... CHE L'ESTATE SIA TORRIDA O L'INVERNO PIOVOSO...

L’accesso al governo della coalizione di centrosinistra rappresenta un’indiscutibile novità formale nella storia della Repubblica Italiana. Ovviamente non per la formula, già sperimentata in passato, ma per la consistenza e l’autorità che vi esercita la sinistra istituzionale, moderata ed estrema. Anni ed anni di cedimenti politici e di subalternità culturale hanno però sbiadito a tal punto il portato delle sue istanze che dalla City londinese alla Casa Bianca, passando per i grandi gruppi produttivi e gli organismi finanziari transnazionali, è venuto un assenso consapevole alla funzione -certamente tattica- che una rappresentanza di fatto debolmente socialdemocratica può svolgere nella fase di transizione che sta interessando le aree a tradizionale capitalismo avanzato. Una più attenta analisi di ruoli, figure e interessi rappresentati consente di rilevare due dati significativi:
1- la componente ‘di sinistra’ è, nella coalizione, largamente maggioritaria rispetto a quella ‘moderata’;
2- purtuttavia, se è vero che il personale politico intermedio proviene dai quadri dell’antico Partito Comunista, la direzione dell’esecutivo rimane saldamente nelle mani di sempre, cioé in quella parte della vecchia Democrazia Cristiana che si è modernizzata -di cui Prodi è il volto pacioso più o meno presentabile- e nei cosiddetti "poteri forti" nazionali e sovranazionali (il Fondo Monetario Internazionale, Mediobanca, i grandi gruppi privati industriali e finanziari, ecc), rappresentati da Maccanico, Ciampi, Dini, lo stesso Prodi...
L’esigenza di portare il vecchio Partito Comunista al governo ha una valenza ‘specifica’ -di immagine e di rappresentanza- da lungo tempo preparata che non comporta conseguenze intollerabili per gli equilibri politico/economici del sistema-mondo capitalista. Prova ne sia che si realizza attraverso una crisi tutt’altro che ‘extra-istituzionale’, espressione cioé -diretta e dal basso- di forze popolari disponibili al conseguimento di radicali trasformazioni politiche e sociali. I due tronconi nati da quel Partito Comunista (PDS e PRC), pur in un rapporto di ‘condominio conflittuale’ (e con diverso ‘peso’), sono parti significative di governo -un ‘potere’ storicamente e strutturalmente limitato di questo paese- con una sorta di avallo prefigurato altrove e garantito dall’affidabilità anche di quei già citati che nella compagine governativa sono in regìa e dettano modi e tempi dei passaggi strutturali del cambiamento. Che riguardano la messa in atto di un colossale processo di svendita del patrimonio pubblico, dei suoi interessi nevralgici (energia, telecomunicazioni, assicurazioni, ecc.), la flessibilizzazione totale del "mercato del lavoro", la riscrittura dello stato sociale -ai limiti dello smantellamento- e dell’architettura istituzionale dello Stato come chiave di volta per una sterzata vigorosa ancor più verticista e decisionista, e per una imbalsamazione ulteriore degli spazi di conflittualità politica sul piano della rappresentanza visibile. In questo contesto c’è una forte spinta a recuperare quanto era stato lasciato in sospeso dal governo Maccanico, quello delle larghe intese -accordo sulle riforme istituzionali- tra PDS, Forza Italia, AN. Rimarcando grosso modo un gioco delle parti molto meno conflittuale di quel che appare, sulla stessa falsariga di quello sulle misure economico/sociali "di risanamento" da adottare, con distinguo assolutamente minimali, impercettibili, se non inesistenti. Il tutto nel quadro della transizione neo-liberista verso Maastricht.
La chiusura di Tangentopoli, non a caso all’ordine del giorno di questo governo, intende sancire l’archiviazione di un’operazione ‘morale’ di facciata, una parentesi mirata a spazzar via in tempi rapidi una classe politica vecchia, poco disposta per mentalità e interessi ad accettare (e accelerare) radicalmente la transizione strutturale del paese. Avendo inoltre come effetto non casuale soprattutto quello di ‘sbloccare’ politicamente quell’area rappresentata dal PCI-PDS, a conferirle una legittimità meritata da anni e anni di condivisione -pur ‘esterna’ ai governi- delle scelte strategiche del sistema di potere dominante, subalterno alle centrali imperial/capitaliste sovranazionali.
