LE AMBIGUITÀ DA "GOVERNO TECNICO" E LE
COMPATIBILITÀ DELLA SINISTRA

È ormai il riferimento ricorrente da alcuni anni della quasi totalità delle forze politiche parlamentari: la ricerca dei tecnici alla guida del paese. La dizione "governo tecnico" -quindi "manovra tecnica"- appare psicologicamente 'tranquillizzante' perché dà una parvenza di professionalità, di serietà, di indiscutibile oggettività alla natura dei provvedimenti da emanare. Ma la 'neutralità' delle scelte in politica non esiste; farlo credere è fuorviante. Qualsiasi provvedimento ancor più se di natura economica, ancor più se impone tasse e balzelli, è sempre una scelta politica. Stabilire dove prelevare i soldi è sempre una scelta politica. Lo stesso accade quando il referente cui dar conto diventano i "mercati finanziari internazionali". Anche qui si ostenta la 'serietà' del ruolo e il 'prestigio' dei chiamati in causa. Certo, il loro potere è reale. Ma va detto che si tratta di ristretti gruppi speculativi finanziari, con interessi sovranazionali, che vincolano e rendono subalterni i destini di milioni e milioni di individui -quindi di classi e di popoli- privati del controllo del reale. I "mercati finanziari internazionali", la "Borsa" sono realtà eteree, astratte, sconosciute ai più. Eppure in grado di decretare lo strangolamento economico di un paese, di condizionare le scelte politiche dei governi o di divenirne addirittura espressione. Oggi anche parte della cosiddetta "sinistra" -il PDS in primis- accetta ruolo ed autorità di queste eteree, astratte, sconosciute realtà, contribuendo al radicamento psicologico nelle coscienze e nelle mentalità di dinamiche estranee alla centralità degli interessi collettivi, alla necessaria socializzazione di scelte e ricchezze oggi concentrate nelle mani di poche "famiglie" - in parte 'nazionali', in grandissima parte transnazionali. Un effetto concreto lo si può vedere nelle operazioni di privatizzazione del patrimonio pubblico sostenute da destra e da -gran- parte della sinistra, divergendo -gli uni e gli altri- su tempi e marginali aspetti. Anche qui il grimaldello psicologico per acquisire consenso sociale è la prospettiva mitica del risanamento del deficit pubblico, a fronte del fallimento 'storico' della gestione statale, sorvolando sul fatto che lo Stato -anche in Italia- ha sostanzialmente coinciso con interessi settari, di parte, e nulla ha avuto a che fare con una gestione delle cose realmente pubblica. In altri termini perché non adottare quello scrupolo e quella dedizione 'privata' nella gestione del pubblico? Lo schemino risolutore delle privatizzazioni è socialmente devastante quando si tratta di settori che trascendono per loro natura finalità ed interessi privati, cioé 'di parte': sanità, scuola, previdenza, enti economici di rilievo sono il cuore degli interessi nevralgici di una nazione. La non funzionalità del pubblico dimostra nei fatti di legittimare le scorrerie del privato, che, anche volendo ragionare "in termini di mercato", non è peraltro competitivo quando il pubblico funziona. Il che è una delle cartine al tornasole dell'uso 'anomalo' che si fa delle categorie "destra" e "sinistra". Non da oggi sosteniamo che la situazione politica italiana, in maniera marcata da poco più di un anno, vive lo scontro esasperato sul piano mediatico tra presunte forze contrapposte -il cosiddetto Polo delle libertà e quello progressista- ma che a ben vedere sono due fazioni di una sorta di partito unico centrista (comune riconoscimento del modello sviluppista industrialista capitalistico) contrapposte sulle cosiddette regole ma non sulla sostanza delle scelte di politica sociale, economica, culturale ed internazionale, cioé la sostanziale accettazione dell'essenza del sistema dominante.
Cos'è che rende il PDS di sinistra? Non certo la prospettiva economica, non certo le battaglie sociali, tanto che una grossa fetta della grande imprenditoria nazionale (Fiat in testa) e della finanza internazionale gli ha fatto significative aperture 'di credito'. Come al solito, più che l'etichetta, è importante considerare la sostanza di ciò che si fa e a quale prospettiva porta.
