BUENOS AIRES CHIAMA ROMA
L'Italia non finirà come l'Argentina, si sente dire. Con ciò
intendendo dire che quel che accade lì (recessione, licenziamenti, chiusure
di fabbriche, disoccupazione di massa, riduzione delle spese degli enti pubblici,
taglio dei servizi, svalutazione della moneta, aumenti dei prezzi, mesi di blocco
dei depositi bancari, eccetera) non accadrebbe qui. Le immagini di famiglie
del ceto medio che rovistano tra i rifiuti, la crescente mortalità infantile
per fame, gli assalti ai supermercati apparterrebbero alla tragicità
di un altro mondo reale. Eppure, con l'esplodere -per i più inatteso-
della crisi di Fiat auto e la sua probabile uscita dalla storia italiana come
polo di riferimento industriale di peso per tutto il sistema-paese capitalistico,
le prospettive che si sentono adombrare sono pesantemente negative per il paese
e la società. Non solo. L'ingresso di qui ad alcuni anni di altri paesi
dell'Est nell'Unione Europea già fa tremare per le ripercussioni sull'agricoltura
italiana, da tempo fortemente penalizzata dagli stessi attuali vincoli 'comunitari',
per la prospettiva di "guerra tra poveri" che si andrebbe ad innescare
per l'accaparramento delle sovvenzioni e la fissazione delle quote d'importazione
obbligatorie. C'è chi, quindi, ha sostenuto, premettendo di non voler
offendere i calabresi, che non è affatto remoto il rischio che si calabresizzi
l'Italia. Insomma, le aspettative di vita, in termini perlomeno di decenza sociale,
sarebbero sempre più cupe, soprattutto per le giovani generazioni.
Eppure l'Argentina, al precipitare della crisi nei primi anni Novanta, presentava
dei conti pubblici che l'avrebbero fatta rientrare, molto meglio dell'Italia,
negli stessi parametri di Maastricht, sia sotto il profilo del debito che del
deficit annuale di bilancio. Buenos Aires, quindi, senza fare del catastrofismo
che non appartiene al nostro orizzonte culturale, non ci pare poi così
lontana. Quantomeno è molto significativo che certi ingredienti di crisi
siano comuni.
Quella argentina parte storicamente con la liberalizzazione del settore finanziario
ed il crescere degli investimenti esteri nel paese (da noi si arriva allo stesso
risultato con la sottoscrizione dell'Atto unico europeo nel 1986), per proseguire
con tutta una serie di "riforme" che, a parte momentanei benefici,
hanno favorito la sistematica "deindustrializzazione" del paese e
l'accentuazione della colonizzazione interna. Il meccanismo a spirale vede lo
Stato, negli anni, farsi carico, direttamente ed indirettamente, del debito
estero del settore privato, che peraltro continua ad indebitarsi. Nel processo
di "deindustrializzazione" si ridimensionano fortemente le grandi
imprese, ma le oligarchie imprenditorial/finanziarie al loro vertice non spariscono,
bensì si riposizionano -internazionalizzandosi- sul versante della speculazione
finanziaria, nel mentre lo Stato, avviluppato nella spirale usuraria del debito,
svende le sue attività e patrimoni a grandi gruppi esteri ed in parte
anche 'autoctoni'.
Se questi ultimi traggono rendite non indifferenti, a soffrire dell'impossibilità
di fronteggiare il pagamento del debito è l'intera economia, quindi il
corpo sociale, cioè chi resta nella nazione, penalizzato sempre più
dalle scelte dello Stato di inseguire le emergenze permanenti tagliando spese
sociali ed investimenti pubblici. Le dinamiche che sovrintendono ai processi
di indebitamento, nonché le modalità di pagamento frutto di scelte
degli apparati governativi di Stato si intrecciano in un groviglio di interessi
tra classi dominanti. Le classi subalterne ne pagano gli effetti: cresce la
disoccupazione e si sgretola l'articolata rete sociale di sicurezza. Per gli
appetiti del blocco dominante costituito da oligarchie economiche e borghesie
di Stato argentine, intrecciato e con conflittualità di interesse al
loro interno, il riferimento decisivo di impunità dei propri interessi
sono sin da subito gli Stati Uniti. Se consideriamo che i provvedimenti innanzi
citati, ed il conseguente attuale crack di Stato, sono una conseguenza dell'adempimento
alle direttive congiuntamente impartite dal Dipartimento del Tesoro USA e dal
Fondo Monetario Internazionale (FMI) -cioè dalle due facce della stessa
medaglia imperialista- e che questo è reso possibile dal servilismo dei
ceti politici autoctoni che legano le proprie fortune ed interessi a quelli
imperialisti, abbiamo complessivamente cause, mandanti ed esecutori del crack
sociale ed economico più significativo della storia dell'Argentina, con
-al momento- nessuna seria prospettiva d'uscita. Anche perché gli Stati
Uniti, l'unico paese al mondo che può ignorare il proprio colossale ed
ineguagliato deficit estero, continua ad intervenire tramite il FMI come usuraio
esattore di debiti e liquidatore di uno Stato in fallimento. I meccanismi di
dipendenza nazionale si rivelano così, anche in Argentina, non come sovrastruttura
ideologica ma come nodi strutturali da sciogliere se si assume la centralità
degli interessi collettivi dei dominati.
Come in ogni comparazione situazionale, nulla è mai esattamente uguale.
