BRITS: TIME TO GO!
Con la dichiarazione di "cessate il fuoco" -dal 1°
settembre- alle proprie "unità in servizio attivo", l'IRA -l'Esercito
Repubblicano Irlandese- ha aperto significativamente una fase nuova nel processo di
liberazione delle sei contee nell'Irlanda del Nord, offrendo una 'onorevole' opportunità
ai britannici per iniziare le operazioni di smobilitazione delle sue truppe d'occupazione.
Una scelta politica significativa tanto più efficace in quanto assunta in una fase
offensiva 'prolungata' molto favorevole al movimento Repubblicano. Questo il dato che
fotografa la realtà. Non un'IRA "allo sbando", quindi, ma, per quanto non
potesse vincere sul piano militare, giudicata invincibile sullo stesso terreno per un
periodo di fatto imprecisato, da rapporti riservati dei servizi segreti britannici
trapelati anni fa. Il monopolio esercitato a livello mondiale da Londra sul flusso di
informazioni da e -quindi- per l'Irlanda del Nord, su come percepire il conflitto e
veicolarlo mediaticamente in perfetta -ed interessata- connivenza con tutti i governi
'democratici' del cosiddetto Occidente, non è servito a modificare il corso degli eventi
e a impedire il materializzarsi dell'attuale scenario.
Vi sono una serie di 'verità' che la forza stessa degli accadimenti non riesce a
sottacere nonostante la diplomazia, l'ideologia, l'orgoglio degli occupanti britannici: il
tentativo di legittimare con le armi la propria presenza in Irlanda del Nord è fallito.
In un'area ad industrialismo avanzato, non un governo particolare, ma un sistema economico
e politico, con appoggi internazionali formidabili ed una macchina da guerra di tutto
rispetto, è costretto -sulla base di una pressione popolare e militare evidente- a
riconoscere di fatto un'impasse che equivale ad una sconfitta, e ad avviare trattative
negoziali. La scelta politica di Óglaigh na hÉireann -l'IRA, appunto- giunge al culmine
di una campagna militare di una intensità e incisività mai raggiunti,
in un contesto non di debolezza ma di forza, e all'offensiva. Un precedente significativo
-ed unico- in Europa, dal dopoguerra ad oggi.
Non bisogna dimenticare che nel cuore d'Europa, nell'occidente imperialista, una
guerriglia nient'affatto riducibile ai suoi canoni e ai suoi 'valori' ha finito con il
rappresentare, al pari delle altre guerriglie in corso e potenziali al suo interno, una
realtà sempre più 'mal digeribile', da liquidare nel quadro di un meccanismo da
"ordine pubblico/repressione" che di fatto occultasse la natura politica,
sociale, culturale ed economica del conflitto. Ed è rimarchevole sottolineare che
l'Irlanda nazionalitaria del Sinn Fein e dell'IRA ha significato -anche- ostilità
all'integrazione capitalista, un'insidia all'insediamento delle multinazionali, un
pericoloso esempio -nella sua specificità- di non allineamento agli interventi del
capitale occidentale.
Al tavolo delle trattative, il nocciolo dello scontro è nei tempi e nei modi di
fuoriuscita britannica dall'Irlanda del Nord, ma anche nella scelta di campo degli
indirizzi economici. La repubblica socialista prefigurata dal Sinn Fein coi suoi tratti
peculiari che affondano nella specificità della storia, della coscienza solidale e
identitaria d'Irlanda, preoccupa Londra, intenzionata sì a disimpegnarsi dall'area
nordirlandese anche per l'onere finanziario sostenuto -vero e proprio buco nero- ma
ipotecando il tipo di società e di legami dopo la sua partenza. L'Irlanda come Cuba
-quale accostamento 'evocativo' di un non-allineamento, appunto- è una prospettiva che
terrorizza l'establishment inglese. E non solo per un modello di società possibilmente
'altro'. Perdere l'Irlanda -e in che modo- potrebbe significare aprire -'in casa'- la
porta alla Scozia, ad esempio, cioé anche alle ricche fonti di petrolio del nord. Se
quindi per i britannici lasciare Belfast è scritto nella storia, ne è evidente la
preoccupazione di strangolare -'prevenire'- ogni politica e concezione socioeconomica
radicale ma anche evitare un possibile meccanismo a catena. In questo senso Belfast
interessa anche Roma, Madrid, Parigi e vince -principalmente- non perché è caduto il
Muro di Berlino. In un ben altro contesto gli inglesi sarebbero rimasti volentieri. Che
Major dica pure che il governo britannico non ha "no selfish strategic or economic
interest in Northern Ireland" ("nessun egoismo strategico o interesse economico
in Irlanda del Nord", cfr. la Dichiarazione di Downing Street, 15/12/'93)... Non
improntata ad amor di pace e a 'spirito democratico' è la presa di posizione
dell'amministrazione Clinton che riceve il Sinn Fein e preme su Londra. Washington
storicamente non ha infatti alcun titolo per impartire lezioni di democrazia a
chicchessia. Cuba, l'America Latina nel suo insieme, il sud/est asiatico, il cosiddetto
medioriente, ecc. sono lì, a tutt'oggi, a ricordarcelo. Certamente c'è una tradizionale
vocazione -da 'gendarme', appunto- che spinge la Casa Bianca a voler essere presente
ovunque per controllare le situazioni. Certamente c'è un interesse interno -di Clinton- a
non inimicarsi i 40/45 milioni di irlandesi residenti negli States soprattutto
all'indomani dei suoi insuccessi elettorali. Certamente c'è anche una segreta,
inconfessabile restituzione dello 'sgarbo' di Major che al tempo espresse il suo appoggio
alle presidenziali al ricandidato Bush.
