ANTIBERLUSCONISMO MISTICO O RADICALITÀ ANTICAPITALISTA ED ANTIMPERIALISTA?

Le elezioni politiche del 2001, più di quanto sia avvenuto in quelle del 1996, hanno registrato il più alto grado di esposizione all'americanizzazione culturale mai raggiunto nelle tornate elettorali di questo paese. Emblematica in tal senso la sindrome maniacale dell'antiberlusconismo mistico, che da circa un decennio ora incombe, ora domina la scena politica italiana. La personalizzazione del potere -poco importa se a fini di demonizzazione o 'di culto'- funge molto bene da anestetico della coscienza critica annichilendo capacità di interpretazione della realtà sociale, nelle sue strutture e dinamiche, e mistifica i termini più essenziali delle questioni. Il fatto che un potente debba personalmente scendere in campo per tutelare i propri interessi, lo rende meno pericoloso di quei gruppi grande-imprenditoriali capitalistici -industriali e finanziari- che i loro interessi li curano molto bene in ogni dove per interposto personale 'politico'. L'apparato politico, intellettuale e giornalistico -con annesso stuolo di attori, registi, musicisti, comici, barzellettieri, intrattenitori ed imbonitori di vario genere- che ha amplificato sui media questo psicodramma raggiungendo punte di rara isteria, sovente con raro sprezzo del ridicolo e del grottesco, tace sulla comica di un'opposizione che, un giorno sì e l'altro pure, dopo aver rimpallato in campagna elettorale con la compagine avversaria l'accusa di aver copiato il programma, assicura di incalzare il proprio avversario sul mantenimento delle sue promesse. È con questo baraccone che non porta argomentazioni alternative 'di sostanza', e soprattutto con la sua componente 'sinistra', Democratici di Sinistra in testa, che Rifondazione Comunista interloquisce da tempo. Non solo: consolida intese già avviate in moltissime amministrazioni locali ad ogni livello, rivelando la sua affinità culturale e i suoi irresistibili legami strategici, pur in una divisione di superficie attualmente di tipo organizzativo e caratterizzata sia da divergenze tattiche, sia da interessi di rafforzamento della propria azienda-partito rivolta a strati sociali diversi (e non sempre omogenei). Da tempo sosteniamo che è in atto un copione da teatro dell'assurdo: dietro una conflittualità su questioni marginali o 'di potere', alimentata da una guerra tra bande per la conquista di posti, cariche, prebende, la strategia di programma dei due poli è sostanzialmente convergente e tatticamente divergente. La convergenza sta nell'adeguarsi alle direttrici dell'attuale fase capitalistica: neo liberismo e filoamericanismo con -rispettivamente- conseguente e relativa accettazione del processo di unificazione europea, pur con accentuazioni diverse. La divergenza, invece, si manifesta essenzialmente da un lato in relazione alla rappresentanza -soggetta a mutevolezza- di interessi di diversi gruppi sociali di riferimento e, dall'altro, in relazione alla sedimentazione di storiche appartenenze ideologiche e culturali (sinistra-destra, fascismo/antifascismo, comunismo/fascismo, socialismo/comunismo, cattolicesimo/laicismo, ecc.) da tempo svuotate di contenuto dall'invasività capitalistica in ogni ambito della realtà sociale, ma utilizzabili per la manipolazione dall'alto del mercato politico (domanda di voti e concorrenza spartitoria del potere amministrativo tra cordate). Ci sembra dunque indispensabile interrogarsi sulla natura e sulle prospettive del centro-destra al governo, perché, avvicendamento 'di gestione' a parte, le conflittualità di superficie e le divergenze tattiche offrono delle opportunità operative. Ci pare ovvio che contrastare questa variante liberista non può significare sostegno all'altra. È quindi preliminare una costante e puntuale denuncia delle argomentazioni 'di fondo' espresse dal centro-destra e dal centro-sinistra, per evitare di essere risucchiati in una spirale di false conflittualità tra queste due varianti -complementari ma non tatticamente equivalenti- del medesimo indirizzo politico/economico (servilismo verso gli USA e neoliberismo). Sono perciò da respingere, perché assolutamente fuorvianti, l'al lupo al lupo del ritorno del fascismo e le fobie sulle presunte velleità telecratiche o sui pur effettivi interessi aziendali di Berlusconi, anche perché non è su queste basi che la nuova amministrazione ha raccolto il consenso. Le tesi progettuali e le alleanze politiche nel centro-destra, quantunque finalizzate a saldare tra loro componenti diverse, evidenziano che la scommessa su cui questa investe, il cuore di tutto il suo architrave programmatico poggia su un unico, basilare, punto: l'allargamento della base produttiva (il cosiddetto popolo della partita Iva), con misure atte a favorire una più generale emersione del sommerso, con la riduzione della pressione fiscale e con una sua complessiva valorizzazione competitiva. In questo contesto, la riforma federalista -fermo restando l'obiettivo della semplificazione delle procedure, dello snellimento della burocrazia, dell'ammodernamento dell'amministrazione statale- mira a favorire le piccole/medie imprese in termini di infrastrutture, flessibilità del lavoro, produttività e quindi ulteriori investimenti, anche a costo di accentuare le