VERSO QUALE ITALIA SOVRANA E INDIPENDENTE

 

Le politiche depressive di cosiddetta austerità imposte dall'asse euroatlantico UE-BCE-FMI anche in Italia non risanano conti presuntivamente fuori controllo, ma devastano la società, comprimono redditi, determinano calo dei consumi e della domanda, producono recessione e disoccupazione, allargano la dimensione sociale della precarietà.

In nome di pure astrazioni numeriche (parametri debito/deficit-pil, pareggio di bilancio) e di uno stucchevole mantra tanto retorico quanto culturalmente infondato sull’unità politica europea, in sofferenza prolungata sono ormai strati di società diversificati e sempre più estesi: non solo il mondo del lavoro dipendente (pubblico e privato), del piccolo commercio, del lavoro autonomo a partita IVA, delle professioni, di chi vede aggravata la propria precarietà, ma anche quello della media e piccola industria che accolse con favore l'introduzione dell'euro e più in generale il processo d'integrazione dell'Unione Europea. Lo fece con occhio miope, concentrato sul breve periodo e sul proprio "particulare", allettato dal prospettato accrescimento dei margini di profitti e di potere che ne sarebbe derivato: la forte deflazione salariale avrebbe facilitato l'estensione senza freni della flessibilità del lavoro e permesso delocalizzazioni con estrema facilità. Questo mondo non è stato in grado di vedere il senso (geo)politico dell'euro e dell'Unione Europea e non ne ha scorto le conseguenze. Il tracollo economico del paese si è così reso manifesto nello sfaldamento (in corso) del tessuto industriale italiano, tra chiusure a catena di aziende ed acquisizioni a prezzi peraltro di svendita, da parte di imprese e soggetti finanziari stranieri, inclusive di quote progressive dei comparti strategici a partecipazione statale. L'Italia si sta connotando come una realtà priva di un progetto o di un asse industriale, nella morsa di una crescente dipendenza dalle importazioni estere e di una espropriazione senza precedenti di ricchezza e risparmio. È questa la risultante dei vincoli esterni (un combinato di divieti e di obblighi) del sistema euroatlantico che la trasversale classe politica sub/dominante ha accettato per subalternità, ideologia ed interessi personali e di frazione. In questo contesto, con queste dinamiche di funzionamento dell'Unione Europea e del sistema euro, non ci sarà mai un'effettiva ripresa per l’Italia, al di là di indicatori economici che un domani potrebbero apparire positivi. Permanendo nell’Unione Europea, il futuro cui si è fattivamente destinati è di una fatiscenza strutturale che attesterà al ribasso, in una condizione di strutturale stagnanza, le componenti maggioritarie della nostra società.

 

Il ceto politico nostrano, trasversalmente alle sue componenti di centrodestra, centrosinistra e centriste, è del tutto prono nella sua referenza a questo quadro sistemico. L'esito delle elezioni politiche di febbraio, con il consistente risultato del Movimento 5 Stelle, ha costretto i partiti euroatlantici ad accantonare le loro confliggenze di frazione per unirsi ancora una volta in un governissimo. Del resto condivise sono le linee neoliberiste di fondo in campo economico e sociale; condivisa è l'accettazione di vincoli, subalternità e status complessivo di dipendenza del Paese. Ora, non più alternativamente, sono tutti insieme al governo ad esprimere questa unitarietà d'indirizzo euroatlantico.

A ben vedere, quindi, il quadro politico emerso dal voto presenta elementi di grande interesse per il forte ridimensionamento del consenso a questa unità sedicente nazionale tutta concepita in termini di subalternità del paese alle logiche recessive, di compressione di bilancio, di vincoli, di riforme strutturali (liberalizzazioni, privatizzazioni, flessibilizzazione del "mercato del lavoro", riduzione dei diritti sociali e politici), come da commissariamento dell’asse UE-BCE-FMI.