Insomma, all’indomani dell’esercizio formale della consultazione popolare, il voto dato a sinistra per una sorta di riflesso condizionato proviene paradossalmente -e inconsciamente contro i suoi stessi interessi materiali- proprio da quella parte sociale che più sarà penalizzata dai provvedimenti del suo governo e assicura, certo non indefinitamente nel tempo, quella pace sociale che mai come in questo periodo è fortemente a rischio -e necessaria- per portare a termine in tempi brevi -come prevede il trattato di Maastricht- i passaggi di cui sopra.
Nello scenario politico/parlamentare è prevedibile aspettarsi una serie di sommovimenti che, per certi versi già in atto, scadenzeranno un processo di riaggregazione neo-centrista modernizzata e post-democristiana: il CCD-CDU di Casini, Mastella e Buttiglione non è poi così distante per estrazione ideologico/culturale e sociale dal blocco sostanzialmente omogeneo rappresentato dall’asse Ciampi-Dini-Maccanico-Prodi, e la stessa Forza Italia, un organismo assolutamente destrutturato sul piano organizzativo/territoriale nato per ragioni congiunturali, attraverso ridimensionamenti progressivi finirà con l’essere in gran parte attratto in questo processo. Allo stato attuale questo neo-centrismo si pone come quella mitologica idra, il mostro dalle mille teste. Non ancora politicamente espressione unica esercita visibilmente sul campo tutta la sua autorità di direzione politica. Di qui una certa fibrillazione nella componente moderata ‘di sinistra’ che -per non essere marginalizzata sullo stesso piano gestionale- potrebbe avviare un processo riorganizzativo, con l’eventuale rimessa in discussione della denominazione/struttura PDS, per un’operazione egemonica ‘di area’ e per tentare di attrarre una parte di queste realtà centriste.
Insomma, l’asse governativo sembra stabilizzarsi nel centrosinistra in una sorta, però, di ‘alleanza conflittuale’. Più significativo -senz’altro per chi come noi opera per l’affermazione di certe istanze- lo scenario con il quale verosimilmente ci si andrà a confrontare in un futuro nemmeno tanto lontano: quello del distacco delle aspirazioni e della volontà delle componenti sociali subalterne -penalizzate dalla fase neocapitalista di produzione- dai vertici e dai ceti dirigenti di certa sinistra. Insomma, una fetta consistente di popolo destinata a rimanere senza interlocuzione, tra un vuoto di rappresentanza e la scelta per il "male minore".
La possibilità che queste potenzialità sociali -non necessariamente riconosciutesi in questi ultimi anni nella sinistra istituzionale- si svincolino dalle pastoie di riferimento burocratico degli apparati non comporta che si rendano disponibili a convergere su un referente autonomo più credibile, considerando che, allo stato attuale, presente sul territorio nazionale, non ne esiste alcuno.
