Da Bruxelles a Roma: retrospettiva di due crisi

 

Le fibrillazioni nell’esecutivo Berlusconi, acuitesi per l’esito delle elezioni europee, consentono qualche messa a punto della situazione di fase. Partiamo dalla tornata elettorale europea del 13 giugno. Primo elemento da sottolineare è il tasso di astensione senza precedenti. Mai dal 1979, quando si votò per la prima volta a suffragio universale per il Parlamento europeo, l’afflusso alle urne era stato così basso. Ha votato meno della metà degli aventi diritto. Si tratta di un’evidente e generalizzata sconfessione del processo di dislocazione del potere di decisione politica verso luoghi istituzionali “comunitari”, autocratici e tecnocratici. Questo processo politico produce disinteresse e rifiuto. Il secondo elemento da sottolineare, è che, dove più dove meno, tutti i governi in carica di destra/sinistra, inclusi quelli dei nuovi paesi entrati nell’Unione Europea, escono sconfitti. Si tratta di un’evidente delegittimazione dell’Europa del Patto di stabilità, delle politiche e delle direttive di Bruxelles, che sovrintendono alle “riforme” socialmente distruttive messe in atto, similarmente, dai governi di ogni colore politico. Inoltre, terzo elemento, una parte consistente della minoranza che ha votato, si è orientata, in non pochi paesi, per partiti critici se non dichiaratamente anti-europeisti, di destra o di sinistra, in un contesto, non lo si dimentichi, dove si è vinto o perso per astensione, non per partecipazione. Infine, quarto elemento, il confronto politico in vista del voto si è pressoché ovunque contraddistinto non su tematiche “europee”, ma su altro, come prosecuzione di contenziosi interni alle frazioni del ceto politico dei singoli paesi. Non si attecchisce altrimenti tra la “gente”, in larga parte estranea ad un sentire europeo.

 

Tutto ciò lo salutiamo positivamente. Qualsiasi costruzione geopolitica europea (unionista, federalista, con qualsivoglia aggettivo…) la riteniamo una iattura per le nazioni e le relative collettività sociali. Ogni macroaggregazione geopolitica è destinata ad avere visioni centraliste, imperiali, espansioniste. Anche se si connota con tratti fantasmagorici, come nel caso dell’ideologica ed artificiale idea della supposta comunanza europea. Non esiste in termini linguistici, storici, culturali, e nemmeno religiosi. È sempre stata foriera di tragedie sociali l’illusoria ambizione di superare o fondere, in nome di più o meno interessati ideali, le specifiche identità culturali dei popoli, e privarli quindi, stemperandoli progressivamente di significato, dei connessi diritti di autodecisione e di autogoverno. Non ci sarà mai alcuna possibilità di liberazione sociale senza le basi di un’indipendenza politica e di una sovranità effettive. La cosiddetta storia europea non si è mai del resto caratterizzata come tendenza all’aggregazione, né culturale né politica. Quando qualcosa del genere è sembrato profilarsi, è stato per volontà egemonica di uno Stato. L’idea di ‘imperium’ ha sempre ruotato intorno ad una volontà di potenza. Così è stato per l’Impero Romano, per il Sacro Romano Impero, per l’Impero Napoleonico, per il III° Reich. La tendenza all’integrazione europea risponde ad interessi egemonici statunitensi e trova la convergenza di interessi soprattutto di oligarchie finanziarie e tecnocratiche ben sintonizzate oltre Atlantico. È una dinamica evidente, nonostante le confliggenze interne alle diverse classi dominanti.

