12 ANNI DI INDIPENDENZA. LE RAGIONI DI UNA RIVISTA

Questo numero apre una nuova serie di Indipendenza, nel solco del cammino intrapreso oltre 10 anni fa. Il giornale nacque nel settembre dell’86, dopo mesi iniziali (settembre '85 - primavera '86) di discussione e confronto, attorno ad un’idea-base, quella della rivalutazione del concetto di nazione -questione nazionale/nazionalitaria- nelle sue valenze culturali, politiche, economiche quindi radicali, rivoluzionarie, 'comunistiche' in tutta la complessa gamma di aspetti teorico/pratici, dalla questione democratica a quella delle libertà, dalla giustizia sociale alle problematiche ambientali, ecc. Se ne intuiva una potenziale valenza ambiziosa e allo stesso tempo più che eretica proprio in quel pluriverso politico che ha fatto dell’anticapitalismo e della liberazione sociale la sua bandiera: rilanciare anche nel nostro paese, con un grosso lavoro 'culturale' d’accompagno, un filone di radicalismo sociale e democratico a partire da valori 'naturali' -quelli identitari, 'comunistici'- troppo spesso snaturati e efficacemente utilizzati dalle destre come retroterra 'ideologico' di sopraffazione e privilegi. Un lavoro culturale per squarciare i veli di pregiudizio, superficialità, approssimazione -da taluni di interessatissima mistificazione- che si fa del punto di vista nazionale.
Storicamente era ancora di là da venire il crollo di quell’assetto geo-politico del mondo che sembrava inamovibile e destinato a durare: la fine della guerra fredda Est/Ovest simbolicamente suggellata dalla caduta del Muro di Berlino con l’implosione del polo social-imperialista ed il dispiegamento unico, assoluto, unipolare degli Stati Uniti e del modello liberal-capitalista di riferimento. Con ripercussione destinate a riflettersi in ogni angolo del globo. L’istanza nazionalitaria, apparentemente seppellita dall’affermazione su scala planetaria del modello dello "Stato-nazione", di là di ogni forma di relativismo assoluto o specularmente di etnocentrismo, sembra offrire un’alternativa concreta e possibile alla "fine della storia" (frettolosamente sancita col dispiegarsi deciso dello strapotere dell’ideologia capitalista), quale trampolino di lancio di una possibile liberazione sociale in ogni luogo.
In questi anni, come Indipendenza, è stato fatto molto per ramificare e irrobustire la portata radicale di questo tipo di approccio. In condizioni oggettive e soggettive non facili, derivanti dalle resistenze, dai pregiudizi e dalle sclerotizzazioni di ampi settori disposti ad accettare altrove, nel sostegno alle lotte di liberazione nazionale tanto meglio se negli angoli più remoti del pianeta, quel che ripudiano 'in casa' con molta superficialità e pressappochismo, in singolare convergenza peraltro con le spinte 'di sviluppo' sovranazionale del capitale (uno slogan del XXI secolo potrebbe suonare così: "Il capitalismo non ha nazione, dollaro, euro, liberalizzazione"). Un oscillare ambiguo, quello di cosiddetta sinistra, che non di rado in vario modo manifesta e si mobilita, in nome di un’istanza nazionale, fino a ieri per l’ANC sudafricano o l’OLP di Arafat, o il sandinismo nicaraguense o il FMLN salvadoregno, ancor oggi per Cuba, per squagliarsi 'in casa' -a vario livello- nel cuore dell’Occidente industrializzato e capitalista, guardando con diffidenza la resistenza basca o irlandese -eccezioni a parte- ancor più quella corsa, rimuovendo 'alla grande' quella sarda ad esempio, misconoscendo addirittura una questione nazionale 'italiana' nelle sue valenze interne ed esterne.
