare ignorando
il conseguimento della liberazione della nostra terra e del nostro popolo.
Che il gioco destra/sinistra sia fondamentalmente truccato è
sintomatico anche della crescita dellastensionismo. Avvicinando, al ribasso,
lItalia ai livelli partecipativi di altre democrazie parlamentari avanzate
non fa altro che accentuare la formalità di una crazia con sempre meno demos.
Che nellattuale contesto politico questa sia la scelta di rigetto più immediata,
comprensibile e condivisibile, non discutiamo. Ma è bene essere consapevoli che è
politicamente perdente per la sua incapacità a divenire fenomeno attivo di critica
di massa. Resta comunque indizio che in una parte non indifferente del popolo italiano, in
maniera più o meno cosciente, si esprime una domanda di rottura con lattuale
stato di cose che non trova appagamento in nessuna forza istituzionale. Nemmeno in
Rifondazione Comunista, che prefigura un indirizzo diverso e poi, come per
lalleanza subalterna nel carrozzone di centrosinistra alle regionali, è sempre
disponibile a fungere di fatto da serbatoio del recupero sociale. Questa
insoddisfazione, questa esigenza di liberazione inappagata, resta un fattore di non poco
conto nel quadro desolante di una scena politica italiana dove non ci sono rappresentanze
partitico/istituzionali portatrici di alcuna ipotesi di cambiamento politico radicale
della vita della nazione, per mancanza di un progetto teorico adeguato, per mentalità,
per pratica politica conseguente. Al più abbiamo il peggio, che è il
neoriformismo funzionale alla modernizzazione liberista, anche sotto le sembianze del
massimalismo intinto di socialese verbale e di concreta impotenza, considerando che
i meccanismi istituzionali capitalistici, comè logico, sono strutturati in modo
tale da prevenire eventualità antisistemiche dal suo interno.
Questa ulteriore considerazione non deve metterne in ombra una terza di non poco conto: lo
smottamento consumatosi era annunciato ed auspicato dagli stessi sponsor
economico/finanziari del governo, da quella grande imprenditoria e grande finanza che da
mesi veicolano, attraverso i loro organi di stampa, le ragioni della propria
insoddisfazione. Che risiedono nelle modalità e nella tempistica degli atti del governo
DAlema. Uno scossone, per un ripristino di indirizzo più deciso e consono ai propri
interessi e aspettative, si imponeva. Le prime bordate erano partite già da mesi: a
Cernobbio, nel settembre scorso, Agnelli aveva dato voce autorevole alle lamentele per
parametri in parte deficitari, in parte ai nastri di partenza, nel complesso affrontati
con difficoltà e lentezza dalla sinistra al governo.
Ma non si equivochi sui termini del problema. Il cavallo del "centro/sinistra",
sul quale hanno puntato i circoli dellalta finanza e grande-imprenditoriali italiani
ed esteri, resta strategico. Perché dà ampie garanzie di conseguire passaggi economici e
sociali significativi nel modo più indolore possibile, anche in virtù
dellacquiescenza -tecnicamente: "concertazione"- dei sindacati di
riferimento. Mantenere sotto anestesia la conflittualità con il lavoro dipendente
(pubblico e privato) è la premessa categorica ed ineludibile. Allincasso
della corsa, la posta in palio è grossa: accelerare la flessibilità, anche se su quella
in entrata molto è stato fatto e ora si chiede mano libera in uscita; legare i salari
alla produttività come ulteriore forma di partecipazione al capitale; rafforzare tutti
quei fattori legati allambiente sociale nel quale le imprese operano
(infrastrutture, servizi, ricerca, sicurezza, ecc.); accelerare la ristrutturazione
dellassetto socioeconomico italiano; concludere i processi di svendita dei gioielli
nazionali al privato (le cosiddette liberalizzazioni); riscrivere il sistema
pensionistico a vantaggio della previdenza privata; ridimensionare economicamente i ceti
medi attraverso una spremitura fiscale. Tutto questo per unaccumulazione di quote
sempre più consistenti di capitale da investire nella speculazione finanziaria e nella
competizione produttiva globale. In questi anni, tra governi tecnici sostenuti
esternamente dalle sinistre e governi a diretta direzione di sinistra, questa è la strada
battuta. Al governo DAlema sono stati riconosciuti diversi meriti e due limiti: 1.
non avere un programma vero e proprio; 2. tempi troppo lenti per la
"modernizzazione". Si cerca una leadership forte, disponibile a rinunciare a
consensi di breve periodo per gli obiettivi di cui sopra. Di qui lo spostamento del
baricentro di guida, senza però la liquidazione della sinistra.