 

Registriamo dunque positivamente questo disinteresse e questo rifiuto dell’Unione Europea. Certo, questa istanza di rottura manca ancora, in molti Stati, di (serie) sponde politiche. Per ora si è espressa in modo reattivo, generico e diffuso, con il (non) voto, ma è stata ignorata. Con arroganza. Cinque giorni dopo le elezioni i governi di tutta Europa, con in testa la Commissione Europea capitanata da Prodi, hanno approvato la Costituzione Europea. In non pochi paesi già si parla di aggirare i referendum popolari, per non dover subire un’altra delegittimazione, passando per i vertici, gli esecutivi, la farsa del voto parlamentare. Sì, farsa. Da tempo le politiche di Bruxelles dettano politiche “di riforma”, di cui “le destre” e “le sinistre” si fanno portatrici con accenti diversi. Chi le accetta, concorre fattivamente all’imposizione di un indirizzo distruttivo per gli interessi di nazioni, popoli e relative società.

 

Aprivamo evocando le fibrillazioni nell’esecutivo Berlusconi derivate dal voto europeo, più specificamente dal travaso di voti tra le forze che lo compongono. In Italia il 36% degli aventi diritto (più di 18 milioni) non ha votato. Chi non si è astenuto, si è espresso non in funzione di un presunto “parlamento” europeo, ma pro o contro politiche governative e lungo faglie conflittuali interne ai due schieramenti. L’esito, incluse per il nostro paese le amministrative su parte del territorio, è noto. Il governo (per certi versi il meno europeista di tutti) perde meno rispetto ad omologhe compagini in Europa, ma il partito/azienda del premier, Forza Italia, arretra. La crescita nel sud e nelle isole dei centristi dell’UDC, la tenuta delle destre (AN al centro/sud e Lega al nord) acuiscono le contraddizioni nello schieramento di governo.

Nel centrosinistra il Triciclo (DS+Margherita+socialisti dello SDI) non totalizza (31,1%) né le percentuali e nemmeno i voti che raggiungeva il vecchio PCI da solo. Alla sua sinistra, un’area consistente, poco più del 10%, tra PRC (che guadagna un 6% per le astensioni, ma non in voti), PDCI e Verdi. Quest’area si candida, contraddittoriamente per il tipo di consenso che ha, ad avere legami indiretti con i cosiddetti “poteri forti” quando passerà a sostenere Triciclo o Ulivo o altro di simile. Nell’insieme un aggregato potenzialmente in grado di scalzare il governo, ma profondamente diviso, ancor più nel suo corpo elettorale, in politica estera ed economica.

 

Il voto ha concorso a ridare fiato all’asse banche-grandi famiglie, che ha interessi “strutturali” da difendere ed una rappresentanza politica trasversale. I cosiddetti “poteri forti”, cioè quell’intreccio politico-finanziario, conflittuale al suo interno, che include tutti i cosiddetti grandi imprenditori industriali ed il cui fulcro è nel capitale finanziario (banche e assicurazioni), hanno referenti soprattutto al “centro” delle due coalizioni: UDC (ma anche AN e parte di Forza Italia) nel centrodestra e Triciclo nel centrosinistra. Da oltre un decennio auspicano un “centro” cattolico-moderato forte, stile quello spazzato via da Mani Pulite. Certo, manca lo scenario da Guerra Fredda che consentiva alla vecchia DC di lucrare voti e paure sull’anticomunismo, e l’attuale meccanismo elettorale non favorisce tecnicamente il concretarsi di questa operazione. In subordine a tale progetto c’è l’alleanza con la sinistra, anche con quella “estrema” da cooptare nel governo (o nel sottogoverno) e da indurre ad accettarne le scelte, pena la marginalizzazione e la spaccatura interna. La sfiducia dei poteri forti nei confronti dell’esecutivo Berlusconi è ormai al suo massimo storico. Quando fu costituito, la nomina di Renato Ruggiero agli Esteri, caldeggiata dalla famiglia Agnelli, ebbe il significato di un’interessata tutela. Ora si è però al capolinea. Ai loro occhi l’esecutivo del Cavaliere non ha adempiuto alle promesse di rilancio dell’Azienda Italia e svolto pienamente il lavoro sporco per cui obtorto collo era stato da loro appoggiato. Su pensioni, sanità, scuola (già pesantemente distrutte in precedenza) non è stato fatto quanto si richiedeva. La cosiddetta legge Biagi è uno sviluppo di quella Treu del centrosinistra. L’eliminazione di certe agevolazioni fiscali a loro favore e la conflittualità con il sistema bancario, in ossequio all’asse Bossi-Tremonti di sostegno delle piccole imprese, ha fatto anche storcere il naso. Le grandi opere infrastrutturali restano per lo più ai nastri di partenza per mancanza di fondi. Nell’insieme non c’è alcuna strategia credibile; la mancata “ripresa economica”, punto imprescindibile della strategia tremontiana, ha lasciato ai nastri di partenza il circolo virtuoso promesso di “più crescita” e “maggiori consumi”. Sostanzialmente si è tirato a campare con condoni e cartolarizzazioni per racimolare soldi e far quadrare i conti pubblici sottoposti ai vincoli europei. In tale contesto, la prospettiva dell’alleggerimento dell’Irpef –nel mentre crescono esponenzialmente le tasse a livello locale– non è gradita, ai ceti politico/economici che contano, per due ragioni: diminuirebbe liquidità utile a rilanciare quella politica assistenziale (per loro stessi) cui aspirano ed è un segnale politico che il centrodestra non è disposto, per le sue contraddizioni interne, ad affondare il bisturi in decise operazioni di spoliazione sociale.