L'ossessione 'demonizzante' di Berlusconi, il "cavaliere nero", l'artefice della legittimazione dei neofascisti, sarebbe ciò che rende 'di sinistra' il PDS, par di capire. Intendiamoci. Non si vuol negare la iattura del ruolo 'politico' che, con un certo modo di far televisione, il Cavaliere svolge già da tempo. Quel che a sinistra va, a nostro avviso, evitato è demonizzare l'avversario; i ritornelli di ipotetici ritorni al fascismo 'storico' hanno prodotto guasti e iatture nella capacità di analisi della realtà e deviato energie nelle componenti più coscienti delle classi subalterne. Chi sostiene queste affermazioni da aria fritta o non vede cosa si sta sviluppando o nasconde il suo vuoto politico dietro le grandi parole d'ordine di libertà e di giustizia che si sono mosse attorno all'antifascismo. L'autoritarismo di oggi si presenta in forme inedite rispetto al passato: passa attraverso una concezione plebiscitaria della politica e della comunicazione, attraverso il bombardamento mediatico -e non solo- di un'omologazione culturale al modello statunitense; passa attraverso le misure economiche ineguali scaricate sulle fasce sociali meno abbienti; passa attraverso il dominio finanziario sulla vita di popoli e individui, ecc. Nulla ha a che vedere, senz'altro, con la sostanza di una democrazia sociale, diretta, partecipativa...
Le "regole". Ovvero la riscrittura secondo i propri interessi. Una è sotto gli occhi di tutti: il sistema elettorale riformato, vale a dire il controllo del voto. Una "regola" che intrinsecamente rappresenta un'ulteriore involuzione del sistema rappresentativo. Sostanzialmente autoritaria, ignora la pluralità delle istanze sociali, ma -ricordiamolo- fu fatta passare in nome della stabilità politica, del superamento della forma dei partiti, della moralità. Il caso di Rifondazione è emblematico: o accetta di mettersi alla ruota del carro 'progressista' -una delle due fazioni del partito unico di cui si diceva- e sterzare 'al centro' come compatibilità col sistema, oppure, grazie al sistema elettorale, viene espulsa di fatto dalle istituzioni parlamentari. Questo 'ricatto politico' è chiaramente pendente per chiunque voglia essere fuori del blocco centrista. Le "regole" sono un problema di interessi 'loro', il che non vuol dire che gli effetti non si ripercuotano sull'intera comunità nazionale e sociale. Par condicio, antitrust, riforma elettorale -sotto la patina della moralità, dell'efficienza, della governabilità, della democrazia- non sono altro che la posta in palio del contendere per un'amministrazione del potere le cui più sostanziali direttrici vengono fissate altrove, nei mercati internazionali, nei gangli finanziari, nelle scelte di chi controlla questi apparati, USA in testa, con Germania e Giappone in ascesa. Per tranquillizzare i mercati, per offrire una 'cornice politica' di affidabilità dello stato di cose italiano agli investitori 'stranieri', ebbene in che cosa potrà distinguersi un governo Prodi o Ciampi a sponsorizzazione PDS da un governo Berlusconi, se non in dettagli sostanzialmente estranei al corpo sociale nel suo insieme? È sintomatica la strana metamorfosi di una sinistra capace nell'autunno '94 di dire tutto il male possibile di una riforma pensionistica voluta da Dini e poi appoggiare tanto lo spirito della riforma quanto il suo governo in funzione anti-Berlusconi. Anche una parte di Rifondazione ha preferito 'fiduciare' Dini, uomo dal passato e di mentalità fondomonetarista, pur di impedire un ritorno al governo di destra di Berlusconi. "Impedire il ritorno del fascismo" è stata la debole patina ideologica per fare di fatto una scelta tra due destre i cui interessi tattici del momento non collimavano. Non un incidente di percorso, se pensiamo che alle recenti amministrative il PRC chiedeva di far parte di coalizioni progressiste alla cui guida -spesso e volentieri- c'erano leader ex democristiani. Sulla strada delle 