A PROPOSITO DI EURO E INTERESSE NAZIONALE

Il governo ulivista di Prodi, sostenuto da Rifondazione Comunista, festeggia legittimamente il raggiungimento di un risultato assolutamente straordinario a soltanto due anni dal suo insediamento: la transizione alla moneta unica. Il ‘merito’ -e le responsabilità- di questo atto se lo rivendica altrettanto legittimamente l’altra cordata liberista Berlusconi-Fini-Casini per sostanziale condiscendenza e convergenza di intenti e di interessi. Né va dimenticata, nella comprensione di questo passaggio cruciale, la sterzata impressa a partire dal governo Amato nel ‘92, e in concomitanza di quell’operazione di politica giudiziaria -nota come Mani Pulite- che ha spazzato via una classe dirigente -quella della cosiddetta Prima Repubblica- incompatibile con la stura politica da dare all’accelerazione del processo di ristrutturazione capitalistica nel suo allineamento modernizzatore europeo. Probabilmente da qui a qualche tempo salterà fuori che il rispetto degli inquietanti parametri di Maastricht è stato frutto non solo delle operazioni strutturali di stampo neoliberista ma anche di artifici contabili, di manovre di cassa ben studiate, di rinvii di spesa, di entrate occasionali. Insomma, che la base dell’annullamento del divario inflazionistico, l’inversione della dinamica dei tassi di interesse, la riduzione del deficit a meno del 3% del prodotto interno lordo e la stabilizzazione di un avanzo primario senza precedenti sia d’argilla. Ma resta il dato di fondo: la transizione dalla lira all’euro ha sotteso e sottende tutta una serie di passaggi e di risultati di ordine economico, sociale, politico, culturale, oltre che una ‘fondomonetarista’ politica monetaria e di bilancio, complessivamente funzionali al gigantesco processo di modernizzazione tuttora in atto della macchina capitalistica nel nostro paese. La base politica che ha consentito questo passaggio è l’intesa tra il sistema Fiat ed il sistema dei post e dei neocomunisti, guidata dal duo Ciampi-Prodi e benedetta da Scalfaro. La politica cosiddetta concertativa tra le parti sociali, cioè l’ossequio e la genuflessione della triplice sindacale innanzitutto, ha avuto un ruolo nevralgico di anestetico sociale garante di una tranquilla manomissione e ‘riordino’. L’euro è l’approdo strategico delle grandi famiglie e delle lobby del capitalismo industrial/finanziario principalmente tedesche e francesi, un approdo sottoscritto statualmente e riflesso dei rapporti di forza ‘di area’. È la risposta al contesto di accelerata competizione tra i paesi e le aree a maggior sviluppo capitalistico per consolidare e/o conquistare fette del mercato mondiale pur in un quadro di differenti sistemi capitalistici. Se perdiamo di vista questo insieme conflittuale di interessi sovranazionali, mega-aziendali e iperfinanziari diventa incomprensibile la dinamica di quanto è accaduto e sta accadendo in Italia dagli inizi degli anni Novanta ad oggi.
L’obiettivo della moneta unica ha giustificato il pieno sostegno delle grandi oligarchie industrial/finanziarie al governo di Prodi, Ciampi, Dini, Maccanico. Spiega il diretto coinvolgimento alla guida del paese di uomini provenienti dallo stesso gotha finanziario, espressione di Mediobanca, della Fiat, della Banca d’Italia. Ha reso possibile la convivenza e la convergenza di interessi -un connubio indice di considerazioni più ampie non affrontabili in questa sede- di banchieri e tecnocrati con gli epigoni di Togliatti e Berlinguer divisi tra (pi)diessini e rifondati comunisti ma strategicamente convergenti. Il terminale di garante sociale della Bundesbank in Italia era -ed è- di fatto il partito di Bertinotti e Cossutta. Berlusconi e Fini, nel ‘94, non avrebbero potuto fare di meglio, in termini di risultati. Non avrebbero potuto garantire il raggiungimento di quell’obiettivo -con tutto ciò che comporta- in un quadro di pace sociale, che solo in termini assolutamente riduttivi e del tutto insufficienti è sintetizzabile nella rivendicazione di Prodi e Veltroni di aver rastrellato una prima finanziaria da "100mila miliardi senza un’ora di sciopero". Rimanere avviluppati nelle categorie di sinistra centro destra che da tempo hanno smesso di avere di per sé un effettivo significato politico, per indicare semmai, rispettivamente, il versante culturale politico economico del sistema dominante, significa impedire oggi alla propria intelligenza innanzitutto, e domani in modo organizzato, collettivo, la possibilità di ricostituire su basi nuove una teoria ed un progetto di società radicalmente anticapitalistiche. Una teoria ed un progetto di società radicalmente anticapitalistiche da incastonare su basi inter/nazionalitarie.