 

Il duo che appare (Montezemolo-Fazio) non ha, d’altro canto, nessuna grande strategia, solo interessi di piccolo cabotaggio diversamente indirizzati. Auspicano una ripresa a tutto campo delle liberalizzazioni, un ritorno in grande stile dell’intervento assistenziale finanziario dello Stato a tutte le grandi imprese, oggi più decotte di ieri, ed una politica meno conflittuale con il sindacato, con rilancio della “concertazione”, per rivedere la spesa sociale. Giacché il centrodestra ha fallito nello sfondarla, si pensa di tornare alla pratica della lenta erosione, con la copertura della “sinistra al potere” che garantirebbe meglio il nulla osta. La svolta di Confindustria verso il centrosinistra, con l’elezione di Montezemolo, patron (anche) della Fiat, è di per sé paradigmatica. A ben vedere si tratta del solito ricettario sintomo della vera impasse che attraversa il capitalismo assistito di queste lande, incapace, capitalisticamente parlando, di vera competitività “globale” e di progettare in settori di punta (telecomunicazioni, biotecnologie, satellitare, fonti energetiche, ecc.). Un declino economico strutturale dovuto in gran parte anche a quella “Europa” che pure dette classi invocano. Non va infatti dimenticato il ruolo di freno svolto dal Patto di stabilità europeo nei confronti anche di una politica di bilancio di maggiori investimenti. Vincoli di bilancio monitorati anche dalle agenzie di rating. Una di queste, la Standard & Poor’s, dopo le dimissioni di Tremonti, ha pure declassato il debito pubblico italiano, presumibilmente anche per spingere al varo delle riforme di pensioni e “risparmio” tanto attese dai “mercati”.

 

Diktat di Bruxelles e un condiviso (tra “destri” e “sinistri”) servilismo verso gli USA fanno da sfondo al peggioramento dell’insieme delle condizioni di vita e di lavoro: riduzione di redditi, perdita del potere di acquisto delle famiglie, precarietà del lavoro, insicurezza del futuro. Dirsi contro le destre, senza progetto strutturale e di blocchi sociali, senza capire contro cosa indirizzare il proprio agire, significa girare a vuoto o, peggio, prendere colossali abbagli. Spezzare i nodi della dipendenza –da Washington, da Bruxelles, dai “mercati finanziari”–, riaffermare le istanze della nazione quale quadro storico di liberazione e di conquiste sociali, ci paiono le basi minime, ma indispensabili, da cui politicamente ripartire.

 

Indipendenza