Non si capisce perché sarebbe 'improprio' rivendicare qui, in Occidente, quel che altrove è riconosciuto valido. Certamente non per una pregiudiziale 'democratica' perché corsi, baschi, irlandesi, ecc. riescono a reggere uno scontro generalmente molto duro, a tratti massiccio, grazie ad un largo e radicato consenso; tantomeno per una critica a priori dell’opzione armata nella lotta di liberazione (che lì è ovviamente anche sociale e per certi versi 'istituzionale'), perché anche nei casi sopra citati -e come dimenticare la Resistenza!- non ci sembra che si sia ricorsi alle cerbottane e ai pallettoni di carta. È un fatto culturale -prima che politico- di certa cultura social-democratica e comunista che su lotte collettive in nome della nazione scenda una 'sinistra' ombra nera tanto più se vicino o in casa, mentre su rivendicazioni salariali o vertenze aziendali cali sempre un’aureola rossa salvo poi tradirle nella sostanza dei fatti. La via del rivendicazionismo corporativo al socialismo ci sembra abbia il fiato molto corto laddove una connotazione nazionalitaria ed anticapitalista delle lotte riesce a dare una spinta maggiore, più incisiva e complessiva, tanto più -e meglio- se i due 'fili' (nazionale e sociale, quest’ultimo su binari 'radicali') entrano in contatto.
Molto si è 'lavorato' - e non poteva essere altrimenti- principalmente sulla comunicazione. Se contattando buona parte dei nominativi di un indirizzario peraltro in crescita abbiamo riscontrato sovente una 'simpatia' o condivisione culturale, nonché un interesse a misurarsi su aspetti delle problematiche poste, e appurato che, più in generale, la rivista si legge magari non condividendo, ma difficilmente disconoscendone la serietà, non segnerebbe passi avanti appagarsene, sottacendo i limiti 'interni'. Nel merito:
- il giornale non ha raggiunto una capacità economica tale da garantire l’autosufficienza. In altri termini, nonostante un incremento progressivo, gli abbonamenti non riescono a 'pagare' i costi, cresciuti di molto nel tempo, in certi momenti addirittura vorticosamente;
- il giornale non è quindi in grado di garantire ancora una periodicità regolare, nonostante la foliazione si sia attestata, da qualche anno, al suo 'massimo storico' (32 pagine) e si sia incrementata non di poco la tiratura;
- il giornale non ha assolutamente creato una soddisfacente rete di diffusione diretta, benché a 'macchia di leopardo' abbia raggiunto dei risultati.
Se a giudizio 'esterno' la qualità degli interventi è cresciuta in termini di contenuto e di linguaggio (un processo in continuo divenire), la sottoscrizione di abbonamenti -e lo ripetiamo non con lo spirito da 'bollettini di guerra' annuncianti avanzate e vittorie- è realmente in costante aumento, ma le spese dirette ed indirette collegate all’attività del giornale, lo sono molto di più. Da qualche anno, l’intervento di un gruppo di compagni/e si è rivolto -autonomamente- all’impegno diretto nell’agricoltura soprattutto biologica. Questo per consentire un incremento dell’afflusso dei fondi, nello spirito di un percorso di autofinanziamento, 'indipendente' nelle sue basi economiche. Qui origina principalmente la ragione della -relativamente- migliore condizione economica.
In ordine ai principali problemi 'materiali' del giornale questa, in sintesi, la prospettiva per la quale già da qualche tempo si sono intensificati gli sforzi:
- un’impaginazione e stampa di buon livello. Se il trattamento di pellicolazione ha visibilmente migliorato la qualità grafica della stampa -leggibilità degli articoli, mettendo forse da parte la lente d’ingrandimento che sappiamo essere stata usata per alcuni articoli, e nitidezza delle foto- l’impaginazione è ancora alla ricerca di un suo assestamento (la frequente monoliticità della grafica ha indotto qualcuno a definirla 'sovietica'...);
- una periodicità da regolarizzare, 'storico' punto dolente, ma necessaria premessa per la trasformazione a mensile e l’ulteriore aumento della foliazione. Il che, detto per inciso, presuppone anche l’ingresso di collaboratori -perlomeno quelli più 'prossimi' a vario titolo al giornale- per allargare i contributi di analisi e riflessione come alimentatori del filone principale -'strategico'- della rivista;
- una distribuzione che sinora non ha trovato sbocco 'sul mercato' per le difficoltà tecnico/strutturali opposte dai distributori (i passi avanti fatti per l’impegno diretto dei compagni in librerie, centri di diffusione et similia restano del tutto insufficienti). Più avanti ancora nel tempo sono dal canto loro prefigurabili esperimenti-pilota in edicole di alcune città;
- più fattibile il progressivo utilizzo al meglio delle reti telematiche.