diseguaglianze regionali. Dal maggiore introito fiscale che deriverebbe dall'aumento della base imponibile e dei consumi, si vorrebbe innescare un meccanismo virtuoso che, innervando una parte (non consistente) di risorse in politiche generalmente dette keynesiane (investimenti in grandi opere -infrastrutturali e non- combinate con misure assistenziali, come ad esempio le promesse pensioni minime portate a un milione), assicurerebbe una base populistica di riferimento ed un contesto di pace sociale, oltre a configurare una (neo)borghesia di Stato (federale), interna alla nuova compagine di governo, addetta all'erogazione e controllo dei fondi, anche a fini di (ri)formazione di clientele sociali. La quadratura del cerchio sta nel voler favorire allo stesso tempo i grandi gruppi imprenditoriali e finanziari di questo paese -e qui si situa la loro attenzione condizionata- che usufruirebbero dei frutti più consistenti di questo ipotetico meccanismo virtuoso, cioè, tra l'altro, la disponibilità di un ben più cospicuo drenaggio di liquidità a fini competitivi internazionali e l'ammodernamento delle infrastrutture. Di qui l'attesa attiva per quali effettivi risultati si produrranno ed in tal senso è leggibile certo dinamismo di Agnelli, il cui atteggiamento risale un po' indietro nel tempo, perlomeno a Cernobbio, nel settembre 1999. Argomentazioni critiche sui contenuti, i passaggi e gli effetti di questo programma liberista ce ne sarebbero a iosa. Ma importa adesso capire l'insorgere della stampa internazionale che conta, Financial Times ed Economist in prima fila, alla vigilia e subito dopo la vittoria elettorale del centro-destra, con tanto di 'avvertimenti' inquietanti, di minacce, di ipotizzate sanzioni. Qualcosa che indigna e deve far riflettere non solo sul trattamento da repubblica delle banane, che la dice lunga sulla subalterna collocazione internazionale dell'Italia, ma anche sul perché gli attacchi siano venuti da organi di stampa espressione significativa del grande capitale europeo ed internazionale. Questo perché sta nel fatto che le misure 'keynesiane' incorporate nel programma liberista del centro-destra, ed in particolar modo i suoi tagli fiscali, sono percepiti in Europa come fattore dirompente i parametri europei del patto di stabilità, con effetti sulla tenuta dell'euro e quindi, per i grandi gruppi imprenditorial-finanziari 'europei' che contano, come una minaccia, in prospettiva, ai propri interessi. Quanto sopra richiama, in senso lato, le vere ragioni che furono alla base della levata di scudi dello scorso anno contro l'Austria di Haider, salvo che ora, con il nuovo governo italiano, gli USA non si sentono 'minacciati' su Nato e allargamento ad est dell'Europa. Nel complesso, una pericolosa linea di tendenza che potrebbe divenire esempio per altri. In questo contesto va letto l'intervento 'mediatore' di Agnelli mirante ad assicurare una continuità di indirizzo e a garantire le aspettative europee. La disinvoltura dei poteri forti nell'interloquire -condizionandolo- con chiunque sia al governo, dovendo comunque prendere atto formale del responso elettorale, non toglie che il personale di fiducia -su scala anche europea e per ragioni più volte spiegate sulla rivista- resta quello di centro-sinistra. Il governo di centro-destra ha davanti a sé un bivio: non disattendere le aspettative della base sociale che l'ha votato (con in testa il lavoro cosiddetto autonomo ed il mondo delle piccole e medie imprese) oppure dar seguito alla 'tutela' simboleggiata non solo dalla nomina agli Esteri del tecnico, ex direttore del Wto, Ruggiero, su pressioni Agnelli-Kissinger, ma anche da quella di 'fiduciari' dell'alta finanza anglo-americana posizionati tra i numerosi sottosegretari dei ministri, come ad esempio Vito Tanzi, ex Fmi, all'Economia. Non possiamo prevedere con esattezza gli sviluppi. Certo è che resta tutta da vedere la fattibilità del progetto politico di centro-destra, pur -lo ripetiamo- innervato in una logica capitalista di tipo liberista, con gli obblighi imposti da Bruxelles. È però positivo ed auspicabile che, suo malgrado, l'indirizzo di questo governo faccia emergere le contraddizioni interne al processo di unificazione europea, la natura politica ed economica delle sue scelte e le ricadute sociali di tutto questo. Sta all'intelligenza dei settori del radicalismo anticapitalistico ed antimperialistico evidenziarle, amplificarle, connetterle alla valorizzazione ineludibile degli interessi popolari e nazionalitari. In tale direzione, quindi, oltre che con il centro-destra, bisogna mantenere alta la conflittualità anche con il centro-sinistra e con chiunque, in nome di battere le destre, ambisce a tornare ad essere interlocutore diretto, al governo, dei poteri forti. Bisogna contribuire a che la sconfitta elettorale del centro-sinistra diventi anche una sconfitta reale nel paese, che se ne acquisisca, cioè, la consapevolezza del ruolo e della funzione che essa ha fino adesso svolto come anestetico sociale per conto dei poteri forti. Lavorare su queste due 'opportunità', con un intelligente 'inserimento' politico nelle contraddizioni che emergeranno, è secondo noi condizione necessaria per una prospettiva diversa. Indipendenza

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