DAL “CIRCOLO VIRTUOSO” AL “DEFICIT VIRTUOSO”

Economia colonizzata, impasse di governo e putrescenza sociale

 

A due anni dal suo insediamento, gli ambiziosi propositi di rilancio capitalistico del governo di centrodestra sono ancora lettera morta. Altro che avvio di un circolo virtuoso di maggiori investimenti e magnifiche dinamiche conseguenti. Altro che allargamento della base produttiva e crescita dimensionale di piccole e medie imprese, crescita che oligarchie industriali e finanziarie ‘nostrane’ vorrebbero agganciata al proprio e sempre più disastrato carro, e che è reputata condizione imprescindibile per aumentare il peso dell’Azienda Italia nei settori ad alta intensità di lavoro qualificato –dove determinanti sono le dimensioni di scala– e soprattutto per dar vita ad innovazioni di prodotto. Il mancato raggiungimento di questi obiettivi equivale al confinamento in quei settori “tradizionali” in cui viene avvertita sempre più temibile la concorrenza di aree dal più basso costo del lavoro come, ad esempio, Sud-est asiatico ed Est europeo.

La strategia del centrodestra di incentivo alla crescita si è incentrata principalmente su abbassamento della pressione fiscale, investimenti in infrastrutture, “federalismo fiscale” ed ulteriore flessibilità del lavoro. Se l’ultimo obiettivo ha segnato un’ulteriore, decisiva tappa con l’approvazione della legge Biagi, nel solco del pacchetto Treu di centrosinistra memoria, la situazione è sostanzialmente di stallo per gli altri tre. L’intento della Lega –espressione di ceti politico/imprenditoriali preoccupati di ritagliarsi spazi nello scenario neoliberista di più accentuata competitività– di un’autonomia finanziaria effettiva alle regioni del Nord, si scontra con l’esigenza degli ascari del Sud, ben rappresentati ed inseriti negli apparati statali e di governo, di non perdere l’accesso a fondi decisivi per il sostegno delle proprie politiche clientelari. Poi, a conti fatti, mancano i fondi –malgrado cartolarizzazioni e condoni vari– per avviare  le opere pubbliche in infrastrutture (a parte tutta una serie di normative devastanti sotto il profilo ambientale) e per attuare la riforma fiscale targata Tremonti, finalizzata principalmente a dare impulso alla crescita delle piccole/medie imprese.

La strategia del governo Berlusconi è quella di flessibilizzare l’economia per renderla più reattiva e preparata a cavalcare una ripresa economica che finora non è arrivata. In ultima istanza, si è confidato in fattori esterni che, opportunamente sfruttati, avrebbero innescato la crescita. Lo dimostrerebbe lo ‘spirito’ di provvedimenti come le agevolazioni fiscali della Tremonti-bis: il centrodestra riteneva si sarebbero autofinanziati da sé, trovando copertura finanziaria nel maggior gettito fiscale derivato dalla crescita virtuosamente stimolata.

Assistiamo invece ad una impasse, cui concorre l’incapacità da parte dell’asse Bossi-Tremonti di spostare a proprio vantaggio (vedi vicenda fondazioni bancarie ed agevolazioni fiscali Dit e Superdit alle grandi imprese) i rapporti di forza capitalistici interni, con un tentativo di ricondurre certe leve finanziarie nel controllo dell’amministrazione statale appunto per accompagnare lo sviluppo delle piccole e soprattutto medie imprese. Tentativo che si scontra però con l’interesse delle oligarchie industriali e finanziarie ‘nostrane’ –in parte per ragioni di consorteria/referenza politica, e soprattutto per ben più corposi interessi materiali concernenti anche la loro preminenza nelle gerarchie intercapitalistiche interne– a non eccedere sul ruolo di certo ceto politico di governo.

 

Ma attenzione. Questa impasse non è solo legata alla pur evidente sprovvedutezza dell’attuale ceto politico al governo (ma senza effettivo potere, come da molti decenni a questa parte), al cui interno crescono i conflitti per la gestione del fondo del barile, ed all’ostilità di fondo del sistema bancocentrico e grandefamiliare italiota. È piuttosto riconducibile a quattro decisivi fattori esterni, ineludibili per qualunque amministrazione subalterna. Primo. L’esborso di oneri coloniali per spese logistiche e mantenimento di truppe al servizio delle strategie imperialistiche statunitensi. Secondo. La crescente colonizzazione del sistema produttivo ed infrastrutturale veicolata dalle cosiddette privatizzazioni, meglio svendite, del patrimonio statale. Terzo. La forte dipendenza del capitalismo italiano dalla domanda estera, in particolar modo dalla vendita sui mercati statunitense e tedesco, per cui in situazioni di stagnazione capitalistica internazionale, come quella odierna, il sistema ne risente fortemente. Una situazione aggravata dalle penalizzazioni sulle esportazioni innescate dalla rivalutazione pilotata dell’euro sul dollaro –con la Banca Centrale Europea che, in questa come in altre vicende, segue sostanzialmente le indicazioni della omologa Federal Reserve statunitense– e che vede piccole e medie imprese indebitarsi e tagliare costi come quello per il personale, con ulteriori effetti negativi sulla domanda interna. Quarto. I vincoli imposti dal patto di stabilità europeo, che spingono gli Stati membri –particolarmente l’Italia– a politiche economiche restrittive anche nei confronti dell’apparato capitalistico interno. Non è dunque casuale che il ministro delle attività produttive Marzano, nonché lo stesso Berlusconi, rilancino la richiesta di una revisione del patto di stabilità che escluda le spese per infrastrutture, ricerca e difesa dal computo dei suoi parametri, per acquisire margini di manovra per politiche, come è stato sostenuto, da deficit virtuoso.