Connesso a quanto sopra, c’è il discorso della pubblicità in entrata ed in uscita. Se per quella possibile in uscita il punto resta il solito: i costi, in entrata si intende avviare -stabilizzata la situazione- una campagna promozionale per offrire spazi pubblicitari (ad es. con lettere ad alcuni giornali, case editrici, ecc., contenenti un prospetto conoscitivo del giornale -chi abbiamo intervistato, chi è intervenuto, quali articoli sono stati pubblicati o le tematiche affrontate, quanti numeri usciti, tiratura, diffusione, formato del giornale, formato e tariffa degli spazi pubblicitari). Resterebbe, ovviamente, il 'filtro' politico per l’accettazione;
- in relazione alla diffusione -ed è già un invito- scriveremo una lettera a singoli, particolarmente abbonati e 'noti' aficionados, per una collaborazione nella diffusione (eventualmente anche per una presenza di vendita diretta, sia in situazioni politiche esterne -manifestazioni, cortei, congressi, ecc.- che sul territorio -scuole, università, fabbriche, aziende, enti, mercati, chiese, punti di aggregazione di quartiere, ecc.-) e in senso più lato a chiunque voglia avere uno spazio per notizie sulla propria attività. Ovviamente in un senso lato -ma non troppo- con lo 'spirito' di Indipendenza;
- pur non dipendendo esclusivamente da noi, intendiamo verificare l’eventuale creazione di un network tra vari giornali con l’obiettivo di organizzare iniziative esterne (forum, mostre itineranti, cineforum, concerti di piccoli gruppi legati alle lotte di liberazione nazionale, ecc.) particolarmente su alcuni temi;
- possibilmente affiancare alla rivista più approfondite analisi e ricerche: in questo senso va il progetto di piccola casa editrice cui stiamo 'lavorando'.
Non è tutto e non è poco. Fondi, riscontri e tempi di realizzazione a parte, tutto questo sarebbe un iniziale trampolino di lancio, mentre fondamentale e prioritario resta il fil rouge politico di Indipendenza. Non usiamo la parola progetto un po’ perché è un 'parolone' pomposo, un po’ perché di questo si dovrebbe ragionare e discutere più avanti nel tempo, avendo un diffuso ed uniforme radicamento territoriale, mezzi certi per operare, capacità di analisi e di conoscenza di gran lunga maggiori e complessivi delle dinamiche interne ed internazionali di cui tener conto per agire: insomma, una maggiore 'accumulazione delle forze' in senso lato. Del resto, essendo una rivista e non un’organizzazione politica, siamo un veicolo di idee, prima ancora che uno strumento per la loro affermazione politica. Rinunciando ad un’impostazione da rivista contenitrice di tutto e del suo contrario, in questi anni - - nel lavoro di riflessione, di ricerca, di critica- l’identità di Indipendenza si è caratterizzata nel metodo e nel merito.
Nel metodo si è tentato di seguire un approccio radicale (andando cioè alle radici) delle questioni, anche quando ciò potesse infastidire sensi comuni. Non abbiamo la presunzione di esserci riusciti, ma l’approccio seguito è -e resta- questo.