È a nostro avviso una necessità strategica quella di cortocircuitare la patina di legittimità della nazione di cui le oligarchie dominanti si servono per perseguire interessi privati, aziendali, sfruttando le intelligenze, le risorse, la forza-lavoro della nazione stessa e più in generale quel sentire stesso di nazione che sta ad indicare valori condivisi. Bisogna operare per allargare questo divario, questa sostanziale forbice e far emergere la contrapposizione, la radicale alterità tra interessi nazionali e interessi delle oligarchie capitalistiche che, quand’anche vestano i panni nazionali, parlino la lingua della nazione, abbiano il loro know-how dislocato sul territorio nazionale, fondamentalmente ne sono estranei, li negano, essendo la loro patria il denaro ed il profitto ad ogni costo. Il loro riferimento è lo Stato, lo plasmano, lo condizionano, ma Stato e Nazione nel processo storico di formazione e accumulazione dei capitali e di espressione dei suoi interessi non sono coincidenti.
Il Verbo in voga prescrive di ristrutturare e di modernizzare il paese perché le imprese possano meglio competere, perché il benessere e la competizione delle imprese porterebbero -nemmeno è certo- occupazione, e quindi il benessere del paese. Così impazza a sproposito un presunto interesse nazionale tirato indebitamente in causa ancora una volta per produrre assenso. In nome del -presunto- interesse nazionale legato all’euro, si chiede, ad esempio, deregulation, per dirla in termini politically correct, cioè flessibilità normativa e salariale di chi lavora, per avere un novello schiavo che sia duttile alle esigenze del loro profitto, che non crei problemi per le modalità del lavoro, per l’orario di lavoro, per il salario del lavoro, per la mobilità del lavoro, per la precarietà del lavoro, per il tipo di lavoro, ecc. Dov’è l’interesse nazionale? Se si sfruttano i figli della nazione, non c’è interesse nazionale. Se si rende difficile o impossibile la vita dei figli della nazione, non c’è interesse nazionale. Se si rovina l’ambiente della nazione, non c’è interesse nazionale. Se la salute di chiunque vive nella nazione -autoctono o immigrato che sia- diventa un business, non c’è interesse nazionale. Se esiste una scuola che non forma individui ma è espressione degli interessi aziendali, non stimola capacità critica, non alimenta dignità, libertà, pienezza di sé di ogni essere, ma si preoccupa di selezionare chi inserire domani nei meccanismi produttivi, non c’è interesse nazionale. Se chi è fuori dal processo produttivo per ragioni di età, viene visto come un peso, un costo inutile, una voce da tagliare e da lasciare ai limiti della sussistenza, non c’è interesse nazionale. Se per qualsiasi ragione si pratica "colonialismo interno", non c’è interesse nazionale. Se per qualsiasi ragione si affama un altro popolo, lo si embarga, lo si bombarda, non c’è interesse nazionale. Se tutto questo avviene, e potremmo continuare, non c’è interesse nazionale, ma solo interessi di parte, personali e/o aziendali essi siano. Oggi questa lira, domani l’euro sono strumenti di un meccanismo capitalista che per sua natura non è nazionale, che per sua natura, a seconda della circostanze, o sfrutta o nega la nazione.
Ecco perché incastonare su basi nazionalitarie una teoria ed un progetto di società radicalmente anticapitalistiche. Perché complessivamente la nazione muore, se tutti coloro che la abitano non sono liberi, se sono divisi in classi, se c’è disuguaglianza. Perché la nazione muore se non ha la sua indipendenza e se non c’è liberazione sul suo territorio. Perché la nazione può diventare un grande boomerang per gli appetiti capitalistici del terzo millennio.

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