VINCOLI DI SUDDITANZA, RAGIONI PER L'INDIPENDENZA
La politica estera funge sempre da cerniera con gli assetti e
gli indirizzi complessivi di politica interna. In certe fasi storiche, in modo
più evidente, riflette interessi e rapporti di forza tra classi (non
solo dominanti) dentro e tra gli Stati. Condizionamenti e scelte sono sintomatici
sullo stato di salute delle basilari condizioni di libertà e dignità
delle nazioni e, quindi, degli individui. Nel quadro della riaffermazione globale
del proprio dominio, gli Stati Uniti, con la cosiddetta "guerra al terrorismo",
rinsaldano obblighi ed accentuano preesistenti vincoli, sancendo interferenze,
sudditanze, nuove modalità della dipendenza a tutto campo su ogni Stato,
a partire da quelli 'alleati', tra loro concorrenti nel servilismo di contropartita
verso l'alleato/egemone. Come effetto immediato, anche l'Italia -si afferma-
dovrà mobilitare per anni risorse funzionali all'intervento militare
in senso lato (oneri per supporto logistico, forze d'interposizione, assistenza
profughi, ecc.). Ma solo che si vada oltre i proclami -e valga soltanto come
esempio- la tesi della Casa Bianca di poter prelevare direttamente presunti
terroristi in ogni dove e l'esplicito 'invito' a modificare in tal senso, dove
serva, le Costituzioni, non sono solo sintomo di arroganza imperiale. La singolare
tempistica del mandato di cattura europeo, con i suoi dirompenti effetti sui
princìpi costituzionali di garanzia dell'imputato e delle stesse libertà
individuali e sociali, ci pare una non casuale manifestazione di quegli effetti
a tutto campo (non solo economici, dunque) di una politica estera dipendente
e di sudditanza.
I vincoli del Patto di stabilità europeo ben si 'combinano' in questo
quadro: conformando le società a parametri liberisti, rafforzano l'egemonia
imperialista di Washington e delineano uno scenario ancora più favorevole
alla penetrazione degli interessi capitalistici delle multinazionali a stelle
e strisce.Se gli USA, dopo i fatti dell'11 settembre, hanno potuto sborsare
qualcosa come 200mila miliardi di lire a sostegno delle proprie imprese già
in crisi, i paesi europei, vincolati ai parametri del Patto, sono impossibilitati
a muoversi similmente. Di là dal fatto che i tecnocrati di Bruxelles
(Commissione Europea) e Francoforte (Banca Centrale Europea) rispondono anche
agli interessi di certe oligarchie imprenditorial/finanziarie 'europee', sono
significativi i contrasti con diversi governi europei -Germania in testa- che
propongono di scorporare, dal computo dei parametri, ambiti di spesa come infrastrutture
e difesa. Non a caso. Con il drenaggio in proprio di capitali per la 'Difesa',
ovviamente integrata Nato, si mira a 'conquistare punti' direttamente con Washington
e ad andare all'incasso contrattando spazi per le proprie grandi imprese -da
sostenere ulteriormente con "infrastrutture" all'interno- nel contesto
della competizione intercapitalistica globale (quantunque in dati settori),
ma non in contrasto con il quadro egemonico imperialistico degli Stati Uniti.
Lo 'scontro' verte, dunque, sul come porsi nella scia di dipendenza dall'alleato/padrone:
il senso politico del presente e del futuro prossimo dell'Europa è, secondo
noi, tutto qui.
In uno specifico strutturale 'debole' come quello italiano, la condizione di
sudditanza e, quindi, i vincoli del Patto di stabilità, non producono
effetti negativi solo sulle classi popolari. Quei dettami comportano consistenti
contrazioni sia della spesa sociale -pensioni, salari, sanità
-
sia degli investimenti in infrastrutture e ricerca. Per le piccole/medie imprese
e, seppur in misura minore, per le "grandi famiglie", lo Stato italiano
mostra di non essere un valido supporto nella competizione in atto, tant'è
che a quest'ultime, in difficoltà nei propri mercati di riferimento (vedi
Fiat), non rimane altro che contendersi l'acquisizione di partecipazioni negli
ex monopoli statali -ma non il loro controllo e nemmeno posizioni di privilegio-
con l'attuale rilevante presenza di sempre più numerosi gruppi stranieri.
Se il centrosinistra ha convogliato sui parassitari 'poteri forti' consistenti
quote di ricchezza nazionale, la privatizzazione del patrimonio pubblico non
ha sortito loro alcun effetto strategico, né all'esterno come favorevole
posizionamento competitivo nel riassetto del capitalismo europeo, né
all'interno stante l'assenza di alcun disegno di "sviluppo nazionale".
L'aumento della pressione fiscale per l'Europa ha inoltre acuito i contrasti
con le piccole/medie imprese, il cui sviluppo -in questa fase- è nell'interesse
strategico delle grandi oligarchie imprenditorial/finanziarie, avocatrici in
ultima istanza di buona parte del reddito da quelle prodotte.
Da qui l'apertura di credito -'condizionata'- al centrodestra, il cui programma
liberista, sul piano politico/ideologico, mira a legare -con provvedimenti populistici-
strati sociali popolari a "ceti medi produttivi" e grandi imprese,
in una logica equilibristica assolutamente precaria. Tramite riduzioni fiscali
e 'grandi opere' si vorrebbe rilanciare la "crescita economica" rafforzando
lavoro cosiddetto autonomo e piccole/medie imprese, da ampliare di numero, in
un contesto -già avviato dal centrosinistra- di smantellamento del Welfare
e di assetto "federalista".