La stessa Rifondazione Comunista non ci pare portatrice di un progetto politico radicalmente alternativo. Va preso atto che la mitica rifondazione è rimasta tutta nominale né si vede niente di corrispondente all’orizzonte. Certo, non poche posizioni denotano differenze significative e ‘avanzate’ rispetto al PCI, ma nel complesso non ha preso corpo un’efficace operazione propositiva rimanendo egemone una pratica politica tutta elettoralista e istituzionalista. Al di là di un riferimento sentimentale, di una bandiera ideologica nobilissima, tutta una serie di segnali per molti versi inquietanti nel campo del simbolico -ben prima di quella ’alleanza al buio’ sancita dagli accordi di "desistenza"- indicano che questa forza, massimalismo verbale a parte, si candida a fare l’ala sinistra dello schieramento di centrosinistra. Che il livello di condizionamento in grado di esprimere sia destinato ad essere necessariamente modesto lo si può dedurre dal contesto politico di cui ha deciso di essere pur criticamente parte. Anche qui, debite differenze a parte, vale la pena richiamarsi, ad es., a forze come Herri Batasuna, Sinn Fein, Cuncolta Naziunalista, che, pur con un ristretto numero di rappresentanti nelle assisi istituzionali, sono espressione di un contesto di lotte certamente incisive e ampie. Valeva la pena legarsi a questo tipo di governo, essere interni a questo quadro di potere, piuttosto che assumere una posizione autonoma, anche presentandosi nel passaggio elettorale solo al proporzionale, pur a rischio di una contrazione del numero dei parlamentari? Certamente non si sarebbe lasciato trasparire un messaggio -e un atteggiamento- fortemente ambiguo. Per aprire semmai, alla buon’ora, un dibattito serio sui margini di operatività anche quando il maggioritario sarà assoluto, tolta la residua quota proporzionale. Siamo proprio sicuri che, votata la nascita del governo, Rifondazione sarà pronta a bocciare in Parlamento i provvedimenti antipopolari o piuttosto, come ai tempi della fiducia a Dini, cederà -rumoreggiando- sotto il peso del ricatto morale che si darebbe prova di "connubio con le destre" pregiudicando la stabilità governativa?
Non è peregrino ipotizzare che Rifondazione vada verso uno scollamento tra l’immagine che ha capitalizzato in questi anni soprattutto grazie alle capacità di comunicazione mediatica di Bertinotti e l’indirizzo politico che sta mostrando di voler seguire. Il punto, comunque, va oltre il porre la questione se Rifondazione debba essere l’ala sinistra dello schieramento di centrosinistra o una macroaggregazione (relativa) partitica che ricalchi l’impronta delle formazioni minoritarie classiste ‘ortodosse’ o ‘ereticamente ortodosse’, di cui parimenti non si può sottacere che nel complesso l’elaborazione e la prassi politica -a parte la significativa attività di alcuni cenacoli intellettuali e realtà territoriali- ristagna nell’impasse. Le perplessità restano sulla parte progettuale, sui passaggi politici scelti, sulle stesse effettive possibilità di una rifondazione del comunismo critico. Il che non toglie che l’interlocuzione con quest’area -o comunque parte di essa- sensibile a certe istanze sia ‘centrale’ per un progetto di liberazione ancora tutto da scrivere.
Avendo come prospettiva la costruzione di una forza democratica -in senso pieno- e radicale, sarebbe più costruttivo essere trasversali alle basi che in maniera ‘ideologicamente’ rigida si vogliono di destra, di sinistra e di centro. Perché gli zapatisti, i sandinisti, i repubblicani irlandesi, i nazionalisti corsi e via dicendo hanno una cultura d’uso -e una parsimonia- di queste categorie ‘parlamentari’ ben diversa da quella cui siamo abituati in Italia? La semantica, lo stesso linguaggio, non sono solo fisime formali e ‘dotte’, ma cartina al tornasole di un’impostazione mentale e pratica. Certe categorie anneghiamole nella radicalità ‘sacrosanta’ delle istanze politico/sociali.
Oggi, visibilmente, è la stessa idea di "comunismo" che non rappresenta più, come nel dopoguerra, negli anni ‘60-’70 sino ad una parte degli anni ’80, un progetto ed un programma politico potenzialmente eversivo dell’ordine capitalista. Pur se divenuto una sorta di "orizzonte filosofico/solidale", porta nelle sue forme plurali di espressione e nel suo stesso ‘codice genetico’ non pochi elementi di analisi imprescindibili nel quadro di un rinnovato -e certamente radicale- progetto teorico/pratico antagonista. È autoconsolatorio crogiolarsi in una trasposizione metafisica del concetto di comunismo, partendo dalla constatazione che il capitalismo è in crisi. Di questa crisi il sistema si sta servendo come di una linfa vitale per un trapasso d’epoca che ne ridisegnerà i connotati formali, semmai lasciando ancora più in crisi chi gli si vorrebbe opporre. Lungi quindi dall’attardarsi a porre pregiudiziali di categoria ‘ideologica’ si tratta di capire come perseguire credibilmente gli stessi antichi sogni di liberazione sociale. Tenendo ferma, della cultura marxiana e marxista, quella fisiologica ricerca delle cause strutturali dei fenomeni, che danno lucidità ai percorsi da seguire. A tal fine è necessario un rigore analitico -cioé critico- che avrà certamente per qualcuno -non pochi, forse- effetti dolorosi. Più che una spinta ‘soggettivistica’, ci pare un’esigenza dettata dagli eventi, presente peraltro in settori della stessa ‘radicalità anticapitalista’.