L'intervento della Casa Bianca, più in termini 'diplomatici' che negli irrisori 'aiuti'
di qualche centinaio di milione di dollari promessi, a parte appunto l'abitudine invalsa
di concederli qua e là sulla carta -e solo molto tempo dopo 'materialmente'- per
obbligare i paesi 'beneficiati' ad operare ristrutturazioni socioeconomiche consone alle
sue linee strategiche, è una risposta politica alle vocazioni 'autonomiste' dei suoi
alleati/concorrenti europei (cfr. anche la polveriera balcanica), e un'altra possibile
propria testa di ponte gettata in Europa. Al momento resta una presa di posizione che può
giocare a favore del Sinn Fein nel creare una pressione forse più che psicologica sul
governo britannico.
Il movimento Repubblicano nel suo insieme sceglie un momento storico decisamente
favorevole per portare la sua offensiva diplomatica. E lo fa sulla base di un'attenta
lettura del contesto internazionale e soprattutto della forza politico/militare acquisita
sul campo, con alle spalle -è bene ricordarlo- un consenso popolare senza il quale non
avrebbe potuto fronteggiare una sofisticata macchina repressiva e militare come quella
britannica. Di qui le sempre più evidenti difficoltà di Londra a contenere i costi della
sua occupazione -significativa in tal senso la campagna condotta dall'IRA nella City
londinese, coi connessi danni economici e di immagine che le ha portato 'in casa'- e la
crescita nella stessa Gran Bretagna di un'opinione pubblica favorevole ad uno
sganciamento. Anche rispetto alla leadership protestante, che ha perso l'opportunità di
prendere l'iniziativa a fine dicembre scorso -dopo la dichiarazione di Downing Street-
arroccata in una difesa cieca dei privilegi acquisiti, i repubblicani dimostrano più
intelligenza e lungimiranza politica, se non buon senso e duttilità, nel farsi artefici
di un loro coinvolgimento nell'edificazione della nuova società. Per il Sinn Fein
rimanere impantanati nella spirale "repressione/resistenza" poteva significare
l'isolamento e fare il gioco dell'occupante. Peraltro avrebbe comportato un prezzo
altissimo per la comunità cattolica spingere le cose sul piano armato con l'obiettivo di
far perdere la faccia ai britannici: vincere sul piano militare può non significare
vincere su quello politico. L'allargamento alla componente moderata cattolica del SDLP di
Hume, il coinvolgimento del Sud Irlanda e, grazie alla numerosissima comunità irlandese,
degli USA, danno sicuramente maggiore slancio e respiro al progetto di liberazione. La
preparazione di questo tipo di politica ha avuto i suoi tempi di elaborazione negli anni
passati, con la costante pressione esercitata nelle strade, con le lotte di massa, con le
armi, anche fuori i confini d'Irlanda, nella stessa Inghilterra, e con la diplomazia, con
una marcata evidenza almeno a partire dal 1985. Sulla base del punto fermo e storicamente
incontrovertibile che tutti i tentativi di sistemazione 'all'inglese' del conflitto che
escludevano il Sinn Fein, naufragavano nel nulla.
La palla è passata in campo inglese, dunque, e l'imbarazzo di Major -l'impreparazione sua
e di tutto l'entourage britannico- si è palesato negli esercizi di semantica sulla
dichiarazione dell'IRA, cioé nel prendere tempo. Il punto è che il margine di manovra di
Major è molto stretto e anche molto delicato. Se in politica interna Major, ai livelli
più bassi di popolarità e dato per non rieletto alle prossime elezioni, ha bisogno del
pugno di voti unionisti per far reggere il suo governo, dall'altro un'uscita dal Vietnam
irlandese potrebbe rilanciare le sue ambizioni politiche. Ma si trova tra l'incudine e il
martello. Scontentare gli unionisti significa dover rivedere la sua maggioranza
parlamentare, a ben vedere il minore dei problemi! L'IRA, d'altro canto, non può essere
'umiliata' come si è trattato per l'OLP di Arafat. L'IRA non è stata vinta militarmente
(che anzi -si potrebbe dire- vince ai punti sullo stesso terreno scelto dal '69 dalla Gran
Bretagna che, spostando il conflitto sul piano militare, volle cancellare soluzioni
intermedie: o la vittoria o la sconfitta), non ha mai dipeso da governi stranieri, ed è
ancora integra nel suo potenziale. Perché di questo Major, il suo entourage, chiunque
-parte in causa o osservatore- è cosciente: in assenza di passi significativi da Londra,
l'IRA può tornare a colpire come e quando vuole, anche in terra britannica.