La destra non offre in tal senso le medesime garanzie di pur relativa pace sociale della
sinistra. Con una serie di aggravanti. Primo. Non cè un gruppo dirigente
rappresentativo. Vi sono delle individualità, ma si tratta nel complesso di
uninterlocuzione non ritenuta affidabile, compreso lo stesso Berlusconi estraneo
allapparato economico/finanziario che conta e che non a caso gli continua a far
mancare lappoggio di uomini rappresentativi nelle sue liste e il sostegno dei propri
giornali. Secondo. Anche se la geografia del potere economico registra segnali di
cambiamento, come la sconfitta, a marzo, del candidato di Agnelli&C. per la presidenza
di Confindustria, non si è comunque in presenza di fattori decisivi di mutamento
di quellatteggiamento. Terzo. La saldatura nel Nord con la Lega, se rappresenta un
punto di forza del Polo sotto il profilo politico/sociale, proprio per questo, per ragioni
di spremitura fiscale dei ceti medi, divarica lo iato con gli interessi della grande
imprenditoria.
Oggi è quindi necessario operare affinché la sinistra cada nel discredito più totale e
si acuiscano quanto più rapidamente possibile il disincanto e lo scollamento -purtroppo
ancora parziali- del legame di massa nei ceti sociali tradizionalmente ancorati a
sinistra. Più tardi ciò avvenisse, peggio sarebbe. Non basta però limitarsi a
questo. Ci si avviterebbe in una spirale senza via duscita che comunque deve
contrastare chi cè. Il problema per il grande capitale non è infatti
linterlocuzione che, a seconda delle situazioni, può essere di destra, di sinistra,
di centro o una loro combinazione. Ma per un movimento (attualmente inesistente)
nazionalitario, che abbia come orizzonti strategici lanticapitalismo e
lantimperialismo, la sinistra è il problema: perché incapace di
centrare i problemi nodali della crisi nazionale ed internazionale e perché
punta di lancia dello schieramento liberista internazionale che ha negli Usa il suo
giudice e gendarme unico. Se, come nel 94, si ripetesse una vittoria del Polo
ritroveremmo, come in un grottesco gioco delle parti, le canaglie di sinistra
sbraitare come oppositori delle canaglie di destra. Insomma, anche mutando i
fattori al governo, la desolazione politica resterebbe tale. Ma la sfida strategica, non
esclusivamente culturale, è il passaggio ineludibile della disarticolazione a
fondo della sinistra. Transitoriamente è obbligatorio auspicare un alto grado di
instabilità politica proprio come freno, rallentamento dellopera di spoliazione
sociale della nazione, e come possibile accumulazione delle forze per la costituzione di
un punto di vista autonomo, indipendente, ad indirizzo anticapitalista ed antimperialista.
In tal senso, ne siamo fermamente convinti, o si passa attraverso lassunzione
centrale e strategica della questione nazionale, riempita di contenuti e articolata non in
termini populistici, o la partita è persa in partenza. Questa questione non può essere
lasciata in mano ad un novello Haider italiano. È piuttosto necessario articolare,
intorno al collante nazionalitario, una saldatura di interessi sociali in grado di
prefigurare un diverso modello di società e di contenere e sviluppare i germi di una
prospettiva di fuoriuscita dal campo del servilismo imperialista in un quadro
auspicabilmente non solo italiano, non necessariamente o esclusivamente europeo e comunque
non per uno sbocco imperiale o imperialista europeo in qualunque salsa lo si voglia
far passare. In questa direzione cè ancora molto da fare:
1. per un effettivo superamento del rifiuto pregiudiziale allassunzione della
questione nazionale come asse portante della lotta politica anti-capitalista ed
anti-imperialista;
2. per una chiarezza e lavoro comune sulla natura e provenienza degli ostacoli
al necessario conseguimento dellindipendenza nazionale.
La destra va insomma incalzata e sbugiardata sulla questione nazionale, la sinistra
va incalzata e sbugiardata sulla questione sociale. Si tratta di una direzione e di
una prospettiva sulla quale far convergere intelligenze e forze. È questa lultima
considerazione, che è anche unindicazione di lavoro.