Ci sono sempre delle specificità. Ma a ben vedere molti degli ingredienti
della crisi argentina richiamano le modalità di formazione del capitalismo
'italiano' ed i suoi strutturali intrecci con lo Stato sino ai giorni nostri,
a sostanziale detrimento degli interessi popolari, nonostante congiunturali
'vantaggi' per i ceti subalterni e nonostante gruppi in competizione possano
utilizzare, in detto scontro, aspettative e bisogni popolari come strumentale
mezzo di pressione.
Un primo punto è il rifiuto alla credibilità di chi intenderebbe
procedere solo per spallate successive al governo. Intendiamoci: si tratta del
minimo da fare, ma temiamo che non si abbia idea di cosa proporre, se non ritrovarsi
a propagandare una spallata anche al governo successivo senza alcuna sensatezza
d'orizzonti di cambiamento radicale.
Questo, poi, nella migliore delle ipotesi, perché c'è chi, per
le ragioni che siano, arriva ad adagiarsi sull'illusorietà del male minore
costituito dal centrosinistra senza guardare alla realtà dei fatti e
dei manufatti.
I conflitti di interesse del 'cavaliere nero', il varo di leggi fatte anche
a misura dei propri interessi, economici e giudiziari, non sono una peculiarità
del solo Berlusconi ma, dalla cosiddetta Unità d'Italia, caratterizzano
tutti i ceti economico/finanziari e relativi ceti politici di riferimento che
hanno concorso a determinare l'assetto socio economico nel quale viviamo, ritagliato
-da alcuni decenni a questa parte- nella dimensione della dipendenza nazionale
dagli Stati Uniti. Questo è l'essenziale ed è bene non lasciarsi
irretire dalle interessate conflittualità interne ai blocchi dominanti.
La scommessa del governo Berlusconi di rilanciare certi interessi puntando sul
rilancio del mondo delle piccole/medie imprese si è arenata sostanzialmente
ai nastri di partenza. Dal momento che non ci si muove in un vuoto pneumatico,
ma entro condizioni strutturali che appunto rimandano -soprattutto- ai vincoli
di dipendenza cui è soggetta l'Italia, l'esito è una crisi fattuale,
quand'anche non ancora politica, del blocco sociale di riferimento della Casa
delle Libertà. I conti non possono tornare anche per via dei paletti
stretti delle compatibilità imposte dall'Unione Europea e le dinamiche
innescate dall'aggressività dell'imperialismo statunitense. Washington
mira ad acquisire spazi e risorse nel mentre logora le economie degli alleati/concorrenti,
per impedire -svuotandolo di forza preventivamente- il formarsi antagonistico
di un imperialismo uguale e contrario. Nella sua partita a scacchi planetaria,
la Casa Bianca prescinde dagli effetti sugli assetti socioeconomici dei paesi
subalterni. Quand'anche esplodano come in Argentina, dove anzi continua a pretendere
l'adempimento di obblighi e direttive.
L'agognato circolo virtuoso berlusconiano mirava ad allargare la base produttiva
-il cosiddetto popolo delle partite IVA- tramite riduzioni fiscali, ammortizzatori
sociali nel mercato del lavoro e rilancio delle opere pubbliche. La corazza
federalista, peraltro già avviata liberisticamente dal centrosinistra,
intenderebbe rafforzare privilegiandoli strutturalmente settori socioeconomici
del mondo piccolo/medio imprenditoriale ben localizzati in parti del paese.
Di qui il prevalere, al momento, dell'asse che punta su certo Nord (linea Tremonti-Bossi).
Un indirizzo comunque incerto e, per le ragioni di contesto su indicate, dal
fiato corto. Si puntava infatti su previsioni di congrua crescita economica
e su una revisione del Patto di stabilità europeo, ed invece ci si ritrova
a confidare in una politica dei condoni per rastrellare quel po' di liquidità
quest'anno -l'anno prossimo si vedrà- che serva ad avviare le "grandi
opere pubbliche" e a rilanciare la domanda interna. Insomma, si naviga
a vista. In pessime condizioni, peraltro, perché non giova la politica
imperialista a strappi di Washington che punta come un treno a tutta velocità
in una corsa contro il tempo sia a riavviare la propria economia in una logica
foriera di profitti per sé, sia per le ragioni di guerra permanente globale
su diffuse scale locali, a continua intensità e, come si diceva sopra,
di respiro strategico. Le ripercussioni già si sentono in Italia, che
si porta dietro un blocco dominante figlio dell'assetto coloniale post-bellico
egemonizzato dagli Stati Uniti. Solo che il contesto internazionale che consentiva
quell'assetto è cambiato, a parte il dominante, e questo comporta di
riflesso tutta una serie di modificazioni. Ora raschiare fondi per la competizione
consentita, cioè strutturalmente di nicchia, significa aprire uno scontro
sociale probabilmente di disperazione, come in Argentina. Privatizzazioni e
cartolarizzazioni non vengono infatti visti come bastevoli ed anche dall'estero
si preme per interventi strutturali sulle voci centrali dello Stato sociale:
pensioni e sanità. La situazione è tale che le pressioni di gruppi
finanziari (nostrani e stranieri) -pensiamo ad esempio all'appetito mercato
dei fondi pensione- premono per politiche più decise, oltre l'adozione
di manovre finanziarie e contabili di galleggiamento.
Porsi il problema del che fare implica una comprensione di cause, dinamiche
e possibili esiti. L'alternativa è cambiare prospettiva, orientamento,
mentalità. Capire che capitalismo ed imperialismo non sono scindibili.
Che è da una prospettiva nazionale, di riappropriazione nazionale degli
interessi di classe che si può ripartire per dare materialità
a progetti di liberazione altrimenti condannati alle fumisterie di "altri
mondi possibili".
Indipendenza