Nel merito abbiamo cercato - e cerchiamo - di sviluppare altrettanto radicalmente le premesse di un progetto. Sappiamo bene che non esistono oggi i presupposti -di coscienza politica e di maturazione collettiva- per attuare una piena emancipazione sociale su un vettore critico di stampo nazionalitario. È nostra convinzione che certe aspirazioni, che sono un’esigenza reale, pur non giunte a maturazione esistano potenzialmente. E che, circostanziate nella complessità degli aspetti, possano essere fatte proprie dai 'soggetti attivi', interessati, della nazione. Un’idea, quella nazionale/nazionalitaria, eversiva (da evertere: sradicare, rivoltare dalle basi) sul versante politico/sociale (strutture capitaliste ed imperialiste) e su quello culturale (percezione comune -soprattutto 'sinistra'- di questa istanza), da liberare sia dall’uso strumentale, oligarchico, autoritario fattone dalle destre sia dal pregiudizio/rimozione che da sinistra determinano il disconoscimento totale a riconoscere 'positività' alla questione nazionale, salvo poi accettarne la 'versione' di destra avallando l’uso -meglio, l’abuso- degli interessi nazionali proprio delle forze reazionarie -nazionalismo di destra- come tra l’altro attestano gli ultimi interventi coloniali in Somalia, nei Balcani, in Albania.
L’emersione di una coscienza rivendicativa del diritto all’indipendenza effettivamente esercitata non vuol essere originalità intellettuale, ma l’imprescindibile cornice ricostruttiva di un agire radicale, che non si limita a rifiutare lo stato di cose presente e tende alla riappropriazione e ad una rivivificazione di una prospettiva materiale di costruzione emancipatoria realistica e possibile. Che necessita quindi di un’assoluta radicalità di analisi e di programma.
L’intendimento 'storico' di Indipendenza è quindi quello di 'lavorare' perché si acquisisca patrimonio -e chiarezza- comune sulla natura e sugli 'ostacoli' al conseguimento di una piena ed effettiva indipendenza e sulle potenzialità che l’assunzione della questione nazionale determinerebbe quale asse portante della lotta politica anti-capitalista ed anti-imperialista.
Se "il fatto che vi sia gente disposta a fare un partito per difendere la teoria della terra piatta non significa che la terra sia poi veramente piatta", è specularmente vero un suo possibile contrario, e cioè che se non c’è in questo paese una 'forza' che faccia propria la rivendicazione nazionalitaria con tutta la radicalità di annessi che ciò comporta, non significa necessariamente che ne manchino le ragioni e le condizioni di fondo. Nelle discussioni interne tra compagni e con coloro che sono più prossimi, le difficoltà politiche primarie e preliminari non sono viste tanto nelle potenzialità di ricerca, di analisi -anzi ricchissime e ad ampio raggio- o nelle originalità stesse proprie dell’opzione politico/culturale nazionalitaria, quanto nel fatto che nella memoria politica di quell’area che dovrebbe essere più sensibile ad una spinta radicale al cambiamento pesa l’uso -peraltro improprio e strumentale- che dell’idea nazionale è stato fatto dal fascismo.
L’esistenza di una rivista nazionalitaria -qual è appunto Indipendenza- nel panorama editoriale del radicalismo critico politico/sociale rappresenta un fatto, oltre che un punto di vista, anomalo -ed unico- non solo per una proposta politica in divenire ma anche perché determina fraternamente una crisi nell’abulìa che attanaglia tutta la sinistra anche quella sedicente rivoluzionaria, antagonista, internazionalista, complessivamente incapace a misurarsi seriamente su questo terreno, uno snodo ineludibile per il dispiegamento di istanze radicali di rinnovamento sociale. Rifiutare senza riserve né ambiguità lo schieramento internazionale dell’Italia ed il suo 'modello di sviluppo' -e conseguentemente- il suo sistema politico, significa dire che qualsiasi velleità dichiarata di cambiamento -sul piano sociale, istituzionale, ambientale- si appalesa come un mero riformismo debole, destinato a restare subalterno se non si pone radicalmente -cioè con tutto ciò che questo comporta anche sui piani suddetti- la questione nazionale. Negarla come architrave -perno- di un progetto più complessivo di liberazione significa indirettamente ammettere che non c’è alcun pericolo per il sistema politico-economico capitalista.
