LEZIONE DALLA GRECIA: UN'ALTRA EUROPA È IMPOSSIBILE

DALL'ATTUALE È NECESSARIO LIBERARSI.

 

I fatti di Grecia sono destinati a rappresentare un tornante storico epocale: sono il colpo di grazia al mito immaginifico dell'Europa unita come progetto politico ed il punto più alto e più evidente della confliggenza tra Germania e Stati Uniti, rappresentate sul proscenio dalle figure dell'asse Merkel-Schauble contrapposto a quello Lagarde-Draghi (FMI-BCE). Il che, in pochi anni, renderà totalmente diverso da quello odierno lo scenario internazionale.

 

Washington continua a manovrare perché sia scongiurata l'ipotesi “Grexit”, tutt'altro che tramontata. Il posizionamento anomalo di un’istituzione come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che si allinea ai desiderata della Casa Bianca la dice lunga su come certa finanza internazionale, quando la geopolitica imperiale disponga, sappia mettersi in scia. Il FMI, in asse con la Banca Centrale Europea (BCE) dell’atlantico Draghi, si sta facendo alfiere di una profonda rimodulazione dell'esposizione (truffaldina) debitoria di Atene, pur con modalità ancora non definite, e di annessi “aiuti”. Ovviamente niente di 'liberatorio' dalla gabbia euroatlantica, ma intanto si punta al contenimento di una situazione critica e al logoramento di Syriza, che poi verrebbe cucinata a fuoco lento per far implodere un esecutivo non con certezza affidabile. La difesa dell’euro da parte di Washington è la sua priorità e come mai prima questo interesse sta emergendo in tutta la sua dimensione geopolitica. La Casa Bianca teme conseguenze negative da una fuoriuscita della Grecia. In primo luogo, aprirebbe una 'crepa' in cui potrebbero inserirsi gli interessi di Mosca a contrastare l'interventismo golpista e bellicista di Washington a Kiev, finalizzato a ri-erigere una nuova “Cortina di ferro” ai confini occidentali della Russia, minando o comunque fortemente indebolendo le relazioni tra questa ed i Paesi europei (in primis la Germania). In secondo luogo, non meno importante, la crisi greca potrebbe alimentare in altri Paesi spinte centrifughe nutrite in tutti questi anni tra le diverse popolazioni dalle prescrizioni austeritarie e socialmente recessive della Troika. La disunità dell'Unione Europea (UE) metterebbe a rischio per Washington firma e varo del suo agognato Trattato Transatlantico (TTIP) e più in generale indebolirebbe la propria posizione di leadership sulla sua creatura UE. Il timore di Washington di un avvicinamento della Grecia alla Russia non è detto che debba essere condiviso da Berlino. Il rigorismo economico/finanziario tedesco potrebbe geopoliticamente vedere di buon occhio una “Grexit” a certe condizioni. Un avvicinamento di Atene a Mosca indebolirebbe la posizione statunitense in Europa e potrebbe preparare il terreno per una ripresa delle relazioni con la Russia (la cortina di ferro di cui sopra è del resto sgraditissima a Berlino) e le basi per un affrancamento dalla tutela di Washington.

 

La Grecia paga scontri egemonici di più alto livello, quindi, ma anche una duplice colpa: quella –inammissibile per la Troika (UE-BCE-FMI)– di aver votato un governo che ha dato l'impressione di voler rivendicare una propria sovranità di indirizzo ed osato mettere in discussione politiche austeritarie euroatlantiche di prevaricazione nazionale e di impoverimento sociale, nonché quella –altrettanto inammissibile– di avere un governo che, poste sul tavolo le proprie rivendicazioni e incassato il prevedibile rifiuto della controparte, ha inasprito il conflitto (indizione del referendum del 5 luglio sul programma della Troika) ma lo ha fatto senza avere una vera carta da giocare contro l'avversario. Una volta vinto il NO, con una maggioranza dei cittadini greci che aveva respinto l’accordo capestro dei creditori (a dispetto della chiusura delle banche indotta dalla BCE, delle conseguenti file ai bancomat e del bombardamento mediatico a favore del Sì) il governo aveva più forza e la possibilità di diverse opzioni da gestire. Ed invece si è ritrovato molto più debole. Al dunque, infatti, contro ogni ragionevole immaginazione, si è presentato inadeguato a sostenere la portata dello scontro, si è rivelato impreparato a fronteggiare il prevedibile irrigidimento della Germania (e del suo codazzo di Paesi nordici) e si è scoperto sprovvisto di una alternativa, di un qualche Piano di sganciamento, di uscita, con il completo deragliamento nel corso della settimana successiva al referendum.

