CALDERONE LIBERISTA, SINISTRA INVISIBILE

Filtrato dal senso comune -anche ‘militante’- si avverte sconcerto per l’evolversi pirotecnico del gioco delle parti degli schieramenti parlamentari: una riformulazione vorticosa di schermaglie e dichiarazioni -non di rado mediaticamente esasperate- in un avvitamento continuo solo in apparenza inspiegabile. Si può dire tutto il male possibile del quadro ‘politicista’ (autoreferenziale, slegato dai problemi, corrotto...) ma è necessario uno sforzo di comprensione, non solo perché comunque vengono fatte delle scelte -soprattutto di tipo economico/finanziario- che hanno ripercussioni nella geografia sociale della collettività. Ma anche come contributo di parte per la ridefinizione di una sensata forma collettiva di impegno. Antagonista, anticapitalista, antimperialista, di liberazione, comunque incontenibile -se non, nella migliore delle ipotesi, per approssimazione- in una definizione storica. Da tempo, tra il cosiddetto "popolo di sinistra", non risparmiamo critiche alla frazione -consistente- di centro/sinistra di quello che definiamo partito unico sviluppista industrialista capitalista, un calderone in cui a ben vedere forze apparentemente confliggenti -di destra, di ‘sinistra’, di centro- si affrontano in una lotta di gestione, mantenendo un’unitaria accettazione delle linee strategiche del sistema, quelle scandite, tanto per intenderci, da organismi come il Fondo Monetario Internazionale. Anche quando poteva sembrare che il ‘nemico principale’ fossero Berlusconi e i post-fascisti, abbiamo individuato nella sua controparte dialettica maggioritaria l’avversario più temibile delle istanze di liberazione e di giustizia sociale. Una posizione apparentemente paradossale. Non perché si sottovaluti la pericolosità ‘specifica’ di quell’area politica, semplicemente perché valutiamo ruoli e rapporti di forza, e ci sembra assurdo credere di marciare contro il ‘nemico’ avendo alla testa una sua variante. Ruolo e posizioni di D’Alema & area ‘progressista’ rappresentano una colossale mistificazione politica. Una palude a tutti gli effetti rispetto alla quale un ripiegamento sul male minore è, oltre che patetico, molto discutibile nei fatti. Se vi sono delle indeterminatezze sui passaggi ‘tattici’ -governo semestrale, governo di riforme, elezioni- rispondenti ai diversificati interessi ‘gestionali’ di ‘banda’, per entrambi i Poli l’approdo di questa fase transitoria è chiarissimo: l’Europa, cioé il rispetto dei "parametri di Maastricht", la moneta unica (coi connessi processi e modalità socialmente insostenibili e penalizzanti), il tutto all’insegna delle ‘aspettative’ dei "mercati finanziari" e del Fondo Monetario Internazionale. L’intero quadro politico istituzionale -senza peraltro alcun mandato popolare- è pressoché compattamente indirizzato verso questo scenario. Il resto è polemica di bottega. Per inciso chi, per presunte ‘ragioni di classe’ o di autodeterminazione, mitizza l’"Europa" e spera abbastanza nebulosamente di rilanciare conflittualità di classe e/o ‘nazionali’ in un’allargata area europea, dovrebbe meglio osservare le dinamiche del processo consono alle esigenze dei "mercati finanziari" e della libera circolazione di merci e servizi, e trarre le debite conclusioni.
Ma la cornice europea, l’involucro ‘ragionevole’ delle richieste di risanamento di matrice fondomonetarista, non riescono ad occultare le ricadute sostanziali dei passaggi concreti: chi ne sopporterà il peso e per che cosa. Il rispetto dei "parametri" sottende infatti una politica di "risanamento" tutta interna ad un’ottica neoliberista di tagli, di privatizzazioni, di radicamento dei privilegi e ampliamento dei settori sociali impoveriti, di svuotamento del controllo popolare, di smantellamento ‘a forbice allargata’ dello stato sociale. Al di là del battage propagandistico sul governo e le elezioni, nessuno dei due Poli candidati all’amministrazione dell’azienda-Italia è in realtà, in questa fase, direttamente interessato ad avallare dal governo misure che si sanno profondamente impopolari e spudoratamente di classe. Ragioni di immagine, ovviamente. Di qui la copertura ‘tecnica’ dei vari esecutivi succedutisi da Amato (nel ‘92) a Dini, con la parentesi di apparente discontinuità di Berlusconi, che cade perché il suo avventurismo populista non soddisfa i dettami del grande capitale internazionale e delle sue propaggini interne al nostro paese.