 

Ad andare al cuore del problema, quindi, è il paese, prima ancora che la politica del centrodestra, a pagare la subordinazione alle strategie statunitensi e alla sua politica neoliberista. Una dipendenza che si è aggravata, con la nuova fase imperiale post-1989/’91, a partire dal colpo di Stato giudiziario di “Mani Pulite” del 1992 e successive privatizzazioni, la cui logica è essenzialmente quella di ridimensionare il capitalismo italiano, sottoponendolo a condizionamenti di vario genere –se non al controllo– di banche d’affari, agenzie di valutazione (rating) e fondi d’investimento in prevalenza statunitensi, nel quadro della complessiva dominanza politica di Washington. La risultante delle privatizzazioni –sostanzialmente decise nelle sedi delle grandi banche d’affari, eseguite dal Comitato “Draghi” per le privatizzazioni presso la Direzione generale del Tesoro, e ratificate dai governi ‘tecnici’ e politici di centrosinistra– e del conseguente smantellamento dell’industria di Stato, sono la caduta libera del sistema industriale, il riciclo parassitario di certe “grandi famiglie” negli ex monopoli statali di pubblica utilità, il controllo diretto da parte di banche d’affari e fondi d’investimento anglosassoni di ex imprese di Stato, come l’ENI, ed un sistema bancario con rilevante presenza di gruppi esteri al suo interno, lesinante credito alle piccole/medie imprese, ma più largo di maniche verso determinate oligarchie industrial/finanziarie italiote. In tale scenario, spicca la preminenza subordinata di gruppi bancari privati –in particolare l’UniCredito di Profumo, la Banca Intesa di Bazoli e la Capitalia di Geronzi, con la supervisione del governatore della Banca d’Italia Fazio– propensi a che si riproponga un progetto di grande centro –con appendice di “sinistra” a fini di controllo sociale– guidato da Romano Prodi, quale affidabile sponda politica per un intreccio parassitario tra banche, fondazioni e certe “grandi famiglie”. Un Romano Prodi che, da presidente della Commissione Europea, spinge per l’abolizione del veto statale e l’introduzione del voto a “maggioranza qualificata” nella futura articolazione decisionale “europea” –a partire da Esteri e Sicurezza– che gli Stati Uniti preferirebbero (potendo contare anche sui neoentranti paesi) per vincolare meglio tutti alle proprie direttive.

 

Le conseguenze sociali di quanto detto sono devastanti. La politica economica è da decenni incentrata sulla spremitura crescente delle condizioni di lavoro (e non solo). Stipendi, salari e retribuzioni sono inadeguati a far fronte all’aumento incalzante, generalizzato, del costo della vita. In strati sempre più ampi di società crescono disagi esistenziali ed incertezza del futuro. La retorica sulla “sicurezza” e l’enfasi massmediatica su casi eclatanti di cronaca nera o di presunta follia concorrono ad oscurare la vera insicurezza sociale di fondo, che è principalmente economica, e le cause che la determinano.

Assistiamo dunque ad un progressivo aggravarsi delle condizioni di vita nel paese –senza che emergano significative reazioni alle direttrici politiche dominanti– da ricondurre al rapporto di sudditanza all’imperialismo statunitense, che condiziona pesantemente, a partire dalla decisiva politica estera, la stessa politica interna ed in generale tutte le scelte di fondo che questa nazione si vede imporre. In tal senso riteniamo servili tanto il ceto politico di centrodestra quanto quello di centrosinistra. La Berlusconite di quest’ultimo, l’ossessione paranoica verso il Cavaliere Nero, funge da collante identitario di appartenenza e mistifica la sua non alternatività su tutti i nodi fondamentali dell’epoca attuale riassumibili in neoliberismo e dominanza imperialista USA.

Come non vedere che la stessa entrata in Europa significa sottostare ad un meccanismo di direttive dall’alto, non di rado consone a desiderata provenienti da Washington? Come non vedere, ad esempio, che è in nome dell’Europa che si impone l’abbattimento di quel minimo di concessioni normative (in materia di lavoro, pensioni, eccetera) frutto anche delle lotte interne di lavoratori e cittadini? Come non vedere, insomma, che il nodo della sovranità e dell’indipendenza è la chiave decisiva per comprendere il senso di quel che accade e per regolarsi di conseguenza in termini di lotta politica? Senza dotarsi di una prospettiva nazionalitaria, su un programma di obiettivi condivisi, che consenta così un’effettiva presa di coscienza delle classi dominate, al più si manifesterà per la caduta del governo di turno, come stanca coazione a ripetere di decenni di fasulle opposizioni senza strategie e senza altra prospettiva di un nuovo governo di cui chiedere a sua volta la caduta. Possibile che non ci si riesca a rendere conto di questa farsesca spirale senza uscita?

 

Indipendenza