Questa prospettiva avrà le sue ragioni sociali nella concretezza dei bisogni e delle sofferenze materiali che accomunerà una parte crescente di popolazione. Fermo restando che l’aumentare delle contraddizioni di classe non è detto che comporti una crescita della coscienza di classe. Nelle linee di fondo, da Rifondazione alla sinistra extra-istituzionale, ci pare che sia chiarissima la consapevolezza che la transizione strutturale in corso sta investendo le cittadelle, lo stesso cuore ‘storico’, del capitalismo -quel che un tempo si diceva l’Occidente- e che la dinamica in atto è ben lontana dall’aver dispiegato pienamente tutti i suoi effetti. Eppure la propensione a puntare i piedi e attestarsi su posizioni già deboli per arretrare subito dopo è dura a morire. In questa parte del pianeta sicuramente. Quali interessi -e come- si pensa di poter difendere centrando l’attività sul piano parlamentare? I fatti parlano chiaro da decenni. Appunto perché non esiste una alternativa coerente e credibile. Che rimane comunque possibile. La questione della presenza parlamentare è subalterna alle condizioni e alla natura materiale delle conflittualità.
Non ci convincono le preoccupazioni di chi vorrebbe ricostruire una ‘vera’ sinistra o, in alternativa, illudersi di cambiare dall’interno quella che è la punta più avanzata dello schieramento della sinistra istituzionale: Rifondazione Comunista. Il che -ripetiamo a scanso di equivoci- non significa disconoscere la ricchezza ed il patrimonio di quel comunismo critico che, seppur marginalizzato politicamente, ha elaborato dei paradigmi analitici e felici intuizioni del tutto attuali.
Riteniamo che ben altre siano le prospettive verso cui indirizzarsi: determinare cioé le condizioni, attraverso l’iniziativa politica e la riflessione, per spazzar via logore categorie -e dispute- ‘ideologiche’ assolutamente estranee agli interessi reali collettivi e al susseguirsi incalzante delle problematiche poste dalla natura onnivora e distruttiva del capitalismo. L’ideologia ‘liberale’ e neo-liberista del mercato globalizzato -attualmente egemone- necessita di risposte nuove e adeguate all’altezza dei problemi che ha determinato a livello planetario e sotto i più diversi versanti -ambientale, sociale, culturale. Sintomo della precarietà di certe categorie ideologiche e della -in gran parte- confusione sociale a capire la rappresentanza delle diverse istanze è, ad es., emerso alle ultime elezioni nel disorientamento manifestato nelle ‘scelte’ delle espressioni politiche di riferimento. Non a caso in certe aree (del nord e il meridione) le destre -Lega e Alleanza Nazionale- attraggono componenti sociali operaie e comunque subalterne marcando quelle forze -pur perdenti- un’egemonia sociale di orientamenti, tendenze, valori certamente discutibili, comunque largamente presenti nella società. Oggi la destra peggiore, quella finanziaria, transnazionale, fondomonetarista, si afferma sulla volata portata dalla sinistra istituzionale. Questo è il connubio da contrastare.