Balbettando si cerca di ‘seguire la linea’. Eppure, adesione ‘ideologica’ a parte, chi se la sente di gestire, per conto terzi, un’operazione dalle dimensioni francesi che ha ‘in loco’ innescato una conflittualità sociale durissima e la cui traduzione effettiva è da verificare? In un’azienda-Italia, peraltro, con l’aggravante specifica di un debito enorme di due milioni di miliardi, assolutamente impagabile, che i suoi gestori scaricano su precisi strati di cittadinanza? Nonostante il loro ‘rigore’, da un quinquennio circa a questa parte ogni finanziaria è arrivata ai limiti della totale spaccatura sociale, una diluizione che agli occhi del FMI -e del crescendo degli interessi sul debito, 200mila miliardi annui- ha lasciato inalterate le cose. Di qui le critiche fondomonetariste anche a Dini e la richiesta di adottare effettive "terapie d’urto". Ma chi se la sentirà di emanare, nel ‘96, le due manovre finanziarie, la prima da 70mila mld la seconda da 50mila, di cui già si parla? Ma se è vero che ormai le finanziarie si ritengono superate all’atto della loro emanazione, non in grado nemmeno di avviare il risanamento del debito, a chi giovano certi provvedimenti? I titoli azionari e di stato hanno svolto una funzione fondamentale nell’ondata speculativa degli anni Ottanta. Perché non colpire chi lucra con la rendita finanziaria? Perché non si dice chiaramente che gli interessi sul debito non sono pagabili e non si traggono le conseguenze dall’ingiustizia di un prelievo che colpisce particolarmente le fasce deboli della popolazione e viene poi redistribuito in modo enormemente diseguale sia socialmente che geograficamente (Nord/Sud)? Perché non si dice che il debito -cosiddetto pubblico- deve essere pagato da chi lo ha determinato e la si finisca di scaricarlo con manovre e manovrine sulle fasce sociali più deboli, in crescita, da sempre impietosamente ‘taglieggiate’? Non è fuor di luogo dire che questo Stato è sull’orlo di un’implosione strutturale... I due Poli garantiscono la copertura ‘ideologica’ di una ancor più marcata colonizzazione economica -quella politico/militare già c’è. La sinistra ‘maggioritaria’ funge da strumento ipnotico sulle componenti sociali di tradizionale riferimento. Per questo è necessario spazzare via quello che presentandosi come ‘minore’ è in realtà il maggiore dei due mali, perché assicura grosso modo la compattezza degli strati sociali più penalizzati, ne veicola ‘a vuoto’ le prevedibili proteste di piazza, si pone come cinghia di trasmissione delle sue istanze rivendicative ma le cortocircuita, le depotenzia nei meandri burocratico-legislativi con mediazioni-svendita. Non deve meravigliare, quindi, che nelle dinamiche speculative industrial/finanziarie sovranazionali la componente maggioritaria della sinistra italiana sia garante ideale. Così l’egemonia viene esercitata attraverso i rapporti di produzione e la mediazione politica. La subalternità del PDS a certe logiche è paradigmatica nel quadro della tentata catena di fusioni per la nascita della cosiddetta "superGemina". Che l’esplosione del ‘buco’ di Rizzoli, presente in Gemina, l’abbia fatta fallire o, a sentir il suo regista Cuccia -con in penombra Cesare Romiti, FIAT-, "rinviare", non toglie che sia un conto da chiedere alla sinistra. Perché la struttura in regia dell’operazione non è una qualsiasi. Mediobanca è il centro più significativo dell’oligarchia finanziaria della frazione attualmente egemone della borghesia italiana. Raccoglie in una ramificata rete di alleanze i più grandi gruppi industriali e creditizi ‘nazionali’ e sovranazionali, dalla FIAT alla Deutsche Bank, passando per Credit, Comit, Bnl, Ambroveneto, Bancaroma, Bna, Rolo, una miriade di banche popolari, e poi Paribas, Indosuez, Société Générale. Privatizzata nell’88, è un esempio -tra i tanti- di un potere cresciuto all’ombra dell’utilizzo privato di beni e denaro pubblico. Negli anni Novanta si dà molto da fare, costruendo un blocco di