 

Al netto di tanti limiti, soprattutto quello decisivo della mancanza di un'alternativa, a quel punto per la componente tedesca della Troika la Grecia è divenuta il cattivo esempio al quale infliggere una punizione esemplare, sull'entità e modalità della quale sussistono divergenze con la componente statunitense per le ragioni sopra dette. Resta, in condivisione, che il governo ed il suo popolo devono essere umiliati e prostrati. Non ci si può sottrarre ai diktat euroatlantici, non si può alzare la testa, non si può aspirare ad un diverso futuro, dignitoso e degno di essere vissuto.

Il capitolato di diktat dell'Eurogruppo ad Atene, una settimana dopo il referendum, con chiara preponderanza della posizione tedesca, si è pertanto manifestato nella forma della rappresaglia tipica di uno scenario di guerra, a trasmettere da Berlino un messaggio dentro e fuori la UE. Dentro, come monito –attraverso la Grecia– ad altri Paesi (Francia, Italia, Spagna in primis) destinatari di imminenti programmi di radicalizzazione austeritaria e come riaffermazione del proprio ruolo egemonico nella UE, e fuori agli Stati Uniti, padri/padroni dal dopoguerra di questa costruzione atlantica dell'Europa, ai quali Berlino lancia una sfida di affrancamento. La Grecia è anche, in tali termini, la risposta tedesca alla crisi in Ucraina provocata dagli Stati Uniti in funzione anti-russa ed anti-tedesca.

 

Tsipras quindi non ha tradito, ha capitolato. A voler essere descrittivi e non personalistici, ha capitolato un'ipotesi politica, un progetto di riformabilità della UE dall'interno. È questo il messaggio politico che viene da Atene e che travalica i confini della Grecia. Chi altrove volesse percorrere la stessa strada, da oggi è privo di argomenti e su questo andrà incalzato e contrastato. Il programma di Syriza (non del solo Tsipras) si è incentrato non sullo sganciamento e su un percorso di liberazione dall'impianto euroatlantico della UE, ma sulla critica alle direttive austeritarie di questa e sul convincimento che impianto e direttive fossero modificabili.

Dal 2012 ad oggi la crescita del consenso di Syriza è avvenuta su tali basi. Da allora Indipendenza ha seguito con estremo interesse il percorso di questa formazione di sinistra perché il suo programma moderatamente sociale con punte al suo interno avanzate si sarebbe rivelato incompatibile con l'impianto immodificabile dei Trattati e delle connesse politiche impositive. Impossibile, inconcepibile, assurdo ipotizzare una negoziazione anche su quelle pur misurate basi perché avrebbe determinato fratture se non uno scardinamento delle fondamenta della UE e dell'euro.

Questa incompatibilità avrebbe portato all'esplosione delle contraddizioni, allo svuotamento delle illusioni anche di certo alter-europeismo sociale, alla presa di coscienza e alla radicalizzazione nelle società (non solo greca, quindi) di strati più ampi di popolazione intossicata, come tutte nella UE, da decenni di propaganda europeista. Dall'ascesa al governo di Syriza (25 gennaio 2015), pretese ultimatum ricatti intimidazioni minacce, fino al terrorismo finanziario (dopo l'indizione del referendum) contro il governo ed il popolo greco, hanno reso palese a tutti 1) la miserabilità e la vuotezza morale e politica del progetto atlantico europeo; 2) il disprezzo verso il responso delle urne; 3) l'impossibilità di cambiare la UE dall'interno.

L'idea di un'altra Europa che maturi, riformandola, dentro la UE si è platealmente disgregata alla prova dei fatti. Sei mesi scarsi di governo Syriza hanno avuto il merito di evidenziare molto chiaramente la fumisteria che permea da tempo larghissima parte della sinistra europea e tutta la retorica europeista e globalista.