Vista l’inesistenza -non l’inattualità- di una forza di liberazione, di un fronte radicale dell’opposizione reale e sociale, trasversale a tutte le culture e le espressioni più sensibili, ‘aperte’ e non compromissorie dell’antagonismo politico, è necessario -perché a questo si arrivi- un lento lavoro ‘di approssimazione’, di avvicinamento, di aggregazione inter-forze che, con una capacità di lettura delle cause strutturali dei fenomeni, si doti di un programma politico -minimo comune e radicale- in grado di prefigurare le condizioni per passaggi significativi di un progetto politico e di liberazione degno di questo nome. In altri termini si tratta di fare ognuno la propria parte per ricostituire un tessuto sociale, politico e strutturale in grado di ‘reggere’ questo progetto di liberazione. Accentuando la tendenza a definire le discriminanti sulla base delle questioni politiche -più che non dinanzi a valori ‘ideologici’- ed individuando nel contesto specifico nazionale quelle culture forze e strati sociali subalterni, potenzialmente compattabili in un blocco politico/sociale unitario e suscettibili di essere motori di un tale processo.
L’assunzione della questione nazionale come asse portante della lotta anti-capitalista ed anti-imperialista non ha, secondo noi, solo una valenza ‘congiunturale’ dovuta al traghettamento neo-liberista per Maastricht, ma complessivamente strategica. Da questa assunzione ne discenderebbero come conseguenza una serie di pratiche politiche in grado di marcare, anche su problemi apparentemente spiccioli, una netta diversità d’impostazione rispetto a vetere forme di antagonismo. Lì si avrebbe una forte spinta in avanti per le battaglie e le istanze di classe, accomunando le componenti sfruttate e subalterne, dai lavoratori dipendenti/salariati ai precari/disoccupati, dai pensionati agli immigrati ai disabili a tutte le fasce subordinate sociali. In altri termini, bisogna prendere atto che è inutile -e politicamente suicida- voler inseguire le tendenze dello sviluppo capitalistico, e quindi la sua propensione cosmopolita, ‘denazionalizzante’, trattandosi a ben vedere di vera e propria sussunzione nelle sue dinamiche. Per quanto alcune questioni di natura economica, ad es., o ambientale abbiano una proiezione mondiale, non è sullo stesso terreno che è praticabile una ricerca delle soluzioni. È abbastanza manifesta del resto l’incapacità -e la presunzione- di chi vorrebbe incidere su un piano astrattamente internazionale senza avere i mezzi e le capacità per farlo. Così si genera confusione, sfiducia, disarmo. Senza rifuggire dalla comprensione della portata globale di certi fenomeni, è più significativo creare i presupposti per affrontarla nelle realtà parziali ma possibili, cioé quelle ‘locali’, nazionalitarie, non necessariamente etniche, certamente anche contro gli attuali apparati Stato-nazionali, incrostazioni autoritarie perlopiù in via di superamento di una forma altrettanto ‘vecchia’ di capitalismo. Adottando peraltro, per contrastarlo, la stessa dinamica ‘espansiva’ del sistema capitalista che ha iniziato da una localizzazione geografica per ‘allargarsi’ progressivamente da un paese all’altro. La nostra proposta è di radicare -e radicalizzare- sul territorio le istanze di liberazione. Non affrontare il nodo centrale della dipendenza, la questione nazionale, la ormai storica sudditanza imperialistica del rapporto Italia/USA e di quello -in gestazione- sancito a Maastricht, significa girare intorno ai problemi senza intaccarne la sostanza, significa fare del riformismo sterile o del massimalismo impotente, significa auto-confinarsi in un’impasse che svilisce e mortifica le potenzialità di riscatto sociale e politico della nazione. È un dato di fatto incontrovertibile che nel mondo, laddove le ‘sinistre’ -comunque l’insieme del portato di istanze radicalmente antagoniste al dominio capitalistico- sono riuscite a rappresentare a tutti i livelli di lotta gli interessi -’socialisti’, comunistici- della collettività nazionale, lì si sono registrate le punte più avanzate della conflittualità anti-imperialistica. Ovunque nel mondo, Europa compresa. Dalla Selva Lacandona a Nablus, da L’Avana a Belfast, da Managua a Bilbo, da Soweto a Corti, ovunque, che siano realtà contadine o ad industrializzazione più o meno avanzata, che l’estate sia torrida o l’inverno piovoso...

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