Un nulla di fatto annullerebbe l'"opportunità" concessa dall'IRA, ma la
situazione -a quel punto- presenterebbe aspetti che non sono più quelli antecedenti al
1° settembre. L'IRA si troverebbe ad aver consolidato il suo ascendente sull'insieme
delle zone cattoliche che potrebbero ridiventare delle "no go areas" (zone
pericolose all'accesso per le forze dell'ordine) ben più che nel passato. Le stesse
condizioni di ripresa della lotta armata, già notevoli, poggerebbero su basi ancor più
solide, e la responsabilità politica del fallimento delle trattative ricadrebbe -non solo
in termini d'immagine- sulla Gran Bretagna. E soprattutto si aggraverebbero le ragioni che
hanno spinto Londra a ricercare le trattative.
Tutto ora si gioca al tavolo delle trattative, dunque. Non secondario sarà constatare il
piano relazionale che intercorrerà tra Londra e protestanti. Passati gli anni dello
stretto rapporto, la situazione è notevolmente mutata più per l'affanno e le evidenti
difficoltà britanniche che per una sua effettiva intenzione politica. Sinora la presenza
della comunità protestante e della violenza settaria che ne è seguita, è stato il
"cavallo di Troia" dello scontro reale tra irlandesi e potere colonialista
britannico. Se sul piano militare, politico e di massa, il movimento repubblicano si
presenta nelle migliori condizioni storiche possibili ed immaginabili, non è scontato che
tutto proceda per il meglio. La dirigenza repubblicana che va alle trattative -cioè la
componente politico/militare- deve dimostrare sul campo un livello altrettanto alto di
capacità. Dalla diplomazia delle armi alle armi della diplomazia, si potrebbe dire, anche
a fronte della pressione britannica -legittima- di limitare quanto più possibile i danni.
Questa capacità repubblicana la si constaterà nelle prossime settimane. Al momento si
può prendere atto che la piattaforma repubblicana si presenta con punti 'fermi' e
sostanziali.
Il FMLN in Salvador, l'OLP in Palestina, l'ANC in Sudafrica, il Sinn Fein in Irlanda.
Movimenti che nell'articolazione politico/sociale e militare della lotta di liberazione
nazionale hanno ottenuto, come interlocutori al tavolo delle trattative, un implicito
riconoscimento della loro incidenza. Realtà comunque che hanno gestito in modo diverso la
fase negoziale, per cui in taluni casi (Salvador e Palestina, quest'ultima per la gestione
arafattiana) le critiche di svendita sollevate nei confronti delle rispettive 'dirigenze'
hanno fondamenti di legittimità, in Sudafrica la situazione è più incerta, mentre in
Irlanda le condizioni di partenza paiono decisamente migliori. I perché sono interni ad
una corretta analisi delle dinamiche specifiche. Sarebbe fuorviante, comunque,
'ideologizzare' questa o quella realtà, credere di poterne ricavare uno schema
applicativo 'generalizzabile'; viceversa esistono le condizioni per una serie di 'filtri
interpretativi', di letture storico/politiche dalle indicazioni estremamente interessanti
per altre realtà. Non sempre, ed è un dato storicamente acquisito, una brillante
conduzione della lotta, quando ha avuto uno sbocco negoziale, è rimasta all'altezza del
patrimonio acquisito, e spesso l'agognata radicale ridefinizione degli assetti economico
sociali di sfruttamento non è stata portata a logico completamento dei sacrifici
sopportati nel corso della lotta di liberazione nazionale. Bisogna imparare
dall'osservazione di quanto complessivamente accade, coscienti che nel mondo
contemporaneo, per le stesse condizioni imposte dalle dinamiche mondialiste e
neo-imperialiste, le aspirazioni di autogoverno nazionale -ancor più che in passato- sono
destinate a coniugarsi con quelle dell'emancipazione sociale. Dall'Irlanda la
sperimentazione di un simile connubio è nel possibile ordine delle cose. Agli scettici
che prefigurano un immediato -o quasi- assorbimento del potenziale socialista del
movimento repubblicano nelle compatibilità poste dal sistema mondialista, va ricordato
che la sua legittimazione è nel bisogno di libertà e di giustizia sociale che cresce
nelle masse popolari. Tradire queste aspettative significherebbe soltanto ricreare nel
tempo le stesse condizioni di lotta. Non ci potrà mai essere vera pace, senza giustizia e
senza libertà. Che il sogno di liberazione dell'Irlanda vinca nelle nostre coscienze e
nelle lotte di tutti gli oppressi della terra.