potere sulla carta potentissimo. Il 1° settembre -praticamente all’indomani della scadenza del patto ‘di salvataggio’ con il quale le banche creditrici dell’ex gruppo Ferruzzi si erano impegnate a vincolare presso la fiduciaria di Mediobanca le loro partecipazioni nella Ferruzzi finanziaria (Ferfin)- fa di fatto il suo ingresso come nuovo azionista la finanziaria Gemina, di cui Mediobanca e il gruppo Fiat sono tra i maggiori azionisti, e nel cui consiglio di amministrazione siedono gruppi come quello Lucchini, Pesenti, Pirelli, Mittel, Orlando, Ferruzzi e le Assicurazioni Generali, il cosiddetto "salotto buono" del capitalismo italiano. Con una delle più importanti -e complesse- operazioni finanziarie italiane del dopoguerra, si tenta di ‘spartire’ nella finanziaria Gemina il ‘bottino’ Ferfin-Montedison e costituire il secondo grande gruppo privato in Italia, dopo quello Agnelli-Ifi-Fiat, con un fatturato previsto da 40mila miliardi. Un’operazione da riassetto interno ad una galassia già preesistente, fatta in casa, al riparo dal confronto con i mercati internazionali, ad un costo zero, nell’ottica di una forte concentrazione ‘spendibile’ all’estero. Una ‘holding a cascata’ comprendente automobili, banche, finanziarie, assicurazioni, chimica, editoria, centrali elettriche, edilizia e altre mercanzie, con forti concentrazioni in alcuni settori. Un trampolino di lancio per un progetto più ambizioso: l’unione di superGemina e Fiat in un unico, immenso contenitore, da 100mila miliardi di fatturato,  considerando quello del ‘95 di oltre 66mila miliardi della famiglia Agnelli. Una concentrazione su cui il PDS, alla faccia di tutti i discorsi sull’antitrust, tace. E che dimostra, invece, che la questione delle concentrazioni non riguarda solo la Fininvest di Berlusconi. Per la quale, dati di Mediobanca di fine ‘94 alla mano, si registra un fatturato di gruppo di poco superiore ai 10mila miliardi, indebitamento a parte. Certo, la vicenda evidenzia la fragilità dell’impianto su cui poggia gran parte del capitalismo ‘domestico’. Lo stesso Agnelli quando ancora era in corso l’operazione sosteneva che "i poteri in Italia sono tutti, purtroppo, troppo piccoli". E quello di Mediobanca, enorme in Italia anche rispetto a quello di Berlusconi, resta un vaso di coccio tra vasi di ferro all’interno delle logiche di globalizzazione economico/finanziarie.
Il punto non è quindi quello di lasciarsi incantare da una personalizzazione o da un bipolarismo di ruoli del tutto virtuale in un giochino d’alternanza che mira a scaricare dialetticamente, a seconda delle convenienze, le contraddizioni del sistema ora sull’una ora sull’altra delle compagini. In questa fase l’asse di riferimento è marcato. Il centro/sinistra è l’opzione preferita dal grande capitale finanziario. La Fiat e non la Fininvest è l’interlocutore politico affidabile, per ‘professionalità’, per radicamento nell’immaginario sociale e nelle assisi che contano. La presenza di Susanna Agnelli al ministero degli esteri qualcosa vorrà pur dire! Dopo la supplenza politica -l’operazione "Mani Pulite" è in via di archiviazione- che i magistrati hanno svolto per spazzar via un ceto politico affidabile durante il contenzioso Ovest/Est ma inadeguato ai cambiamenti del post guerra fredda, la transizione dei ‘tecnici di banca’ mira a ridisegnare a fondo il posizionamento interno e strutturale dell’Italia nel mondo unipolare capitalista. Craxi, Andreotti e Forlani -il famigerato "CAF", insomma- sono cancellati e processati politicamente, sotto la mannaia di un giudizio morale a pro di popolino col quale si tenta di nascondere una banale e più generale constatazione: la violazione dei suoi stessi codici civili e penali è la quint’essenza, la ‘fisiologia’ stessa di questo sistema. Le vie giudiziarie al potere si rivelano sempre, a ben vedere, come una consacrazione moralistica di investitura per la ‘frazione vincente del sistema’. Le logiche, le dinamiche, restano le stesse.