Assumendo la questione nazionale nell’interezza delle sue problematiche (tipo autonomia/autodeterminazione in politica estera ed interna, preservazione dell’identità culturale rispetto ai modelli 'occidentalistico-americani', difesa degli interessi economici della collettività rispetto a quelli oligarchico-finanziari, ecc.) e trasformandola in progetto politico senza cadere nello sciovinismo e nell’auto-esclusivismo -in una parola nel nazionalismo 'di destra'- si porrebbero inevitabilmente le pre-condizioni 'culturali' e politiche per fondare su questa le possibilità di emancipazione radicale dai rapporti di subordinazione internazionale e dalle scelte di fondo di politica economica, estera, sociale che ne derivano. Una tale dinamica di identificazione collettiva, non etnocentrica ma nazionalitaria e radicalizzata, conterrebbe le potenzialità per un progetto 'altro' di fuoriuscita dal sistema capitalistico dominante.Dalle 'nostre' parti ciò significa a) rimettere in discussione la scelta atlantista ed il modello capitalistico: posizioni fondamentali -perché 'fondanti'- su cui si costruisce lo sviluppo futuro della nazione. Nel rapporto di dipendenza dagli Stati Uniti -specialmente sotto il profilo politico e militare- si configura una sostanziale abdicazione alla sovranità nazionale, una posizione di sudditanza che è pregiudiziale a qualsiasi cambiamento interno che non sia avallato e consono alle volontà di Washington. Questo impedimento non rimosso condiziona il destino delle 'colonie nazionalitarie interne' (Sardegna, Tirolo, ecc.) e ha riflessi anche nella Mega Ellenia -il meridione- colonizzata e marginalizzata in funzione -storicamente- degli interessi capitalistici tosco-padani, già a partire dallo stesso processo 'unitario' ottocentesco. b) Rimettere in discussione il modello di sviluppo capitalistico -sia esso quello oligarchico/transnazionale che quello burocratico/statalista- e soprattutto farlo in modo nuovo, ad esempio identificando e denunciando il nesso preciso esistente tra questo modello di sviluppo ed un determinato tipo di organizzazione politico/sociale che si pone come 'filtro difensivo' tra la popolazione ed il 'sistema reale' dell’economia, in una doppia funzionalità 'espressiva' e 'difensiva'. Assumendo fino in fondo la necessità di contestare e contrastare il modello di sviluppo capitalistico, anzi, qualsiasi modello di sviluppo basato sulla crescita materiale e sull’utilizzo illimitato di risorse, con effetti ecocidi sul pianeta, rompendo i tabù ideologici e psicologici dell’industrialismo e dell’operaismo: vi sono minacce enormi che incombono sull’umanità in conseguenza non di un’astratta follia di alcuni ma della dissennata avidità dei più, organizzata razionalmente in un sistema universale di sfruttamento. Quindi lotta al sistema capitalistico ed ai modelli di sviluppo materiale, lotta alle espressioni politiche ed istituzionali di questi modelli, lotta alle tendenze universalistiche e cosmopolite di qualsiasi 'chiesa ideologica', lotta per il diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli, lotta per una nuova solidarietà internazionale nord/sud.
In termini materiali si tratta di radicalizzare e porre in evidenza la contraddizione fondamentale tra interesse popolare/nazionale ed interesse imperial/capitalista -e dunque acutizzare la conflittualità tra ceto imperialista egemone e ceti sub-imperialisti vassalli- e 'liberare' le forze popolari potenzialmente disponibili al conseguimento di radicali trasformazioni politiche e sociali, prima tra tutte la riconquista dell’indipendenza nazionale ineliminabile precondizione necessaria allo sviluppo di un processo di democrazia popolare e di socialismo in senso ampio che domani si possa dispiegare pienamente e che oggi si prepari nel possibile. Una scelta che ne farebbe un terreno principale di scontro -quale è- tra interessi del capitalismo imperialista sovranazionale ed interessi popolari di sviluppo in senso socialista della nazione.
In questa direzione continueremo a fare la nostra parte. Per chi ritiene di avere una impaziente pazienza, non c’è assolutamente da stancarsi nel frattempo.

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