'politiche' c'è ora l'ex democristiano Prodi, sponsorizzato a suo tempo dalla corrente demitiana alla guida dell'IRI, che per restare in tema pensioni chiedeva -sempre nello scorso autunno- più rigore da parte di Dini, o che riguardo scuola e sanità è "aperto" alle privatizzazioni. Ormai, nella cultura politica di larga parte della sinistra, è invalsa la prassi di scegliere il minore tra due mali, il che significa ritrovarsi nelle secche dell'istituzionalismo e dell'elettoralismo, anticamera dell'allineamento sostanziale alle logiche dominanti. Prendiamo il caso delle pensioni. In nome del risanamento del deficit pubblico -di cui sono responsabili le classi dirigenti- l'apparato statale pensa di annullare il debito che ha contratto con milioni e milioni di lavoratori attraverso il taglio delle pensioni e non tramite una politica fiscale giusta. La proposta di Rifondazione più 'a sinistra' e di buon senso, rimarcando il 'furto' perpetrato ai danni di chi ha versato ed è quindi in credito nei confronti dello Stato, non indica "inevitabili tagli" ma una diversa base di calcolo legata al valore aggiunto della produzione, ossia al cresciuto PIL (prodotto interno lordo) del paese, a fronte peraltro del decrescere di ore lavorate e di occupati. Ebbene questa proposta -possibile piattaforma di partenza- non verrà mai presa in considerazione dal partito unico delle due fazioni: mai toccherebbero le grosse rendite produttive e finanziarie, appunto per l'accomunante -precisa- scelta politica di non intaccare gli interessi forti dell'economia e della finanza. Altre vie sono pensabili oltre l'orizzonte di scelte imposte: a partire dalla riconquista di una mentalità 'altra' nella società.
Di fronte alla verticalizzazione per vie 'legali' dell'asse decisionale amministrativo in Italia, chi per via istituzionale punta -anche sulla spinta di idealità di giustizia sociale- ad intervenire sulla scena politica, ancor più per il meccanismo maggioritario, sistema appunto di cooptazione e di forte smussamento delle proprie istanze, non può non vedere come pressoché scontata sia la capacità di riassorbimento nel pantano delle regole, della logorrea, della 'corruttibilità' nella gestione. Il che apre spazi per una pratica democratica extraparlamentare di riappropriazione della propria vita. Nella società ben più che rappresentate sul piano parlamentare rimangono le componenti di un fronte sociale che anela a maggiore equità e giustizia. Non c'è da mitizzare nessun popolo oppresso, ma prendere atto che in Italia, anche tra gli strati sociali su cui di volta in volta vengono scaricati gli oneri dei vari aggiustamenti, si è diffusa in modo pervasivo una cultura ed una mentalità -proprie del sistema dominante- nel modo di concepire la vita, il tempo, il lavoro, le relazioni interpersonali. È fondamentale battersi anche a questi livelli e passare dal piano dell'opposizione politica -e del contropotere idealista- a quello della costruzione di spazi sociali, culturali, produttivi, organizzati nei movimenti sociali del nostro tempo. Valorizzando l'inventiva, le capacità professionali tecniche culturali acquisite, progettando realtà -anche 'esemplari'- nel campo della produzione, dell'intervento sociale nei più disparati settori, ridisegnando a partire da sé -e non da concessioni dell'apparato statalocratico- scelte di vita, di lavoro, di consumo. Per creare snodi strutturali 'di base' da cui poter far partire 'altro'. È necessario aprire una riflessione sulle relazioni tra istituzioni e movimenti sociali, sui contenuti di un percorso politico che sappia valorizzare movimenti e territorio, culture ed ecosistema. Per saper andar oltre una critica morale del capitalismo. Per dare corpo ad una pratica anticapitalista che costruisca le basi per una realtà diversa. Perché dirsi anticapitalisti è inutile se non si verifica il proprio agire e il proprio vivere sociale, culturale e politico.

BACK-34.GIF (1142 byte)