L'alternativa si gioca su due scenari distinti e antitetici, entrambi comprensivi di durezze e sacrifici, ma con prospettive differenti: liberazione dalla gabbia euroatlantica o capitolazione.

 

Chi accusa Tsipras di essere un traditore dimentica la natura della proposta politica di Syriza, riduce la politica ad invettiva, si lascia andare a (comprensibili) uscite umorali. Mostra in tal modo di non saper leggere lo stato delle cose e, fuorviando il perché politico di questa capitolazione, concorre a non far maturare la piena consapevolezza di quanto è nell'evidenza di certo indirizzo politico e dei conseguenti esiti. Se infatti Tsipras è un traditore, altri potrebbero non esserlo, e allora di nuovo a farfugliare su fantasmagorici cambiamenti delle politiche austeritarie per via negoziale e altro blaterando. Peraltro, al suo ritorno in Patria, nonostante la spaccatura dentro Syriza stessa (109 membri del comitato centrale hanno respinto l'accordo di Bruxelles votato invece da 92), Tsipras non è stato sfiduciato in Parlamento dalla maggioranza del suo gruppo parlamentare, il che nell'insieme andrebbe ad estendere a molti altri la qualifica di “traditore”...

La lezione subita da Atene insegna quindi che trattare non serve, che l’apparato geo-politico ed economico ha interesse solo a punire chi si oppone (divergendo semmai, per tornaconto, su entità e modalità del castigo) e che è necessario scendere preparati per ogni evenienza, attrezzati a fronteggiare un'analoga sequenza semi-automatica di eventi quali, come accaduto in Grecia, il taglio del credito alle banche, l'intervento della BCE con la liquidità di emergenza, la fuga dei capitali dal Paese, la crisi bancaria ed una liquidità, finché dura, da dispensare con il contagocce. Questa è una parte significativa, non esaustiva, dello scenario verso cui attrezzarsi fatto di un combinato d'attacco potente di “mercati”, banche e istituzioni sovranazionali.


Quanto alla Grecia. Imporre la continuazione peggiorativa delle stesse ricette che finora hanno fallito portandola allo stremo, sposta di poco nel tempo la deflagrazione del Paese. Le misure durissime impo­ste ad Atene sono ancor più reces­sive economicamente e regres­sive socialmente. Non serve essere esperti di economia per cogliere che tagli, licenziamenti, flessibilità del lavoro, riduzione di salari e pensioni, tasse, privatizzazioni/svendite, depressione della domanda interna, in aggiunta ai tassi d’interesse sul debito che eccedono sistematicamente i tassi di crescita del Pil (quadro generale, questo, che accomuna a diverso grado tutti i Paesi della UE) produrranno altre sofferenze e protrarranno peggiorandola la stagnazione dell'economia. Queste misure hanno solo, come obiettivo a breve, il logoramento e l'uscita di scena di una forza di sinistra, Syriza, che ha ritenuto di poter cambiare la UE dall'interno e la punizione esemplare di un popolo che a maggioranza ha votato alle politiche e al referendum in modo sgradito. C'è da chiedersi se l'obiettivo sia anche un'uscita della Grecia dall'euro a condizioni tedesche. Il programma austeritario è infatti inapplicabile ed insostenibile, sposta di poco nel tempo la rimozione delle ultime illusioni europeiste, farà maturare ulteriori strati di popolazione radicalizzandole nella lotta di liberazione. Che sia Syriza su ben altre basi dalle attuali o altra forza indipendentista che, riconquistata la sovranità politica, punti a spezzare le catene della dipendenza oggi non lo si può dire. Incluso il possibile scenario alternativo peggiore, e cioè che la rivendicazione della sovranità venga cavalcata (e snaturata) dalla destra di Alba Dorata, con tutte le nefaste conseguenze del caso. Eventualità che, non solo in Grecia ma in ogni Paese europeo, diventerà tanto più probabile quanto più la sinistra rifiuterà di assumere posizioni coerentemente sovraniste ed anti-UE.

Nulla è pregiudicato in Grecia ed il grado di radicalizzazione sociale si nutrirà nel breve periodo di ulteriori riscontri. Intanto la Grecia vive, anche qui in Italia, nella lotta per la sovranità, l'indipendenza e la liberazione dall'euroatlantismo. Perché dire Grecia significa dire anche Italia.

 

Indipendenza

28 luglio 2015