Tra vincoli esterni ed esigenze interne, il Governo Berlusconi punta principalmente
a 'conciliare' gli interessi economici di cui sopra. Da qui la detassazione
degli utili reinvestiti in generici "beni strumentali"; il recepimento
-con assenso dei sindacati- della direttiva europea sui contratti a termine
(a costituire non più l'eccezione, ma la norma); l'esenzione per le grandi
opere infrastrutturali -con relativi mega appalti- da ogni normativa di tutela
ambientale; il condono fiscale per i capitali detenuti illegalmente all'estero,
che ha incentivato l'ulteriore fuoriuscita, stante la prospettiva di sanatoria,
con annessi vantaggi per quegli istituti finanziari dove saranno depositate
le somme da 'sanare'.
Cuore della finanziaria è la privatizzazione del patrimonio immobiliare
pubblico, da attuare con la 'tecnica' anglosassone della cartolarizzazione.
I beni immobili verranno trasferiti a "società-veicolo" appositamente
costituite, dietro le quali ci sono cordate di istituti bancari e di gruppi
multinazionali anche stranieri. Per reperire i capitali con cui pagarne il prezzo,
queste società si indebiteranno emettendo obbligazioni o assumendo finanziamenti
garantiti dallo Stato. Al fine di incassare da subito i miliardi mancanti per
rispettare gli obiettivi di deficit del Patto di stabilità, il Governo
ha trasferito la prima "tranche" di immobili pubblici in cambio della
concessione di un "prestito-ponte". Insomma, un debito contratto a
fronte della cessione di beni pubblici è la 'trovata' per accrescere
le entrate e finanziare anche -parzialmente rispetto alle promesse elettorali-
sgravi fiscali alle famiglie ed incremento delle pensioni minime.
Non secondaria, poi, la privatizzazione dei beni culturali e gli incentivi a
quella dei servizi pubblici locali (acqua, energia, gas, trasporti) svolti da
aziende municipalizzate. La distinzione tra proprietà pubblica (con connesse
spese di manutenzione) e gestione privata è l'ennesima versione della
"socializzazione dei costi e privatizzazione dei profitti" per piccole
e medie imprese, e soprattutto grandi gruppi italiani e stranieri.
In tema di "federalismo" va menzionato il decreto taglia-spesa sulla
Sanità, che attua il Patto di stabilità interno Stato/Regioni.
La malattia diviene tra le merci più appetibili del nuovo millennio.
Pena multe e perdita di finanziamenti, le Regioni dovranno rispettare tetti
massimi di spesa, con ulteriore riduzione dei costi (sui posti-letto, sui farmaci
dispensati gratuitamente, ecc.) ed erogare "livelli essenziali" (cioè
minimi) di assistenza, con restrizioni di accesso a prestazioni e interventi
prima gratuiti ed ora legati a non meglio definite "necessità provate".
Il povero malato verrà lasciato nelle mani delle assicurazioni private
e le Regioni finanzieranno da sé -dall'addizionale Irpef ai ticket- eventuali
"sforamenti" della spesa prefissata.
Sempre in nome del Patto di stabilità interno e con gli strumenti legislativi
approntati dal centrosinistra, si intendono sopprimere o trasformare in Spa
e in Fondazioni gli enti pubblici (si parla anche del Cnr, Istat, Inail), "esternalizzare"
vari servizi e diminuire ulteriormente le risorse per gli Enti locali. Se da
un lato il Governo promette la riduzione delle tasse, dall'altro gli Enti locali
sono costretti ad aumentare imposte e tariffe per compensare le contrazioni
di trasferimenti e compartecipazioni.
Su scuola, pensioni e lavoro il Governo, memore del 1994, sembra muoversi con
cautela. Le intenzioni, al momento, non si discostano dalle direttrici strategiche
tracciate dai governi 'tecnici' e di centrosinistra, con il largo consenso di
sigle sindacali. Sul lavoro, ad esempio, sono da considerarsi figlie delle precedenti
politiche le proposte del contratto individuale con opzioni (salario più
basso in cambio di più sicurezza, oppure più consistente ma con
orario più lungo, ecc.) e di ulteriore precarietà e flessibilità,
nonché le ulteriori limitazioni al diritto di sciopero. Sulla legittima
insorgenza contro la proposta governativa di intervenire restrittivamente sull'art.18
dello Statuto dei lavoratori -ovvero il doveroso obbligo di riassunzione del
dipendente licenziato senza giusta causa- quale credibilità possono avere
vertici e quadri confederali preoccupati del proprio futuro come apparato più
che del merito del contendere, tanto più alla luce delle scelte fatte
almeno nei due ultimi decenni?
In modo coerente, il centrosinistra non sta sostanzialmente contrastando le
scelte di sudditanza sociale e nazionale del centrodestra, limitandosi a polemiche
ora da retrobottega, ora da 'consorteria concorrente', talune di una certa rilevanza
politica in senso lato, come il ritiro dell'Italia dal progetto dell'Airbus
europeo, con la forte contrarietà del ministro Ruggiero, 'portavoce tutelare'
di interessi di poteri forti non solo 'italiani'. Va bene dunque il rilancio
delle lotte (su scuola, stato sociale, opposizione alla guerra imperialista,
ecc.) purché: 1. non ci si lasci strumentalizzare da un centrosinistra
smanioso di tornare al Governo, dove procederebbe nei modi già visti,
capitalistici e servili verso l'imperialismo, senza sostanziali differenze rispetto
al centrodestra; 2. si riconducano queste lotte in una progettualità
di emancipazione collettiva innanzitutto nazionale, connettendole con l'indipendenza
dagli USA e da qualunque mega Stato d'Europa (centrale o federalista, in qualsivoglia
salsa ideologica) e con la contestazione delle 'proprie' classi dominanti. Altre
strade, per dare un orizzonte di senso -e possibilmente di risultati- a certe
lotte di interesse popolare, non ne vediamo.
Indipendenza