Quella in atto è la costruzione di un referente politico più presentabile del Polo della libertà. Un’asse che lega l’area pidiessina con quella che sullo scenario politico è in via di gestazione -ispiratore Scalfaro, regista Dini: una riaggregazione di centro ‘moderna’, che ‘recuperi’ l’ala centrista (CCD, CDU e parte di Forza Italia) della destra -isolando così AN- e quella della sinistra (PPI). Un ‘neo-centrismo’ che mixa thatcherismo e moderatismo moralistico/retorico cattolico, organico con le grandi istituzioni sovranazionali del potere finanziario, in versione tecnicista, articolato al suo interno. In questo calderone l’elemento significativo -ed inquietante allo stesso tempo- è la compresenza di una fetta consistente di cosiddetta sinistra.
Questo centro/sinistra non è soltanto intercambiabile con il suo antagonista dialettico, soprattutto per l’indistinzione di fondo dei contenuti di programma; ha una pericolosità ‘specifica’ che gli deriva appunto dalla presenza della componente progressista. Dopo aver a più riprese dimostrato di accettare -e aver fatto propri- i canoni sostanziali del sistema, quest’area è divenuta interlocutrice di rilievo perché si pone di fatto come garante del controllo e dell’addomesticamento della parte che dice di rappresentare. Un ceto politico miserabile che ampi strati sociali disagiati e subalterni ‘percepiscono’ come continuatore di un grande patrimonio di lotte e tutore delle proprie istanze, non rendendosi ancora pienamente conto di essere divenuti merce di scambio per le sue ambizioni di potere, al dunque -peraltro- un’amministrazione di scelte prese altrove, in ben altri consessi. Questa impostura ha ragionevolmente il fiato corto. Quel che basta, purtroppo, per arrecare sconquassi di portata enorme. E l’impressione è che nell’area radicale antisistemica non ci si renda ben conto dello scenario che bisognerà capovolgere. Ma se i tempi della liberazione paiono, in questa parte del pianeta, molto lenti, nondimeno è fondamentale sgombrare il campo dalle ambiguità. Qui si situano le ragioni della critica e la necessità di allargare velocemente, il più presto possibile, le contraddizioni tra gli interessi dell’apparato ‘progressista’ -interlocutori e subordinati agli interessi forti, oligarchici, finanziari- e le istanze, i valori, le aspettattive di liberazione di quella consistente area sociale di preteso riferimento.
Un riposizionamento del potenziale rivendicativo sociale, quindi, per un differente orizzonte. Che non esenta l’area che fa riferimento a Rifondazione. Una forza che, sul piano operativo, soffre una evidente subalternità a logiche di visibilità parlamentare. Ragioni di opportunismo elettorale ne condizionano le scelte, come ha mostrato il comportamento del suo gruppo parlamentare su una questione minimale -ed ovvia- della sfiducia a Dini: un penoso, patetico ripiegamento in cambio dell’impegno puntualmente disatteso di Dini a dimettersi alla fine dell’anno. Qualcosa di ben più grave di un atto di ingenuità. Attanagliata dal problema degli "accordi di desistenza" col centrosinistra per ottenere posti alle prossime elezioni politiche, ha reso visibile quanto alto sia il suo livello espositivo di ricattabilità. Il quadro ‘parlamentare’ della sinistra italiana è veramente desolante. Vanno costruite le condizioni per un diverso orizzonte, quindi. Pazientemente, senza clamori, nelle coscienze e nell’indicazione di alcune operatività. Sganciandosi quanto più possibile dalle dinamiche del sistema. Lo andiamo sostenendo da tempo. Altro che tatticismi politicisti. Denunciare, analizzandole, le dinamiche del sistema e poi rimanerne imbrigliati è una contraddizione di fondo, incapacitante, che va assolutamente superata. Che coinvolge, non solo quelle forze politiche che si ritengono anti-sistemiche, ma anche i comportamenti di ognuno: dalla formazione alle scelte di vita, dal lavoro ai consumi -e non solo- c’è un filo unico, politico, di intervento dove costruire le basi per una possibile riscrittura -collettiva e organizzata- dei rapporti di forza. Coniugando presa di coscienza e prassi di liberazione, ragioni di classe e diritti di sovranità.

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