Dal voto è emersa una significativa porzione di società italiana che, pur confusamente, ha espresso un netto rifiuto a tutto questo. È quindi possibile che questo rifiuto, se politicamente declinato, se adeguatamente motivato, possa trascrescere attorno alla rivendicazione dell'uscita dall'euro e della connessa e coerente rescissione dai vincolanti Trattati europei, rivendicazione decisiva per un riorientamento effettivo di rapporti ed assetti di società. Il che, pur potendo significare una sicura inversione di rotta rispetto alla china attuale da cui altrimenti non si vedono vie d'uscita, di per sé non rappresenta la soluzione alla sedimentazione e gravità dei problemi che quel quadro ha determinato e con cui bisognerà fare i conti. Ci si libera certo da vincoli e ci si riappropria non solo di una moneta sovrana ma pure delle leve di indirizzo, di controllo, di intervento anche protezionistico di uno Stato investito pienamente della sua sovranità, condizione assolutamente indispensabile e necessaria. Vien da sé, però, che è ampio il ventaglio di possibilità di quale strada percorrere nel prosieguo. Ebbene che di questo si abbia consapevolezza, da subito, non in un futuro remoto. Si tratta, in altri termini, di scegliere una direzione politica piuttosto che un'altra e di avere una classe dirigente politica conseguentemente adeguata: il che nient'affatto secondario finirà con molta probabilità con l'emergere e potenzialmente incidere in corso d’opera, già nel percorso di liberazione, in vista del dopo.

 

Non si può quindi prescindere, sia pur 'a maglia larga', dall'indicare un percorso di transizione ed un'idea di società e di prospettiva politica. Che sappia parlare e coinvolgere ceti popolari estesamente colpiti nelle loro condizioni di vita, che riesca a collegare le diverse proteste e sofferenze sociali che stanno montando per le politiche di cosiddetta austerità e sappia investire le cause ‘a monte’ con –al contempo– un ineludibile lavoro di conoscenza delle dinamiche internazionali che le presuppongono. Che sappia prefigurare e costruire un'alternativa in termini di sano realismo, tenendo conto nell'azione politica della realtà effettuale, dei concreti rapporti di forza, interni ed esterni, per dare coesione d'intenti a soggettività sociali da rendere cosciente per sé e per la collettività nazionale d'appartenenza. Che sappia orientare facendosi interprete in modo chiaro di una linea alternativa a questo quadro di dipendenza, con un progetto potenzialmente condivisibile da un blocco sociale ampio ed articolato, giunto al convincimento dell'insostenibilità del sistema attuale. Un blocco sociale del lavoro (ivi compreso il mondo del lavoro autonomo, delle professioni, del commercio, della piccola e media imprenditoria lavoratrice) che, contrapposto ad un blocco del capitale, acquisisca consapevolezza che l'uscita dall’euro e dalla UE è strettamente connessa –ne è premessa indispensabile ad una prospettiva realistica di miglioramento di condizioni di vita, di difesa dei propri interessi di ceti oggi dominati e che nel nuovo scenario che si aprirà è necessario mettere in campo un'alternativa di società, un ben diverso paradigma di valori e di prassi.

Insomma, esistono eccome, anche se ancora non pienamente ed adeguatamente espresse, le condizioni e le possibilità di contrastare i disegni dei ceti dominanti. Ciò che è possibile non è però scontato che divenga realtà. Una forza conseguente con quanto detto sopra non è ancora emersa, ma è probabile che l'indurirsi delle condizioni finirà con il produrla. I fermenti sovranisti che si stanno registrando segnalano, comunque, una linea di tendenza destinata ad affermarsi. Si stanno configurando forze-vettore di questo tipo ma direzione e qualità non sono ancora ben distinte e definite. Tanto più che un'implosione o anche uno sganciamento dall’euro e dalla UE comporterebbe ovviamente, già in una fase iniziale, contraccolpi e problemi, è necessario avere un'idea di società, di produzione, di organizzazione, di rapporti sociali e di relazioni estere, che scorrano in parallelo alla formulazione delle rivendicazioni.

 

Non domani ma già adesso, quantunque sotto traccia, si sta giocando una fase importante di questa partita in cui "Indipendenza" intende far sentire la sua voce e svolgere la sua funzione. Che senso avrebbe, altrimenti, conquistare una piena sovranità (non riduttivamente solo quella monetaria, quindi) ed un'autonomia decisionale d'indirizzo politico a tutto campo, se non per impostare una linea economica e sociale orientata alla difesa degli interessi e delle esigenze delle classi popolari?

 

Indipendenza

(23 settembre 2013)